Esame di storia contemporanea
Modulo I
Le rivoluzioni industriali
La costruzione dello Stato in Italia, l’Imperialismo e il colonialismo, gli Stati Uniti d’America
Punto 1. Nazioni e democrazia
L’Italia del "risorgimento"
Il termine si riferisce al periodo tra la fine del Settecento e l’unità d’Italia, usato per indicare la costruzione di uno stato nazionale italiano. Un ruolo importante fu ricoperto dai grandi scrittori di quel periodo, quali Foscolo, Manzoni e Leopardi, ma anche le riviste scientifiche e letterarie come “Il Conciliatore”, gli “Annali universali di statistica” e l’“Antologia”, che assunsero la funzione al tempo stesso di politico e culturale. Attorno a queste riviste si erano costruiti nel 1818-19 gruppi di intellettuali e patrioti. Il processo di unificazione trovò ulteriore sostegno nei congressi degli scienziati, che si svolsero ogni anno dal 1839 al 1847.
Giuseppe Mazzini, nutrito di cultura romantica, aderì alla Carboneria nel 1827, ma nel 1831 fu costretto all’esilio per attività cospiratoria, fondò la Giovine Italia proponendo un programma definito, che fu reso pubblico. I punti essenziali erano l’unità e l’indipendenza nazionale, da realizzarsi con l’iniziativa rivoluzionaria del popolo per creare una repubblica democratica, partendo dal presupposto che il popolo dovesse essere educato al principio di associazione e partecipazione politica. La sua concezione di popolo era interclassica e egli assegnava un ruolo decisivo ai ceti medi e popolari delle città, sottovalutando i problemi delle campagne. La Giovine Italia sostituì la Carboneria, ma fu scoperta e repressa ancora prima che potesse effettuare l’insurrezione del 1833. Mazzini reagì con due contemporanee spedizioni in Savoia e una a Genova, ma fallendo. Questo provocò la disgregazione del movimento.
Convinto che l’iniziativa rivoluzionaria spettasse ai popoli in lotta, nel 1834 fondò un’organizzazione sovranazionale, la Giovane Europa, che si diffuse inizialmente in Polonia, Germania e in Svizzera. Vivendo a Londra, Mazzini accentuò l’impronta popolare, approfondendo gli aspetti sociali del suo programma, riformando la Giovane Italia nel 1839, e costituendo una unione degli operai italiani. Ma la debolezza della Giovane Italia si sottolineò nel 1843-45 in occasione di nuovi fallimenti insurrezionali prima in Romagna e poi in Calabria, dove caddero i fratelli Attilio e Emilio Bandiera. Questi episodi aprirono alla metà degli anni ’40 una crisi nel movimento democratico.
In Piemonte gli esponenti del liberalismo moderato furono l’ex funzionario napoleonico Cesare Balbo, lo scrittore Massimo D’Azeglio e Camillo Benso, conte di Cavour, i quali sostenevano la necessità che l’unità e indipendenza dell’Italia fosse attuata attorno allo stato sabaudo e per sua iniziativa. Attorno a questa iniziativa vi fu il contributo della cultura cattolica, al cui interno si formò una corrente chiamata “neoguelfa”, perché assegnava al papato un ruolo centrale nella storia e nelle prospettive di sviluppo del paese. L’idea era quella di una confederazione degli stati italiani presieduta dal pontefice.
Questa fu contrastata da alcuni intellettuali democratici, critici anche nei confronti di Mazzini, tra i quali spiccavano i milanesi Giuseppe Ferrari e Carlo Cattaneo. Il primo, di pensiero socialista, sostenne l’ipotesi di una rivoluzione compiuta da un movimento di massa attorno a un programma di rinnovamento sociale. Il secondo puntava a uno sviluppo economico attraverso la cultura tecnica e scientifica, seguendo una linea legalitaria di riforme graduali, senza le premesse per una rivoluzione. All’inizio del 1848 furono i moderati a prendere l’iniziativa.
Il 1846 si aprì una fase riformatrice da parte dello stato della chiesa con l’elezione del sommo pontefice Giovanni Mastai Ferretti, Pio IX. Egli concesse un’amnistia per i reati politici e una parziale libertà di stampa, istituendo un consiglio dei ministri e una guardia civica. Questo ebbe ripercussioni in Toscana, dove fu liberalizzata la stampa e creata una guardia civica, e in Piemonte dove si alleviò la censura e si resero elettivi consigli comunali e provinciali. Nel regno di Sardegna, la politica di riforme era stata già iniziata nella seconda metà degli anni ’30 da Carlo Alberto salito al trono nel 1831.
