Due secoli di migrazioni preunitarie
Cronologia e geografia
Non è facile stabilire una data di inizio dell’emigrazione italiana. Per rimediare a tale incertezza cronologica si adottano comunemente scansioni temporali. La prima cesura si colloca nel corso del Cinquecento per la formazione di nuovi centri di produzione e di commercio conseguenti al declino economico italiano. La seconda cesura si determinò nell’ultimo decennio del Settecento.
Il momento dell’unificazione politica del paese scandisce una data significativa per i movimenti migratori: innanzitutto per i suoi effetti sui confini, quindi per quelli più generali di unificazione del mercato e di trasformazione della rete di trasporti e di adozione di politiche migratorie. Nella storia dell’Italia unita si distinguono normalmente tre momenti principali: quello che va dall’età liberale fino alla prima guerra mondiale, quello fra le due guerre e un’ultima fase, dalla seconda metà del Novecento fino alla metà degli anni sessanta.
È ormai diffuso il consenso sulla necessità di tenere conto non solo dei movimenti migratori di cosiddetto “lungo raggio”, esterni alla penisola italiana o transoceanici, ma anche di quelli interni, a causa della secolare frammentazione politica e territoriale dell’Italia. A tal proposito non va dimenticato che molti spostamenti in alcune epoche registrati come episodi di mobilità interna divennero successivamente emigrazione all’estero, come il caso dei contadini piemontesi verso le località dell’entroterra di Nizza, divenuta francese dopo il 1859.
La rete degli spostamenti a lunga distanza, che ha affiancato la mobilità locale, può essere fatta risalire all’età moderna e anche medievale. Fu allora che ragioni legate alle possibilità di guadagno, di valorizzazione delle competenze professionali e di mestiere, fecero passare in secondo’ordine la lunghezza dei trasferimenti. Va aggiunto un ulteriore dato: la secolare presenza, fuori dei confini della penisola, di comunità di lingua italiana, sedimentate talvolta fin dall’età medievale e dell’espansione artistica rinascimentale.
I protagonisti
Emerge come commercianti, artigiani e addetti all’edilizia siano state le categorie più rappresentate nelle migrazioni, oltre naturalmente ai numerosi contingenti di lavoratori agricoli stagionali di ambo i sessi che si muovevano fra le varie aree territoriali italiane. Le traiettorie di quanti, per esercitare il proprio lavoro, dovevano allontanarsi dal luogo di origine si distendevano attraverso i confini dei vari stati presenti nella penisola italiana.
Roma era, a inizio Ottocento, parte di uno dei sette principali sistemi migratori in funzione in Europa; altri tre avevano come luogo centrale di attrazione le grandi capitali europee, Londra, Parigi e Madrid. La differenziazione del mercato del lavoro di Roma all’inizio dell’Ottocento rifletteva l’esistenza di consolidate correnti migratorie che fino dall’età moderna valicavano le frontiere fra i vari stati italiani e connettevano aree molto distanti tra loro attraverso l’esercizio di qualche mestiere.
In città gli immigrati originari della medesima località si riunivano in compagnie e società di fratellanza sotto l’egida di un santo protettore, per garantirsi l’accesso al mercato del lavoro e mantenerne il controllo, per trasmettere le competenze del mestiere, ma anche per garantirsi aiuto reciproco in caso di malattia e di infortunio.
Oltre ai molti artigiani e venditori ambulanti, si annoveravano girovaghi, commedianti di strada, suonatori di organo di barberia e di altri strumenti, saltimbanchi, prestigiatori, domatori di orsi, di scimmie e cani sapienti, indovini e ciarlatani d’ogni specie, avrebbe risposto un console del regno. I più appariscenti erano i suonatori, segnalati nelle principali città europee, come Parigi e Londra, ma anche a New York.
Gli itinerari della maggioranza meno visibile erano tuttavia differenziati a seconda dei mestieri esercitati e del sesso, anche quando partivano dalla medesima comunità. Chi intraprendeva il viaggio più lungo, quello transoceanico, aveva già alle spalle una tradizione familiare o un lungo apprendistato personale di migrazioni interne.
