I prezzi della modernità
I mercati
Dal 1951 inizia un periodo di crescita economica; nel '55 si diffonde la Fiat 600 e il primo supermercato self-service a Milano (idea del consumo come sperpero). Alcuni eventi tra il '58 e il '63 modificheranno profondamente il paese (nonostante la recessione del '64-'65): piena occupazione, imponenti migrazioni dal sud, aumenti degli scioperi, aumento dei salari, aumento vendite elettrodomestici e automobili.
In realtà il tasso di attività (occupati/lavoratori potenziali) diminuì fortemente, a causa dell'assenza volontaria di molti dal mercato del lavoro, dovuta a condizioni economiche migliorate e al prolungamento degli anni di studio. Notevole iniziò ad essere l'influenza degli immigrati che iniziarono a occupare il surplus di lavoro prodotto al nord. Ciò rafforza il modello di famiglia semi-nucleare (con un solo reddito).
I terroni arrivati nel triangolo nord-occidentale spesso alloggiano in strutture decadenti. Si emigra, quindi, per cercare lavoro o per motivi personali (lavori degradanti, debiti, conoscenze al nord, per il tradizionalismo dei genitori, ecc). Prima del '61, in cui il subappalto della manodopera fu finalmente vietato, i migranti non si rivolgevano agli uffici di collocamento ma creavano cooperative di conterranei che venivano reclutate in gruppo. Si emigra al centro Italia (soprattutto Roma), invece, per trovare lavoro come poliziotti, nelle prefetture e nelle poste; qui nascono le Coree, erette personalmente dai meridionali.
Diverse interviste hanno però mostrato come i valori degli autoctoni e degli allogeni sostanzialmente coincidano. In un'analisi statistica socioculturale, vediamo come i meridionali desiderino pateticamente una fratellanza con i piemontesi che, invece, li disprezzano. Non per questo essi si dimostrano più tolleranti: i meridionali risultano razzisti verso protestanti e neri. Il fatto che si dica che i meridionali si aiutano solo tra loro, deriva da un circolo vizioso: poco integrati, finiscono per spendere il proprio tempo in famiglia o con i parenti.
Gli anni '60 sono anche quelli in cui le grandi città diventano vere metropoli. Città come Milano inizieranno a vedere le proprie aree periferiche raggiungere densità abitative maggiori di quelle interne (costi inferiori di affitto) e il diffondersi del pendolarismo. Le piccole attività entrano in crisi a causa dello sviluppo dalle grandi ditte di vendita al dettaglio.
Milano fu la prima città a configurarsi con il binomio “città-svago | periferia-produzione”. Torino si sviluppa in tutt'altro modo, più legato alla FIAT, che diventò un vero monopolio che schiacciava ogni ditta minore. Nel '61 un torinese su nove lavora alla FIAT. Il vero capitalismo è prodotto in città come Milano (dove i parchi spariscono sotto il cemento), mentre la costruzione urbanistica di Roma riflette la sua dipendenza da finanziamenti esterni. Roma, priva di leggi urbanistiche adatte, si espande a macchia d'olio; il lavoro più diffuso diventa quello del muratore e diventa necessario un piano per salvaguardare i beni artistici e realizzare una grande arteria di scorrimento; gli espropri previsti dal piano trovano però diversi oppositori, che bloccano così la sua realizzazione e fanno continuare gli scempi architettonici.
Dal '62 il nuovo governo di centro-sinistra migliora la situazione assegnando funzioni alle varie zone della città (“destinazione d'uso”). Anche Napoli e Firenze sono teatro di urbanistiche distruttive. L'industrializzazione diventa una condanna alla “solitudine di massa”. Il numero di abbonamenti TV è proporzionale al reddito e all'urbanizzazione: Roma detiene il record, simboleggiando un basso grado di sociabilità che causa un ripiego del tempo in passatempi privati.
Il corpo e l'anima
Una vasta letteratura ha testimoniato il carattere alienante del consumo nel capitalismo (essere = avere). Gli acquisti nel dominio del craze (oggetti che non rispondono a necessità precise) si impennano, mentre gli acquisti nell'ambito del necessario si adattano più lentamente (gli alimentari per es.) anche se si diffondono colture esotiche, la carne e i “piatti dei poveri” iniziano a vedersi sempre meno. Nasce la cultura della bellezza fisica, rispecchiata anche nella nuova moda che si applica per far risaltare i fisici (passa il modello di bellezza di Silvana Pampanini). Le pubblicità cominciano a proporre stili di vita associati a prodotti, che diventano veri simboli di appartenenza.
