Come studiare le migrazioni? Questioni di metodo
Potremmo definire lo studio della storia delle migrazioni come lo studio del movimento delle persone nel tempo e nello spazio. L’emigrazione è stata individuata come il prodotto di quelle trasformazioni sociali ed economiche che provocano la necessità per interi gruppi sociali di abbandonare i luoghi di origine e di recarsi altrove, a cercare un lavoro tale da assicurare un reddito e condizioni migliori di esistenza. Si tratterebbe dunque di un movimento in uscita simile a un processo di espulsione, accompagnato, però, da una conseguente pressione in entrata verso quei territori che per le loro condizioni economiche e il loro mercato del lavoro attraggono coloro che si muovono (push and pull).
Emigrazione come scelta
La chiave di lettura che maggiormente si distanzia dalla visione dell’emigrazione come espulsione di massa si può definire la corrente “dell’emigrazione come scelta”. Chi parte non si muove necessariamente ed esclusivamente alla ricerca di migliori condizioni salariali, ma si sposta anche per migliorare lo status per soddisfare aspettative esistenziali.
La dimensione della scelta ha permesso agli studiosi di spiegare alcune caratteristiche delle migrazioni di massa difficili da interpretare, ad esempio: perché l’emigrazione italiana è partita dalle regioni più ricche? Perché nelle regioni meno sviluppate economicamente non c’erano le condizioni favorevoli alla scelta migratoria, quali sistema di trasporti, amministrazione pubblica efficiente, sistema creditizio per sostenere lo sforzo della partenza.
Politiche migratorie
L’emigrazione come espulsione e l’emigrazione come scelta naturalmente si sono compenetrate a vicenda nel corso dei decenni, come succede in ogni disciplina. Sono stati evidenziati i fattori politici che hanno spinto gli Stati a privilegiare o a impedire determinati flussi migratori. Lo studio delle politiche migratorie si è quindi intrecciato a più livelli con lo studio della politica economica e della politica estera dei singoli Stati.
Il rapporto tra migrazioni e politiche statali ha attirato ancora di più l’attenzione degli studiosi quando i regimi totalitari hanno usato le migrazioni interne e internazionali e le migrazioni coatte come strumento per mettere in pratica i rispettivi progetti politici. Lo sguardo degli storici ha lavorato su quelle politiche di sostegno all’emigrazione o comunque di pianificazione dell’esodo che hanno contribuito a incidere notevolmente sull’andamento dei flussi, integrandosi anche con il sistema delle relazioni internazionali tra paesi “amici”.
Luoghi di partenza e migrazioni locali
Le ricerche più approfondite dedicate ai luoghi di partenza hanno dimostrato che il boom delle migrazioni dirette all’estero si inserisce in una tradizione di lunga durata di mobilità locale, senza la quale sarebbe impensabile l’improvviso salto per la migrazione internazionale. Le ricerche hanno messo al centro dell’attenzione tutte quelle figure di anticipatori dell’emigrazione di massa che si sono rese protagoniste dell’apertura dei nuovi canali migratori. Dagli esuli del periodo risorgimentale ai musicisti girovaghi, agli agenti commerciali. Coloro che sono partiti prima delle migrazioni di massa hanno aperto strade nuove e inaugurato percorsi geografici inediti puntualmente utilizzati nelle stagioni successive.
Emigrazioni economiche e politiche
Un ulteriore confine messo in discussione nelle ricerche è quello tra emigrazioni economiche ed emigrazioni politiche. I due tipi di flussi migratori, in realtà, si compenetrano a vicenda in numerosi periodi storici.
Negli anni più recenti le dimensioni sempre più imponenti dei flussi migratori internazionali hanno posto domande nuove agli storici. La storiografia è stata scossa dalla necessità di trovare nuovi modi di descrivere i fenomeni analizzati e soprattutto di farne risaltare le continuità. In particolare si è tornato a ragionare sull’idea della “catena migratoria”, elaborata nel secondo dopoguerra, ma formalizzata soprattutto negli anni ottanta riflettendo sulle partenze dai medesimi luoghi di gruppi coesi.
