I sistemi internazionali
Tre grandi sistemi hanno sorretto le relazioni internazionali dell’Europa nel periodo storico tra il 1814 (crollo dell’impero napoleonico, in seguito a ragioni prevalentemente esogene) e il 1991 (crollo dell’impero sovietico, in seguito a ragioni prevalentemente endogene).
1° sistema “viennese”
Il sistema “viennese” scaturì nell’ambito del Congresso di Vienna (1815) da un negoziato politico tra potenze conservatrici dell’area centro-orientale dell’Europa (Austria, Prussia, Russia) da una parte, e dall’altra l’estremo occidente Europeo (insulare e britannico); ma tale sistema si dimostrò nel tempo estremamente flessibile e plastico.
2° sistema “versagliese”
Il sistema “versagliese” fu inaugurato nel 1919; il Trattato di Versailles ha ratificato e sistematizzato la fine della Prima Guerra Mondiale, ma si è rivelato un episodio interno della guerra dei Trent'anni del XX secolo (1914-1945). Versailles, nonostante diversi sforzi, invece di bloccare il processo in corso, contribuì ad accelerarlo. Venne a mancare un complesso meccanismo volto a conservare l’equilibrio nell’area dell’Europa centrale. C’erano:
- La Società delle Nazioni, creata e abbandonata dagli americani;
- Divergenze tra gli stessi vincitori e tra i vinti;
- A partire dal 1922, l’Unione Sovietica;
- Stati cuscinetto, che sorgevano tra due grandi potenze rivali o potenzialmente ostili.
Erano crollati l’impero austro-ungarico, l’impero ottomano e lo stesso Kaiserreich mentre l’impero russo era sfuggito all’invasione bellica austro-turco-germanica, alla guerra civile contadina, alla guerra civile dei rossi contro i bianchi sostenuti dall’Intese e alle stesse regole di Versailles.
1917 = prodotto di tre rivoluzioni:
- L’occidentalista-liberale di febbraio;
- La proletaria dei Soviet e delle città industriale;
- La contadina delle immense campagne;
ma nessuno era riuscito ad innescare la rivoluzione socialista internazionale. Il sistema di Versailles nulla poté, a partire dagli anni ’30, contro il macrorevisionismo tedesco, quello giapponese e contro tutti i rissosi micro revisionismi. Periodo tra le due guerre caratterizzato da: guerre politiche, guerre civili, scontri sociali, crollo di gran parte delle democrazie europee, avvento di dittature, crisi economiche, nascita movimenti anticolonisti e avventure coloniali.
Il sistema di Versailles si trovò a convivere, pur proponendosi come ordine mondiale, con una pronunciata anarchia internazionale. Ci volle un’altra guerra mondiale, iniziata in Europa dalla Germania nazista e in Asia dal Giappone militarista, perché gli Stati Uniti assumessero la leadership politica delle potenze di mare e dell’intero mondo occidentale. Alla fine della 1° Guerra Mondiale gli stessi Stati Uniti, nonostante il crollo di Wall Street (1929), erano già universalmente riconosciuti come la massima potenza economica del pianeta. Le potenze di terra (Germania soprattutto) avevano tendenzialmente una più forte propensione protezionistica, militaristica, autoritaria, volta a privilegiare la sicurezza. La Germania, con due guerre mondiali, tentò, fallendo, di sottrarsi alla maggiore mobilità delle potenze di mare e di assumere la leadership delle potenze di terra. La sanguinosa disfatta delle ambizioni tedesche (1945) creò, nel corso della guerra fredda, le premesse per il confronto, nuclearizzato su tutti i fronti, tra la potenza-leader di mare, gli Stati Uniti, e la potenza-leader di terra, l’URSS.
Il sistema crollerà per l’inefficienza della Società delle Nazioni, per la fallita scommessa sulle democrazie, per la diffusione dei nazionalismi, per la paura suscitata dalla presenza di una repubblica bolscevica, per la riscossa espansionistica del vinto principale, la Germania.
3° sistema “bipolare”
A partire dal 1945 si stabilì un ordine di fatto e non di diritto. Nonostante i numerosi tentativi nulla fu realmente negoziato. Si formarono due campi antagonisti, divisi sugli assetti geopolitici, sul patrimonio ideologico, sui valori da difendere, sui modelli economici e sulle forme politiche adottate. Questo sistema crollerà per il tracollo e l’implosione relativamente pacifica di uno dei due garanti dell’ordine, cioè l’URSS. Il mondo si ritrovò nel 1945 a essere regolato non da un trattato ma dalla situazione militare esistente al momento della capitolazione tedesca (maggio 1945) e giapponese (agosto 1945). Il sistema tendenzialmente bipolare del 1945 fu assai più simile a quello unipolare di Vienna che a quello multipolare di Versailles. Eppure, come Vienna, a differenza di Versailles, nonostante i conflitti armati nelle aree periferiche del pianeta, ebbe, dal punto di vista del mantenimento della pace, una tenuta tutto sommato buona. Tale pax armata fu definita, a partire dal 1947, “guerra fredda”.
