Introduzione: contesto storico
Nel 1914 la Russia era all’ottavo posto nella graduatoria delle grandi potenze, ma la sconfitta durante la Prima guerra mondiale, la rivoluzione e la guerra civile la fecero precipitare di colpo ai gradi più bassi. La nuova rivoluzione operata da Stalin restituì energie al paese e portò al trionfo nella seconda guerra mondiale, sulla Germania di Hitler. Il 9 maggio 1945 la Russia era una grande potenza mondiale, seconda solo agli Stati Uniti. La Russia sembrava destinata a trasformarsi in un vero e proprio impero. Una volta che anche la Cina entrò nell’orbita comunista nel 1949 a cercare di mettere in pratica gli insegnamenti di Marx era un terzo dell’umanità. Negli anni ’60 gli Stati Uniti riconobbero lo status di potenza nucleare alla pari, ma fu lì che iniziò il declino. Alla fine del decennio l’Urss si fece coinvolgere in una guerra disastrosa in Afghanistan. Il paese imboccò la strada del lento decadimento che sotto Gorbacev subì una brusca accelerazione fino al totale crollo del 1991. Il sistema messo in piedi da Stalin concepito come un modello capace di sconfiggere il capitalismo, si rivelò non all’altezza di competere con successo con gli Stati Uniti.
Karl Marx si era ispirato a Hegel, il quale a sua volta si era mosso dai pensieri illuministi. L’illuminismo metteva al primo posto la ragione. L’illuminismo ebbe un impatto rivoluzionario sull’arte, la filosofia e la politica, e segnò la nascita della scienza moderna. I pensatori applicarono il metodo scientifico alla natura e alla società allo scopo di stabilire un ordine sociale razionale, giusto ed equo. Questi ideali ispirarono i rivoluzionari francesi e per la prima volta uomini e donne divennero consapevoli che la politica poteva cambiare la società e che l’ordine esistente non era statico, bensì poteva essere mutato. La rivoluzione offrì una scelta. Il liberalismo, il repubblicanesimo, la dittatura di Napoleone si richiamarono a essa in egual misura e così come vi furono diverse concentrazioni di destra relative al nuovo ordine, altrettante furono quelle di sinistra: era nata la nuova politica rivoluzionaria. I leader rivoluzionari si considerarono i continuatori del grande esperimento del 1789. Erano convinti che imparandone la lezione, non ne avrebbero ripetuti gli errori e sarebbero riusciti a gettare le fondamenta di una società socialista che si sarebbe basata sulla ragione e sarebbe stata socialmente giusta. I bolscevichi erano certi di aver trovato la chiave per il nuovo regno dell’abbondanza nell’analisi delle classi operate da Marx: la loro rivoluzione sarebbe stata di classe e avrebbe distrutto tutte le altre classi e sottoclassi. La loro bibbia divenne la dottrina di Marx, la filosofia dell’illuminismo: teoria e pratica venivano fuse così da creare una certezza inossidabile.
Analizzando le rivoluzioni industriali in Inghilterra e Francia, Marx era giunto alla conclusione dell’inevitabile vittoria della giustizia nel mondo: l’infelice e oppresso proletariato era la forza incontenibile capace di annientare il capitalismo e scatenare la rivoluzione socialista. Il marxismo tedesco incominciava ad abbandonare l’idea di un inevitabile conflitto violento tra lavoratori e capitalisti che portasse alla dittatura del proletariato; i russi divennero gli appassionati difensori dell’ortodossia marxista, autentici fondamentalisti per i quali la minima deviazione dagli insegnamenti del maestro metteva a rischio l’inevitabilità del regno dei cieli sulla terra.
La rivoluzione russa
La rivoluzione russa scoppiò come un fulmine a ciel sereno. La rivoluzione di febbraio, cui seguì la rapida abdicazione di Nicola II, rappresentò il momento in cui tutte le idee rivoluzionarie lottarono tra di loro per il primato. E pensare che in Russia nessuna idea aveva attecchito, né rinascimento, né riforma, né illuminismo, neanche scetticismo. Questa potrebbe essere una possibile spiegazione del diffuso estremismo politico dell’epoca: la politica razionale fu presto accantonata in favore di quella che faceva maggiormente leva sul sentimento e i bolscevichi divennero presto i maestri di tale politica emotiva, irrazionale. Ogni cosa era possibile, tutti potevano avere ciò che volevano.
