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La Prima Guerra Mondiale

Il 28 giugno 1914, uno studente bosniaco, facente parte di un’organizzazione irredentista con base operativa in Serbia, uccise l’erede al trono d’Austria, l’arciduca Francesco Ferdinando. Tanto bastò per suscitare la reazione del governo e dei circoli dirigenti austriaci, da tempo convinti della necessità di impartire una dura lezione alla Serbia. Un attentato terroristico si trasformò così in un caso internazionale che precipitò l’Europa in un conflitto di proporzioni mai viste, trasformando la società stessa, aprendo una fase di rivolgimenti durata più di 30 anni e conclusasi col definitivo tramonto della centralità europea.

La vicenda di Sarajevo è un tipico esempio di come il corso della storia possa essere influenzato da eventi singoli; esistevano è vero tutte le premesse che rendevano possibile un conflitto: rapporti tesi fra le grandi potenze (Austria vs Russia, Francia vs Germania, Germania vs Inghilterra), corsa agli armamenti; ma queste non avevano come sbocco obbligato un conflitto europeo. L’Austria il 23 luglio inviò l’ultimatum alla Serbia; quest’ultima, forte dell’appoggio russo, l’accettò solo in parte, respingendo la clausola che prevedeva la partecipazione di funzionari austriaci alle indagini sui mandanti dell’attentato. L’Austria giudicò la risposta insufficiente e il 28 luglio dichiarò guerra alla Serbia.

Il giorno successivo il governo russo ordinò la mobilitazione delle forze armate, estesa all’intero confine occidentale (non solo alle frontiere con l’Austria-Ungheria), per prevenire un eventuale attacco da parte della Germania; tale mobilitazione fu interpretata dal governo tedesco come atto di ostilità e quest’ultimo inviò un ultimatum alla Russia per l’immediata sospensione dei preparativi bellici, cui seguì, dopo un giorno, la dichiarazione di guerra alla Germania e dopo tre giorni (3 agosto) anche alla Francia, legata alla Russia da un trattato di alleanza militare.

Il ruolo della Germania e l'attacco al Belgio

Fu dunque l’iniziativa del governo tedesco (che da tempo soffriva di un complesso di accerchiamento, si sentiva cioè soffocata nelle sue ambizioni internazionali) a far precipitare la situazione. Venne elaborato un piano di guerra, il “piano Schlieffen” (perché elaborato dall’allora capo di stato maggiore Alfred von Schlieffen), che prevedeva in primo luogo un massiccio e rapido attacco contro la Francia (poi contro la Russia). A tal fine era previsto che le truppe tedesche passassero attraverso il Belgio, nonostante la sua neutralità fosse garantita da un trattato internazionale sottoscritto anche dalla Germania.

Il 4 agosto le truppe tedesche invasero il Belgio, ciò scosse non solo l’opinione pubblica, ma causò l’intervento britannico, che preoccupato dell’eventualità di un successo tedesco, non poteva tollerare l’aggressione a un paese neutrale che si affacciava sulla Manica, così il 5 agosto dichiarò guerra alla Germania.

Mobilitazione e nuove tecnologie belliche

Mai come in questo momento grazie alla pratica della coscrizione obbligatoria e alle accresciute possibilità dei mezzi di trasporto, i paesi belligeranti poterono mettere in campo eserciti di proporzioni enormi (es. Germania 1.500.000 uomini sul solo fronte occidentale) e che disponevano di nuovi armamenti (es. la mitragliatrice automatica). Eppure, nonostante queste novità, nessuna fra le potenze belligeranti aveva elaborato concezioni strategiche diverse da quelle che avevano ispirato le ultime guerre ottocentesche, fondate cioè sull’idea di “guerra di movimento” (vale a dire lo spostamento rapido di ingenti masse in vista di pochi e risolutivi scontri della durata di poche settimane).

Tuttavia, dopo iniziali successi tedeschi sul fronte orientale (Russia e Prussia), nelle battaglie di Tannenberg e dei Laghi Masuri, sul fronte occidentale l’esercito francese comandato dal generale Joffre lanciò un improvviso contrattacco nella battaglia della Marna, che colse i tedeschi di sorpresa e causò il fallimento del piano tedesco, quello cioè di una guerra di movimento (rapida e risolutiva), ormai, dopo quattro mesi di conflitto, giunta in una situazione di stallo che si trasformò in una nuova realtà della guerra, cioè quella di logoramento o di usura (ovvero due schieramenti immobili che si affrontavano in una serie di sterili quanto sanguinosi attacchi inframezzati da periodi di stasi).