Le migrazioni circolari
I mestieri dell’edilizia richiamavano nelle città poste al di qua e al di là delle Alpi il numero più consistente di immigrati. Altre migrazioni artigiane intrecciavano i loro percorsi a quelli dei gruppi fin qui osservati, disperdendosi nei borghi e nei villaggi oltre che nelle città. Calderai, fabbri, spazzacamini, arrotini e tessitori, ma anche artisti girovaghi e suonatori ambulanti, erano tutti incamminati in itinerari circolari di esodo stagionale prevalentemente maschile. Le montagne, e le Alpi in particolare, costituirono per secoli il principale serbatoio di lavoro migrante non solo in Italia, ma nell’intera Europa.
Importanti conseguenze derivano dal dato comune che gli emigranti in partenza dai paesi di montagna delle Alpi erano pressoché esclusivamente di sesso maschile. Le partenze degli uomini avevano come primo effetto una generalizzata femminilizzazione dell’agricoltura, ma anche dell’allevamento e di altre attività, come il trasporto delle merci. Le assenze maschili si riflettevano anche in un’organizzazione sociale in cui le donne assumevano vasti compiti di supplenza. Le conseguenze delle migrazioni maschili sono inoltre risultate ben visibili sull’andamento demografico delle comunità, con particolare riguardo alle variazioni stagionali delle nascite.
Poiché lo scopo della partenza era di procurare redditi aggiuntivi da utilizzare nelle comunità di origine, questa era il luogo dove i proventi del lavoro svolto altrove erano utilizzati per raggiungere gli obiettivi di mobilità sociale. La celebrazione dei successi raggiunti in luoghi assai lontani non erano certo solo opera di beneficenza, ma anche di ratifica sociale del potere economico raggiunto.
Un ulteriore risvolto di tale tipo di migrazioni consiste nella funzione di fonte di credito che a terra assumeva nella maggior parte delle comunità dedite all’emigrazione circolare. Gli emigranti in partenza infatti si procuravano il denaro contante ipotecando i terreni di proprietà.
Un ultimo importante aspetto delle migrazioni circolari, soprattutto degli artigiani, è quello del sistema di alleanze sociali che ne permetteva il funzionamento e della loro struttura gerarchica, che si fondava sia sui diversi momenti del ciclo di vita individuale, sia su rapporti di potere e di dipendenza economica.
Nel corso dell’Ottocento si determinò una radicale trasformazione dei percorsi, ma anche della natura, delle migrazioni artigiane. In primo luogo, l’Ottocento assisté al declino di antiche competenze dell’artigianato. Soltanto alcune specializzazioni artigianali seppero resistere più a lungo alla sfida posta dal confronto con la produzione industriale.
La rovina dell’industria tessile casalinga, insidiata a partire dalla seconda metà dell’Ottocento dalla concorrenza manifatturiera determinò la seconda importante trasformazione. Il processo di proletarizzazione dei tessitori da un lato ha messo in moto nuove correnti migratorie alimentate da coloro che cercavano di mantenere la connotazione artigianale del proprio lavoro, secondo una sequenza che è stata sperimentata in termini analoghi sia nel Comasco che nel Biellese. Dall’altro lato, essa nel corso del secolo ha ridotto gli spazi della tessitura casalinga, costringendo le comunità e le famiglie che si fondavano sui redditi da essa prodotti a ricorrere a mestieri più richiesti dal mercato.
Ciò conduce alla terza circostanza che connota significativamente l’evoluzione delle migrazioni circolari in età contemporanea: vale a dire il primato dei saperi dell’edilizia. L’emigrazione legata ai vari mestieri dell’edilizia si estese soprattutto a partire dall’età napoleonica. Le caratteristiche del lavoro edilizio furono largamente responsabili del passaggio da uno schema migratorio stagionale a ritmi scanditi dalle esigenze dei grandi cantieri per la costruzione di opere infrastrutturali dove tecnici, operai qualificati e manovali cercavano e trovavano prevalentemente i loro ingaggi. Il ritorno non avveniva più alla fine della buona stagione, ma alla conclusione dei lavori.
Italiani senza Italia
Gli italiani apparivano divisi in due categorie: da un lato un numero crescente di nuovi arrivati, cenciosi ed analfabeti, che esercitavano nelle strade mestieri sovente contigui all’accattonaggio; dall’altro la schiera dei professionisti, degli artisti, talvolta dei nobili e degli industriali.