I vari governi provvisori succedutisi erano stati composti da coalizioni di centro-sinistra moderate e ciò aveva portato a una situazione di interminabili discussioni prima di risultati concreti: i problemi più spinosi, relativi alla guerra, alla pace, alla terra, alle nazionalità avrebbero trovato una soluzione solo con l’Assemblea costituente, il parlamento eletto più democraticamente che la Russia avesse mai avuto fino a quel momento. I governi erano divisi su due importanti questioni: la guerra e la terra. I liberali volevano proseguire e vincere la guerra, i socialisti si limitavano a difendere la Russia. I liberali a differenza dei socialisti non volevano distribuire la terra di cui erano in larga parte proprietari. I contadini si impossessarono delle terre: la rivoluzione anche senza bolscevichi sarebbe scoppiata comunque. I socialisti rivoluzionari, il grande partito contadino, erano decisi a sostenere il ruolo principale nella trasformazione della Russia.
Il governo decise il 24 ottobre del 1917 di chiudere i giornali bolscevichi. Lenin si diede da fare per istituire una dittatura bolscevica. Fu la guerra civile a rendere i compagni di Lenin esperti militari e liquidatori dell’opposizione. Circa 13 milioni, tra Bianchi e Rossi, morirono nel corso della guerra civile e altri 2 milioni si trasferirono all’estero. Un esercito riesce a raggiungere il successo solo se i subordinati eseguono gli ordini alla lettera. Proprio questo divenne il compito quotidiano del partito bolscevico e del governo: rendere tutti, a ogni livello, responsabili degli ordini ricevuti.
Nel 1921 la guerra civile era stata vinta ma il paese non poteva più sostenere la militarizzazione. La Nuova politica economica segnò un arretramento a un’economia di mercato, al libero scambio e a una nuova borghesia. Lenin morì nel 1924, il paese era allo sbando, chi lo avrebbe sostituito? L’uomo dopo Lenin, risultò essere Stalin, che nel 1929 lanciò una violenta e ambiziosa modernizzazione economica della Russia: l’industrializzazione e la collettivizzazione forzate trasformarono il paese e fecero emergere una nuova elite di potere composta da tutti quelli che potevano contribuire a fare della Russia la potenza più forte sulla terra. Solo quando fosse diventata lo stato più forte del mondo, la Russia dei soviet si sarebbe sentita al sicuro.
Si sviluppò un’economia di tipo militarista, la guerra era inevitabile, ma c’era qualcosa di strano: la guerra non si sarebbe mai svolta in campo russo ma nelle altre nazioni. Che la Russia potesse essere invasa non fu mai preso in considerazione. L’Armata rossa occupò Berlino nel maggio del 1945 e l’Unione Sovietica si trovò seconda soltanto agli Stati Uniti. Il sistema politico, economico e sociale che sostenne la rivoluzione di Stalin viene definito stalinismo, riscosse un successo senza pari ma alla fine fallì miseramente. Perché ciò che sembrava così forte conteneva in sé tanta fragilità?
L’Unione Sovietica era stata studiata poco fino al 1941 e non sembrava una minaccia per le grandi potenze. Negli anni trenta la Grande Depressione mise a dura prova il capitalismo che riuscì a sopravvivere soltanto assumendo due forme contrastanti tra loro: il fascismo e il New Deal di Roosevelt. Lo stato giocava un ruolo di primo piano nella vita economica. Hitler considerava il comunismo la principale minaccia e sapeva che la dominazione del mondo non sarebbe stata raggiunta senza una guerra contro l’Unione Sovietica. Gli inglesi e gli americani furono costretti ad allearsi con i sovietici. Churchill rimase sempre avversario convinto del socialismo sovietico, da politico esperto capiva che il socialismo sovietico avrebbe potuto trasformarsi in acerrimo nemico del capitalismo ma da statista fu pronto ad allearsi col diavolo quando la situazione lo richiese. Così nel 1914 offrì subito a Stalin un sostegno incondizionato. Gli americani fino al 1933 non si erano preoccupati di stabilire relazioni con i sovietici, quando gli americani si trasferirono a Mosca vi trovarono un’atmosfera spiacevole di sospetto e terrore: i loro contatti avevano una penosa tendenza a scomparire.
