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L'Ottocento: l'età dei diritti

Date fondamentali per i diritti dell'uomo

Tre sono le date che scandiscono la nascita dei diritti dell’uomo:

  • 26 agosto 1789, i rappresentanti del popolo francese espongono la Dichiarazione dei diritti inalienabili dell’uomo.
  • 10 dicembre 1948, l’ONU approva la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.
  • 7 dicembre 2000, l’Unione Europea proclama la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

Questi testi sono fra loro molto simili a testimonianza del fatto che esiste continuità dal ‘700 ai nostri giorni. La dichiarazione dei diritti del ‘89 nasce come la summa, il culmine di un processo storico. I francesi pensavano alla dichiarazione d’indipendenza americana. Uno dei problemi che vennero affrontati fu anche la questione religiosa: parlare di Dio o no? Altro problema fu fare attenzione agli obiettivi e interessi dei diversi ceti e dei diversi stati, problema affrontato nella dichiarazione del ‘48. Non è un caso che i diritti vennero dichiarati e non decisi. I diritti avevano fondamento nella natura dell’uomo, gli uomini nascono liberi, la condizione di libertà è un dato originario.

Interpretazioni della libertà

La parola libertà ha avuto diverse interpretazioni nel corso dei secoli. Constant distingueva la libertà dei moderni dalla libertà degli antichi: per i primi libertà indica godimento privato di alcuni beni fondamentali, per i secondi libertà è poter partecipare alla vita politica, esercitare quindi potere politico. Per i moderni la libertà è esente da costrizioni e viene detta libertà da o negativa ed è riferita all’individuo; poi c’è la libertà di o positiva, che si riferisce a un corpo sociale, lo Stato. Sono distinzioni importanti dato che si è dibattuto a lungo su individui e collettività. I moderni consideravano la libertà individuale rifiutando la concezione olistica ma allo stesso tempo temevano l’atomismo. Problematico fu poi il nesso tra la rivendicazione della libertà degli individui e la proclamazione della loro eguaglianza.

Nascita delle ideologie e stato di diritto

In questo periodo nacquero le ideologie, per esempio nell’800 la parola ideologia divenne un termine negativo. Napoleone descrisse gli ideologues come portatori di idee astratte lontane dalla realtà. Dobbiamo ora soffermarci ad analizzare il termine stato di diritto: la difesa dei singoli dall’arbitrio dei potere. Diversi furono i documenti che limitarono il potere come la Magna Carta. In diverse dichiarazioni troviamo che tutti sono uguali davanti alla legge. Fu abolita la schiavitù nel 1861 in Russia e nel 1865 negli Stati Uniti. Va ricordato che la schiavitù di per sé non è mai finita, pensiamo alla prostituzione, alla tratta delle bianche. Pensiamo poi al comunismo bolscevico che usò persone per il lavoro coatto e alla Germania hitleriana che degli uomini fece di tutto.

Trasformare il mondo

L’illuminismo lasciò una traccia indelebile sulla società contemporanea ma non per questo le ideologie cessarono di essere astrazioni: le idee restavano idee. Le dichiarazioni sono il frutto delle utopie del tempo. Nel ‘700 era evidente più che oggi, che non tutti gli individui erano uguali. La guerra era contro ineguaglianze e privilegi e contro ogni corpo intermedio tra nazione e individuo. Non a caso nel 1791 la legge Chapelier abolì ogni forma di coalizione. La guerra ai corpi intermedi fu incalzante e violenta. Lo stato moderno è un apparato amministrativo che provvede alla prestazione di servizi pubblici e detiene il monopolio della forza legittima, dunque c’era un motivo se nella costituzione del 1719 l’unica autorità riconosciuta erano i funzionari pubblici.

Gli stati a partire dal ‘600 non solo non riconoscevano altri poteri al loro interno ma nemmeno autorità esterne. Un ruolo essenziale è svolto dai diritto, dalla legge. Prima di allora, tutte le leggi ruotavano attorno a un diritto comune. Questo pluralismo giuridico fu rivalutato come fu rivalutato il concetto di equità. Questa equità implicava la considerazione di ogni singolo caso e non l’applicazione di una legge superiore uguale per tutti: la legge non è uguale per tutti anche se la troviamo raffigurata bendata come se non guardasse chi sta giudicando. Tale governo non riguardava solo la giustizia ma anche l’intera amministrazione. Solitamente l’amministrazione era affidata a chi esercitava localmente l’autorità sociale. Conferma tutto il termine magistrato: unione tra potere amministrativo e potere giuridico.

