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1850 entrò nel ministero dell’Agricoltura, commercio e marina e poi delle Finanze. Sostenne una

politica di stampo liberista e di sostegno allo sviluppo delle ferrovie e delle società di navigazione. I

primi governi costituzionali dovettero affrontare il problema chiesa e attuarono una politica ispirata

dall’idea della separazione tra stato e chiesa, non a caso fu introdotto il matrimonio civile distinto

da quello religioso. Nel 1852 Cavour diventa presidente del consiglio accordandosi con la sinistra

moderata, un accordo che segnava la vocazione centrista del liberalismo cavouriano. Cavour

impegnò il governo su una legge che aboliva il pagamento a carico dello stato della congrua ai

parroci e il trasferimento su un’apposita cassa ecclesiastica finanziata con lo scioglimento di

alcune corporazioni religiose. Con la sua politica moderata Cavour guadagnò consensi. Lo stesso

Garibaldi aderì alla strategia. Garibaldi, Cavour e Vittorio Emanuele erano pronti a recitare fino in

fondo la loro parte: il sovrano guerriero era pronto a vestire gli abiti nazionali, l’abilissimo politico

guidava un governo riformatore preparando strategie di movimento e l’ero dei due mondi era

pronto a mettere al servizio le sue abilità militari. Fu allora che l’intelligenza di Cavour si incontrò

con la politica di movimento internazionale napoleonica. Cavour fece partecipare il Regno di

Sardegna alla guerra di Crimea. La sera del 14 gennaio 1858 si presentò un problema: un italiano

Felice Orsini attentò alla vita di Napoleone. Cavour dovette tirar fuori le sua abili doti. Si

incontrarono a Plombieres e Cavour ne approfittò per convincerlo che la situazione italiana era

incandescente e sarebbe stato opportuno sostenere la strategia sarda per evitare nuove

insurrezioni. Si accordarono per un appoggio francese a una guerra all’Austria in vista di un

riassetto della penisola: era la ripresa del progetto neoguelfo francese e Cavour seppe

approfittarne, in cambio promise alla Francia la Savoia e Nizza.

Il 10 gennaio 1859 Vittorio Emanuele II inaugurò la sessione parlamentare. Si preparava la guerra.

Le alleanze sono in genere difensive e così lo era anche l’alleanza segreta tra Cavour e il sovrano

francese. Napoleone III minacciò l’ambasciatore austriaco, da tutta Italia si mossero volontari e

Garibaldi ne inquadrò buona parte nel gruppo dei Cacciatori delle Alpi. In aprile l’Austria lanciò

l’ultimatum ordinando al Piemonte di smobilitare: risposta negativa, le truppe austriache varcarono

il confine. Il Piemonte era così stato aggredito e l’alleanza potè scattare. La guerra durò da aprile a

luglio e fu una successione di vittorie. Anche il Veneto stava per cadere quando però il re francese

decise di ritirarsi. Cavour rassegnò le dimissioni. Dopo un governo con a capo La Marmora, nel

1860 Cavour riprese il potere col programma di accelerare le annessioni. Già l’11 e il 12 marzo si

tennero i plebisciti, si trattava di dire si o no all’annessione. Venti giorni dopo si tennero le elezioni

per il parlamento subalpino. Il nuovo regno era cosa fatta: comprendeva le province del Centro-

nord della penisola che avevano diversa tradizione ma assetti economici e civili abbastanza

omogenei e già relativamente integrati. Ma le cose presero tutt’altra piega. I mazziniani non

avevano cambiato idea sia sul fatto che l’unificazione dovesse avvenire su altre basi sia sul

carattere nazionale del moto. Nello stato pontificio e nel regno delle due Sicilie la cospirazione non

era spenta. In particolare in Sicilia il fermento antiborbonico era febbrile. Ci si rivolse a Garibaldi

che partì da Genova radunando volontari. La sera del 5 maggio 1860 Bixio prese il comando di

due piroscafi ancorati a Quarto dove li raggiunse il Generale. Erano poco più di mille abbigliati alla

buona, confusione, poca o nulla esperienza militare, scarseggiavano armi e cibo e carbone. Il

mare fu benigno e l’11 maggio i due piroscafi entrarono a Marsala. Avanzarono, vinsero e

Garibaldi si proclamò dittatore della Sicilia. Lasciò il governo a Crispi e continuò a marciare

espugnando la fortezza di Milazzo. Il 7 settembre entrò a Napoli dove c’erano anche gli altri capi

della democrazia come Mazzini e Cattaneo. L’esercito borbonico si arrestò a nord di Napoli e ai

primi di ottobre i due eserciti si scontrarono. Fu la più grande battaglia del Risorgimento, la vinse

Garibaldi. Si delineava il risorgimento di popolo delineato dai democratici, solo che il problema

giunse dalla campagna: i contadini volevano le terre e attaccavano i signori, Garibaldi fu costretto

a far reprimere i dissidenti. Cavour era preoccupato e cercò di accelerare le annessioni nel

Mezzogiorno e mandò dei prodittatori in aiuto al Generale. Poi giocò la carta risolutiva, la carta

militare: spiegò a Napoleone che bisognava anticipare Garibaldi e fece attaccare lo stato pontificio

da una spedizione piemontese guidata dal re in persona. I sardi spinsero verso sud senza entrare

nel Lazio, andavano verso Garibaldi. Garibaldi puntava all’integrazione nazionale non allo scontro

rivoluzionario, così il 26 ottobre vicino Teano consegnò le terre al re. Nel Mezzogiorno furono votati

i plebisciti e il 17 marzo a Torino nella nuova assemblea parlamentare fu proclamato il Regno

d’Italia.

Il nuovo regno si estendeva ora su tutta la penisola ad eccezione di Veneto e area intorno a Roma.

La questiona di Roma e del pontefice era cosa spinosa. Nel marzo del 1861 appena proclamato il

regno, fu stabilita come capitale Roma, ma il pontefice non era disposto ad accordi e per di più

c’erano le truppe francesi a difenderlo. Per puntare a Roma bisognava accordarsi con i francesi.

Non era un problema di facile soluzione e solo Cavour avrebbe potuto trovare la soluzione, solo

che morì improvvisamente il 6 giugno 1861. Garibaldi mobilitò per marciare su Roma e il governo

lo lasciò fare. Nel 1865 il primo ministro Minghetti seguì la via diplomatica accordandosi con i

francesi nella Convenzione di settembre con la quale i francesi lasciavano Roma e gli italiani si

impegnavano a sostituirli senza aggressione. Fu deciso anche il trasferimento della capitale a

Firenze. Occorreva dare consistenza al regno e questo compito fu dato alla destra storica, il partito

di Cavour. Si spirito moderato, liberalconservatore, simpatizzavano per il liberalismo inglese e

detestavano il giacobinismo alla francese. Al governo della destra storica fu rimproverata

l’eccessiva chiusura verso il paese, il carattere elitario, oligarchico, la ristrettezza del voto,

l’adozione di un rigido centralismo amministrativo. Ma tennero insieme il paese e si misero subito a

unificare le strutture, a costruire un esercito, una marina, un sistema scolastico e uno bancario.

Veneto e Lazio intorno a Roma furono annesse rispettivamente nel 1866 e nel 1870. L’Italia

nacque scomunicata con la presa di Roma. Ciò che era necessario era fare gli italiani: diffondere

lingua, istruzione, memorie comuni, erano tra loro molto diversi. Alla politiche di nazionalizzazione

diede un contributo essenziale la costruzione di una adeguata memoria storica di ispirazione

patriottica: Vittorio Emanuele, Garibaldi e Mazzini divennero degli idoli italiani.

Nel frattempo nuove nazioni nascevano fuori d’Europa come gli Stati Uniti. Un paese poco

popolato e molto periferico, ma un paese giovane, dinamico, padrone del futuro. Negli Stati Uniti si

sperimentavano vizi e virtù della società democratica. Alla fine della loro rivoluzione, il confine degli

Stati Uniti si fermava al Mississippi, nel 1830 comprò la Louisiana dalla Francia , un immenso

territorio che confinava a nord con il Canada. Questo portò allo scontro con gli inglesi al nord e a

sud e sud-ovest con gli spagnoli. Le turbolenze che scossero i territori dell’ex impero spagnolo

portarono gli Stati Uniti a precisare il loro ruolo di nazione americana. Le colonie spagnole avevano

sollevato movimenti indipendentisti e sotto la guida di Bolivar si liberò Argentina e Perù. Il 4

dicembre 1823 il presidente Monroe aveva dichiarato l’astensione americana da qualsiasi

questione europea e qualsiasi tentativo di ingerenza negli affari degli stati americani sarebbe stato

considerato ostile. Nel 1846 iniziò una dura guerra con il Messico e nel 1848 in California fu

scoperto l’oro. Il giovane stato si stava armando e ammodernando a ritmi sostenuti. Agli inizi degli

anni sessanta fu messo in cantiere e completato rapidamente il collegamento ferroviario

transcontinentale e furono sfruttati i giacimenti di petrolio scoperti in Ohio, Pennsylvania e West

Virginia. Nel 1857 il principio costituzionale stabilì che i neri non erano cittadini degli Stati Uniti ma

schiavi, cose. Sul tema della schiavitù si crearono due schieramenti. Lincoln nel 1860 era

favorevole alla concessione della cittadinanza ai neri e fu eletto presidente con i soli voti del nord.