I negoziati, durante la guerra con Stalin e il suo entourage lasciarono tracce indelebili negli Alleati. Churchill pensava di poter concludere accordi mettendo nel sacco il magnifico georgiano, ma Stalin riuscì a non cadere in trappola. I russi si resero velocemente conto che il primo ministro britannico era un libro aperto. Roosevelt non si dimostrò mai alla pari con lo scaltro dittatore. Per gli Alleati fu molto difficile capire chi era l’artefice della politica sovietica. Stalin parlava sempre dei suoi colleghi. In realtà era lui a decidere tutto. Nel 1944 Churchill se ne venne fuori con l’operazione Unthinkeable che mirava all’eliminazione della Russia. La proposta fu subito stroncata dagli altri consiglieri militari i quali lo avvertirono che una mossa simile era pura follia. Dopo la guerra, la scuola di pensiero che insisteva sul pericolo rappresentato dal comunismo sovietico per le democrazie occidentali divenne nota col nome di totalitarista. L’Unione Sovietica era impenetrabile, non si potevano avere notizie interne. Niente usciva dalla Russia. Una possibile fonte erano gli emigrés sovietici scampati alla rete che aveva riportato in Russia molti dei loro compatrioti: furono accuratamente interrogati nella speranza di trovare segreti nascosti e occultati così da capire come funzionava veramente il sistema sovietico. Gli archivi di Smolensk furono un vero e proprio tesoro. La scuola totalitarista giunse alla conclusione che tutto il sistema era gestito dall’alto, tutto veniva gestito dal grande Stalin, tutto si basava sulla repressione e bisognava concentrarsi sul grande terrore degli anni trenta, accostando spesso il comunismo sovietico al nazismo tedesco.
Dopo la guerra del Vietnam la generazione del 1968, prese un’altra direzione per capire lo stalinismo: i revisionisti rifiutarono l’idea che l’aspetto più efficace per spiegare il fenomeno fosse la coercizione. Erano per lo più storici della società, che utilizzarono una vasta gamma di fonti per affermare e dimostrare che alla fine molti cittadini avevano accettato e condiviso i valori della Russia di Stalin.
Capitolo primo – la rivoluzione russa e lo stato sovietico: 1917-1929
In Russia il socialismo era diventato un’ossessione. Negli anni precedenti la rivoluzione del 1917 vi erano grandi aspettative circa l’avvento di una nuova era una volta che lo zar e il suo sistema fossero stati spazzati via. L’opinione più diffusa era che questo evento avrebbe inaugurato un’epoca di giustizia e di felicità. Così quando la Russia imperiale crollò, il problema principale divenne stabilire a che velocità la Russia si sarebbe avviata verso il socialismo. Tutti coloro che avevano motivo di malcontento iniziarono ad organizzare consigli, comitati, gruppi, con l’intento di cambiare in meglio il mondo in cui vivevano. Sorsero migliaia di soviet (consigli) locali. Una delle ragioni di questa ridda di attività cooperativistiche fu il ruolo importante della famiglia, soprattutto quella estesa, nella società russa: era quindi naturale per i russi istituire una rete di persone unite dagli stessi interessi, poiché la loro era una società basata sui contatti personali e sull’autotutela.
Un altro problema fu rappresentato dal fatto che la rivoluzione di febbraio aveva spazzato via i partiti della destra, rappresentata ora solo dai liberali, ai quali si contrapponevano, a sinistra, i socialisti; tra di loro il vuoto. I socialisti erano divisi in tre gruppi: socialisti moderati (menscevichi), socialisti rivoluzionari (socialisti agrari non marxisti) e bolscevichi (socialisti marxisti di sinistra). I menscevichi e i socialisti rivoluzionari, fino al settembre 1917, ebbero la maggioranza. La loro politica fu etichettata come difensismo rivoluzionario, bisognava si auspicare alla pace ma contemporaneamente difendere la Russia da ogni attacco. I leader dei soviet e del governo condividevano gli stessi valori, rappresentando la classe russa istruita, acculturata, che conosceva le lingue e la cultura europee.
In estate l’uomo politico più importante era Kerenskij, nominalmente un socialista rivoluzionario, borghese e moderato, vicino anche alla sinistra liberale: il perfetto mediatore. Un blocco radicale di sinistra a poco a poco si contrappose alla politica del consenso delle elite moderate chiedendo un governo socialista basato sui soviet. Spinti dalla sinistra, i membri dei soviet del governo provvisorio radicalizzarono le loro richieste e determinarono una spro conflitto tra socialisti e liberali che si protrasse fino ad ottobre. Emersero due centri di potere paralleli, il governo e i soviet di Pietrogrado, che condizionarono ogni aspetto della società.
