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nazionalista lanciata da Francisco Franco. La guerra civile che ne seguì portò alla vittoria della

Destra.

Alcuni movimenti, Fascismo e Nazismo, promisero di far fronte alle minacce poste dalla modernità.

Il Fascismo voleva creare un nuovo ordine, una collaborazione tra le classi, con un unico partito al

governo. Si rivolgeva ai “perdenti” della modernizzazione ed era contro il marxismo.

La più alta percentuale di consenso arrivava dai contadini e dagli artigiani, cioè i più sfavoriti dalla

modernizzazione.

In Germania il Partito Nazista lanciò una campagna nei villaggi, che venne confezionata su misura

in base a ciò che i contadini volevano sentirsi dire: che i grandi banchieri e gli usurai ebrei erano i

responsabili dei loro disagi. Nonostante ciò, la presenza nel partito di contadini restò minoritaria, al

contrario di piccoli imprenditori e artigiani.

La crisi della modernità incoraggiò la ricerca di capri espiatori contro cui addossare le colpe: una

fetta di responsabilità fu attribuita al proletariato miscredente, ma le maggiori responsabilità

vennero attribuite in Germania agli ebrei. L' antisemitismo tedesco consisteva proprio nel

considerare l'ebreo tutto il male del mondo moderno. Nel 1935 arrivarono le Leggi di Norimberga,

che privavano gli ebrei di molti diritti; il regime seguì un programma di arianizzazione, vendendo le

imprese degli ebrei a tedeschi ariani (il paradosso era che le aziende degli ebrei erano di piccole

dimensioni, ed essi appartenevano alle categorie di persone messe a rischio dalla modernizzazione).

Il razzismo riguardò anche rom, zingari, gay etc..

In Polonia la situazione era anche peggio che in Germania: il governo mise in pratica un

antisemitismo ufficiale, si istituirono negozi e bancarelle cristiane, e (addirittura) alcuni polacchi

emigrarono in Germania.

Gli ebrei divennero quindi le vittime dell'antimodernismo.

4 – LA FINE DELLA CIVILTÀ

Già prima del conflitto, filosofi e intellettuali mettevano in dubbio valori culturali e certezze

dominanti, per cui alla pubblicazione di “Declino dell'Occidente”, molti lettori erano già convinti

della crisi. Spengler affermava che tutte le civiltà sono destinate a scomparire, e che quella

occidentale è al termine della sua decadenza.

Artisti e romanzieri erano pessimisti a causa dei 4 anni di conflitto, e ciò generò una costante

sensazione di disagio per il periodo fra le due guerre.

Scienza e civiltà

Dal 1870 c'era la convinzione che i problemi politici e sociali potessero essere risolti grazie

all'applicazione delle conoscenze e del metodo scientifico; il quadro principale era quello

newtoniano, secondo cui il mondo era in perfetto equilibrio e stabile.

Questa visione venne messa in crisi all'inizio del Novecento, quando Einstein dimostrò, con la

teoria della relatività, che l'universo è come una bomba che esplode e che quindi la sua esistenza

non è infinita. La scissione dell'atomo, ottenuta a Cambridge nel '32, dimostrò che la scienza non

era priva di rischi.

La biologia fu la scienza che ebbe più impatto. Max Nordau pubblicò una tesi sulla degenerazione,

in seguito alla quale si discusse della necessità di difendere il patrimonio genetico nazionale; una

risposta a ciò si trova nell' “igiene razziale” : ciò significa che lo scopo della modernità è favorire la

riproduzione di individui sani e utili, e di isolare quelli nocivi. L'idea della crisi della razza costituì

spesso una minaccia per i bianchi, 'impauriti' dalla crescita dei popoli di colore.

In Italia venne lanciata da Mussolini la “battaglia per le nascite”, e vennero approvate misure

legislative contro gli incroci razziali che sarebbero potuti derivare da matrimoni di razza mista.

Misure fiscali appoggiarono le famiglie numerose, mentre quelle senza figli venivano penalizzate;

in Francia l'aborto divenne un delitto e vennero introdotti prestiti matrimoniali per stimolare

matrimoni precoci.

Dopo poco, la biologia scoprì che in ogni popolazione si annidavano geni recessivi capaci di

scatenare infermità fisiche e mentali, per cui la crescita della popolazione non divenne più una

risposta adeguata. Gli esponenti di eugenetica sostenevano che gli individui sani dovevano

procreare, e invece i meno adatti dovevano essere dissuasi.