L’emigrazione politica ottocentesca, inaugurata dai giacobini napoletani del 1799, fu destinata a incrementarsi dopo la restaurazione del 1815 e ancor più dopo il 1821. Le rivoluzioni e le guerre del 1848 provocarono tuttavia il numero più ingente di esuli e di profughi. L’obiettivo degli esuli era di allontanarsi il meno possibile dal teatro della loro azione politica, che era l’Italia, trovando rifugio prevalentemente in altri stati della stessa penisola.
L’ondata che dovette riparare all’estero nel 1821 fu la più numerosa e le destinazioni prevalenti furono la Francia e la Svizzera. Di qui, tuttavia, la maggior parte degli esuli si spostò negli anni successivi in Belgio e in Inghilterra, che rimasero per tutto l’Ottocento le sedi più accoglienti per i rifugiati politici di tutta Europa.
Quantunque per qualcuno si aprisse la strada all’integrazione e anche al successo professionale, dalla maggior parte vennero sperimentati i disagi economici, l’isolamento sociale e la difficoltà a mantenere vivo l’impegno politico e le indispensabili connessioni con i gruppi attivi in Italia, tratti che avrebbero contraddistinto anche in seguito l’esperienza dell’esilio.
Anche se gli esuli politici viaggiavano attraverso reti sociali e verso destinazioni differenti da quelle della massa ben più numerosa degli emigranti delle classi popolari, l’edificazione delle strutture comunitarie che avrebbero identificato le “colonie” italiane all’estero fu opera loro.
La grande migrazione
Il quadro europeo e la grande migrazione
Nel corso dell’Ottocento l’emigrazione transoceanica si affermò come prima meta migratoria di molti europei. L’esodo di massa fu reso possibile dalla rivoluzione dei trasporti. La navigazione a vapore, per esempio, che sostituì quella a vela. Le migrazioni europee verso gli Stati Uniti ebbero un andamento ondulatorio: ebbero un’impennata quando venne varato lo Homestead Act, che incentivava l’insediamento nei territori dell’Ovest lungo la linea della frontiera. Cominciava così il sogno americano di avere la terra praticamente a titolo gratuito. Dalla Gran Bretagna partì, fino alla prima guerra mondiale, il maggior numero di emigranti, con l’Irlanda che vide un quinto della propria popolazione lasciare il paese alla volta dell’America.
L’esodo, iniziato dai paesi nord-europei, ai primi del Novecento era per due terzi composto da popolazioni provenienti dall’Europa meridionale e orientale. Questa nuova emigrazione si distribuì prevalentemente nelle città industriali della costa orientale degli Stati Uniti.
L’Italia al tempo della grande emigrazione
La società italiana preunitaria era una società immobile. Nei decenni successivi all’unificazione i movimenti migratori non solo si intensificarono progressivamente, ma, coinvolgendo nuovi protagonisti e aprendo anche per questi ultimi nuove rotte come quelle transoceaniche, condussero a quella che si è potuta definire come una riscoperta dell’America. Assumendo spesso il carattere di esodo definitivo, le partenze divennero inoltre sempre più visibili e tali da costituire la “grande migrazione”. Le mete del grande esodo toccarono in eguale misura i paesi europei e quelli transoceanici.
Sulla “grande emigrazione” si concentrò subito l’attenzione degli osservatori contemporanei: giornalisti, economisti e uomini politici dedicarono fin da allora le loro analisi all’individuazione delle cause di un fenomeno che appariva devastante per il tessuto sociale del paese, dividendosi sulla valutazione delle cause ma ancor più su quella delle conseguenze. Nei confronti delle prime, a chi indicava la situazione di impoverimento e di disagio di molte famiglie contadine e artigiane, si contrapponeva chi accusava gli emigranti di seguire folli sogni di facili ricchezze.
Riguardo alle seconde, a chi rilevava i vantaggi che le famiglie e le comunità traevano dai redditi aggiuntivi procurati con l’emigrazione, gli effetti di incivilimento dei costumi e di maggior dinamismo anche imprenditoriale, si contrapponevano quanti accusavano i viaggi all’estero come responsabili della disgregazione delle famiglie, della perdita dell’onore delle donne, dell’abbandono dei campi, dell’oblio delle pratiche religiose, della diffusione di malattie fisiche e morali.