L'allargamento del conflitto

A questo punto diventavano essenziali il ruolo della Gran Bretagna col suo impero coloniale e la sua superiorità navale, l’apporto della Russia col suo enorme potenziale umano, e le molte potenze minori che col loro intervento potevano modificare l’equilibrio delle forze in campo; di qui la tendenza del conflitto ad allargarsi fino ad assumere dimensioni mondiali.

Nel 1914 il Giappone si unì alla Gran Bretagna contro la Germania, al fine di impadronirsi dei possedimenti tedeschi in Estremo Oriente; accanto alla Germania si schierò la Turchia, mentre nel 1915 l’Italia entrava in guerra contro l’Austria-Ungheria, quest’ultime affiancate da Bulgaria, Romania, Grecia e Portogallo. In ultimo decisivo fu l’intervento degli Stati Uniti a partire dal 1917.

L'entrata in guerra dell'Italia

A guerra appena scoppiata, il governo italiano presieduto da Antonio Salandra dichiarò la sua neutralità; decisione giustificata col carattere difensivo della Triplice Alleanza (l’Austria infatti non era stata attaccata né aveva consultato l’Italia prima di intraprendere l’azione militare contro la Serbia). Si iniziò però ad affacciare una linea interventista di sinistra democratica (sostenuta dai repubblicani, dai radicali e dai socialriformisti di Bissolati, ma anche dai nazionalisti -quest’ultimi sul versante opposto nello schieramento politico interno del governo- e sostenuti anche dai giovani intellettuali, sensibili ai valori patriottici, es. D’Annunzio) a favore di un intervento proprio contro l’Austria, che avrebbe consentito all’Italia di portare a compimento il processo risorgimentale riunendo in patria Trento e Trieste, la fine del giolittismo e l’avvio di un radicale rinnovamento della politica italiana.

Il presidente del consiglio Salandra e il Ministro degli Esteri Sidney Sonnino, pur essendo conservatori, temevano che una mancata partecipazione al conflitto in cui si decidevano le sorti dell’Europa, avrebbe gravemente compromesso la posizione internazionale dell’Italia e il prestigio stesso della monarchia; una guerra vittoriosa avrebbe dunque rafforzato le istituzioni e dato maggiore solidità al governo. C’era poi un’ala consistente schierata su una linea neutralista, che faceva capo a Giovanni Giolitti. Decisamente ostile all’intervento bellico era la linea pacifista dei cattolici, con in primis il nuovo papa Benedetto XV; un atteggiamento questo che da un lato rispecchiava la preoccupazione per una guerra che vedesse l’Italia schierata a fianco della Francia Repubblicana e anticlericale contro la cattolica Austria-Ungheria. Stessa posizione ostile venne assunta dai partiti socialisti PSI e CGL, il cui motto era quello di “né aderire né sabotare”.

L’unica defezione importante fu quella clamorosa di Mussolini, direttore dell’Avanti!, che dopo la presa di posizione di un’assoluta neutralità, si schierò a favore dell’interventismo di sinistra. Ciò che decise l’esito dello scontro tra interventisti, neutralisti e pacifisti fu l’atteggiamento del capo del governo, del ministro degli esteri e del re. I primi due avevano allacciato segreti rapporti con l’Intesa (Francia, Inghilterra e Russia) firmando il 26 aprile del 1915 il cosiddetto “Patto di Londra” che prevedeva, in caso di vittoria, l’annessione per l’Italia, del Trentino, del Sud Tirolo, della Venezia Giulia, le isole della Dalmazia. La maggioranza neutralista con in testa Giolitti fu scavalcata dalle manifestazioni di piazza che nelle “radiose giornate di maggio del 1915, indusse la Camera ad approvare la linea interventista e fu così che l’Italia entrò nel conflitto mondiale nel 23 maggio del 1915 a fianco dell’Intesa contro l’impero austro-ungarico, fino ad allora suo alleato.

Le battaglie italiane e la svolta del conflitto

Contro le truppe austro-ungariche le truppe italiane guidate dal generale Luigi Cadorna sferrarono quattro sanguinose offensive (le prime “quattro battaglie dell’Isonzo”), senza però riuscire a cogliere alcun successo. La controffensiva austriaca non tardò ad arrivare nel giugno del 1916, tentando di penetrare in Trentino e di dividere lo schieramento nemico. Quest’attacco è stato definito Strafexpedition (ossia spedizione punitiva contro l’antico alleato ritenuto colpevole di tradimento). Gli italiani riuscirono ad arrestare la loro avanzata sugli altipiani di Asiago e nel contrattacco cadde prigioniero degli austriaci Cesare Battisti, condannato a morte per alto tradimento.