Nel regno delle due Sicilie lo scontento per il regime assolutistico del re Ferdinando II esplose nel 1847 in una insurrezione a Messina e a Reggio Calabria che fu soffocata con il sangue. Anche nel Lombardo-Veneto si verificarono gravi incidenti fra la popolazione e le truppe austriache, a causa del diffuso carico fiscale.
Il nazionalismo
Ciascun essere umano è portato a considerare naturale il fatto di appartenere a una nazione, ritenendo così che le nazioni sono anch’esse “naturali”, fenomeni primordiali che attraversano l’intera storia dell’umanità. Queste idee si sono affermate nel XIX secolo, con lo sviluppo dei movimenti nazionalisti, tipica del romanticismo, dove la cultura ottocentesca diede un’immagine del proprio secolo all’insegna di una rinascita delle nazioni da attuare con la costruzione di stati nazionali.
Le concezioni della nazione si possono dividere in due gruppi: quelle che ne affermano i fondamenti “oggettivi”, costituiti da elementi come la lingua, una religione, un’etnia, un territorio; quelle che ne sottolineano il carattere “soggettivo” e “volontaristico”. Jean-Jacques Rousseau considerò la nazione un prodotto della “volontà generale” popolare. Lo storico francese Ernest Renan descrisse la nazione come “una grande solidarietà” e “un plebiscito di tutti i giorni”. Lo storico italiano Federico Chabod individua nella natura e nella volontà i due contrapposti principi della nazionalità come la diversità delle etnie e dello spazio da esse occupato, oppure come un patto sociale stretto tra cittadini di un diverso stato, pronti a confermare l’esistenza della loro nazione.
La nascita di movimenti anticoloniali nel periodo tra le due guerre ha riportato l’attenzione degli storici sul tema del nazionalismo. Lo storico Hans Kohn è stato uno dei primi ad identificare lo sviluppo dell’idea nazionale dalla storia biblica di Israele per arrivare alla Roma imperiale, agli stati assoluti dell’epoca rinascimentale e alla Riforma protestante. Storici, sociologi, filosofi e antropologi hanno prodotto in questa fase molti studi che hanno messo per la prima volta in discussione il carattere naturale delle nazioni, sostenendo che gli stati nazionali sono aggregazioni storicamente determinate, affermatesi nel XIX e nel XX secolo.
Il sociologo Anthony D. Smith ha sostenuto che le nazioni sono spesso basate su legami e memorie etniche premoderne, e talvolta antichi. Nei miti, nei simboli e nei codici di comunicazione in cui si esprimono le identità delle etnie, Smith identifica tratti specifici che distinguono ogni nazione dalle altre; la comunanza di lingua, religione, etnia e storia, cioè le nazioni sono come un soggetto unitario capace di mobilitare grandi masse e dare vita a formazioni statali autonome. La maggioranza degli studiosi ha affermato la modernità delle nazioni.
1848: la rivoluzione europea
Rivoluzione e guerra nazionale in Italia
Dopo il fallimento delle due insurrezioni prima a Messina e poi a Reggio del 1847, ve ne fu un’altra il 12 gennaio del 1848 a Palermo, guidata dai democratici Salvatore la Masa e Rosolino Pilo, mobilitando gli strati poveri della popolazione, costringendo così il re a concedere una costituzione sul modello di quella francese del 1830. Ma questo non bastò ai rivoltosi, negando la costituzione e proclamando l’autonomia dell’isola e creando un governo provvisorio presieduto da un anziano liberale già protagonista della rivolta del 1820, Ruggiero Settimo. Questo echeggiò in tutta l’Italia.
Tra febbraio e marzo, anche i sovrani della Toscana, del Piemonte e degli Stati pontefici, sotto la pressione dei riformatori locali, dovettero promulgare una costituzione. Lo scoppio della rivoluzione a Vienna fece precipitare gli eventi. Il 17-18 marzo, Venezia e Milano si ribellarono agli austriaci. A Venezia, dopo la liberazione dei leader nazionalisti Daniele Manin e Niccolò Tommaseo, il 22 marzo fu proclamata la repubblica. Sempre il 22 marzo a Milano vi furono le “cinque giornate” di combattimenti tra i milanesi diretti da Cattaneo e gli austriaci agli ordini di Joseph Radetzky, con la ritirata di quest’ultimi dalla città di Milano, ritirandosi nelle fortezze del “quadrilatero” (Legnago, Verona, Peschiera e Mantova). Tutto questo veniva emulato nelle altre città del Lombardo-Veneto.