Negli anni '50, con l'avvento della TV e delle agenzie, nasce la vera scienza della comunicazione, su modello americano (fatta eccezione per il Carosello, tutto italiano). La prima pubblicità spinta risale invece al '75, e ritrae un sedere femminile. Il consumismo può essere positivo quando immune da presupposti etici che propongono una morale in cui il piacere, la sicurezza e la gioia sono dati dal possesso delle cose, sostituendo la famiglia, la religione e i valori in generale.
Il consumismo è accompagnato anche da una perdita dei valori cristiani classici, con la ripresentazione di un “cristianesimo moderno” in cui gli italiani si definiscono cristiani (fatta eccezione per Emilia e Toscana) ma rispettano poco i dogmi della loro religione. La diffusione del divorzio, del femminismo e della libertà sessuale incrinarono ancora di più i valori classici cristiani, creando una zona intermedia tra cattolici “ufficiali” e laici “radicali”. Secondo un prete-studioso nel '70 la popolazione italiana era così divisa: 5% atei, 55% indifferenti, 15% cattolici ortodossi, 20% sacrali, 5% profetici.
Il trionfo delle "medie"
Inizia a diffondersi l'italiano ufficiale, termini stranieri e settoriali grazie ai mezzi di comunicazione di massa, mentre i dialetti vengono relegati alle comunicazioni private. Aree pilota come Lombardia e Piemonte hanno imposto abitudini grammaticali (no passato remoto, abuso del “che” e dell'imperfetto, uso di “lui” al posto di “egli”, ecc).
Oltre ai termini settoriali (chimici, medici, economici) si diffondono termini derivanti dall'advertising (superbianco, extravergine, lava meglio, esentasse, ecc). L'allungamento del periodo di studio pose davanti agli insegnanti migliaia di giovani dialettofoni. [il 5% era analfabeta].
L'uso dell'italiano cresceva con il crescere del livello sociale, con l'allargarsi del centro abitato e con il diminuire dell'età, mentre il dialetto diventò simbolo degli anziani e delle periferie (soprattutto al sud). Sono i giornali (nei titoli di testa si notano maggiormente le deformazioni giornalistiche della lingua) e i mezzi di comunicazione che diffondono l'italiano come lingua predominante.
Nel '71 molti lavori si mettono in proprio grazie allo sgravio da oneri e contributi per tutte le imprese con meno di 300 dipendenti. L'assenza di organizzazione sindacale rende i lavoratori inerti politicamente e obbligati ad affidarsi a raccomandazioni di politici e notabili, mentre si diffonde la pratica del voto di scambio. Il PCI di Togliatti (e poi di Longo) e la DC si contendono l'adesione ideologica dei piccoli borghesi. L'italiano diviene il “topo nel formaggio” ed i suoi gusti e le sue viltà dettano legge. Per Panzieri e Tronti il neocapitalismo allunga i suoi tentacoli anche nella vita privata, a causa della tecnologia e del dominio dell'industria. La partecipazione al capitalismo diviene fattore di integrazione.
Lavorare, arricchire, produrre
Gli anni '60 sono caratterizzati da combattività operaia. Gli scioperi maggiori furono nel '62 e nel '69, quando il Comitato unitario di base (CGIL, CISL e UIL) chiese aumenti di salari e parità di vantaggi tra operai e impiegati. Nel '62 la UIL sigla un patto con i dirigenti FIAT scatenando un'aspra protesta degli altri gruppi sindacalisti, supportata dalla maggioranza degli operai, che protestavano contro la divisione tra sindacati “democratici” e “socialcomunisti”.
Alla causa delle proteste anche i pessimi servizi e gli altissimi affitti nelle città. Un lavoratore alla pressa è già considerato vecchio a 27 anni, gli straordinari toccano picchi mai raggiunti, mentre la disobbedienza alla ditta viene manifestata con sabotaggi e proteste. Nel '67 si cerca di unificare i sindacati (vietando anche i doppi incarichi politico-sindacali), per creare un unico organo imparziale, ma non si arriva ad un accordo. Nel '69 per la prima volta dopo il '48 tutte le tre confederazioni sindacali indicono uno sciopero che raccoglie vastissime adesioni, contro l'innalzamento dell'età pensionabile. Gli scioperi sono efficaci e gli operai raggiungono l'obiettivo di interferire su materie di competenza dell'esecutivo (pansindacalismo) stabilendo uno spettacolare ribaltamento della forza tra classi.
Nonostante i passi avanti i sindacati non hanno però mantenuto un'alleanza tra operai e contadini e tra settentrionali e meridionali. Ogni sindacato oscilla tra corporativismo e solidarietà: i sindacati italiani degli anni '60, però, sono molto più tendenti al corporativismo. La situazione economica è particolare: sono moltissime le piccole imprese e sempre di più le imprese a partecipazione statale (Enel, ferrovie, ecc). Questa economia sovvenzionata causa una forte diffusione di pressioni e nepotismi.