Gliesiti di queste spedizioni furono soprattutto psicologici il governo Salandra fu costretto alle dimissioni e sostituito di coalizione nazionale (comprendente cioè tutte le forze politiche tranne i socialisti), presieduto da Paolo Boselli, che tuttavia non comportò alcun mutamento nella condizione militare della guerra. Da un punto di vista tecnico la vera protagonista della guerra fu la trincea, la più semplice e primitiva fra le fortificazioni difensive. Fossati scavati nel terreno e collegati da camminamenti, fungevano non solo come riparo ma anche come sede permanente dei reparti in prima linea.

Il primo conflitto mondiale scoppiò al termine di un periodo di progresso scientifico e economico e si caratterizza per l’applicazione intensiva e sistematica dei ritrovati tecnologici alle esigenze della guerra. Del tutto nuova e sconvolgente fu l’introduzione delle armi chimiche (gas), ma la guerra sollecitò notevolmente anche lo sviluppo di settori relativamente giovani, come il settore automobilistico (il carro armato), l’aeronautica e la radiofonia (telecomunicazioni via radio o via filo). Ma fra le macchine belliche sperimentate in questi anni, una sola influì in modo significativo sul corso della guerra: il sottomarino. Furono soprattutto i tedeschi ad intuirne le possibilità e a attaccare navi nemiche o affondare navi mercantili (come il transatlantico inglese Lusitania). Il suo utilizzo però sollevava gravi problemi politici e morali e urtava in particolare gli interessi commerciali degli Stati Uniti.

Impatto della guerra sulla società e l'economia

Il conflitto trasformò profondamente la vita civile dei paesi coinvolti; in campo economico l’intervento statale fu sempre maggiore, teso a garantire le risorse necessarie allo sforzo bellico. Tutta la società fu soggetta a un processo di militarizzazione e anche il potere del governo fu condizionato da quello militare. Strumento essenziale per la mobilitazione fu senza dubbio la propaganda che ha assunto una nuova capacità di penetrazione, più efficace e sofisticata, grazie allo sviluppo dei nuovi mezzi di comunicazione di massa.

Col protrarsi del conflitto si rafforzarono i gruppi socialisti ad esso contrari, tanto che nelle conferenze socialiste internazionali di Zimmerwald (Svizzera, settembre ’15) e Keinthal (Svizzera, aprile ’16), si approvarono documenti in cui si rinnovava la condanna alla guerra “senza annessioni e senza indennità”. All’interno dei socialisti però esisteva una spaccatura, fra pacifismo della sinistra riformista (il loro obiettivo era la pace negoziata e un ritorno alla vita democratica) e il disfattismo rivoluzionario dei gruppi radicali (quali gli spartachisti tedeschi e i bolscevichi russi) intenti ad utilizzare la guerra come occasione per la rivoluzione.

A tal proposito nel convegno di Zimmerwald, Lenin propose la tesi secondo cui il movimento operaio doveva approfittare della guerra per affrettare il crollo dei regimi capitalistici. Il 1917 fu l’anno più difficile della guerra per L’Intesa e in cui si verificarono avvenimenti di decisiva importanza: molti furono i casi di manifestazioni popolari contro il conflitto (ad es. l’insurrezione di Torino fra il 22 e il 26 agosto quando una protesta originata dalla mancanza di pane si trasformò in un’autentica sommossa con forte partecipazione operaia) e di ribellione fra le stesse truppe, il tutto in un clima di stanchezza e demoralizzazione che si riscontrava anche in Italia; un malessere generale che provocò la disfatta di Caporetto quando il 24 ottobre un’armata austriaca per mezzo della nuova tattica dell’infiltrazione, penetrava e attaccava le linee italiane comandate del generale Diaz, che si ritirarono sulla nuova linea difensiva del Piave e sul Monte Grappa.

Paradossalmente la svolta impostata dalla disfatta di Caporetto finì per avere ripercussioni positive sull’andamento della guerra italiana: i soldati si trovavano ora a combattere una guerra difensiva e ciò contribuì a rendere più comprensibili gli scopi del conflitto e ad aumentare il senso di coesione patriottica; si formò anche un nuovo governo di coalizione nazionale, ora presieduto non più da Cadorna, ma da Vittorio Emanuele Orlando. Il 6 aprile gli Stati Uniti decidevano di entrare in guerra con l’Intesa, contro la Germania che aveva ripreso la guerra sottomarina indiscriminata.