La Carolina del Sud si staccò e creò la Confederazione del sud. La questione della schiavitù diede

origine a una profonda contrapposizione di interessi: il nord era interessato all’industria e alla

finanza; il sud all’agricoltura quindi aveva bisogno di mano d’opera nera. La guerra fu durissima e

anche se la confederazione era in netta minoranza attaccò per prima e per prima perse la guerra.

Nel 1865 ci fu la resa e pochi giorni dopo Lincoln rieletto presidente, fu assassinato da un sudista.

L’8 luglio 1853 gli americani entrarono nel porto di Tokyo per convincere (forzare) i giapponesi ad

aprirsi ai loro traffici. Gli americani non erano i soli a premere sul Giappone, anche dall’Europa

c’era molto interesse. Il Giappone sarebbe presto diventata un’altra potenza mondiale. Il Giappone

era un paese molto antico che spesso si rifaceva alla sua antica tradizione e fu proprio questa

tradizione ad aprirsi alla penetrazione occidentale e permise il rapido sviluppo senza disgregare la

nazione. A metà 800 vigeva in Giappone il governo dei samurai guidati dalla dinastia Tokugawa sin

dal 500. Questi avevano stabilito un sistema assai complesso di gerarchie sociali. La capitale

imperiale era a Kyoto e quella politica a Edo, i signori locali dovevano alternare un anno di

residenza nei loro domini e un anno nella capitale. I samurai erano riuniti intorno ai castelli nobiliari

dai quali ricevevano riso in pagamento in base al rango. I villaggi godevano di una quasi totale

autonomia e l’agricoltura era l’unico fondamento dell’economia. Nel 1636 soppresso il

cristianesimo, gli occidentali furono cacciati dal pese, tutti i contatti stranieri furono sbarrati e tutto

ciò che non era giapponese era proibiti, fu ordinato addirittura di uccidere i naufraghi. Ciascun

individuo apparteneva alla catena generazionale, non era un individuo dotato di personale destino

e capacità decisionale. La riaffermata sacralità imperiale portò alla restaurazione Meiji che pose

fine al governo Tokugawa. La rigidità del vecchio regime impediva al paese di svilupparsi e anche

se l’agricoltura raccoglieva in se tutta l’economia c’erano alcuni settori in via di sviluppo ed

esisteva una potenziale borghesia artigianale e commerciale. Il regime Tokugawa nel 1867 fu

abbattuto da una sollevazione di samurai. Il Giappone con i Meiji si avviò a diventare una potenza

continentale.

La questione tedesca era ancora aperta, né le agitazioni del 1830 né la rivoluzione del ’48 avevano

portato ad un esito nazionale. L’intera area germanica aveva opposto una rigida chiusura alle

rivendicazioni liberali, la Prussia al nord e l’Austria al sud erano i poli dell’area. In Austria la

costituzione del 1849 fu soppressa due anni più tardi e tutto il potere finì nelle mani dell’imperatore

Francesco Giuseppe che instaurò un regime dal nome neoassolutistico visti i metodi rigidamente

autoritari. Un concordato eliminò ogni potere dello stato sulla chiesa e a questa fu concesso il

monopolio sull’istruzione e la censura. Non meno severo fu il governo in Prussia dove la

costituzione non fu abrogata ma fu emendata in senso ancor più restrittivo con una Camera bassa

elette su un sistema a tre classi dove dominavano i maggiori contribuenti, nel 1854 fu poi creata

una Camera alta che veniva eletta dal re fra l’aristocrazia. Anche qui la chiesa riacquistò i suoi

poteri. La costruzione della rete ferroviaria tedesca così come la lega doganale, escludevano

l’Austria. L’area gravitazionale era la Prussia e lo fu ancor più quando nel 1857 una conferenza

monetaria fece del tallero prussiano una moneta di libero corso in tutta la Germania a danno del

fiorino austriaco. 39 stati si erano uniti nella confederazione germanica la Deteuscher Bund nel

1815 e l’azione politica si concentrò soprattutto nella lotta al liberalismo. L’area germanica era

scossa dalla divisione su due progetti: il progetto grande tedesco che includeva l’Austria e quello

piccolo tedesco che invece la escludeva. Entrò a questo punto in scena Bismarck cancelliere

prussiano dal 1862 al 1890. Secondo lui l’unica soluzione era prendere le armi. Nel 1864 aiutò lo

zar di Russia a reprimere l’insurrezione polacca assicurandosi così il suo appoggio. L’occasione

per attaccare l’Austria si presentò con la crisi in due ducati danesi che la Germania si annesse così

creò motivo di tensione con l’Austria. La Prussia sconfisse l’Austria in 15 giorni il 3 luglio 1866.

Ebbe così fine la Confederazione germanica. L’impero austriaco fu definitivamente escluso dalla

Germania e diventò uno stato danubiano. La monarchia asburgica era ora formata da due stati:

Cisleitania e Transleitania. A nord del Meno fu creata la Confederazione della Germania

settentrionale, uno stato federale presieduto dal re di Prussia. A questo punto Bismarck si volse

alla Francia. Per entrambi i paesi la guerra era utile: per la Confederazione era un modo di

stringere a se gli stati del sud; per Napoleone III era un’occasione per rinverdire le glorie imperiali.

Bismarck attaccò Napoleone III in una trappola: fece circolare un articolo con termini sprezzanti nei

confronti dei francesi e Napoleone fu costretto alla guerra. In realtà fu una parata trionfale del

potente esercito di Von MOlkte. L’esercito francese fu sconfitto a Sedan e la Francia fu costretta a

cedere Alsazia e parte della Lorena. Così nacque il secondo Reich il 28 gennaio 1871. Il re di

Prussia fu il Deteuscher Kaiser. Il Reich più che impero era dominio.

Crollato l’impero, la Francia elesse un’Assemblea nazionale. È inutile dire che per risanare il

governo e riportare l’ordine era necessario che il governo si installasse a Parigi, la capitale che era

restata senza governo e in mano alla piccola borghesia in armi. Thiers il 18 marzo giunse a Parigi

con lo scopo di sottomettere la città. Le truppe rifiutarono di sparare e anzi si unirono alla folla nella

Guardia nazionale. Alle 11 di sera la Guardia nazionale si era insediata nel municipio parigino. I

leader improvvisati erano in prevalenza democratici radicali e optarono per le elezioni che furono

vinte dalle correnti di sinistra. Gli 81 membri avevano età media 38 anni, poca esperienza politica e

molta ideologia. Le truppe versagliesi attaccarono 5 giorni dopo. Ma passarono due mesi prima di

poter entrare nel municipio, in questi due mesi il governo fu di stampo radicalsocialista. Avrebbe

dovuto dar vita a forme di democrazia diretta e autogestione operaia, educazione popolare laica e

legislazione sociale avanzate: l’esperimento fu spento nel sangue dai versagliesi. Le barricate

furono date alle fiamme: Parigi era in fiamme e il 28 maggio 1871 la Comune aveva cessato di

esistere eppure le fucilazioni continuarono. Si era materializzato ciò che avevano scritto Marx e

Hegel nel Manifesto del Partito Comunista: lo spettro del comunismo si era affermato in Europa.

Socialismo, comunismo

Il mondo per il messaggio biblico era fatto di ricchi e di poveri, di chi possedeva e chi no, di chi

sfruttava e chi veniva sfruttato, ai secondi era destinato il regno dei cieli. Quindi per la cristianità

l’eguaglianza era il fine ultimo della storia.

Questa idea acquistava tutt’altro vigore davanti al dinamismo industriale e alla società borghese.

Le affermazioni di libertà e di uguaglianza facevano intravedere nuove occasioni di riscatto.

Soprattutto nel mondo del lavoro iniquità e ingiustizia sembravano accompagnare le nuove libertà.

Nessuna associazione collettiva poteva intromettersi tra il datore di lavoro e l’individuo, ricordiamo

a proposito la legge Le Chapelier che proibiva le corporazioni e le associazioni operaie. Una

norma simile fu varata in Inghilterra nel 1800 con i Combination Acts con i quali chiunque si

associasse per ottenere aumenti di salario o riduzioni dell’orario di lavoro poteva essere

condannato al carcere. La legislazione antiassociazionistica aveva due lati diversi: da una parte

era intesa a liberare la manodopera dai vincoli di antico regime; dall’altra a contrastare i germi di

resistenza organizzata presenti nel mondo del lavoro. I padroni avevano accresciuto il loro potere

sugli operai. Anche un associazionismo popolare già da antica data prendeva nuove forme: leghe,

trade unions, società di mestiere, club operai si dedicavano al mutuo soccorso ma allo stesso

tempo alimentavano il bisogno di lottare insieme per delle condizioni di vita tollerabili.