Gli sconfitti, vale a dire i principali paesi ex fascisti o comunque dell’Asse (Giappone, Germania e Italia) furono privati all’interno del mondo occidentale, di sovranità e di una politica estera autonoma e furono occupati militarmente dagli alleati. I paesi sconfitti, reclutati nel campo dei vincitori della nuova spartizione del mondo, si concentrarono sul proprio sviluppo economico interno, effettuando una rapida ricostruzione (con il Piano Marshall e gli aiuti americani), godettero del fatto di essere aree di frontiera e furono quindi particolarmente sostenuti dagli americani in funzione antisovietica.
Inizio, conclusione e tappe intermedie della guerra fredda
La guerra fredda si concluse verso la metà degli anni ’70 e in particolare nel 1975. La politica dei blocchi (compagna di strada, causa ed effetto della guerra fredda) ebbe invece termine negli anni 1985-1991, anni della Perestrojka, del tramonto del comunismo e dell’implosione dell’impero esterno (1989) e dell’impero interno (1991) dell’URSS. Tutto ciò comportò il tramonto dell’URSS e il frammentarsi dell’immenso e bicontinentale spazio russo-zarista-sovietico. La data simbolica, al fine di individuare il momento conclusivo della politica dei blocchi, risale al 9 novembre 1989 (si decise di abbattere il muro di Berlino).
La guerra fredda cominciò nell’immediato secondo dopoguerra. La presa d’atto iniziale fu il discorso di Churchill, pronunciato il 5 marzo 1946, discorso in cui comparve per la prima volta l’espressione “cortina di ferro”: da Stettino, sul Mar Baltico, a Trieste, sull’Adriatico, una cortina di ferro era scesa a dividere il continente europeo. Tra il 1946 e il 1947 ha avuto inizio la guerra fredda: è stato in modo progressivo percepito in Occidente il costituirsi di tale fenomeno e soprattutto del processo che conduceva il mondo a dividersi in blocchi rigidi.
1835: Tocqueville al termine de "La Democrazia in America" fa una “profezia”: i russi e gli americani sembrano chiamati da un segreto disegno della provvidenza a tenere un giorno nelle loro mani i destini della metà del mondo, l’uno avanzava nella libertà, l’altro nella servitù. Solo con lo scenario successivo alla Seconda guerra mondiale sembra plausibile poter discorrere di guerra fredda: solo negli eventi della stessa seconda guerra mondiale è possibile scorgere i presupposti della guerra fredda stessa. Sulla fine della guerra fredda sembrano non esserci dubbi: nel 1989-1991 il brusco concludersi della guerra fredda ha avuto come effetto prevalente il compattarsi e l’omogeneizzarsi di tutto il 45ennio 1946-1991.
Mentre si svolgevano gli eventi, rubricabili come episodi della guerra fredda, le narrazioni ideologiche e i dispositivi teoricopolitici che li accompagnavano erano altri da essi: erano marxismo-leninismo di scuola sovietica; liberalismo politico ed economico di matrice anglosassone; aspirazione al Welfare nella prospettiva della socialdemocrazia europea; cristianesimo sociale e democratico; occidentalismo e suoi valori; indipendentismo neonazionalistico; anticolonialismo. Guerra fredda = costante e insieme discontinuo succedersi di eventi e di strategie, lungo la seconda metà del XX secolo. L’autorevole “Le Monde Diplomatique” aveva cominciato le sue pubblicazioni nel 1954 e suddivise la fase della guerra fredda in due periodi:
- Il primo periodo identificato con gli anni del confronto “eurotedesco” (1947-1949); esso aveva suo epicentro in Berlino e comportava da una parte la cacciata dei comunisti latini (francesi e italiani) dai governi di unità nazionale (1947) e dall’altra parte il “colpo di Praga” stalinista (1948) che segnò la fine della seconda repubblica cecoslovacca del '900;
- Il secondo periodo identificato con la “fase calda” asiatica protrattasi dal 1949 al 1953, cioè dall’affermarsi della rivoluzione cinese e dalla creazione della Repubblica Popolare Cinese (1° ottobre 1949) sino alla fine della Guerra di Corea (27 luglio 1953).