In molti paesi, in seguito alla scoperta dei deficit ereditari, gli individui vennero segregati in istituti,

e si ricorse anche alla sterilizzazione come unico strumento per evitare la contaminazione del

patrimonio genetico. In Gran Bretagna la Eugenics Society promosse campagne per la

sterilizzazione volontaria, ma vennero respinte perchè la scienza genetica non aveva ancora

dimostrato l'ereditarietà del deficit.

Donne, sesso e declino morale

Buona parte della responsabilità della crisi biologica venne addossata alle donne.

Sul posto di lavoro le donne richiedevano una maggiore equità di trattamento e di salario, e accesso

alle professioni. In URSS fu introdotto un permesso per le donne durante il ciclo mestruale, ma solo

per fornire agli uomini valide motivazioni per evitare la loro promozione a posti direttivi. Le donne

vennero tacciate di egoismo, perché sottraevano agli uomini opportunità lavorative; inoltre, si

pensava che l'indipendenza lavorativa femminile avrebbe fatto procreare pochi figli, ed il crollo

della fertilità fu attribuito all'egoismo delle donne che si sposavano tardi, o praticavano la castità.

Pio IX emanò un'enciclica in cui condannò l'aborto, e sottolineò la superiorità del marito e

l'ubbidienza della moglie.

L'URSS, che negli anni Venti aveva migliorato molto lo status delle donne, nel decennio successivo

condannò la libertà sessuale come esempio di depravazione borghese (Stalin); venne reso più

difficile il divorzio, e venne penalizzato l'abbandono del tetto coniugale da parte dei mariti con pene

detentive e pecuniarie.

La devianza sessuale era attribuite alle donne viste come seduttrici, indotte da debolezze caratteriali

o predisposizione genetica. Gli artisti rappresentavano le donne in pose di prostitute e seduttrici, ma

anche in immagini di assassini e mutilazioni. In URSS le prostitute venivano rieducate in appositi

centri, ma poi il regime si fece meno tollerante e le spedì in campi di lavoro.

Anche l'omosessualità era accusata di degenerazione morale: in Germania, sotto il regime nazista,

gli omosessuali furono soggetti a violenze e discriminazioni.

Il fatto che la decadenza fosse attribuita alla sfrenatezza sessuale, dimostrava la paura che i 'piaceri

della carne' potessero minare il livello di moralità necessario per la sopravvivenza della civiltà.

La psicoanalisi e il malessere della modernità

La psicoanalisi, il cui principale esponente è Freud, partiva dal principio che certi disturbi psichici

potevano trovare spiegazione nell'inconscio; Freud sosteneva che alcuni comportamenti dovevano

essere ricondotti a esperienze dell'infanzia, di carattere sessuale (come il Complesso di Edipo); la

mente cerca inoltre di imporre un ordine alle spinte irrazionali degli istinti, attraverso processi di

repressione; ogni manifestazione di comportamento anomalo è collegato a dei “complessi” connessi

a un senso di colpa latente. Grazie a Freud nacquero molte scuole psicoanalitiche che fornivano

aiuto terapeutico a chi soffriva di malattie mentali.

La rivendicazione principale della disciplina era quella secondo cui ogni individuo è un io diviso, un

essere razionale nella vita quotidiana, ma un io irrazionale sotto la superficie.

In URSS questa scienza venne respinta, perchè sosteneva l'irrazionalità dell'uomo a fronte della

personalità razionale che il comunismo cercava di costruire. In Germania venne respinta perchè

molti esponenti erano ebrei.

Freud pubblicò nel 1939 “Il disagio della civiltà”, in cui sostenne che le angosce dell'epoca

moderna riflettevano l'incapacità dell'io di tenere a freno i propri istinti. Carl Jung si discostò da

Freud, e nell'opera “Il problema psichico dell'uomo moderno” sostenne che il malessere dell'Europa

era il prodotto di una insicurezza collettiva. Secondo Jung, la scoperta che l'uomo aveva una

predisposizione al male aveva lasciato gli europei scioccati.

Anche la psicologia sociale mise in crisi le concezioni della società. Secondo gli psicologi sociali,

le masse rispondono agli stimoli sociali in maniera uniforme e irrazionale; di conseguenza, la

violenza e la guerra si possono spiegare con il comportamento psicologico di massa. Ortega y

Gasset pubblicò “La ribellione delle masse”, in cui deplorava il modo in cui la società veniva

dominata dagli istinti delle masse.

La paura dell'irrazionalismo mise in crisi la ragione e quindi le radici dell'Illuminismo.

Guerra e civiltà

Freud dichiarò che le ragioni della guerra erano di tipo psicologico e rimandavano alla tensione tra

gli istinti di vita e di morte; l'unica speranza era che il processo di civilizzazione interiorizzasse gli

impulsi aggressivi, che si potevano reprimere ma non rimuovere.