Le prime leggi speciali a tutela del lavoro furono varate in Inghilterra nel 1853. Si trattava di

riduzione delle ore lavorative che grazie al Factory Act del 1847 le aveva portate a 11 e poi a 10.

La rivendicazione delle 8 ore già indicata da Marx fu fatta propria dal movimento operaio come

bandiera unificante e la Seconda Internazionale ne fece l’obiettivo di una mobilitazione universale

da tenersi ogni anno in tutto il mondo il 1 maggio. Il ribollire delle idee ed esperienze operaie

coinvolgeva anche la politica. Emersero capi a volta dirigenti sindacali, a volti generosi invasati o

dei filosofi del riscatto sociale. Una gran folla di personaggi che portava avanti le idee di un

movimento che era ancora povero di effetti. Il socialismo a quell’epoca era come un veliero dalle

mille vele rigonfie ma alzate su uno scafo troppo leggero di dimensioni minuscole e dalle strutture

labili.

La natura radicale e profonda della rivoluzione industriale era ormai stata percepita. Sulle varie

visioni della società che si andava studiando prevaleva la visione dicotomica che vedeva

contrapporsi operai e padroni. Il socialismo e soprattutto Marx offrirono la versione più radicale e

pervasiva di questa opposizione. Il concetto stesso di classe era definito dal conflitto e si imponeva

come criterio di classificazione oggettivo, indipendente dalla percezione dei singoli, dalla loro

coscienza di classe: i singoli individui formano una classe solo in quanto debbono condurre una

lotta comune contro un’altra classe. Quell’epoca si distingueva per i contrasti fra le classi, la

società intera andava sempre più scindendo in due grandi campi nemici: borghesia e proletariato.

Marx e Engels stavano fondando sulla lettura di quelle trasformazioni una interpretazione del

mondo e della vita, della storia tutta. Era il loro un progetto politico di grandissima potenza, il

comunismo annunciato nel Manifesto. La lotta del proletariato per abbattere il potere borghese fino

al trionfo della società comunista corrispondeva ad una tendenza necessaria e ineluttabile, iscritta

nella storia e nella logica stessa del potere capitalistico-borghese. Per il proletariato l’intera età

industriale era qualcosa di negativo, non esistevano per loro privilegi, non avevano nulla da

salvaguardare, avevano solo da distruggere le sicurezze su cui poggiava la borghesia. Il conflitto

nel quadro offerto da Marx non era qualcosa da cancellare ma un valore da mantenere ben saldo.

Nel Manifesto i due filosofi indicavano alcuni provvedimenti che sarebbero stati presi dal

proletariato al potere: esproprio della proprietà fondiaria/imposizione fiscale progressiva/abolizione

del diritto di successione/accentramento nelle mani dello stato dei trasporti e del credito con la

banca nazionale/aumento delle fabbriche nazionali/obbligo di lavoro per tutti. Dopo il ’48 Marx

diede inizio alla sua opera più importante, Il Capitale. La ripresa organizzativa del movimento fu

orchestrata da Marx stesso con l’Associazione internazionale dei lavoratori da lui promossa nel

1864, ma la catastrofe della comune di Parigi, i conflitti interni, i dissidi personali, indussero Marx a

liquidare l’associazione e a trasferirne il quartier generale a New York nel 1872.

Diversi erano i gruppi che volevano accaparrarsi la guida della classe operaia. Le brutture della

società capitalistico-industriale potevano generare un complessivo rifiuto della modernità e un

ritorno ai valori semplici e veri della vita di campagna. Sentimenti di questo tipo si ritrovano in

molto socialismo ottocentesco soprattutto lì dove le campagne e il mondo contadino occupavano

uno spazio considerevole. Questo accadeva in Russia dove i contadini vivevano ancora in

condizioni servili, si voleva liberarli da quella condizione ma allo stesso tempo mantenere i loro

valori. Fu questa la missione di molti come Tolstoj e Dostoevskij: per il primo era idealizzazione

pacifica delle virtù della vita rurale, della natura rispetto alla civiltà; per il secondo era più

esaltazione combattiva della missione di salvezza affidata alla chiesa, all’autocrazia e alla Santa

Russia. Non molto diverso fu il percorso di Herzen che spinse i suoi ad andare verso il popolo

contadino. Diversi giovani scelsero di vivere nelle campagne per poter istruire i contadini e per

esserne ispirati. Tale populismo nella sua versione slava e filocontadina fu proprio del movimento

socialista rivoluzionario russo, dove ebbe una evoluzione sovversiva e terroristica ed ebbe seguaci

anche in Europa. Bakunin, antagonista anarchico di Marx, proponeva di distruggere

l’organizzazione statale e sostituirla con una società libera di produttori. Nella seconda metà del

secolo erano molte e variegate le correnti di un comune spirito socialista che si proponeva di

contrastare l’individualismo borghese e il capitalismo. Nel 1889 nacque la Seconda Internazionale

di stampo marxista, un’associazione dove si ebbero congressi e incontri per discutere linee

politiche e strategie, diversi erano i partiti che vi partecipavano ma primo fra tutti era il Partito

Socialista Tedesco. Si aprì in Europa un ciclo storico che durò quasi un secolo, e nel quale la

condizione operaia era identificata col socialismo, e questo con una serie di dottrine prese dal

marxismo. Tra gli operai si diffuse un sentimento comune, una voglia di condividere le loro vite

collettivamente, bisognava agire collettivamente. La condizione operaia era effettivamente una vita

di segregazione. Si formò una vera e propria coscienza di classe, gli operai condividevano costumi

e abitudini, modi di dire e di fare.

Le organizzazioni operaie furono socialiste e rivoluzionarie. Partiti operai o radicali e democratici,

impegnati in politica svolgevano una azione pedagogica verso gli operai, incoraggiati a scansare il

fucile per far uso della scheda elettorale. Il marxismo affermava scientificamente che il capitalismo

sarebbe caduto. Qualche decennio più tardi fece la sua comparsa un rivoluzionario russo di nome

Lenin che enfatizzava ancor di più la visione marxista della comune come germe del contropotere

rivoluzionario. Il socialismo rivoluzionario marxista portò unanimamente gli operai dalla sua. Il

socialismo riformista puntava ad entrare all’interno dei governi per poter cambiare la società non

solo a livello sociale ma anche economico, passando da una società capitalista a una società

socialista, ma tutto ciò passando appunto per le istituzioni democratiche. Questi progetti si

avvicinavano al campo borghese-liberale e non a caso ai primi del 900 diversi furono i casi di

avvicinamento tra democrazia e socialismo, tra liberalismo e laburismo.

Imperi. Le diverse Europe

L’ascesa della Germania dette nuova torsione alle vicende del secolo, quel che più interessa è il

modo in cui si era costituita la nazione tedesca. Il patriottismo germanico non si identificava con

una nazione in senso culturale ed etnico perché veniva fondato sul programma piccolo tedesco

che escludeva l’Austria. Il nuovo reich includeva popoli diversi senza curarsene, pensiamo

all’annessione di Alsazia e parte della Lorena. Allontanandosi da centro propulsivo della modernità

europea ovunque il mondo era diverso, innanzitutto un mondo agricolo antico, un mondo dove

persistevano gli ordini cetuali. In questi mondi le forze dell’innovazione erano in posizione

combattiva ma in netta minoranza: questo accadeva in Spagna, Portogallo, Italia, Austria-

Ungheria, Russia e Impero Ottomano.

La Spagna era un grande paese ma persi i domini coloniali rimase indietro, non tenendo il ritmo

del progresso economico e politico. È una Spagna di antico regime all’inizio, gravata da un ferreo

regime feudale. Sin da settecento si susseguirono riforme per migliorare la condizione del paese.

Questa serie di trasformazioni moderò i privilegi di chiesa e nobiltà ma non diminuì lo squilibrio tra

una massa popolare poverissima e la proprietà terriera. Nel frattempo anche la Spagna aveva

conosciuto un incremento demografico. La vita costituzionale e politica fu estremamente

travagliata dai diversi levantamientos che non consentivano stabilità amministrativa, ogni cambio di

regime implicava un cambiamento di costituzione. Con le sue cortes la Spagna era il paese

europeo di più antica tradizione parlamentare. Qui aveva prevalso l’assolutismo, una ideologia

antistatale, nemica della modernità, legata ai potenti e non curante delle masse contadine povere

e primitive. L’espressione di questo blocco politico fu il partito carlista, il partito della chiesa e dei

latifondisti e di tutte le resistenze al centralismo statale. Questo carlismo aveva la sua base anche

nei fueros, su base popolare, erano i privilegi di cui godevano borghi e comunità. Accanto a un

clericalismo cupo e tenace forte, si sviluppava un anticlericalismo altrettanto forte spinto dalle

masse popolari stanche dei privilegi ecclesiastici. Ci fu un periodo moderato dal 44 al 68 con una

dittatura nel quadro di una costituzione emanata nel 45; poi ci fu un pronunciamiento di marca

liberale nel 54 e dopo una breve esperienza progressista ci fu un periodo di prosperità economica

collegabile alla guerra di Crimea. Varie regioni si stavano sviluppando con una industria tessile

catalana e un più faticoso impianto di industria pesante lungo la costa Cantabrica. A quell’epoca la

Spagna pensò anche di rinverdire le glorie imperiali riprendendosi alcune zone del Marocco,

ovviamente fu un fallimento. I tentativi più ardui furono quelli verso l’America Latina con la Guerra

del Pacifico. La verità è che la Spagna aveva poca capacità militare sia a livello di armamenti sia a

livello di militari e questo non fu capito dai governi che si susseguirono che evidentemente erano

incapaci di realismo. Nel 1868 ci fu un ennesimo levantamiento al quale susseguì un’elezione a

suffragio universale che vide sul trono Amedeo di Savoia, Amedeo I di Spagna. Il re italiano fu

presto costretto ad abdicare e nel 1873 fu proclamata la prima repubblica, che durò solo 11 mesi.