A questo punto Carlo Alberto decise di muovere guerra all’Austria. Affiancato da contingenti di volontari e da corpi di spedizione provenienti dalla Toscana, dagli Stati pontefici e da Napoli, al comando di Guglielmo Pepe, l’esercito sardo conseguì una serie di successi iniziali. Ma il ridursi dell’ondata rivoluzionaria nell’impero asburgico e la condotta esitante di Carlo Alberto (preoccupato dalla possibilità di un intervento francese), permisero a Radetzky di attendere i rinforzi e ristabilire l’ordine. L’offensiva austriaca culminò nella battaglia di Custoza (24 luglio 1848), dove i piemontesi subirono una terribile sconfitta, e successivamente la riconquista di Milano. Poco dopo il re dovette siglare un armistizio che ristabilì i vecchi confini (9 agosto 1848).
Questa guerra chiamata “prima guerra d’indipendenza”, fu un evento complesso e contraddittorio. Nata da insurrezioni popolari, fu una guerra democratica per l’indipendenza e l’unificazione nazionale, ma i democratici erano divisi tra coloro che volevano un’alternativa federalista e quelli una soluzione unitaria. Al ritorno di Mazzini, il quale era propenso per quest’ultima ipotesi, vide la priorità della lotta contro l’Austria. La componente popolare veniva contrastata da quella liberale moderata che puntava all’annessione di tutto il territorio agli stati sardi e alla dinastia sabauda. Questo era anche l’obiettivo dei moderati piemontesi e del loro re. Con la partecipazione di Pio IX, del granduca di Toscana Leopoldo II e del re delle due Sicilie Ferdinando II, questa divenne una guerra federale dei monarchi italiani, cercando di attuare il progetto neoguelfo. Ma questa ipotesi fu indebolita alla fine dell’aprile del 1848, dalla dissociazione del papa, timoroso di una rottura con la “cattolicissima” Austria, seguito dai sovrani di Firenze e Napoli.
Con un plebiscito popolare i ducati emiliani, della Lombardia e del Veneto si assimilarono al regno di Sardegna. A settembre del 1848 Ferdinando II fece bombardare Messina e iniziò la riconquista della Sicilia, che si concluse nel maggio del 1849 con la presa di Palermo. Altrove l’iniziativa tornò ai democratici, che si opposero alla “guerra regia” con una “guerra di popolo”, guadagnando consensi tra i ceti operai, artigiani e borghesi delle città, ma non tra le popolazioni rurali. Il 15 novembre del 1848, con l’assassinio del liberale moderato Pellegrino Rossi da parte di un fanatico repubblicano, la città insorse e costrinse il papa a rifugiarsi a Gaeta, sotto la protezione del regno borbonico. Nel febbraio del 1849 un’assemblea costituente eletta a suffragio universale decretò la fine del potere temporale, istituì la repubblica e ne affidò il governo a un triunvirato formato da Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini.
La costituzione promulgata il 3 luglio 1849 diede benessere ai cittadini, autonomia delle amministrazioni locali, libertà religiosa, la guardia nazionale composta da tutti i cittadini e l’esercito su base volontaria. Il triunvirato diretto da Mazzini attuò anche la riforma agraria, ripartizionando le terre di proprietà ecclesiastica. Anche Leopoldo II di Toscana dovette rifugiarsi a Gaeta. A Firenze si costituì un triunvirato composto da Montanelli, Giuseppe Mazzoni e Francesco Domenico Guerrazzi. Nel frattempo in Piemonte si era formata una sinistra costituzionale di orientamento monarchico, alla quale il re affidò il governo nel dicembre 1848 nella persona di Gioberti. Nonostante questo, egli si dovette dimettere perché il suo tentativo di restaurare i sovrani legittimi di Firenze e Roma fu ostacolato dai democratici.
Sotto la pressione dell’opinione pubblica Carlo Alberto riprese la guerra contro l’Austria, ma in tre giorni a Novara fu battuto da Radetzky (23 marzo 1849) e abdicò a favore del figlio Vittorio Emanuele II. Contro la repubblica di Roma si mosse sia l’Austria che la Francia di Luigi Napoleone. A difesa di Roma vi furono due importanti personaggi: l’ex ufficiale napoletano Carlo Pisacane e Giuseppe Garibaldi, espatriato dopo la fallita insurrezione genovese del 1834, ebbe notorietà in America Latina combattendo per l’indipendenza del Rio Grande do Sul contro il Brasile e in difesa dell’Uruguay contro l’Argentina. Ma le sue vittorie contro le truppe francesi del generale Nicolas Oudinot non furono sufficienti a salvare la repubblica di Roma. Nel luglio del 1849 Roma si arrese e i capi della resistenza ripartirono all’estero o in Piemonte. Questa sorte toccò pure a Garibaldi. Poche settimane le truppe austriache invasero pure la repubblica di Venezia. Nell’agosto del 1849 la città si arrese e con la capitolazione dell’Ungheria e di Venezia la rivoluzione europea era finita.