Vi era la convinzione che la guerra trovasse la sua spiegazione in forze all'interno del mondo

naturale; Hitler era infatti convinto che la guerra servisse a dimostrare la superiorità di una razza

sulle altre, per garantirsi risorse e sopravvivenza. In ogni caso, la guerra era vista come inevitabile.

I pacifisti rimandavano alla fede nella razionalità umana, e alla convinzione che la guerra avrebbe

avuto caratteristiche di distruttività.

La scienza, da un lato, prometteva una società più prosperosa e ordinata, ma, dall'altro, svelava

scenari di degrado sociale e istinti sfrenati.

5 – CAPITALISMO IN CRISI

Le cause del crollo

Il 29 ottobre 1929 la Borsa di Wall Street a New York crollò, e portò alla rovina migliaia di

investitori americani, ma i suoi effetti si sentirono oltre gli USA. L'economia mondiale non si

riprese dalla crisi di Wall Street prima del 1939. Prima del 1914 il mercato mondiale conservava

scambi piuttosto liberi, ed era stato fissato un tasso stabile di cambio tra le valute basato sul sistema

monetario aureo, il gold standard. Al centro dell'economia c'era la Gran Bretagna.

Pochi anni prima del '29, l'industria americana aveva alimentato un'orgia speculativa nella

compravendita delle azioni; gli imprenditori acquistavano molte azioni per gli anni a venire, azioni

che le compagnie emettevano quando non c'era un mercato reale a sostenere l'eccesso di

produzione. Le vere cause vanno quindi cercate dopo il 1914:

− Sovrapproduzione: durante la guerra, i paesi extraeuropei, in crisi perchè non ricevevano

più finanziamenti dall'Europa, crearono delle proprie industrie a spese dei vecchi fornitori.

Alla fine della guerra, l'industria europea riprese a funzionare, ma si manifestò una tendenza

alla sovrapproduzione; di conseguenza crollarono i prezzi e vennero istituite barriere

tariffarie per proteggere le industrie domestiche in difficoltà. Persino la Gran Bretagna, la

più sostenitrice del libero commercio, impose dazi sull'importazione per frenare la

competitività americana. Di conseguenza, il tasso di crescita del commercio internazionale

non tornò ai livelli del periodo prebellico = calo delle esportazioni.

− Caduta del Gold standard: la guerra aveva distrutto la stabilità del Gold standard. Gli stati

belligeranti avevano abbandonato l'oro perchè costretti a finanziare lo sforzo bellico. I

pesanti debiti statali portarono ad alta inflazione.

La Germania, paese esportatore di capitali prima del 1914, all'inizio degli anni 20 precipitò in una

crisi che portò al crollo del marco; questo crollo trascinò con sé anche le altre valute europee. Le

monete non si potevano fissare a un unico parametro fisso: alcuni paesi tornarono alla parità aurea,

altri mantennero la svalutazione delle monete.

L'unica fonte di salvezza erano gli USA, la cui economia aveva risentito meno della guerra; molti

prestiti che gli Usa elargirono erano però a breve termine e ad immediata riscossione in situazioni di

crisi. Gli Usa divennero, in sostituzione alla UK, il leader economico mondiale; essi avevano una

maggiore autonomia per quanto riguarda gli alimenti e materie prime, per cui non avevano bisogno

di importare (al contrario di UK). Ci fu crescita economia nel 1920-1921 e 1926, anni in cui alcuni

settori (cinema,auto,radio) registrarono un boom, ma altri (settori industriali tradizionali)

registrarono un calo.

Alla fine del periodo di inflazione, i prezzi dei prodotti alimentari e delle materie prime scesero

drasticamente; il calo dei prezzi fu sentito maggiormente nelle regioni povere d'Europa, le quali

ebbero meno capacità di assorbire prodotti dei paesi + sviluppati → ciò portò a livelli di

disoccupazione alti nelle industrie esportatrici europee.

Sul finire degli anni 20, si avevano già segni di una recessione, visto che la caduta dei prezzi

continuava e la disoccupazione aumentava. Tutto ciò scatenò il panico. Gli americani richiesero

indietro i prestiti a governi e imprese.

Gli effetti della recessione

1. Psicologici: ci fu una caduta della fiducia nel sistema capitalistico (i marxisti ne avevano

predetto la sorte). C'era sempre stato un tocco decadente nella vita economica degli anni

Venti. Molti intellettuali passarono al fascismo o al comunismo, perchè credevano che ogni

altro sistema sarebbe stato migliore di uno così distruttivo.