Nel gennaio del 74 un nuovo pronunciamiento impose un governo di salvezza nazionale con il

restauro della monarchia costituzionale con il re Alfonso XII di Borbone. L’età della restaurazione

dal 1874 al 1923 garantì una nuova stabilità politica, la nuova costituzione attribuì una sovranità

compartita tra il sovrano e il Parlamento. La confessione cattolica era religione di stato e si

potevano avere altri culti ma senza manifestazione pubblica. L’ideatore del regime fu Antonio

Canovas del Castillo, uno sprezzante del popolo e critico del suffragio universale, così come

dell’abolizione della schiavitù e della libertà di insegnamento. Per dare stabilità al potere propose

un governo di bipartitismo all’inglese, da un lato lui e dall’altro il liberale Sagasta. Erano loro a

decidere quando vincere le elezioni. Questo periodo fu chiamato caciquismo dove il termine indica

corruzione e clientelismo. Addirittura nel 1907 fu emanata una legge che diceva che in mancanza

di avversari non si sarebbero tenute elezioni. La sottomissione degli elettori al potere era cosa

consueta. Sia lo stato amministrativo sia la rappresentanza politica mancavano alla loro funzione

di dare unità al paese, tantomeno lo faceva la chiesa o la casa regnante. La hispanidad non era

una identità nazionale, si identificava piuttosto con i possedimenti coloniali, fu per questo che

quando la Spagna attaccò gli Stati Uniti nel 1898 per riprendersi Cuba, il popolo si sentì pervaso

da nuove emozioni. Ovviamente la Spagna perse, eppure in questo periodo vivace fu l’attività

intellettuale che si riunì intorno alla generazione del 98 che sperava in una Spagna eterna e

spontanea.

A sud un denso legame storico univa l’Austria all’Impero ottomano. All’inizio dell’800 sotto la

sovranità ottomana c’erano vasti territori danubiani, l’Anatolia, l’Armenia, la mezza luna fertile, la

penisola arabica e il Nordafrica fino al Marocco indipendente. La storia di questo impero è quella di

una sostanziale perdita di territori. Questa perdita fu segnata da fatto che il sovrano non gestiva

direttamente i suoi territori, questi si autogestivano più che altro. A partire dagli anni 30 quando

iniziò l’erosione furono avviate profonde riforme: l’esercito fu riformato/fu riorganizzata

l’amministrazione centrale e quella provinciale/codice civile, agrario e penale che attenuava la

legge coranica/codice civile che tentava un compromesso tra la cultura islamica e quella

occidentale/scuole, università/banca centrale/catasto/strade, canali, ferrovie. Forse il dato più

rilevante fu la secolarizzazione e l’adozione di uno stato di diritto. Il rapporto tra potere civile e

potere religioso nel mondo islamico è assai complesso ma va rimarcato che i religiosi non

esercitavano poteri civili e i governi non intervenivano in materia religiosa. L’istruzione era impartita

dal clero, al clero era demandata la disciplina in materia familiare ed era indispensabile che la

legislazione seguisse i precetti della legge coranica. Ora con la riorganizzazione fu adottata una

legislazione a base individualistica ed egualitaria come in occidente, i non musulmani furono così

considerati con gli stessi diritti dei musulmani. Nel 1876 fu proclamata una costituzione su stampo

di quella belga che istituiva un governo parlamentare e confermava l’uguaglianza di diritti per tutti i

cittadini dell’impero. Nell’intero mondo islamico la sfida della modernità occidentale aveva portato a

delineare due filoni di pensiero: l’uno detto nazionalismo borghese e che inclinava a trovare

nell’islam i materiali per la costruzione di stati nazionali moderni su stampo occidentale; l’altro

piuttosto insisteva sull’universalità del popolo musulmano e proclamava la necessità di una

purificazione dei costumi. Su questi movimenti influì molto il misconoscimento della cultura

musulmana da parte degli occidentali e l’espansione coloniale. Tant’è che si giunse a un rifiuto

dell’occidentalità.

L’impero dello zar era un gigante possidente per la ricchezza delle sue terre ma per questo non

era ignaro di debolezza. Le maggiori religioni del mondo confluivano nell’impero russo e diverse

erano le etnie presenti. La struttura politica era articolata attorno ai tre poli dell’autocrazia zarista,

della nobiltà e dei contadini, per l’assolutismo zarista i proprietari dovevano servire lo stato

nell’esercito o nella marina; i contadini dovevano servire lo stato con il servaggio. Al centro del

mondo cittadino c’era l’azienda famigliare dvor e poi la comunità rurale mir. Il mondo contadino era

ben poco scalfito dalla modernità urbana. Durante tutto il secolo la struttura tripartita che reggeva

la società andò erodendosi e nel frattempo lo stato si costellava di fuochi. Accanto alle ribellioni

contadine preoccupavano la questione nazionale e il movimento liberal-democratico. La Russia

non fu raggiunta dal 48 europeo e per tutto l’800 non conobbe regime costituzionale né

rappresentanza politica. Nel 1854 quando Nicola II si vide negata l’autorità sui milioni di persone

che vivevano nell’impero ottomano, decise di muovergli guerra: il suo scopo era avere uno sbocco

sul Mediterraneo. Intervennero a difesa dell’Impero ottomano Francia e Gran Bretagna. Dopo due

anni di guerra, la Russia dovette cedere. Con Alessandro II fu data maggior autonomia al governo

locale e nel 1874 fu istituita la coscrizione obbligatoria anche se non era facile arruolare i russi che

non erano in realtà russi ma di altre etnie. Accanto alla questione delle nazionalità era quella

contadina. La riforma per eccellenza fu l’abolizione del servaggio del 1861. Mentre declinava la

nobiltà, il ruolo della popolazione rurale aumentava. Alla vigilia della prima guerra mondiale i

contadini possedevano l’80% delle terre. La terra era stata divisa tra signori e contadini, ma con

una piccola differenza: i primi la ricevettero gratis, i secondi a pagamento attraverso finanziamenti

dello stato che ovviamente avrebbero dovuto restituire. L’opinione liberale restava fortemente

antagonista dello zar e del sistema politico. Fallito l’andare verso il popolo, il terrorismo era a un

passo, e così fu, e così ne rimase vittima lo stesso zar. Alessandro III chiuse l’epoca delle riforme e

aumentò la repressione. Perseguitò nazionalità, ma i più colpiti furono gli ebrei. Gli ultimi zar fecero

altrettanto anche se seppero dotarsi di buoni ministri che avviarono la Russia verso il processo

economico. Fu iniziato un progetto ferroviario, la base industriale raddoppiò: la realtà era che la

Russia a livello di reddito pro capite era ancora troppo lontana. Tutte le attività economiche

sembravano essere accerchiate da un mondo antico che ne impediva l’espansione. L’impero

doveva fronteggiare la nascente potenza giapponese, i loro interessi confluivano in Corea: il

Giappone non lo accettò e attaccò la Russia a Port Arthur. Le notizie in patria non portarono gioia,

alimentarono le tensioni sociali e i fermenti rivoluzionari già in atto. Gli operai di Pietroburgo

entrarono i sciopero e poche settimane dopo un gruppo di rivoluzionari con a capo Gabon redasse

una supplica che lamentava la miseria e chiedeva la libertà e la fine della guerra. Il 22 gennaio

1905 Gapon si diresse verso il Palazzo d’Inverno: la repressione sulla folla fu crudele. La rivolta

dilagò in tutto il paese, tutti vi parteciparono. Firmata la resa lo zar promise l’istituzione di una

Duma, un’assemblea elettiva, ma il movimento operaio continuò le agitazioni. Era l’avvento della

rivoluzione costituzionale in Russia. Il movimento rivoluzionario costituì i primi consigli operai, i

soviet. Negli anni seguenti fece le sue prove il governo costituzionale e la Duma fu eletta e risciolta

e ricostituita moltissime volte e mentre travolgeva i soviet nel sangue, il primo ministro Stolypin

avviò riforme incisive, ma gli mancò il tempo visto che nel 1911 fu assassinato. Nel 1898 si costituì

un Partito operaio socialdemocratico russo di ispirazione marxista che non attribuiva grande valore

alle aspirazioni contadine alla terra. Nel 1903 si spaccò e solo la minoranza menscevica rimase

fedele a una linea occidentalista mentre la maggioranza bolscevica si strinse intorno a Lenin.

