La resistenza in Italia
Il fenomeno della Resistenza in Italia ha come obiettivo generale la discontinuità rispetto al regime fascista. Nasce e si organizza a partire dall'8 settembre 1943; solo parte della resistenza diffusa basata sul rifiuto della guerra si tradurrà in impegno militare diretto e condiviso. Si basa su profonde convinzioni etiche e sul rifiuto della retorica di regime.
Prima fase: le origini (8 settembre 1943 – fine 1943)
Il primo baluardo dei nuclei armati si forma dopo l’8 settembre e l’ignobile fuga del re e di Badoglio. Essi sono decisi a fronteggiare l’occupazione tedesca. L’esercito italiano viene rastrellato e quelli che non aderiscono all’RSI vengono internati. Alcuni riescono a fuggire e sono soccorsi dalla solidarietà popolare: vagano in zone isolate, come vallate e montagne, mescolati ai prigionieri Alleati. Iniziano a confluire anche operai e intellettuali politicizzati. Ai primi rastrellamenti (Boves) la maggior parte di questi si arrende e si ritrae; le aggregazioni confuse di uomini iniziano a diventare bande vere e proprie.
Gli ex-militari resistenti sono di due tipi: quelli che sentono la fedeltà al re e a Badoglio (abbandoneranno presto) e quelli che optano per una discontinuità sia dal fascismo che dal re (reduci dalla campagna di Russia). Le azioni che questi gruppi attuano nei primi giorni sono di propaganda e sabotaggio, assalti a depositi di armi e soccorso ai prigionieri.
Le formazioni che resisteranno saranno quelle politicizzate: dopo il silenzio durante il regime i nuovi partiti si riformano (o riprendono vigore) a partire dagli scioperi del ’43: PCI, PDA e PSIUP sono i più influenti, affiancati da DC, liberali e democratici. Essi assumono insieme il nome di CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) e creano strutture in tutta Italia. Per ora non hanno influenza (inesperienza e pochi fondi) eccetto che in Piemonte, grazie alle casse della IV Armata disciolta.
In effetti il CLN era composto da forze disomogenee che spesso dettero vita a scontri, specialmente tra PCI e PDA. Vennero formate diverse Brigate di combattimento, ma lo scontro politico vero e proprio viene solo rimandato per un’unità contro il fascismo. Lo scontro maggiore è sulla modalità di lotta: il PCI è fautore di una guerriglia, Parri del PDA della creazione di un esercito regolare. Comunque l’idea di unità che rappresentò il Comitato significò molto a livello nazionale: due furono gli effetti principali che ottenne in questa fase.
Nella RSI i cittadini sorgono dubbi sulla legittimità del governo, mentre i fascisti forzano attraverso bandi l’arruolamento dei giovani per ricostruire l’esercito. La propaganda del CLN e i boicottaggi evitarono l’arruolamento di moltissimi giovani. Gli scioperi che scoppiarono in inverno però non furono connessi con la Resistenza e riguardarono solo problemi materiali. Nel governo del Sud si pongono come un’alternativa agli insuccessi di Badoglio, decidendo di non collaborare con la monarchia. La necessità di fondi costituirà un grave problema e solamente dopo un anno l’accordo tra le due forze si costituirà. Comunque, l’importante è che alla fine del 1943 la Resistenza abbia raggiunto il suo obiettivo primario: la sopravvivenza.
Seconda fase (gennaio 1944 – giugno 1944)
A partire dall’inverno, stagione del dubbio, la Resistenza pian piano acquista consistenza e coesione, attraversando tappe fondamentali come la svolta di Salerno in aprile e la formazione del CVL.
Partiamo dall’inverno: per quanto riguarda le operazioni belliche, il rigidissimo freddo e la resistenza dei tedeschi sulla linea Gustav danno vita ad un ritorno della guerra di posizione; nel frattempo lo sbarco ad Anzio del 22 gennaio dà illusioni insurrezionali all’Italia, ma i rallentamenti delle operazioni provocano un riassestamento tedesco. Il CLN in queste fasi ha scarsissima influenza, dovuta alla poca organizzazione e alle divisioni interne; solo le azioni violente dei GAP comunisti hanno qualche esito. L’arresto delle operazioni belliche permette ai tedeschi di concentrarsi sulle bande, con azioni violente di rastrellamenti: a resistere sono solo le formazioni politiche; le bande autonome vengono travolte e smantellate. Con questa selezione nasce una nuova dimensione della Resistenza. Alla violenza travolgente dei tedeschi si accompagna uno spirito di solidarietà delle popolazioni locali.
A marzo torna in forma violenta il protagonismo sociale con lo sciopero generale organizzato dal PCI. Il risultato è soddisfacente e dimostra una grande preparazione e una discreta saldatura tra operai e partigiani. Le richieste di miglioramenti economici si traducono pian piano in insoddisfazione generale verso il regime. In alcune città le enormi deportazioni e uccisioni ne fanno un fallimento (Genova) per carenza di organizzazione, in altre è un grande successo (Torino). È chiaro che questo sciopero contribuisce a far perdere di credibilità l’RSI (inefficienza della repressione) e a far emergere ancor di più il PCI. 200.000 scioperanti.
Ormai l’RSI non può più esercitare controllo sugli operai, straziati dal dilagare del mercato nero (impossibile da raggiungere) e dalla fame; occorre formare un nuovo e potente esercito per controllare il popolo e la guerra. Dopo gli scarsi risultati della leva di novembre, a febbraio vi è un nuovo bando con pena di morte per i disertori, accompagnato da una propaganda mediatica fittissima. Vi è un afflusso buono di soldati, ma è anche vero che molti fuggono e vanno ad aggiungersi ai partigiani. La politica dell’RSI è di pugno di ferro (rastrellamenti, condanne a morte) – è in questo momento che ci si rende conto veramente che si è in una guerra civile.
Dall’inverno all’estate si ha una crescita costante di partigiani, con intensificazione a giugno. L’aumento dei resistenti significa però anche precarietà: vi è una massa fluttuosa di tentennanti nelle bande, che non dispongono di sufficienti armi e che sono senza esperienza. I vecchi li guardano con diffidenza (eccetto i comunisti, sempre disposti verso i giovani). A giugno molte cose cambiano: il generale Alleato Alexander, reso conto dell’importanza del CLN, invita i partigiani ad insorgere a Roma; il risultato di questo cambiamento di importanza è dovuto in primis alla svolta di Salerno: il segretario del PCI Togliatti a fine marzo dichiara indispensabile un governo di unità nazionale e invita dunque a seria collaborazione i vari partiti. La scelta è accettata, anche se faticosamente (PDA), dai partiti e nel governo Badoglio diventano ministri alcuni membri del CLN. L’unità politica si accompagna ad un’unità militare: a giugno viene attuato il progetto già in aria da mesi di formare un Corpo dei volontari della libertà (CVL) che unifichi tutte le bande.
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