- Buona parte del paese era al di fuori del suo controllo
- La maggior parte delle richieste popolari non poteva essere soddisfatta
- Le nazionalità non russe chiedevano autonomia
Il paese era allo sfascio. Il colpo di grazia al governo provvisorio lo diede l’affare Kornilov in agosto: l’obiettivo era utilizzare l’esercito, in concomitanza con la celebrazione dei sei mesi dalla rivoluzione di febbraio, per eliminare i soviet di Pietrogrado. L’attacco di Pietrogrado costrinse i soviet a istituire un vero e proprio reparto militare, il Comitato militare rivoluzionario, e a distribuire armi mai più restituite. Un’insurrezione armata era ora fattibile, e i radicali di sinistra a settembre raggiunsero la maggioranza non solo nei soviet ma in molte altre organizzazioni sociali, promettendo alla gente tutto ciò che desiderava. Kerenskij credeva di poterli mettere a tacere, mentre i socialisti moderati temevano che la violenza bolscevica avrebbe portato a una dittatura di destra. Entro il 20 ottobre il trasferimento del potere ai soviet era cosa fatta: un accordo prevedeva la nascita di un governo in cui tutti i gruppi socialisti avrebbero trovato la loro giusta espressione. I bolscevichi volsero il potere attribuito ai soviet a loro favore, portando così la Russia sull’orlo della guerra civile.
Per Lenin il primo compito da realizzare dopo la rivoluzione di ottobre era la costruzione dello stato proletario socialista. Tuttavia il proletariato era numericamente esiguo, il 10% della popolazione. Quella di ottobre fu una rivoluzione sovietica, una rivoluzione proletaria, contadina e nazionale:
- Sovietica perché i bolscevichi diedero il potere al II congresso panrusso dei soviet dei delegati degli operai e dei soldati. Quest’ultimo presentava una maggioranza bolscevica e approvò due importanti decreti, uno sulla pace immediata e l’altro sulla proprietà della terra
- Proletaria perché nell’industria venne istituito il controllo dei lavoratori, così che la classe operaia si aspettava di guidare l’economia e di diventare la classe dominante dello stato
- Contadina perché abolì la proprietà privata della terra che concesse ai contadini. La terra sarebbe stata coltivata solo da coloro che vi lavoravano in prima persona, non si poteva comprare, vendere, dare in affitto né utilizzare manodopera salariata
- Nazionale perché coinvolse metà della popolazione e promise ai non russi il diritto di autodeterminazione
Quando la Russia sovietica fu istituita col III congresso panrusso del soviet del gennaio 1918, fu proclamata come una libera unione di libere nazioni, una federazione di repubbliche sovietiche nazionali. Lenin era consapevole che la Russia sovietica non poteva sussistere da sola, né trasformarsi in uno stato socialista. Tuttavia la Russia sovietica aveva suo malgrado ereditato la guerra con la Germania e i suoi alleati. Gli alleati occidentali erano spaventati dal desiderio sovietico di una pace separata a est, dal rifiuto del governo di pagare i debiti zaristi e dall’appello alla rivoluzione mondiale. La Germania avrebbe stipulato la pace solo alle sue condizioni. Lenin voleva la pace a ogni costo. I comunisti di sinistra, guidati da Bucharin, erano a favore di una guerra rivoluzionaria. I comunisti di sinistra credevano che una guerra rivoluzionaria avrebbe infiammato gli operai e i contadini e portato così alla formazione di un nuovo esercito. Trockij era per una terza soluzione: né guerra né pace. Ciò che la Russia sovietica doveva fare era starsene in disparte e aspettare che la rivoluzione socialista in Germania spazzasse via il Kaiser. Purtroppo ciò che Trockij pensava delle possibilità militari della Germania era del tutto infondato e le forze tedesche continuavano ad avanzare. Tuttavia il governo tedesco reputò vantaggioso aprire un negoziato e poiché la fazione leninista aveva conquistato la maggioranza nel Comitato centrale, un trattato di pace fu sottoscritto. La pace con la Germania non significò che il potere bolscevico ora fosse al sicuro. Il 23 febbraio 1918 fu istituita l’Armata rossa, non per diffondere la rivoluzione oltre i confini russi ma per difendere le conquiste interne. Il deus ex machina fu Trockij che la trasformò in una forza di attacco ben addestrata. Il crollo dell’impero tedesco, l’armistizio dell’11 novembre, la conquista del potere da parte dei rivoluzionari in Baviera e in Ungheria e la prospettiva che l’intera Germania diventasse socialista entusiasmavano i bolscevichi e confermavano la convinzione che il corso della storia proseguisse nella loro direzione. Alla fine del 1919 tutti gli eserciti stranieri erano rientrati in patria. Il 1919 rappresentò una svolta.
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