Nell’800 i magistrates inglesi erano dei signori locali che esercitavano la giustizia ma non erano dei tecnici del diritto. Alla fine del ‘700 i magistrati vennero considerati privilegiati e così fu durissimo l’attacco del potere rivoluzionario contro di loro. Traendo legittimazione dal nuovo fondamento naturale dei propri principi e dall’idea che il sovrano era la volontà generale, i rivoluzionari si impadronirono del diritto. La potestà normativa fu affidata allo Stato per intero, alle sue leggi che dovevano essere generali e rigide, chiare e certe e soprattutto leggibili da tutti. Al pluralismo giuridico si sostituì il monismo giuridico. Il diritto diventò legislativo e soltanto statale, non poteva esistere diritto fuori dallo stato. Ai funzionari così come ai giudici spettò il compito di applicare la legge con limitati margini di discrezione. Questa è l’altra faccia dello stato di diritto, punitivo, un sistema in cui l’unica fonte del diritto è lo stato e dove anche lo stato è sottoposto ad diritto. Esempi di questa nuova giustizia sono le costituzioni, gli atti della produzione legislativa, i codici. Su tutti emerse il Codice civile emanato da Napoleone nel 1804, significativamente ispirato al diritto romano.

Il codice civile si basava sul contratto, modello primario di relazioni sociali basate sull’incontro di volontà tra soggetti liberi di disporre dei beni a loro piacimento al di là di ogni privilegio. Il codice civile trattava la trasmissione dei beni, della proprietà e della famiglia, dei fondamenti quindi della civiltà borghese-possidente che la rivoluzione aveva instaurato. Riguardo al diritto civile e all’organizzazione della giustizia va sottolineata la peculiarità del caso inglese e delle sue appendici americane, dove non furono emanati codici e dove rimase vigente la common law, che trattenendo molti elementi della tradizione medievali lasciava ai giudici la risoluzione dei casi e c’era una funzione più creativa del diritto. Arruolare tutti i cittadini, far pagare le tasse a tutti, educare tutti scolasticamente, chiamare tutti a votare, sottoporli alle stesse leggi e alle stesse pene, è compito arduo. L’ambizione di liberare e riconoscere i diritti fondamentali dell’uomo richiese l’uso della forza e della costrizione. La volontà regolatrice dello stato raggiunse ogni aspetto della vita associata.

La statistica e l'organizzazione statale

Nacque la statistica, la cosiddetta scienza dello Stato. Iniziarono a farsi i moderni censimenti e si istituì lo stato civile, la registrazione delle nascite, matrimoni e morti. Poterono così essere compilate le liste elettorali e le liste di leva. Si diffusero i documenti di identificazione e furono disegnati nuovi catasti e carte geografiche. I processi di omologazione della rivoluzione francesi si estesero poi ovunque. Il processo sconvolse però equilibri antichi, incontrò resistenze. Pensiamo alla misurazione: l’Inghilterra rimase ferma sul suo sistema di misura, non accettò mai quello francese. La rivoluzione francese non avrebbe avuto tanta rilevanza se a sostenerla non avesse avuto la rivoluzione industriale, che non iniziò in Francia ma in Gran Bretagna.

La rivoluzione industriale

La rivoluzione industriale come la rivoluzione politica ha una sua storia alle spalle che appartiene all’età moderna ma che allo stesso tempo fonda l’età contemporanea. La rivoluzione politica ebbe la sua scenografia terrificante, ma non che quella della rivoluzione industriale fu meno paurosa, semmai fu più cupa. Il suo scenario era ovviamente diverso: ciminiere, fabbriche, macchinari, nessun manifesto ideologico. Prima che l’insieme delle trasformazione acquisisse il termine rivoluzione ci fu bisogno di un periodo di concettualizzazione. Stessa cosa accadde al concetto di capitalismo esistente già tra Sette e Ottocento ma adottato solo all’inizio del novecento. Se capitalismo è un termine così tardo non lo è però capitale. Capitale indicava la parte di ricchezza impiegata non nel consumo ma nella produzione, perfino l’insieme di capacità, conoscenze, posizioni sociali strategiche viene chiamato capitale sociale. Il capitale è sempre esistito.