2. Materiali:

− imprese agricole non riuscirono a trovare capitali per produrre;

− i governi tagliarono le spese;

− ci fu una discesa dei prezzi perché la domanda era in caduta; i prodotti alimentari

marcivano nei magazzini, e i coltivatori canadesi distrussero il grano piuttosto di

venderlo a prezzi stracciati;

− in Usa fallirono le banche perché i titolari di depositi ritirarono i loro conti in pericolo;

− vennero imposte misure di PROTEZIONISMO (i governi volevano proteggere la

propria industria contro le importazioni con l'imposizione di tariffe); nel 1930, negli

Usa, venne approvata la tariffa Hawley-Smoot che imponeva limiti all'importazione

proprio quando gli altri Stati avevano bisogno di vendere. Germania e Francia

imposero quote sull'importazione di merci estere; la Gran Bretagna scambiava a

condizioni favorevoli prodotti agricoli con gli stati del Commonwealth. Il

protezionismo ridusse qualsiasi prospettiva di ripresa.

3. Piano umano:

− disoccupazione: molti restarono senza lavoro per 2/3 anni; colpì tutti i settori,

compressi i “colletti bianchi” e i professionisti; molti disoccupati erano giovani, con

meno di 25 anni; molti lavoravano a orario ridotto.

− Conseguenza della disoccupazione fu la povertà: i fondi dell'assistenza pubblica

vennero prosciugati, per cui non vennero più garantiti i sussidi; nacquero però diverse

associazioni di volontari che aiutavano le persone in difficoltà. La salute registrò un

calo, come anche il tasso delle nascite, e molti si trasferirono in campagna dai parenti

per avere la speranza di qualcosa da mangiare (ma in campagna la situazione non era

migliore). In Germania gli imprenditori preferivano assumere personale femminile

perchè costava di meno, e molte famiglie ridotte alla miseria si dedicavano ad attività

di frodo e furti.

Tentativi di ripresa

I politici cercarono di evitare qualsiasi cosa che minacciasse la stabilità della moneta o dei bilanci, e

operò tagli alle spese pubbliche e all'occupazione. Inizialmente si pensò alla collaborazione fra le

principali economie come soluzione, ma si dimostrò un fallimento perchè ogni Stato pensava alla

propria ripresa economica e alla propria stabilità sociale. Fu indetta una conferenza mondiale a

Londra nel 1933 per discutere dei problemi economici, ma si concluse presto perché Roosevelt

disse che non aveva intenzione di far entrare gli Usa in nessun sistema monetario fisso. Era

impossibile elaborare un programma in grado di impegnare tutte le parti, per cui gli Stati

perseguirono propri programmi di ricostruzione:

1. Pianificazione dello Stato → negli Usa il presidente Roosevelt presentò un pacchetto di

misure economiche, il New Deal, che prevedeva: una nuova legislazione per ridare stabilità

al sistema bancario, speciale assistenza all'agricoltura, opere pubbliche, miglioramento delle

condizioni dei lavoratori, minimo salariale.

In Inghilterra il governo incentivò le opere pubbliche, sostenne l'agricoltura, intervenne

nelle produzioni di acciaio e cotone. In Germania, con l'avvento dei nazisti, il sistema

bancario fu sottoposto a diretto controllo statale, l'agricoltura fu riorganizzata (ciò consentì

prezzi più alti dei generi alimentari), tasse e debiti dei contadini vennero ridotti, costruite

opere pubbliche, grandi fondi furono messi a disposizione del riarmo, prezzi e salari

vennero fissati per legge onde evitare inflazione. In Italia l'Iri, un ente pubblico, controllava

l'80% della cantieristica navale, e il 50% della produzione di armamenti.

2. Strumenti protezionistici e controlli sulla moneta → il flusso di capitali verso l'estero

venne limitato o messo fuori legge, e valore delle monete venne sottoposto a

regolamentazione da parte dello Stato. Il Johnson Act degli Usa (1934) proibiva

l'esportazione di capitali (prestiti) in Stati inadempienti nei confronti dei debiti di guerra

(rimase solo la Finlandia).

Inghilterra e Francia commerciavano principalmente coi paesi del loro impero, Usa con

l'America latina; Germania e Giappone cercavano di istituire nuovi blocchi economici

nell'Europa dell'Est ricorrendo alla forza.

3. Controlli sulla produzione e gli scambi (autarchia) → [questo punto attraeva soprattutto

gli stati fascisti che volevano trovare un'alternativa al vecchio sistema del libero

commercio].