Il caso Montedison: la vecchia Montecatini è sull'orlo della rovina, a causa di officine ormai obsolete, mentre la Edison, anch'essa in crisi, ha due vantaggi: si è riconvertita in vista della nazionalizzazione dell'elettricità e ha adoperato gli indennizzi Enel per acquisire la Standa. Le due aziende si fondono per puntare sull'azienda chimica. La fusione è però difficile a causa della convivenza di lavoratori ex-rivali, che si tendono continui tranelli.
Cefis, presidente dell'Eni, riesce a farsi eleggere presidente della Montedison sfruttando tutte le sue potenti conoscenze e giustificando la sua discesa in campo con l'intenzione di evitare la concorrenza sleale ai danni delle aziende pubbliche. Una volta eletto, però, chiude le succursali meno redditizie e taglia il personale e si lancia nell'acquisto di testate giornalistiche. Cefis rappresenta l'uso personale del potere e del denaro statali per fini esclusivamente lucrosi (esempio di “borghesia di stato”). Possiamo concludere dicendo che l'economia mista sopprime le differenze tra etica pubblica e utile privato.
Accanto alla produzione di massa, nascono imprese “residuali”, di nicchia, con scarso capitale (maglifici, calzaturifici, mobilifici). Le ditte con meno di 250 addetti sono distribuite nel centro-nordest e trovano un loro spazio nel commercio internazionale. Questa “terza Italia” spesso si configura con una suddivisione “tematica” per zone: la regione del mobile a Verona, ecc. Una realtà diversa da quella capitalista, spesso strutturata sul modello della “famiglia allargata” o comunque su un'unità socioculturale (spesso comunista o democristiana).
Dalle parole alla musica (e dalle immagini ai gesti)
La repentina trasformazione capitalista e non dell'Italia degli anni '60 è poco intuita dalla produzione artistica e intellettuale del tempo (un solo romanzo viene scritto a proposito del boom). Luigi Meneghello è l'unico che analizza la fine di un tempo, la scomparsa del mondo contadino e pre-industriale, con “Libera nos a malo”, mentre sono i film a rispecchiare di più l'arrivo di questa “nuova era”, come quelli di Dino Risi, che analizzano la giornata tipo di umili lavoratori.
L'idea di spensieratezza e agiatezza venne diffusa anche dai film di Alberto Sordi, che rappresentava l'italiano stereotipato del latin lover, sottolineando però la provvisorietà di questa spensieratezza (“l'americano a Roma, invecchiato di vent'anni, si riveste con la sua divisa per fare la guardia del corpo” per sottolineare il clima di violenza e ricatti che seguirà il boom economico). “Rocco e i suoi fratelli” mostra lo sfaldamento di una famiglia di immigrati mentre “La dolce vita” di Fellini mostra una Roma corrotta e la sua borghesia malvagia. Il cinema rappresenta quindi questa sensazione di “sfaldamento delle istituzioni”, tra cui anche la famiglia.
Molto della produzione rispecchia, comunque, l'italo-marxismo antiindustrialista. Gli unici autori che indagano criticamente la totalità del loro tempo senza un approccio di accettazione sono Pierpaolo Pasolini, Italo Calvino (che esprime ancora una fiducia illuminista nel controllare il mare di oggettività) e Mengaldo con il suo “Barone Rampante” che trascorre tutta la sua vita, metaforicamente, su un albero. Anche Sciascia analizza criticamente i processi di arricchimento e la tecnologia.
La diffusione delle pratiche sportive diventa un simbolo dell'epoca; Roma ha ospitato le Olimpiadi nel 1960, dove gli italiani hanno avuto un discreto successo in sport che necessitano di un fisico prestante (e quindi borghese-alimentazione). Il calcio assume la sua dimensione seconda oltre a quella dello sport vero e proprio: si diffonde il tifo (come senso di appartenenza e come rivalità con gli altri europei, grazie ai successi di Juventus e Milan in Europa). L'Inter di Herrera composta da stranieri è una novità assoluta per il panorama sportivo italiano.
Va appassendosi l'ideologia del “dovere” postbellica (dover far famiglia, studiare, lavorare). La musica diventa uno specchio del mutamento: le canzoni da spiaggia, famose per la durata stagionale del successo, dimostrano il diffondersi delle vacanze e della villeggiatura. Eppure la musica di evasione termina di funzionare, i nuovi cantautori propongono idee anticonformiste che trovano accoglimento in molti giovani (De André, Tenco, Gino Paoli).
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