Ciò che appariva nuovo era la centralità del capitale nella vita di tutti e dunque le implicazioni sociali del suo dominio, sulle quali concentrò la sua attenzione Marx. Prima di arrivare al concetto di capitalismo si passò per diverse fasi, la prima fu quella del mercato. Nel linguaggio comune usiamo la parola mercato in due sensi: quando parliamo del mercato del quartiere e quando invece diciamo che un nuovo prodotto è stato lanciato sul mercato intendiamo non più un luogo particolare ma la società intera, il mondo tendenzialmente. In una società di mercato tutti devono essere attori economici, devono avere la possibilità di vedere e comprare tutto, è necessario che tutto sia potenzialmente acquistabile. In una società di mercato non c’è baratto o pagamento in natura, ci sono i mezzi di pagamento monetari. Ogni cosa ha prezzo, il prezzo è dato dall’incontro della domanda e dell’offerta. In una società del genere i mezzi dell’uomo sono limitati e suoi bisogni molteplici. L’unica scelta che meglio soddisfa i bisogni sarà una scelta razionale: la razionalità della nuova società è definita dalla razionalità economica, per quanto possibile escludendo passioni, emozioni, rapporti di potere, arbitrio o violenza. L’economia è una scienza razionale, spietata e pacifica. Alla fine questi sono anche i valori della società borghese.

Inizialmente l’elemento più vistoso della rivoluzione industriale fu l’applicazione di una serie di invenzioni apportate da artigiani e piccoli produttori all’industria tessile. Erano congegni che consentivano di accelerare la produzione di filamenti, successivamente fu applicata ai tela il’energia idraulica poi la macchina a vapore di Watt. Le macchine per la loro costruzione chiedevano ferro e energia motrice. L’energia venne dal carbon fossile di cui il suolo inglese era ricco. Grazie all’impiego della macchina di Watt vennero prosciugati i pozzi e così il carbone fu facilmente reperibile. Il carbon fossile trasformato in coke permise agli altiforni di raggiungere temperature tali da convertire il ferro in ghisa e la ghisa in acciaio. Le macchine perfezionate da Watt poterono sostituire i mulini ad acqua e divennero la forza motrice di filatoi e telai meccanici ma anche di nuovi mezzi di trasporto come la locomotiva.

Poco dopo il motore fu applicato sui mezzi agricoli e solo successivamente alle imbarcazioni. Questo avvio della rivoluzione fu chiamato take off, decollo. La disposizione ad innovare, il valore positivo attribuito al cambiamento, al rischio, alla libera iniziativa erano espressioni di una mentalità e una cultura dominante nell’Inghilterra del tempo. Max Weber vide in tutto questo una vocazione, l’esercizio di una professione era un impegno personale davanti a Dio, il risparmio e l’accumulazione di ricchezza erano rivolti al benessere collettivo, erano benedetti da Dio. Il protestantesimo svolse un ruolo di primo piano nel progresso industriale. Si diffuse la convinzione che perseguendo il proprio interesse si sarebbe finito col realizzare quello collettivo.

Smith aveva affermato che il lavoro, non più la rendita della terra, era la sorgente prima della ricchezza. Lavoro, tornaconto individuale, massima libertà: i fondamenti della nuova scienza economica coincidevano con i fondamenti dell’etica protestante. Di questo clima faceva parte anche la libertà di culto, accompagnata dall’esclusione dalle cariche pubbliche di cattolici ed ebrei. In Inghilterra politica e religione erano si uniti ma non significava subordinazione. In Inghilterra si conobbe un incremento annuo del 2%, tale incremento portò anche alla rivoluzione agricola. Vennero bonificate delle aree, si stabilirono dei sistemi di rotazione delle colture, allevamento differenziato, forti investimenti nelle aziende agricole, introduzione di attrezzi in ferro e poi di macchine agricole. Questa rivoluzione agricola portò alla creazione di un’agricoltura capitalistica, consentì ai proprietari di accumulare capitali sufficienti per impiantare le prime manifatture, espulse dalla campagna i piccoli proprietari e affittuari che in parte divennero braccianti salariati. Nell’economia contadina i bisogni primari erano soddisfatti dall’autoconsumo.