Lenin credeva che sarebbe stato possibile guidare diversi gruppi, tenerli insieme, se solo a guidarli

fosse stato un partito ferreamente organizzato. Dopo la fallita rivoluzione del 1905 lenin pensò che

se si fosse ripresentata l’occasione la rivoluzione sarebbe dovuta essere assolutamente più

cruenta.

Sottoposti alla comune sfida della modernità gli ordinamenti politici e culturali, sociali ed economici

nei vari paesi si presentano per certi versi come arretrati. Eppure in alcuni paesi ci furono

condizioni accettabili affinché modernismo e culture di antico regime poterono convivere.

Tra i vari percorsi possibili della modernità il modello tedesco costituì la variante più dinamica. La

Prussia su cui si era fondata la Germania, aveva dei tratti peculiari: era uno stato aristocratico e

guerriero, avverso al costituzionalismo liberale, il prodotto dell’illuminismo che aveva dato

modernità allo stato come all’amministrazione. L’unificazione tedesca fu seguita dalla crescita

impetuosa della Germania gugliemina. La cultura tedesca aveva dato contributi essenziali alla

formazione del moderno spirito europeo. Fu la combinazione degli ingredienti borghesi a delineare

il percorso speciale che doveva condurre a una modernità incentrata sul principio aristocratico e

militare della gerarchia e della disciplina. Un simile modello tedesco di modernità borghese,

faceva gola a molti, soprattutto se si considera l’istruzione, la cultura, l’amministrazione e la

scienza, il diritto e le civiltà antiche. È significativo che in questo stato si contrapponessero

giusnaturalismo e giuspositivismo: il primo vede nella natura dell’uomo il fondamento dell’ordine

giuridico, il secondo afferma invece la natura storica e positiva del diritto, che derivava dallo stato.

Una affinità forte univa alla Germania il Giappone. In Giappone esisteva un governo ma non un

popolo. Creato un efficiente sistema di istruzione, l’istruzione tecnica fu affiancata

dall’insegnamento della dottrina imperiale e della tradizionale mitologia nazionale. L’occidente

aveva da sempre attratto il Giappone, e non è un caso se quando decisero di dare una

costituzione al paese furono inviati commissari in tutta Europa per studiare i diversi governi. Questi

commissari si fermarono quasi esclusivamente in Germania e la costituzione del 1889 accentuava

i tratti autoritari di quella tedesca. Furono adottati una forte centralizzazione, un sistema di

burocrazia per merito, un regime costituzionale che limitava i poteri parlamentari. Fu scelto il

sistema bicamerale, ma il governo era responsabile davanti all’imperatore e non al parlamento.

Leggi assai severe impedivano la formazione di sindacati o partiti di sinistra. Furono varati intensi

programmi di investimenti in infrastrutture. L’industria giapponese fu uno di quei casi in cui

l’intervento dello stato fu fondamentale in quanto ne concesse l’ampio sviluppo. C’erano pochi

giganti finanziari legati allo stato, questi erano gli zaibatsu, che se vogliamo possiamo tradurre con

cricca finanziaria formata da quattro grandi gruppi altamente integrati fondati da dinastie mercantili

o di samurai che da sempre furono fedeli alla dinastia Meiji. Essendo il Giappone privo di materie

prime e avendo una popolazione in forte crescita, doveva volgere il suo sguardo oltre. Il suo

obiettivo era la Core. Ma la Corea era anche obiettivo cinese e russo, non a caso il Giappone nel

1904 muove guerra alla Russia.

Grandi movimenti. Uomini, macchine, merci, capitali

Con lo sviluppo dell’economia industriale tante cose mutarono, parrò il tempo del carbone e del

cotone, venne il tempo del ferro e dell’acciaio, dei giganti industriali e della grande finanza.

Le ferrovie erano presto divenute il volano dello sviluppo. Alle strade ferrate vanno aggiunte una

più densa struttura di comunicazione garantita da strade carrozzabili, canali e linee di navigazione

presto accompagnate da ogni sorta di invenzione. Anche il servizio postale e il telegrafo favorirono

le comunicazioni e con esse lo scambio di merci, informazioni e idee. Il primo telegrafo elettronico

fu brevettato nel 1844 da Morse, mai prima di allora un messaggio aveva raggiunto tanta distanza.

Nel 1870 fu aperto a Parigi il primo ufficio telefonico pubblico. L’unificazione del mondo richiedeva

anche misure comuni, un esempio ce lo può fornire la scelta del meridiano di Greenwich. Qualche

anno prima Stati Uniti e Germania avevano creato l’Unione postale internazionale che poi divenne

universale. L’impresa ferroviaria richiedeva grandi investimenti, ma ciò fu più valido per la

navigazione. Con la navigazione a vela scomparirono i piccoli armatori. Per costruire i piroscafi

c’era bisogni di grandi capitali, quindi la loro costruzione si concentrava nelle mani di poche

imprese. Inoltre c’era bisogno di porti più grandi per concentrare il traffico, porti come Le Havre,

Londra, Anversa, Marsiglia, Rotterdam, Amsterdam.

Questa serie integrata di innovazioni fa parlare di una seconda rivoluzione industriale. Progressi

eclatanti si ebbero nell’industria chimica e nel campo dell’energia. Nel 1867 Nobel riuscì a rendere

maneggevole la nitroglicerina e creò la dinamite. L’industria produsse i primi fertilizzanti chimici per

l’agricoltura e i ricercatori riuscirono a produrre le prime materie plastiche sintetiche. Si cominciò

ad utilizzare l’illuminazione grazie alla lampadina di Edison del 1878: in pochi anni l’illuminazione

elettrica sostituì quella a gas. Il rapido aumento dei brevetti mostra che nella seconda metà del

secolo crebbe costantemente il numero delle invenzioni. Il sistema industriale attendeva e

sollecitava sempre nuove invenzioni, appoggiava il singolo genio e il nome delle invenzioni restò

legato al loro inventore anche se questo veniva affiancato da un apposito gruppo di collaboratori.

In questa seconda rivoluzione industriale la produzione richiedeva una più alta intensità di capitali.

Per raggiungere un’alta produttività e valorizzare i costi fissi poteva convenire non solo creare

grandi aziende ma fondere quelle esistenti. Con la dimensione delle imprese aumentavano i

capitali investiti che non facevano la sua base solo sui capitali dei ricchi imprenditori, bisognava

includere anche il piccolo risparmiatore, così le banche dovevano allargare il loro campo sociale.

L’epoca della seconda rivoluzione industriale è l’epoca delle banche. Con tutta la sua ricchezza

l’Europa aveva risparmio in eccedenza tant’è che negli ultimi anni dell’imperialismo fu grande

esportatrice di capitali e inoltre le banche preferivano investire all’estero piuttosto che in patria. I

settori di investimento erano i prestiti pubblici e per il 35% i trasporti. La magnitudine dei fenomeni

economici e finanziari, gli investimenti rischiosi e le speculazioni finanziarie portarono alla

conclusione che l’edificio del capitalismo non era poi così solido, si faceva chiara la previsione

marxista che poggiava sull’attesa di un capovolgimento del sistema con l’istaurazione del

comunismo.

Nel settore agricolo l’introduzione delle innovazione portò ampli miglioramenti a livello produttivo.

Fu utilizzato il guano come fertilizzante, e poi sostituito dai fertilizzanti chimici. C’è da dire però che

questo sistema valeva per le grandi aziende che equivalevano a grandi investimenti. L’affermarsi

quasi improvviso della navigazione favorì il trasporto di merci transcontinentale. Questo andò a

favore della produzione agricola americana ma anche per ciò che riguardava l’allevamento. Se

favorì l’America, sfavorì l’Europa. Così attorno al 1880 si aprì una profonda crisi agraria, il

Mezzogiorno d’Italia cercò il sostegno dello stato, ma questo non impedì lo svuotamento delle

campagne. Fu questa l’epoca delle grandi migrazioni soprattutto verso il continente americano.

Quando gli effetti della crisi furono meno forti, la crescita riprese ancor più accelerata. Il cuore

dell’Europa diveniva sempre più industriale. Gli operai potevano migliorare il loro tenore di vita e

arricchire il ventaglio dei loro consumi.

Migliorando gli standard di vita e diminuendo i prezzi alimentari, più ampi strati operai poterono

mutare il loro stile di vita e avvicinarlo a quello della classe media. Nelle famiglie operaie si diffuse

la cultura della domesticità. Mutarono per gli uomini gli svaghi extradomestici come i giochi di

squadra o le gite collettive, gli spettacoli sportivi e cinematografici, e con la nascita della Football

League nel 1888 siamo all’inizio dell’epoca in cui gli stadi non sarebbero più scomparsi dallo

scenario mondiale. Le merci andavano incontro all’acquirente e lo attraevano verso le vetrine.

Nacquero le gallerie commerciali, luoghi di sociabilità borghese, di conoscenza e di incontro. Il

passo successivo fu la creazione dei grandi magazzini.