La fine del conflitto e il trattato di pace

La guerra, soprattutto per la volontà del presidente Wilson, acquista una nuova cornice ideologica, viene dipinta come una lotta per un più giusto ordine interno e internazionale; prende corpo così l’idea della guerra democratica. L’idea di Wilson era quella di instaurare un nuovo ordine internazionale basato sulla pace e “sull’accordo fra i popoli liberi” e precisò queste sue linee in un organico programma di pace in 14 punti, in cui si proponeva l’istituzione di un nuovo organismo internazionale, La Società delle Nazioni, per assicurare il mutuo rispetto delle norme di convivenza fra i popoli.

Anche grazie alla superiorità militare conseguita con l’intervento americano, nel novembre del ’18 la guerra terminava con la vittoria dell’Intesa: un esito cui contribuirono in larga misura la dissoluzione interna dell’Austria-Ungheria, a causa del distacco delle diverse nazionalità (Cecoslovacchi e slavi diedero vita a Stati indipendenti) e la rivoluzione scoppiata in Germania dove gli operai diedero vita a consigli rivoluzionari e un socialdemocratico, Friederich Ebert fu proclamato capo del governo il 9 novembre, al posto di Kaiser fuggito in Olanda insieme con l’Imperatore d’Austria Carlo. I delegati del governo provvisorio tedesco l’11 novembre firmarono l’armistizio nel villaggio francese di Rethondes e nel 18 gennaio del 1919 a Versailles si aprirono i lavori del trattato di pace prolungati per oltre un anno e mezzo: risultò evidente il contrasto fra una pace democratica e l’obiettivo francese di una pace punitiva; si doveva ridimensionare l’intero assetto europeo che aveva visto crollare ben 4 imperi (tedesco, austro-ungarico, russo e turco) e ricostruire l’equilibrio sui principi di democrazia e giustizia internazionale. Ma l’ideale di Wilson in sostanza non si realizzò: la Società delle Nazioni nacque minata da profonde contraddizioni, anzitutto la mancata adesione degli Stati Uniti e l’esclusione dei paesi sconfitti.

La rivoluzione russa

Nel marzo del ’17, la rivolta degli operai e dei soldati di Pietrogrado provocò la caduta dello zar e la formazione di un governo provvisorio dominato dalle forze liberal moderate. Nel maggio si formò un secondo governo provvisorio, cui parteciparono tutti i partiti, ad eccezione dei bolscevichi. Accanto al potere del governo, cresceva sempre più il potere dei Soviet, cioè i consigli (organismi rivoluzionari) eletti direttamente dai lavoratori (operai e soldati), che diventarono la struttura fondamentale dello Stato nato dalla rivoluzione bolscevica del novembre del ’17: Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (U.R.S.S. o Unione Sovietica), sorta nel 1922.

I bolscevichi tentarono di accentuare sempre più la loro opposizione al governo provvisorio, chiedendo la pace immediata, la socializzazione della terra e il passaggio di tutti i poteri ai Soviet, così come dichiarato da Lenin nelle cosiddette “tesi di aprile”. Il comandante dell’esercito generale Kornilov, con l’appoggio dei moderati, tentò un colpo di Stato, lanciando un ultimatum al governo presieduto da Kerenskij, chiedendo il passaggio dei poteri alle autorità militari. Il colpo di stato fu stroncato grazie all’appoggio dei bolscevichi che rafforzarono ulteriormente la loro posizione, principali organizzatori della mobilitazione popolare e, grazie alla determinazione di Lenin, decisero di conquistare il potere con la forza, preparando un’insurrezione militare organizzata dal presidente dei Soviet di Pietrogrado, Trotzkij, e condotta nella notte tra il 6 e 7 novembre (24-25 ottobre del calendario russo - la cosiddetta Rivoluzione d’ottobre), che si concluse con la Presa del Palazzo d’Inverno, già residenza dello zar e sede del governo provvisorio, ad opera dei soldati rivoluzionari e delle guardie rosse (milizie operaie armate).

Veniva così composto un nuovo governo rivoluzionario – detto Consiglio dei Commissari del Popolo - composto esclusivamente da bolscevichi e guidato da Lenin. La presa di potere da parte dei bolscevichi, incontrò però l’opposizione da parte della maggioranza politica (menscevichi, cadetti, socialrivoluzionari), che difatti riportò un grande successo nelle elezioni dell’Assemblea Costituente, ma questa fu subito sciolta dai bolscevichi e in tal modo il paese rompeva definitivamente con la tradizione democratica occidentale, ponendo le premesse per l’instaurazione di una dittatura di partito.

A questo punto il paese si ritirò dal conflitto mondiale contro la Germania, stipulando la pace il 3 marzo 1918 nella città di Brest-Litovsk. Gravissime furono le conseguenze di questo trattato: le potenze dell’Intesa considerar

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ariannapicistrelli di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Gentiloni Umberto.
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