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Il dibattito sulla guerra come fattore di emancipazione femminile

Innanzitutto la Prima Guerra Mondiale può essere considerata come un fattore di emancipazione per la figura della donna poiché questa entra a far parte di un mondo che precedentemente non le apparteneva, o meglio le apparteneva ma ciò era sconosciuto all’opinione pubblica dell’epoca. La donna infatti già aveva avuto esperienze lavorative prima dello scoppio del conflitto, ma l’attenzione che le era stata rivolta era stata piuttosto minima. Con l’avvento della guerra e l’aumento della richiesta di lavoro e la necessità di coprire quei “vuoti” lasciati dai chiamati al fronte, la donna entra nel mondo del lavoro ricoprendo ruoli tradizionalmente ritenuti maschili ed è proprio ciò a suscitare scalpore.

La prima forma di emancipazione che la donna può ottenere con il lavoro è la possibilità di individuare un salario individuale che quindi sancisce di fatto l’autonomia economica della donna. Dall’inizio della guerra la donna percepiva un salario inferiore a parità di mansione rispetto all’uomo, questa riuscirà ad ottenere la parità di stipendio con la fine del conflitto e il primo dopoguerra. In Italia, così come in altre nazioni belligeranti, la guerra era vista come un “banco di prova” per le capacità della donna che chiedeva con il lavoro stesso, emancipazione.

Negli Stati Uniti la guerra aveva permesso l’accesso alle donne a lavori ritenuti socialmente più elevati delle solite mansioni femminili quali quelle della sarta. Questo miglioramento non è però soltanto sociale ma anche economico perché permetteva alle donne di accedere ad un lavoro con cui ottenere un salario molto più alto di quello della sarta e alcune di queste riuscivano ad ottenere in rari casi anche forme di pensione. Con l’accesso delle donne nel mondo del lavoro nascono anche forme di tutela sindacale esclusivamente femminile e le donne si dimostrarono ben più combattive di quanto si era previsto.

In generale la Prima Guerra Mondiale rappresenta un momento di svolta nello sviluppo del mercato del lavoro in merito alla presenza femminile. Inizialmente l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro viene visto in modo ambiguo dai datori di lavoro poiché le donne possono sì essere pagate molto meno, ma risultano comunque meno esperte rispetto alla mano d’opera maschile. Solo dopo aver appreso il proprio mestiere o dopo aver frequentato corsi la mano d’opera femminile si dimostrerà come essenziale per l’andamento economico della nazione italiana durante la guerra.

Infatti le prime forme di ingresso della donna in ambito lavorativo avranno solo scopi assistenzialistici. Servivano quindi per dare appunto assistenza ai nuclei familiari in cui gli uomini erano stati chiamati al fronte e non potevano più sostenere economicamente i familiari. La modernità tecnologica viene vista in questo periodo come una forza distruttrice ma allo stesso tempo come emancipatrice poiché la donna può accedere ai settori industriali legati alla guerra (produzione di armi, proiettili, munizioni, ecc). Quella della guerra rappresenta un’esperienza che porta a vedere la donna lavoratrice nel settore terziario come facente parte di una classe operaia ormai stabile che costituirà il nuovo ceto sociale colletti bianchi.

Si tratta di un’esperienza che anche se inizialmente mostrata all’opinione pubblica come “eccezionale” e dovuta solo ed esclusivamente alle esigenze di guerra, segnerà profondamente la visione culturale della donna che verrà vista d’ora in avanti come capace di sostituire a pieno la mano d’opera maschile. Si manifesterà infatti come impossibile dimenticare l’esperienza femminile nel mondo del lavoro avvenuta in tempo di guerra e in Italia questo porterà all’incirca nel 1919 a riconoscere ufficialmente il ruolo lavorativo della donna nell’industria.

Il ruolo della donna all’interno delle aziende italiane divenne di importanza tale da spingere l’emanazione di leggi che ne tutelassero i diritti in merito ad orari e condizioni di lavoro.