Alla primitiva dicitura si è finito per sovrapporre quella di “reti” o networks per descrivere come gli emigranti si collegassero gli uni agli altri elaborando complesse strategie informative, spesso legate a un più alto tasso di alfabetizzazione o a un miglior uso di quest’ultima sin dall’età moderna. Grazie ad esse i partenti divenivano e divengono in grado di padroneggiare meglio i meccanismi di push e pull nonché di soddisfare le esigenze personali cui abbiamo già accennato. Il passaggio dall’idea di catena (rigida) a quella di rete (duttile) ha spinto anche a considerare che molti emigranti non soltanto vanno e tornano, ma spesso mutano nel tempo il luogo di migrazione.
La fine delle guerre napoleoniche e la riscoperta delle Americhe
Il periodo tra la Rivoluzione americana e la Rivoluzione francese vede un notevole incremento della mobilità politica e la sostanziale diminuzione di quella religiosa. Entrambe le rivoluzioni attuano, o predicano, la fine dell’intolleranza religiosa, pur se nel caso francese tra i fuggitivi vi sono numerosi sacerdoti e prelati cattolici.
La sconfitta della Gran Bretagna e la nascita degli Stati Uniti ridistribuiscono la popolazione nord-americana. Almeno 50.000 coloni testimoniano la propria lealtà alla Corona spostandosi nelle colonie strappate ai francesi. A questa prima ondata si somma una seconda: parenti, amici e conoscenti seguono gli esuli, quando realizzano che nelle colonie atlantiche vi sono interessanti prospettive di inserimento. Questo processo continua finché non viene interrotto dallo scoppio della Seconda guerra anglo-statunitense.
Dopo la pace del 1815, le colonie britanniche attraggono come gli Stati Uniti inglesi, gallesi, scozzesi e irlandesi e in particolare coloro che sono stati messi a riposo o a mezza paga dall’esercito. Nel frattempo prosegue, anzi si rafforza l’interscambio continentale: dal Canada si scende al sud e dagli Stati Uniti si sale a nord sino alla crisi del 1929.
Gli Stati Uniti non sono stati interessati soltanto dall’esodo dei lealisti e dai movimenti francofoni. La nuova Repubblica attira gli emigranti in fuga dalla Francia rivoluzionaria e offre inoltre rifugio agli irlandesi.
Un aspetto importante di questi movimenti è che scompaiono le migrazioni non libere: non soltanto cala l’importazione di schiavi, anche perché nel 1808 gli Stati Uniti ne proibiscono la tratta, ma termina la deportazione nell’America del Nord di galeotti e prostitute britannici e francesi e perde vigore il contratto di servitù sottoscritto da chi non era in grado di pagarsi il viaggio. Tuttavia la lotta contro la schiavitù è ancora lunga, mentre il trasporto di galeotti contribuisce al popolamento dell’Australia.
Anche la Rivoluzione francese ingenera notevoli spostamenti di persone. I francesi che fuggono sono in parte nobili ed ecclesiastici, ma non mancano persone di ceto inferiore.
Dopo l’esilio, la costituzione degli eserciti rivoluzionari francesi, prima, e di quelli napoleonici, poi, si rivela incentivo alla mobilità europea. La diserzione motiva nuove partenze, spesso a lungo raggio per sfuggire alle autorità napoleoniche. In ultimo luogo, la guerra muta gli equilibri economici europei, sconvolgendo i sistemi lavorativi locali. Il blocco napoleonico contro la Gran Bretagna rovina il porto di Amsterdam e diminuisce il traffico nel Baltico.
In questo clima si creano nuove reti migratorie: si amplifica il mito dell’America quale terra di abbondanza, dove ciascuno vive come gli aggrada.
L’America latina era stata popolata da schiavi neri, da portoghesi e dai sudditi e gli alleati della Spagna. Ora invece l’Europa continentale prende parte a nuovi flussi e pure le rivoluzioni latino-americane giocano la loro parte. I nuovi arrivati permettono di sostituire il lavoro schiavo, questo infatti è da tempo decresciuto nell’America ispanica ed è stato bandito per legge nel 1867 in quella portoghese. Sono così costruite quelle reti che nella seconda metà dell’Ottocento sosterranno una vera e propria valanga migratoria.
Il periodo dalla Rivoluzione americana al fallimento del 1848 in tutta Europa è compreso nella lunga “età delle rivoluzioni” che termina con il fallimento della Comune di Parigi. La mobilità che qui ci interessa è ancora sostanzialmente interna all’Occidente e caratterizzata da una fortissima tendenza al rientro, che viene favorita dalle nuove tecnologie. Il trasporto transatlantico e ferroviario rende più facile raggiungere mete assai lontane e tornare dopo un breve periodo e quindi permettere a una massa abbastanza ingente di muoversi attorno al globo.