I grandi cambiamenti della seconda rivoluzione industriale non furono soltanto produttivi e tecnici,

ma anche politici, sociali, culturali. Nella sua fase germinale, l’innovazione industriale sembrava

potersi irradiare pacificamente sulle ali della libertà, guidata soltanto dalla mano invisibile che

governava il commercio internazionale britannico e le sue dottrine del libero commercio. Si

affermava che l’economia era globale e si auspicava che nessuna forza politica ostacolasse la

dinamica del mercato e che le barriere che ne limitavano i movimenti fossero abbattute. Il segno e

il monumento di questo spirito furono le esposizioni universali. La moda delle esposizioni,

internazionali, nazionali, di settore, dilagò in tutta Europa e negli Stati Uniti. Oltre ad essere uno

sfoggio di potenza industriale e di globalizzazione tecnologica, queste esposizioni esibivano

l’appropriazione e divulgazione imperialistiche, dato che non mancavano mai padiglioni esotici che

mostravano a milioni di persone le particolarità dell’Oriente. Col tempo il pacifico invito alla

concorrenza si trasformò in serrata competizione tra potenze industriali.

Da più parti si era cominciato a sostenere che per lo sviluppo autonomo di aree meno avanzate

era lecito proteggerle dall’invadenza inglese almeno per un periodo iniziale. Era stato un

economista tedesco, List, ad esporre questa linea politica. List era stato costretto ad emigrare in

America e ne era tornato ricco sostenitore di un sistema nazionale di economia politica. La

fondazione dell’economia capitalistica britannica e l’elaborazione delle dottrine liberiste avvennero

in un ampio spazio commerciale imperiale, ma di fatto ben protetto da ogni ingerenza esterna.

Dopo di allora, il liberoscambismo è stato oggetto di costante contestazione e l’alternativa tra libero

commercio e protezionismo è divenuta un tema ricorrente nella politica interna e internazionale di

molti stati. Per protezionismo si intende una politica che imponendo dazi di entrata alle merci

importate, rende più elevati i prezzi di quei beni che sul mercato interno e dunque favorisce i

produttori nazionali. Il protezionismo è un fatto estremamente politico. Il discorso protezionistico

dichiarando di parlare in nome dell’interesse nazionale portava alla ribalta motivazioni politiche forti

e induceva a scelte strategiche aggressive sia nella politica interna dei singoli stati sia nell’ordine

internazionale. Questa tensione politica attorno all’alternativa tra liberoscambismo e protezionismo

andò crescendo con l’aumento della competizione tra paesi industriali. Superata questa fase di

rallentamento, riprese con forza la crescita, ma certo non cessò la competizione che anzi si fece

più serrata e aggressiva.

Alla conquista del mondo

La politica internazionale è per sua natura anarchica, nel senso che non esiste un’autorità che

prevale sugli altri stati e dà loro regole e leggi per i loro accordi. Se uno stato agisce in maniera

ostile verso un altro, sono necessarie costrizione, forza, trattative o guerra. Le relazioni tra stati,

sono quindi instabili e si svolgono all’ombra della guerra, dominate da una costante ricerca di

equilibrio. L’età contemporanea è descrivibile come l’alternarsi di grandi fratture e di riequilibri. La

novità fu rappresentata dalla Realpolitik bismarckiana creata nel 1815 a Vienna e funzionava

mediante la costante rinegoziazione sulla base di due principi: l’equilibrio di potenza (l’eventuale

emergere di uno stato sarebbe stato corretto dalle opportune alleanza) e una certa consonanza

politica volta al mantenimento dello status quo. Questo sistema resse almeno fino alla guerra di

Crimea, ma dopo di allora si aprì una lunga fase di tensioni, squilibri e rivalità nei rapporti tra Stati

che solo una fitta rete di accordi multilaterali e una incessante opera di mediazione diplomatica

riuscì a controllare. Fu questo il sistema bismarckiano che nel 1873 strinse con l’Austria-Ungheria

e la Russia l’intesa dei tre imperatori. Completarono il quadro nel 1882 una Triplice Alleanza che

legò l’Italia alla Germania e all’Austria-Ungheria e nel 1887 degli accordi mediterranei stipulati tra

Austria, Gran Bretagna e Italia. Intanto si parlava sempre più spesso di imperi: il presidente

Napoleone III si era proclamato imperatore, così anche il sovrano del nuovo Reich, mentre il

ministro britannico Disraeli pensò di conferire alla regina Vittoria il titolo di Imperatrice delle Indie.

Ma al titolo di imperatore concorrevano anche il Cesare russo, lo zar e il sultano ottomano. Questi

titoli testimoniavano di una tendenza comune, che all’inizio non riguardò tanto le proiezioni

aggressive esterne dei vari stati quanto le ambizioni egemoniche di alcuni negli assetti politici

interni. In questo senso gli oppositori coniarono nuovi termini, come l’aggettivo imperialista o

imperialismo. Attorno al nuovo termine di imperialismo si andavano aggrumando fatti e tendenze

diverse.

Nella prima fase dell’ imperialismo liberale, molti ritenevano che l’epoca degli imperi coloniali fosse

ormai finita e che non fosse necessario né conveniente possedere delle colonie quando si

disponeva del libero accesso ai mercati mondiali. L’apertura al commercio di aree nuove avrebbe

portato maggiori vantaggi, le colonie ormai appartenevano al passato mercantilista. Lo sviluppo

dell’economia sostenne una fortissima penetrazione non apertamente coloniale nel continente

americano. Gli immigrati resero definitivamente europei il Nord e il Sud America. Deportazioni,

epidemie e alcol ripulirono Cile e Argentina dagli indios, i cui residui rappresentanti furono chiusi in

apposite riserve. Né prima né dopo aver combattuto attorno alla questione della schiavitù, gli

americani pensarono di ridurre in schiavitù le popolazioni autoctone, alle quali però non fu

nemmeno concessa la cittadinanza (concessa nel 1924). Gli indiani erano considerati delle

comunità da accerchiare, respingere, ischeletrire. Fu un massacro strisciante.

Con le diverse nazioni indiane, le potenze europee, prima fra tutte l’Inghilterra, avevano da tempo

rapporti commerciali. Lo sfruttamento commerciale e il controllo politico degli interessi era affidato

a una compagnia privata che ne otteneva l’appalto e riscuoteva le tasse imposte alle società locali.

In questo modo la Compagnia delle Indie orientali controllava il Bengala e altri stati attraverso i

signori locali, formalmente vassalli dell’imperatore Moghul. L’intervento diretto divenne sempre più

spesso necessario. Gli affari della compagnia consistevano essenzialmente nell’organizzare e

sfruttare la produzione di tessuti di cotone e di tè per il mercato inglese e di oppio, che veniva

esportato in Cina. Erano questi i prodotti esotici che plasmarono l’identità delle elites inglesi in età

industriale. Quanto all’oppio e agli oppiacei ad uso farmacologico del trattamento del dolore, il

grosso della produzione era destinato ai cinesi. La Cina a metà 800 era in grave crisi interna, e

suscitava tentazioni di penetrazione e conquista. La maggior pressione sulle risorse agricole

provocarono la crisi di molti settori produttivi, tensioni tra i vari gruppi della popolazione e un

generale abbassamento del tenore di vita non solo tra i contadini, ma anche tra artigiani e piccoli

funzionari. Il governo imperiale non aveva la forza di agire. L’arrivo degli stranieri fu ulteriore causa

di declino. Per aumentare l’interscambio commerciale con la Cina, gli inglesi della Compagnia

erano ricorsi al commercio dell’oppio che era largamente utilizzato in Cina. Le autorità cinesi

cercarono di frenare l’ingresso della droga, ma i reiterati divieti non impedirono che il traffico

crescesse. Il governo cinese provò a resistere e fece distruggere una partita di oppio nel porto di

Canton. Gli inglesi risposero con le armi e tra il 1842 e il 1843 si consumò la prima guerra

dell’oppio, la Cina fu costretta a firmare dei trattati a favore degli inglesi, con i quali ottennero la

cessione della città di Hong Kong, l’apertura dei porti franchi, tariffe doganali favorevoli, e

addirittura l’indennizzo per le spese di guerra e per la distruzione dell’oppio. L’impero si stava

dissolvendo, emigrazione di massa e periodiche rivolte di contadini e di gruppi impoveriti, guidati

da sette segrete, partiti clandestini, fazioni e chiese che agitavano parole d’ordine di sapore

protonazionalistico a sfondo xenofobo. La maggiore fu quella di Taiping, il cui capo Xiuquan, aveva

elaborato una propria dottrina religiosa con forti elementi sincretistici di origine buddista, cristiana e

taoista. Fu una vera rivoluzione che tra il 1853 e il 1864 riuscì a creare uno stato con capitale

Nanchino e a introdurre una riforma agraria. La riforma distribuiva la terra per nucleo familiare,

mostrò apertura verso la modernità occidentale promuovendo impianti industriali, navali e

ferroviarie. Alla fine il regime Taiping fu sconfitto militarmente. Insurrezioni simili invasero la Cina. Il

potere centrale cedeva e a ogni occasione gli europei ottenevano nuovi privilegi. Tra il 1856 e il

1860 fu combattuta una seconda guerra dell’oppio. Diverse aree urbane vennero sottratte ai cinesi.