La produzione familiare partecipava anche alla produzione tessile con il cosiddetto putting-out system, cioè il lavoro a domicilio. Si produceva quanto serviva, tutto dipendeva dalla domanda. La meccanizzazione cambiò tutto: concentrò la produzione in appositi stabilimenti, nelle fabbriche prima vicino ai corsi d’acqua per sfruttare l’energia idraulica poi vicino alle città che fornivano manodopera. Tutti lavoravano nelle fabbriche in condizioni di estrema precarietà: nasceva una nuova razza di uomini che non possedeva altro che il loro lavoro, il proletariato. L’intero ordinamento sociale dipendeva dal mercato. Quando si parla di mercato e di circolazione delle merci si parla anche di vie di comunicazione, non a caso migliorò la rete stradale, aumentarono le locomotive. Al trasporto di passeggeri fu accompagnato anche il servizio postale. Vennero poi i canali navigabili.

Tutti questi elementi fornirono le basi per una società di mercato, la possibilità di soddisfare i bisogni di una popolazione non agricola in continua crescita. L’espulsione dei contadini dalle campagne fornì manodopera a basso costo da impiegare nelle fabbriche. I progressi dell’industria consentirono di evitare gli effetti della trappola malthusiana: popolazione e prodotto agricolo crescevano a ritmi diversi, cosicché un ciclo agricolo positivo aumentando la popolazione spingeva a coltivare terre marginali, così riducendo le risorse pro capite disponibili e innescando una nuova crisi demografica.

L’innovazione industriale rafforzò il mercato interno, alimentò l’industria tessile, carbonifera e metallurgica, incrementò i trasporti e la circolazione di idee, merci e persone. Per i governi liberali del primo 800 il corollario di questa pretesa universalità, di questa capacità espansiva erano politiche intese a lasciar fare le forze del mercato, la mano invisibile. Il laissez faire intendeva incoraggiare le iniziative economiche della borghesia non intervenendo, mantenere bassi spesa pubblica, prelievo fiscale e smantellare ciò che impediva il libero mercato, il free trade. Per i sostenitori del free trade il mercato è mondiale e non coincide con lo stato. Le relazioni commerciali internazionali non dovrebbero conoscere dazi, tasse o contingentamenti. Alcune province svilupperanno l’industria, altre l’agricoltura, ma tutti ne beneficeranno. Queste sono le politiche liberoscambiste.

Il liberismo integrale ebbe successo in Inghilterra dal 1846 quando furono abolite le corn laws che proteggevano con dazi di importazione la produzione nazionale di cereali. In realtà il laissez faire ha sempre incontrato obiezioni e non è mai stato applicato del tutto, lo stato ha sempre fatto parte del mercato. La struttura che aveva consentito lo sviluppo della rivoluzione industriale non era liberista ma mercantilista, dominata cioè dall’interesse nazionale. La vera spalla dell’economia inglese erano i suoi possedimenti coloniali. La sua marina dominava i mari, le sue banche erano l’asse del sistema finanziario mondiale. La sua vocazione espansionistica si rifletteva già nella costituzione dello stato nazionale: con l’act of union, l’Inghilterra si era unita alla celtic fringe. Lo stato nazionale era costituito su asimmetrie di tipo coloniale che il grande sistema commerciale non faceva che accentuare, istituzionalmente e culturalmente. Lo spirito commerciale inglese era visto come un tratto distintivo rispetto ai popoli dominati. L’impero coloniale inglese costituiva una sorta di mercato comune chiuso imperniato sul grande commercio atlantico. I prodotti coloniali non potevano essere lavorati in loco.

La manodopera era costituita da schiavi importati, non dimentichiamo la tratta degli schiavi dall’Africa alle sponde dell’America. Il prodotto finito era destinato a mercati esterni, il cotone, ad esempio, veniva importati dalle colonie, lavorato in Inghilterra e riesportato nel mondo. Le trasformazioni economiche e politiche geminate tra Francia e Gran Bretagna si imposero ad altri paesi, l’ideologia della libertà enfatizzava i grandi benefici più che la carica distruttiva. Attorno a quella ideologia si formarono un ceto sociale nuovo, la borghesia; una dottrina politica, il liberalismo; e una serie di istituzioni politiche e giuridiche nuove.

Il tempo della borghesia

La borghesia fu la nuova protagonista della storia, ne è testimonianza che quando in Francia si passò dagli Stati Generali all’Assemblea nazionale, il cambiamento fu segnato dall’affermazione del Terzo Stato come vero rappresentanti dell’intera nazione. Il Terzo Stato era l’insieme dei cittadini appartenenti all’ordine comune, tutti coloro che si erano sentiti schiacciati dal sistema di privilegi e ora ambivano ad essere considerati ciò che erano: forza economica, intellettuale e sociale.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher vanity_90 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Papadia Elena.
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