Altri periodici occidentali si mossero in modo non molto diverso: con sollievo, dopo la morte di Stalin, iniziavano a utilizzare i termini “distensione” e “competizione” (poi “coesistenza”) pacifica. La questione della guerra fredda fu, sul terreno del discorso politico, un problema che riguardò unicamente gli statisti, i politici e gli intellettuali occidentali, a cominciare da quelli di “sinistra”. I sovietici, ne furono ovviamente i protagonisti, ma secondo loro punto di vista vi era:
- Un campo socialista che voleva la pace e produceva per sua stessa natura la pace;
- Un campo imperialistico che voleva la guerra e produceva per sua stessa natura la guerra.
Dal punto di vista pratico, l’URSS seppe esprimere una politica estera sofisticata sul piano tattico, rigida e prudente al tempo stesso.
Periodizzazione del terzo grande sistema delle relazioni internazionali, la pax armata sovieticoamericana
- Progressiva frattura euro-germanico-asiatica con inizio della decolonizzazione (1944-1954);
- Relativo disgelo (1955-1964);
- Coesistenza pacifica affiancata da guerra in Indocina (1965-1975);
- Interludio segnato da nervosismo sovietico e da “sindrome del Vietnam” americana (1976-1979);
- Ripresa meno ideologizzata e più “geopolitica” del confronto ostile (1980-1985);
- Progressiva fine non della guerra fredda ma dei blocchi, con catastrofe intermedia sovietica (1985-1994).
Ogni fase ha importanti momenti interni che smentiscono l’uniformità e la coerenza della fase stessa.
- Nella fase iniziale: vittoria congiunta sul nazifascismo, il processo unitario ai crimini di guerra, il richiamo di tutti alla pace come valore e necessità, l’inizio del terrore nucleare;
- Nel “disgelo”: il nonallineamento, il Patto di Varsavia, il riarmo tedesco-occidentale, il dissidio e lo scisma cino-sovietico, la decolonizzazione, il Muro di Berlino, la crisi di Cuba, l’assassinio di Kennedy;
- Nella coesistenza: guerra vietnamita e umiliazione statunitense che ne è conseguita, il massacro dei comunisti in Indonesia, l’acutizzarsi del controllo statunitense sull’America latina;
- Nella “riglaciazione”: dissenso nell’Est, negoziati sui missili, l’amministrazione Carter e la politica dei diritti umani;
- Nella fine dei blocchi: guerra del Golfo, terrorismo islamico, prima fase della disintegrazione della Jugoslavia e guerra nei Balcani.
Il confronto tra i due sistemi è stato permanente, ma puntellato da dialoghi, aperture, accordi, intese più o meno cordiali, sfide per la conquista dei cieli e sfide economiche. Una diffusa vulgata giornalisticostoriografica successiva al 1991 descrive i due sistemi sempre sul punto di distruggersi a vicenda: in realtà, da un punto di vista sistemico, essi sono stati funzionali l’uno all’altro e alternativi, per insormontabile Realpolitik atomica, ma anche e soprattutto per reciproco interesse geopolitico.
La grande divisione e la guerra fredda di posizione
1941: Unione Sovietica e Stati Uniti, dopo un attacco alle potenze dell’Asse, entrarono in guerra. Il 22 giugno la Germania nazista aggredì l’URSS senza dichiarazione di guerra. Il 7 dicembre i giapponesi, anche in questo caso di sorpresa, avevano attaccato la base americana di Pearl Harbor, nelle Hawaii. USA e URSS aprirono una fase di stretta collaborazione e inaugurarono la Grande Alleanza. Mentre gli inglesi, sul piano diplomatico, continuarono a essere più diffidenti nei confronti dell’URSS, tra americani e sovietici, che per un lungo periodo versarono in una situazione disperata sul piano militare, si sviluppò in vari momenti un rapporto di stretta e solidale cooperazione. I sovietici, sul fronte europeo, sopportarono a lungo il peso maggiore della guerra, con un numero di caduti non paragonabile a quello di tutti gli altri contendenti. La Grande Alleanza avrebbe potuto sottrarre il popolo sovietico al suo autarchico e cupo isolamento.