Dilagarono le agenzie commerciali europee, le compagnie di navigazione, gli insediamenti

industriali, gli istituti bancari. La corsa allo sfruttamento consigliò agli occidentali di spartirsi il

territorio stipulando tra loro accordi bilaterali come stavano facendo in Africa. Solo gli USA non

parteciparono preferendo adottare la politica della porta aperta, che sosteneva la libertà di tutti di

accedere alla penetrazione commerciale e finanziaria. Questa strategia impedì che si arrivasse a

una spartizione territoriale, lasciò insoluta la questione della sovranità imperiale, che formalmente

rimase in mani cinesi. L’acquisizione di una comune cultura costituiva uno strumento essenziale

per l’unificazione e il controllo burocratico, non è un caso che vennero istituiti degli esami di stato

per il reclutamento dei funzionari. La penetrazione incontrastata e lo sfruttamento occidentali

accentuarono la crisi economica e sociale. Si intensificarono gli atteggiamenti xenofobi e quindi

nuove insurrezioni. Tra queste ebbe conseguenze particolarmente gravi tra il 1898 e il 1900 la

rivolta dei boxer. Gli insorti ebbero anche l’appoggio dell’imperatrice, che con una specie di colpo

di stato arrivò a dichiarare guerra alle potenze europee. Gli europei risposero con l’invio di un

gruppo militare internazionale. Riportare l’ordine coloniale nelle città cinesi e non fare prigionieri.

Sconfitte le truppe imperiali e le bande degli irregolari, entrati a Pechino i soldati si diedero a

saccheggiare brutalmente. La penetrazione occidentale non ebbe più un freno. Gli stranieri

avevano ormai i loro uomini nei posti chiave del potere e dell’esercito. L’intero settore bancario e

finanziario era in mani straniere. Si sviluppò non solo un moderno settore industriale, ma anche

una borghesia autoctona. I cinesi erano molto impressionati dalla potenza degli occidentali, e se

ne domandavano le ragioni. Tra gli occidentalisti e i conservatori puri, altri studiavano delle formule

che fondessero le due componenti, la modernità e la tradizione confuciana, il sapere occidentale

come mezzo, il sapere cinese come fondamento. Veste repubblicana a uno dei tanti movimenti e a

una delle tanti insurrezioni del tempo, la diede Sun Yat-sen. Tra il 1907 e il 1911 Sun Yat-set

organizzò otto insurrezioni, tutte represse nel sangue. Ma allorchè attraverso una serie confusa di

eventi fu proclamata la repubblica cinese, nel gennaio del 1921 Sun Tat-sen ne fu proclamato il

presidente provvisorio. Poco dopo si dimise lasciando la presidenza a Shikai, uno spregiudicato

generale. Questo aderì alla repubblica e ottenne l’abdicazione dell’ultimo imperatore. Tentò di

restaurale la monarchia e assunse il titolo imperiale. Improvvisamente morì, il paese rimase così in

mano ai signori della guerra. La strada per l’unificazione della Cina sotto un governo repubblicano

era ancora molto lunga.

Anche in India il centro dell’impero Moghul non aveva il controllo completo dei regni. La

disgregazione sociale introdotta dallo sfruttamento della Compagnia e la miseria divennero

insostenibili. La catastrofe sociale che l’industria aveva prodotto nelle campagne inglesi raggiunse

l’India. Nel 1857 in molte province insorsero i Sepoys, le truppe indiane della Compagnia

addestrate dagli inglesi. La repressione fu brutale. L’anno seguente la Compagnia fu sciolta,

l’ultimo imperatore Moghul deposto e esiliato, e l’India divenne possedimento della Corona

britannica. Fu sottoposta a un governo coloniale, detto Raj Britannico, amministrato da uno

speciale Indian Civil Service, nucleo di una nuova elite indiana. Fu così che il governo britannico

passò al controllo diretto dell’area. L’East India divenne il perno dell’impero. Il ruolo svolto

dall’esercito fu rilevante, l’Inghilterra si evitò i costi, economici e politici, di avere un grande

esercito.

Una maggiore determinazione coloniale ci fu nel caso del bacino del Mediterraneo, dove si stava

consumando l’impero ottomano. Le province africane dell’impero governate da vicerè, si stavano

rendendo sempre più autonome dal lontano controllo di Costantinopoli. Le varie comunità europee

avevano ciascuna interessi propri, privilegi, rappresentanze consolari e legami più o meno stretti

con la nazionalità europea di riferimento. La penetrazione si fece più forte e decisa, con una chiara

impronta nazionale, quando nel 1830, la Francia invase l’Algeria. L’emiro dichiarò una guerra

contro gli infedeli francesi, ma non ebbe esito positivo. La Francia vince. L’Algeria funzionò come

modello di colonialismo francese anche in altre zone: un’amministrazione a forte stampo militare a

sfondo nazionalista. All’inizio, oltre alla Francia, nessun’altra potenza europea aveva trovato

interesse nei possedimenti africani, tutto cambiò nel 1869 con l’apertura del canale di Suez. Tutte

le potenze europee avevano partecipato all’investimento, il canale offriva buoni vantaggi

commerciali e quindi, grazie al traffico, non sarebbe stato difficile rimettere soldi. L’Egitto aveva

una fiorente economia, alberghi di lusso, banche, società commerciali. Stessa cosa valeva per la

Tunisia. Nel 1881 le truppe francesi occuparono la Tunisia. L’anno dopo l’Egitto. Ma una nuova

insurrezione scoppiò in Sudan: il profeta Mahdi predicava l’instaurazione di una teocrazia

musulmana su tutto il mondo arabo. Così accerchiò la comunità inglese di Khartum, quando gli

inglesi lo seppero fu troppo tardi, il 26 gennaio 1885 gli inglesi furono sconfitti e la testa del

capitano infilzata su una pala. L’età dell’imperialismo liberale era finita.

L’occupazione francese della Tunisia era stato uno smacco per l’Italia. Per questo nel 1882 si unì

nella Triplice Alleanza con Germania e Austria-Ungheria. Anche l’Italia prese un’iniziativa africana,

unendosi all’Inghilterra per entrare in Sudan. Così l’Italia ebbe il controllo sulla baia di Assab e su

Massaua. L’eccitazione prese l’opinione pubblica. Intanto fatto firmare al Negus Menelik un

ambiguo trattato di amicizia, il 1 gennaio 1890 i possedimenti africani furono nominati Colonia

Eritrea: anche l’Italia aveva una colonia. Nel 1896, tentando di ottenere altri possedimenti in

Etiopia, l’Italia dovette affrontare l’esercito di Menelik: gli andò male, il 1 marzo 1896, l’Italia fu

gravemente sconfitta nella conca di Adua. L’Italia partecipò alla spedizione internazionale in Cina e

nel 1911 con la guerra italo-turca invase le isole egee del Dodecanneso, la Cirenaica e la

Tripolitania, riunendole sotto il nome di Libia.

L’incontro di Fashoda del 1898 tra Francia e Inghilterra, sancì che l’Africa era stata tutta

conquistata. Le potenze europee stavano realizzando una gigantesca espansione verso il resto del

mondo. I brevi decenni dell’imperialismo di fine 800 possono essere visti come l’apice di quattro

secoli di conquista europea sul resto del mondo, il momento in cui l’Europa moderna definiva per

sempre il suo profilo e la sua natura. Armi potenti, tecniche moderne, forza industriale erano le

prime spiegazioni della velocità di partecipazione e subordinazione di cui fu capace l’Europa di

quel periodo. Il che richiedeva anche grandi capitali.

Hobson pubblicò nel 1902 uno studio sull’imperialismo, nel quale formulava una interpretazione

teorica del fenomeno imperialistico ed esprimeva una condanna non solo morale e politica ma

anche economica. Hobson indicava il fondamento dell’imperialismo nella ricerca di mercati

privilegiati esterni nei quali collocare le eccedenze di mercati e capitali. Il fulcro del sistema era

dunque nell’incapacità dei governi di investire i propri profitti in patria e questa incapacità derivava

dalla cattiva distribuzione interna delle risorse economiche. Se le risorse fossero state gestite

meglio, il tenore di vita delle popolazioni sarebbe stato migliore così come la loro capacità di

investimento e quindi merci e capitali non avrebbero avuto bisogno di emigrare. Facendo

riferimento al free-trade, questa nuova politica, prefigurava degli interventi di politica economica e

sociale intesi a correggere le stortura proprie del capitalismo e quindi costruire un effettivo libero

scambio, con vantaggio di tutti. I meccanismi messi in luce da Hobson furono interpretati dai

marxisti come caratteri intrinseci allo sviluppo capitalistico e dunque destinati a riprodursi portando

il sistema ad una crisi generalizzata. Questa fu la previsione di Lenin. L’imperialismo aveva in sé

qualcosa che negava le sue premesse borghesi, capitalistiche, liberali. Un economista austriaco,

Schumpeter, affrontò il problema: sosteneva che il sistema capitalistico era per sua natura anti-

imperialistico. Con la convinzione della propria superiorità culturale, gli europei in colonia dettero

vita ad assetti sociali peculiari, riproducendo in un ambiente totalmente diverso dal loro, quella che

fu chiamata civiltà coloniale, che ebbe però breve durata dato che non trovò un modo duraturo per

convivere con le popolazioni autoctone. I bianchi affermarono la loro supremazia senza remore ne

distinzioni. Si trattò di una sfida di civiltà che portò gli europei non tanto a confrontarsi quanto ad

affermare in modo assoluto e indiscriminato la superiorità della propria cultura. Cantore per

eccellenza della superiorità bianca fu lo scrittore britannico Kipling, il suo apro critico si chiamava

Roosevelt. Nel 1901 quest’ultimo divenne presidente degli USA. Di lì a poco il Giappone avrebbe

sconfitto la Russia. L’agenda del nuovo secolo era fissata.