L'unificazione italiana e l'Europa
Un decennio complicato
Il periodo 1848-59 viene definito “decennio di preparazione”, in funzione dell’unificazione nazionale. Questo può far pensare che le sorti del processo di unificazione fossero state decise in partenza. In realtà la sconfitta del 1848-1849 aveva lasciato il segno; le forze impegnate in questa campagna di unificazione erano disperse e demoralizzate. Grazie all’aiuto militare austriaco gli stati italiani (ad eccezione del Piemonte) avevano revocato la costituzione e restaurato un sistema assolutistico e repressivo. In particolare fu il dispotismo di Ferdinando II nel regno delle Due Sicilie: molti democratici protagonisti del ’48 napoletano furono prima condannati a morte e poi all’ergastolo.
Anche al nord Italia la situazione non era delle migliori: il dominio austriaco in Lombardia e in Veneto fece sentire il suo influsso militare. In sostanza il movimento per l’unificazione tra i vari stati era profondamente diviso. Infatti il processo di unificazione sfociato nel 1861 con la costituzione del regno d’Italia presenta molti aspetti problematici e contraddittori. Il Risorgimento fu una rivoluzione che non ebbe il contributo decisivo da parte di forze economiche e sociali definibili come borghesi, ma diciamo grazie all’intervento determinante dei democratici, ma soprattutto sotto l’egemonia dei liberali moderati e della monarchia sabauda.
Le diverse "Italie" ottocentesche
Tra l’inizio del secolo e il 1861 la popolazione italiana passò da 18 milioni a poco più di 25, molto più basso del livello medio europeo. Questo perché la mortalità era ancora molto elevata rispetto agli altri paesi europei. Questo aumento si realizzò soprattutto nelle campagne, soprattutto in Lombardia, Valle Padana e in parte in Toscana. Più moderato nel resto della penisola. Significativi erano i dati sull’esistenza di diversi livelli di arretratezza della popolazione degli stati preunitari.
Nelle campagne gran parte della terra era in mano a un ristretto numero di grandi proprietari aristocratici. Solo nelle zone della valle Padana si stava sviluppando una moderna agricoltura mista. Questo tipo di agricoltura si fondava su rapporti di produzione capitalistici, dove vi erano affittuari della terra che investivano ingenti capitali e una manodopera di braccianti salariati che non avevano terra. Nel Piemonte, in Lombardia, nel Veneto e in Emilia la gelsicoltura per la produzione della seta era stato il primo settore trainante di uno sviluppo agricolo. In queste regioni vi erano piccoli proprietari, mezzadri e piccoli affittuari. In parte dell’Emilia-Romagna e soprattutto in Toscana, Umbria e Marche dominava il contratto di “mezzadria”.
Vi prevaleva la grande proprietà, ma questa era suddivisa in “poderi”, ciascuno dei quali coltivati da una famiglia di mezzadri, e il prodotto finito veniva ripartito con il proprietario. Questi erano legati ai loro padroni da un rapporto di soggezione quasi servile, che investiva tutti gli aspetti sociali della vita familiare, compresa anche la libertà di sposarsi. I livelli di produttività e di investimento del sistema mezzadrile erano bassi, dove il prodotto finito era soprattutto usato per l’autoconsumo. Nel mezzogiorno e nelle isole dominava un sistema semifeudale centrato sul latifondo, caratterizzati da un’agricoltura cerealicola estensiva di estrema arretratezza.
Spesso i braccianti, che costituivano in gran maggioranza la popolazione rurale del meridione, erano anche affittuari o proprietari di un piccolissimo fondo, a differenza di quelli della Valle Padana, che vivevano del solo salario. Quindi i primi per migliorare le condizioni di vita aspiravano a possedere terra. Questo sistema di produzione agricola dei diversi stati italiani, volta solo all’autoconsumo, limitava gli scambi fra gli stessi stati. Lo sviluppo dei commerci, delle manifatture e delle industrie fu assai contenuto e il 70% della popolazione italiana rimaneva dedita all’agricoltura.
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