Le donne nelle fabbriche: sostituzione o espansione del mondo del lavoro?

Inizialmente le donne entrano nel mondo del lavoro solo perché le aziende sono obbligate ad assumerle. Infatti di fronte all’obbligo di prestare servizio in guerra per gli uomini le fabbriche e gli uffici italiani si ritrovano privi di mano d’opera. Si cerca all’inizio di richiamare i lavoratori pensionati o quelle figure che per la propria competenza risultavano indispensabili a permettere il proseguimento delle varie attività lavorative, ma ciò nonostante la mano d’opera risultava comunque scarsa. Per questo motivo i vari dirigenti si videro costretti ad assumere donne. Molte di queste si erano esse stesse presentate agli uffici di collocamento poiché con la chiamata degli uomini al fronte queste si vedevano private di ogni forma di sostentamento economico.

Il lavoro per queste donne diventerà allora una vera e propria forma di assistenza economica. Gli operai il cui lavoro era facilmente sostituibile da mano d’opera femminile poiché non basato su particolari competenze specifiche erano invece costretti a combattere al fronte. In realtà però un vero e proprio fenomeno di sostituzione da parte delle donne nei confronti della mancante mano d’opera maschile può essere individuata solo nell’ambito dell’agricoltura. Prima della guerra l’Italia era una nazione che ancora si basava principalmente sull’agricoltura ed è per questo che la maggior parte della popolazione era costituita proprio da contadini. La maggior parte degli uomini chiamati al fronte erano dunque contadini. Per questo le donne saranno costrette ad occuparsi delle terre al loro posto in periodo di guerra (lavoro agricolo stagionale).

Di fatto nell’industria di guerra le donne non sostituirono la mano d’opera maschile chiamata a combattere ma costituirono la massa operaia assai rilevante aggiuntiva e non qualificata che era stata richiesta dall’espansione bellica.

La mobilitazione industriale e la questione del lavoro femminile: reclutamento, trattamenti salariali, politiche di welfare

Con l’inizio della guerra e la conseguente necessità di sostituire gli uomini nel mondo del lavoro e di riempire quei buchi che si vengono a creare a causa dell’espansione bellica i datori di lavoro si vedono costretti ad assumere personale femminile. Il reclutamento risulta alquanto difficile poiché molte donne preferiscono andare a lavorare nel settore del vestiario piuttosto che nell’industria a causa delle migliori condizioni lavorative e al salario più elevato. Inoltre era necessario individuare figure abbastanza sane e robuste per svolgere mestieri difficili e usuranti quali i lavori di fabbrica. Nel meridione addirittura sono ancora meno le donne che accettano di entrare nel mondo lavorativo dell’industria a causa delle scarsissime condizioni igieniche.

Il lavoro che poteva essere praticato da una donna doveva innanzitutto richiedere una fatica fisica compatibile con l’organismo femminile e doveva inoltre richiedere poca abilità professionale. I giudizi sul rendimento delle operaie furono piuttosto discordanti, soprattutto all’inizio e i risultati migliori furono ottenuti soprattutto nel caso di donne che già facevano parte del mondo dell’industria prima dello scoppio della guerra.

Il primo problema riscontrato in seguito all’ingresso della donna nel lavoro industriale fu quello delle condizioni igieniche e lavorative. Si richiedevano infatti spogliatoi separati, refettori, sale di allattamento per le madri con bambini ancora piccoli e asili nido all’interno delle stesse fabbriche. Gli stessi Turati del partito socialista e Toniolo di Democrazia Cristiana chiedevano la tutela della donna sul lavoro. Inizialmente si cercò di controllare il numero delle ore di lavoro attraverso anche la creazione nel 1917 dell’Ufficio del Lavoro Femminile nelle Industrie di Guerra. La tutela igienica del...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

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