La democrazia alla prova

Con i grandi mutamenti della metà del secolo crebbe in Europa il numero delle persone che

potevano essere raggiunte da un maggior benessere, ma anche mobilitate dalla politica. Nella

prima metà del secolo il ceto borghese aveva guadagnato la centralità sociale, conquistando il

costituzionalismo liberale e ritagliando a sua misura il diritto di voto. Fu chiamato sistema

notabilare, basato cioè su persone socialmente eminenti, la cui funziona direttiva era naturalmente

riconosciuta da tutti. Il voto diventava un periodico rito di fondazione, una riaffermazione della

sovranità nazionalpopolare e della sua onnipotenza, festa collettiva e culto laico della nazione, il

suffragio si presenterà come un rito di appartenenza, una funziona che fa vivere politicamente la

collettività. Parlando di bonapartismo, si scopriva che con il suffragio universale una personalità

forte e carismatica poteva stabilire con le masse un rapporto diretto, emotivo, che scavalcava gli

istituti costituzionali nati per limitare il potere assoluto dei vecchi sovrani e si tramutava così in una

nuova tirannia, la tirannia delle masse. Il suffragio universale era temuto dalla sinistra quando ci si

riferiva alle masse contadine non alfabetizzate, legate a rapporti di deferenza verso i padroni o

verso la Chiesa e dunque possibili armate di eserciti reazionari, ed era temuto dalla destra che

invece pensava ai nuovi gruppi operai e artigiani politicizzati, mossi da rivendicazioni radicali. La

crescita operaia fu accompagnata da una forte conflittualità, alimentata dall’estendersi dei

sindacati e dall’evolversi della legislazione liberale che ne permetteva la formazione e le tecniche

di lotta. Nel 1824 le associazioni operaie ottennero il riconoscimento legale; nel 1878 l’orario di

lavoro fu stabilito a 10 ore; nel 1881 le Trade Unions ottennero pieno riconoscimento legale. La

crescente forza operai e la conflittualità alimentarono un diffuso timore nelle classi dirigenti

europee, che in più occasioni scelsero la via della repressione. L’assemblea nazionale francese

votò una legge che puniva l’appartenenza all’Internazionale Socialista e poco dopo in Germania

speciali leggi antisocialiste misero severi limiti al diritto di associazione e alla libertà di stampa.

I governi europei alla svolta del secolo imboccarono la via della democrazia. Si regolamentava la

carità legale, iniziava la lunga avventura dell’assistenza sanitaria. Napoleone III creò apposite

casse nazionali di assicurazione in caso di morte e di infortuni sul lavoro. A partire dal 1883 fu

varato in Germania un sistema di assicurazioni obbligatorie in caso di malattia, poi di infortunio,

quindi di vecchiaia e di invalidità. Le apposite casse così istituite erano a carico in parte del

lavoratore e in parte del datore di lavoro. Qualcuno parlò di monarchia sociale o di socialismo di

stato, e negli ambienti accademici tedeschi una scuola di socialisti della cattedra andava

proponendo nuove forme di intervento pubblico in campo sociale che alternavano e correggevano

il liberalismo classico. Tutto ciò non evitò che in Germania si formasse il partito socialista europeo

più forte di orientamento marxista che infine portò ad abrogare le leggi antisocialiste. La fine del

secolo vide rafforzarsi il movimento socialista e sindacale. Poiché gli schemi via via elaborati

riguardavano determinati gruppi di lavoratori, quegli schemi andarono estendendosi a sempre

nuove categorie.

Nel campo borghese non tutti accettavano di buon grado il dialogo con le rivendicazioni operaie.

Molti denunciavano nella violenza operaia una criminalità di tipo nuovo, collettiva. Così molti si

misero a studiare la folla, la massa, che non doveva essere considerata come aggregato di

individui, ma aveva dinamiche proprie nelle quali la razionalità che guidava i singoli individui

andava persa, lasciando spazio a comportamenti dominati dai sentimenti e dalle emozioni. La folla

in quanto dominata dall’irrazionalità, era femminile. Queste posizioni non avevano niente di

egualitario, quindi erano anche strettamente antidemocratiche. Furono condotti anche diversi studi

sui comportamenti politici e sui partiti. Mosca, Pareto e Michels, formularono la teoria delle elites,

secondo la quale in ogni società il potere appartiene a una ristretta cerchia di persone, una

minoranza organizzata che usando la forza o l’astuzia sa costruire reti di alleanze e si serve ai

propri fini dell’apparato sociale. Le nuove scienze si occupavano dei meccanismi che regolavano

la vita sociale. Prima ancora di correggere gli squilibri sociali si trattava di plasmare le identità dei

singoli uomini e delle donne che si affacciavano sulla scena della modernità. A cominciare dai loro

corpi, che la povertà o la modernità industriale deturpavano e rendevano sempre meno adeguati ai

compiti di una società che li voleva bravi scolari, madri prolifiche, operai capaci e robusti soldati. Le

conoscenze del corpo umano e delle sue malattie e la ricerca di farmaci e vaccini per curarle erano

assai progredite. Negli anni 80 le ricerche di Koch portarono ad individuare l’agente della

tubercolosi. Scoperte che fecero crollare la mortalità e cambiarono radicalmente le speranze di vita

e dunque la composizione demografica.

Tra le nuove discipline del corpo umano c’era l’eugenetica: l’insieme delle discipline politiche volte

a perfezionare la specie umana potenziando e selezionando i caratteri fisici ritenuti positivi e

scartando quelli negativi. Il termine fu coniato nel 1883 dall’esploratore e statistico Galton. Mezzo

secolo prima, Darwin, dalle coste del Sudafrica, ebbe l’idea che le specie animali e vegetali si

evolvessero per selezione naturale di mutazioni casuali congenite ed ereditarie, e che tutti i

primati, uomo compreso, derivassero da un antenato comune. Darwin arrivò a rendere pubblica la

sua teoria solo 20 anni più tardi, il 24 novembre del 1859: così nacque la moderna biologia. Il libro

era destinato a provocare una rivoluzione nella cultura scientifica e nel comune sentire

dell’umanità, oltre che un forte turbamento delle fedi religiose prevalenti. Sul terreno religioso, la

teoria evoluzionista si scontrava con quella creazionista. L’idea della selezione naturale attentava

all’eguaglianza di tutti gli esseri umani. Una lettura storica della biologia ipotizzava che le tendenze

evolutive potessero invertire il loro corso, generando degenerazione. Galon introdusse il concetto

di regressione: segnali di regressione erano da vedersi nella statistica, il decremento demografico

veniva attribuito alla sterilità o all’uso dei contraccettivi. Lungo tutta l’età medievale e moderna,

queste diversità avevano espresso delle gerarchie. Nelle società di antico regime la

discriminazione razziale si scontrava con l’affermazione cristiana dell’eguaglianza degli uomini di

fronte a Dio. L’antropologia dell’illuminismo aveva imboccato la strada della classificazione

scientifica delle razze umane mediante l’osservazione dei loro caratteri, con la lettura del cranio o

dei volti. Nel saggio sull’ineguaglianza delle razze umane del 1853 Gobineau, facendo del conflitto

tra razze il motore della storia, asseriva la superiorità della razza bianca su quella gialla e nera.

Secondo Gobineau l’antica purezza ariana andava ormai degenerandosi per la continua

mescolanza razziale. Gobineau fu popolare in Germania. Potevano essere classificati e ordinati in

una gerarchia anche i singoli individui, che potevano rivelarsi meno dotati di altri e incapaci di

sviluppo: la subordinazione delle donne agli uomini ne rappresenta l’esempio.

Nel 1871 era stata proclamata in Francia la repubblica: una repubblica senza costituzione e

soprattutto senza repubblicani. Una repubblica fatta dai monarchici. I sentimenti monarchici della

maggioranza dei deputati esprimevano reali orientamenti conservatori, o reazionari, prevalenti

nella società francese. La repubblica era un dato di fatto più che un ordinamento scaturito da un

qualche potere costituente. Nel 1875 fu approvata la costituzione repubblicana che somigliava a


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lingue e letterature moderne
SSD:
A.A.: 2013-2014

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