In questo contesto appaiono caratteristiche nuove dei flussi occidentali: la progressiva scomparsa dell’esilio religioso e il progressivo incremento dei numeri, l’intreccio di mobilità politica e di lavoro, l’allargarsi dei flussi a comprendere le Americhe e tutta l’Europa, ivi compresa quella orientale, infatti la colonizzazione agricola delle Americhe corrisponde cronologicamente con quella della Siberia e la Russia accentua proprio il suo carattere di polo migratorio.
Nei decenni che vanno dal 1815 al 1850 aumenta la mobilità della servitù. Tale fenomeno ha risvolti maschili e femminili e spesso sviluppa nuovi ruoli professionali.
In questo contesto di accentuata mobilità acquista grande importanza la questione dei passaporti, ma diviene rilevante pure la scelta dei singoli Stati di favorire, o comunque accettare, non solo l’immigrazione, ma anche l’emigrazione.
Dopo la rivoluzione costituzionale del 1830 la Francia diviene un luogo di arrivi e partenze. Di qui il suo ruolo di apripista nella costruzione delle reti transatlantiche ottocentesche: lo stesso movimento che porta nell’Esagono (Francia) esuli di tutta Europa spinge parte dei nuovi arrivati a ripartire per le Americhe o comunque suggerisce loro che esistono queste nuove mete.
La nuova strategia migratoria è imitata da altri Stati. Nel 1807 Federico Guglielmo III di Prussia libera i contadini dall’asservimento ereditario. I passaporti diventano necessari solo per l’estero e la Prussia, come altri Stati tedeschi, li concede formalmente solo a chi dimostra di poter trovare lavoro.
Gli Stati europei realizzano già nella prima metà dell’Ottocento che il controllo e la direzione dei flussi in uscita sono altrettanto importanti del controllo e della direzione dei flussi in entrata. Le partenze alleggeriscono la pressione demografica o politica e costruiscono teste di ponte verso altre regioni. Inoltre tutti i governi comprendono di non poter facilmente bloccare le partenze per gli Stati Uniti, che è ritenuta la terra dove tutti i contadini divengono indipendenti (un incremento notevole è registrato per gli irlandesi).
Movimenti dall’Europa centro-orientale
Molti storici sono convinti che nel corso dell’età moderna l’Europa centro-orientale si sia trasformata in mera esportatrice di uomini. Per il mancato sviluppo di forti monarchie centralizzate, le ragioni centro-orientali sarebbero infatti rimaste sotto il controllo di un’aristocrazia feudale, che avrebbe perpetuato i propri privilegi a scapito dello sviluppo dei propri paesi.
Questa teoria ipotizza che l’Europa centro-orientale ancora feudale poteva divenire soltanto un serbatoio di forza-lavoro per la parte più avanzata del continente. Tuttavia il feudalesimo non sembra aver mai veramente impedito la mobilità. Inoltre nell’età moderna, come d’altronde nel Medioevo, gli europei si muovono spesso verso est e nel frattempo l’area orientale ha registrato continui spostamenti interni. Questa area ha vissuto un forte travaglio religioso prima della Riforma e quindi nel Cinquecento adotta una relativa tolleranza. Nella Polonia del Cinquecento trovano dunque protezione gli eretici ed i riformati italiani, gli ebrei. In seguito tale spiraglio si chiude e gli ebrei si trapiantano nell’America del Nord, dopo qualche tentativo di inserimento nell’Impero zarista o in Germania.
Nel Settecento la bilancia degli spostamenti è numericamente a favore dell’Europa centro-orientale. Agli inizi dell’Ottocento i flussi verso la Russia crescono ulteriormente. Nel secondo Ottocento si sviluppa poi il vasto cantiere siberiano. Questo secolo è, però, anche il secolo nel quale la bilancia migratoria si riequilibra a favore dell’Occidente.
In particolare il caso polacco palesa una macroscopica vocazione migratoria. La diaspora polacca è assolutamente notevole. Essa è contraddistinta, come in quasi tutta l’Europa centro-orientale, da rientri e ripartenze. Si distingue inoltre perché elabora un nuovo sistema di mete. Talvolta lo spostamento migratorio avviene a tappe, altre volte prevede un unico balzo. Il movimento più massiccio è verso la Germania delle fabbriche e delle miniere.