Gennaio 1943 Conferenza di Casablanca: Roosevelt, incontratosi con Churchill, aveva sostenuto che il conflitto avrebbe potuto essere chiuso solo in seguito alla resa incondizionata delle potenze dell’Asse, a cominciare da Germania e Italia. La questione polacca fu un elemento di fortissima frizione. La guerra era iniziata proprio per difendere i polacchi dai nazisti: ora i polacchi, divisi politicamente tra il lontano governo in esilio e il locale Comitato di Lublino a maggioranza comunista, rischiavano di essere di nuovo inglobati da coloro che, in combutta con i nazisti, nel 1939, se li erano spartiti. Nonostante non pochi tentativi, i vari incontri al vertice che vennero allora organizzati, i richiami ai principi democratici della Carta Atlantica, lo scioglimento da parte di Stalin nel 1943 dell’Internazionale Comunista e l’intenzione di arrivare a una nuova Organizzazione delle Nazioni Unite, non riuscirono a far prevalere la logica del negoziato su quella del fatto compiuto. Mancarono decisioni formalmente operative e una strumentazione diplomaticomilitare da tutti accettata e volta all’applicazione di eventuali decisioni.
28 novembre – 1° dicembre 1943 Conferenza di Teheran (primo incontro tra Churchill, Roosevelt e Stalin): si decisero lo sbarco nel Nord della Francia e i futuri confini della Polonia, ma non l’assetto interno di quest’ultima.
Agosto-settembre 1944 Conferenza di Dumbarton Oaks: si delineò lo statuto di una nuova organizzazione internazionale, ma vennero alla luce differenze sul futuro assetto della Germania. Churchill, a differenza degli americani, aveva sin dall’inizio nutrito meno illusioni sulla possibilità di un mutamento di natura dell’URSS.
4-11 febbraio 1945 Conferenza di Yalta: diventò l’evento e luogo simbolico. Condizionata dall’incertezza, in campo occidentale, circa la logica da seguire: sul terreno vi erano la politica dei principi (come quelli della Carta Atlantica) e la politica del fatto compiuto. Al fine di risolvere i problemi relativi ai futuri assetti dell’“Europa liberata” si volle tener conto dei principi (libere elezioni, autodeterminazione dei popoli, rinuncia a conquiste territoriali e all’uso della forza, cooperazione internazionale, partecipazione di tutti al commercio mondiale) e insieme tener conto del fatto compiuto (occupazione sovietica e quindi gestione sovietica dell’applicazione dei principi stessi). Yalta in un modo tutto improprio divenne simbolo della spartizione del mondo, che avvenne senza dubbio sulla base di processi politico-militari che si stavano svolgendo altrove: in Polonia, in Germania, in Jugoslavia e negli altri paesi dell’Europa centro-orientale.
La questione tedesca era un problema che stava cambiando volto ogni giorno che passava. Occorreva porre la Germania nelle condizioni di non nuocere più in avvenire. I fatti compiuti cominciarono a prevalere sugli accordi e sui principi e le stesse truppe anglo-americane cominciarono a penetrare nella Germania occidentale. E gli occidentali non si dimostravano inclini a procedere a uno smembramento radicale. Solo la Francia sembrava volersi garantire un avvenire sicuro con misure draconiane per l’unità tedesca, la qual cosa non poteva incontrare l’interessato sostegno sovietico. De Gaulle era riuscito ad accreditare la Francia, occupata e collaborazionista tra il 1940 e il 1944, tra le potenze vincitrici del conflitto. Il campo degli occidentali non era perfettamente unito: gli Stati Uniti non ne avevano ancora completamente preso la guida. L’Armata Rossa, tre mesi prima della fine del conflitto, occupava già la Romania, la Bulgaria, la Polonia, i Paesi baltici, la Prussia orientale, due terzi dell’Ungheria e della Jugoslavia, la parte orientale della Cecoslovacchia e gran parte della Slesia e della Pomezia. Mentre si procedeva all’abbattimento del nazismo e alla liberazione dei territori occupati dal Reich, l’area che un tempo era stata l’Europa centrale si stava trasformando in Europa orientale e gli stati cuscinetto dei vincitori di Versailles stavano per diventare il cordone sanitario predisposto dall’URSS contro gli alleati, un cordone che implicava omologazione assoluta al modello politico e sociale dell’URSS.
Occidente e Oriente, due termini geografici, stavano assumendo anche in Europa, marcate connotazioni ideologiche. Per i sovietici, l’Occidente sarebbe diventato la terra di un capitalismo destinato a essere travolto dalle proprie contraddizioni economiche; per gli americani/europei l’Oriente sarebbe diventato sinonimo di dispotismo, collettivismo totalitario e storica arretratezza alla ricerca, attraverso il comunismo, di una impossibile modernizzazione. Il Centro perderà, dopo la Conferenza di Yalta, di ogni significato geopolitico. Il processo relativo alla perdita del Centro è stato contrassegnato da [...]
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