La “miseria” e la sovrappopolazione sono state a lungo indicate come le principali responsabili di questo imponente esodo, ma questa spiegazione appare oggi semplicistica. Le cause sono più complesse e vanno fatte risalire molto addietro nel tempo. Vaste aree agricole della penisola, e tutte le città, si alimentavano del lavoro migrante. A queste diffuse pratiche di scambi stagionali di manodopera si aggiunse la progressiva crescita demografica in atto nella prima metà dell’Ottocento, che investì i principali sistemi agricoli italiani: quello della cascina, diffuso nelle pianure settentrionali, quello del latifondo, prevalente nelle realtà interne del Mezzogiorno rurale e in vaste zone del Lazio e della Maremma. I sistemi agrari produssero un’eccedenza cronica della manodopera. Ma la crisi dell’economia agricola aveva anche altre radici.
Negli anni successivi alla nascita del nuovo stato unitario, a causa dell’usurpazione dei beni comunali e dei demani la popolazione rurale, da un lato, si trovò privata dell’utilizzo di alcune risorse del territorio di cui era stata tradizionalmente beneficiaria, dall’altro, venivano soppressi alcuni sostegni istituzionali, ossia elementi di quell’apparato assistenziale e di beneficenza che in passato aveva alleviato il pauperismo. Ad accrescere il disagio si aggiunsero i nuovi carichi tributari imposti dai governi del regno unito. E si aggravò anche l’usura.
La restrizione dei tradizionali circuiti dell’artigianato e dell’industria rurale, a causa sia dell’impoverimento contadino, sia della concorrenza delle prime merci capitalistiche, fu un ulteriore elemento di crisi. Da questo punto di vista l’emigrazione italiana fu l’occasione che permise agli artigiani di mantenere in vita competenze di mestiere.
Al declino dei vecchi mestieri artigiani si aggiunse, a partire dagli anni ottanta, la crisi della manifattura domestica contadina, che investì molte zone del paese. La crisi ridusse drasticamente i redditi agricoli, comprimendo la domanda rurale di manufatti e trasformò anche la distribuzione del lavoro contadino tra terra e manifattura a scapito del lavoro extra-agricolo.
La crisi agraria degli anni settanta dette ulteriore impulso ai movimenti migratori. Un ultimo fattore che favorì l’esodo fu infine costituito dal rapporto tra salari, disoccupazione ed emigrazione: all’esiguità del salario agricolo percepito dalla popolazione rurale si accompagnava, con effetti ancor più disastrosi, il basso numero di giornate lavorative che i coloni riuscivano a realizzare in un anno.
Fu la stessa conclusione dei grandi lavori pubblici, legati alle infrastrutture del nuovo stato nazionale, a produrre le molte migliaia di disoccupati che accrebbero le grandi ondate migratorie dell’ultimo scorcio dell’Ottocento e del primo quindicennio del nuovo secolo.
L’arretratezza di molte aree meridionali costituì una condizione per cui non si poté realizzare quel nesso favorevole tra aumento demografico ed espansione economica che avvenne invece nell’area nord-occidentale del paese. L’incremento di popolazione, costantemente più alto rispetto al Centro-Nord, dette origine a un sempre più elevato saldo migratorio che comportò la progressiva diminuzione demografica del Sud. L’emigrazione tutelò dal disastro economico una società rurale che sopravvisse ancora proprio grazie a questa “valvola di sfogo”.
Le condizioni di vita materiale dei contadini meridionali negli anni della grande emigrazione sono state ampiamente documentate. Gli strati più poveri della popolazione rurale vivevano spesso in abituri ove erano ignote le più elementari regole igieniche. Anche la dieta dei contadini era molto povera, composta prevalentemente da legumi e cereali. La dieta degli uomini era tuttavia di solito migliore di quella delle donne e dei bambini, dal momento che, quando lavoravano lontano da casa, una parte della retribuzione era costituita dai pasti.
Le inchieste forniscono anche un quadro abbastanza preciso dell’impatto che i fenomeni migratori del paese avevano sulle aree di partenza. In alcuni ambiti furono drammatici. Per quello che riguarda il lavoro, per esempio: in quasi tutte le regioni di grande emigrazione si riscontrò un aumento del lavoro femminile e minorile, che andò a sostituire quello degli uomini. Dove l’emigrazione ha diminuito notevolmente la popolazione maschile, le donne hanno sostituito l’uomo anche nei lavori più faticosi. A ciò corrispose spesso un aumento della mortalità infantile causata dall’eccessivo lavoro delle madri.
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