L’élite polacca, soprattutto quella più nazionalistica, si arrovella per tutto l’Ottocento e buona parte del Novecento sul significato da attribuire all’emigrazione. Ai suoi occhi l’espatrio, sia pure temporaneo, indica la rinuncia alla patria, che non c’è, ma che potrebbe rinascere grazie all’impegno di tutti. Tuttavia gli emigrati finanziano le imprese nazionalistiche, ne diffondono le idee e tornano dopo la Prima guerra mondiale per concorrere alla rifondazione della nazione. Nel caso degli slovacchi, come in quello dei cechi, il movimento nazionalista è sostenuto soprattutto dagli emigrati oltreoceano.
Gran parte della mobilità polacca è composta da movimenti stagionali. La Germania li ritiene un esercito di riserva utile a mantenere bassi i salari e non ha alcun interesse a stabilizzarli sul proprio territorio. Inoltre nutre un forte pregiudizio contro di loro. La discriminazione contro i polacchi data almeno alla metà dell’Ottocento e nei decenni successivi si accompagna a quella contro gli ebrei. Questi ultimi sono, per altro, in molti casi di origine polacca e quindi ne risulta una duplice emarginazione di lavoratori immigrati.
Riassumendo, i polacchi di varia appartenenza religiosa, principalmente cattolici ed ebrei, si spostano inizialmente nelle regioni orientali del Reich, seguendo itinerari una volta interni al Regno di Polonia. La difficoltà di trovare stabilmente lavoro, a causa dell’ostilità locale, li spinge a prolungare il movimento dalla Prussia alla Ruhr, poi verso la Francia ed il Belgio, che già conoscono, perché ospitano la diaspora politica, e infine oltre l’Atlantico. Insomma la mobilità fra le tre sezioni separate della Polonia si ricollega a una più antica e tradizionale mobilità interna, che, date le spartizioni, diviene internazionale: abitua così i polacchi ad abbandonare i confini assegnati e li prepara a varcare l’oceano.
Il resto dell’Europa centro-orientale non vive esperienze quantitativamente similari, tuttavia diverse regioni seguono in piccolo il modello polacco. L’abolizione del retaggio feudale genera un proletariato agricolo privo, e perciò desideroso, di terra, che sceglie l’emigrazione per soddisfare i propri bisogni. Nel Novecento la Germania è ormai una delle più importanti aree mondiali d’accoglienza.
Per quanto riguarda l’Europa centro-orientale l’emigrazione transatlantica non è dunque precoce, tuttavia ancora alla fine dell’Ottocento compete con gli spostamenti a breve e media distanza. Il movimento verso le Americhe s’interseca con la mobilità interna all’Europa centro-orientale: non soltanto perché molte partenze avvengono a tappe, ma anche perché gli emigranti sono spesso sostituiti da membri delle popolazioni vicine, quando migliora la situazione economica della località dalla quale sono partiti.
In conclusione, nel corso dell’Ottocento i vari sistemi migratori europei e americani si unificano e creano un unico grande meccanismo, che “globalizza” il mercato del lavoro. In quest’ultimo gli spostamenti non hanno sempre motivazioni meramente economiche, ma anche politiche, come l’esilio. Inoltre sono estremamente importanti le migrazioni dalle comunità ebraiche in conseguenza all’emarginazione e delle persecuzioni. Gli emigranti austriaci sarebbero soprattutto di origine ebraica.
Tutte le partenze dalle terre dello zar, pure quelle di non ebrei, si moltiplicano nel corso del secondo Ottocento. In genere sono membri di minoranze oppresse: in primo luogo ebrei e polacchi, poi bielorussi e ucraini.
Dall’Asia alle Americhe
Le migrazioni, anche in età moderna, non sono un fenomeno meramente europeo. A partire dalla metà del Cinquecento, l’espansione russa investe amplissime aree del vicino continente, dal Caucaso all’Asia centrale, per finire appunto con la Siberia, la cui colonizzazione è equivalente in termine di flussi a quella dell’ovest nord-americano.
La mobilità in Asia e dall’Asia è dunque notevole, ma poco conosciuta soprattutto per quanto riguarda la sua genesi. Sappiamo che i mercanti di Hyderabad (oggi Pakistan) si muovevano da secoli verso le grandi città vicine, ma perché nel secondo Ottocento raggiungono il Giappone e da qui salpano alla volta del canale di Panama e della Terra del Fuoco? Il continente asiatico deve essere considerato uno dei...
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