In Francia il petrolio veniva diluito con alcol prodotto localmente, per via delle difficoltà di

approvvigionamento all'estero. In Giappone si lanciarono campagne per la raccolta di

rottami di ferro, per ridurre la dipendenza del paese da fonti esterne. In Germania si sviluppò

una serie di surrogati riutilizzabili a partire da materie prime presenti in loco; i tedeschi

furono incoraggiati a riciclare rifiuti domestici.

Tutto ciò portò a un minor costo delle importazioni, all'aumento dell'investimento interno,

ma a spese del commercio con l'estero.

Questi programmi di rilancio erano solo rattoppi: in Inghilterra la disoccupazione rimase alta, in

Germania c'erano difficoltà con la bilancia dei pagamenti, l'economia Francese non si riprese fino

agli anni Quaranta, l'economia Italiana era stagnante; l'Europa centrale e orientale rimase debole,

essendo dipendente da scambi esteri.

I tentativi di invertire la tendenza con rivolte e scioperi incontrarono opposizione, soprattuto in

Germania, in cui il regime hitleriano sciolse i sindacati nel 1933. I lavoratori erano in difficoltà, e

gli imprenditori ne approfittarono per tenere bassi i salari.

Fine del capitalismo?

I regimi capitalistici quindi, ricorsero alla regolamentazione statale per gestire la crisi, ciò che

veniva chiamata “economia pianificata”. L'intervento statale non piacque agli imprenditori, che si

opposero spesso alla nazionalizzazione delle industrie, o scelsero di istituire cartelli di fissazione dei

prezzi contro l'invadenza statale. Alcuni gruppi imprenditoriali esportarono i propri capitali in

paradisi più sicuri, come avvenne in Francia e Germania.

Negli Usa le lobby affaristiche si scagliarono contro il New Deal, in particolare contro i programmi

sociali e il salario minimo, finchè riuscirono a far dichiarare incostituzionale una serie di

provvedimenti dello stesso. 6 – DEMOCRAZIA E DITTATURA

Il declino della democrazia

Nel 1920 nella stragrande maggioranza del continente vigeva la democrazia. Vent'anni dopo c'erano

delle dittature e la democrazia era limitata a Inghilterra, Francia, Stati Uniti, e dominions britannici.

La dittatura in:

− Russia → il breve momento di libertà politica si fece sentire nel periodo di transizione dal

regime zarista alla “dittatura del proletariato”; il popolo si espresse nelle elezioni

dell'Assemblea Costituente tenute nell'inverno 1917-1918. L'Assemblea fu sciolta con la

forza dai bolscevichi, che avevano solo il 25% dei seggi. Lenin instaurò il “centralismo

democratico”, che avrebbe dovuto comportare la verifica delle idee delle masse prima che

l'autorità centrale prendesse decisioni vincolanti per l'intera popolazione. I gruppi

d'opposizione furono messi a tacere con la forza e le elezioni consistettero nel votare per

l'unico candidato dell'unico partito. Stalin divenne segretario del Partito comunista nel 1922

e il sistema si basò sul governo di una sola persona (e non di un partito); egli impose una

brutale dittatura ed eliminò ogni forma di opposizione all'interno del partito stesso,

nonostante proclamasse l'Unione Sovietica lo stato più democratico del mondo.

− Italia → nel 1922 Mussolini, leader del Partito Fascista italiano, ebbe l'incarico di Primo

Ministro. Seguì un periodo di 4 anni in cui i fascisti potenziarono la loro rappresentanza nel

Parlamento e perseguitarono gli avversari politici. Nel 1926 il movimento impose uno stato

monopartitico con la collaborazione del re, dell'esercito, della chiesa. Negli anni '30 impose

una dittatura personale sul partito, fino alla sua destituzione nel 1943.

− Spagna → nel 1923 il generale Miguel Primo de Rivera sciolse il regime parlamentare e

nominò un'Assemblea nazionale governando da dittatore col sostegno dell'esercito, delle

élite agiate. Il regime venne rovesciato e si istituì una nuova repubblica parlamentare. Nel

1936 scoppiò la guerra civile e nel 1939 Francisco Franco prese il potere.

− Polonia → nel 1926 il maresciallo Pilsudski, a capo del governo democraticamente eletto,

proclamò un colpo di Stato e insediò una dittatura militare sotto il “regime dei colonnelli”;

gli oppositori vennero imprigionati e torturati, e il potere effettivo era nelle mani

dell'esercito. Quando Pilsudski morì, gli succedette il maresciallo Rydz-Smigly, il quale

trasformò la Polonia in uno stato monopartitico sotto il controllo dell'esercito.

− Germania → nel 1932 i nazionalsocialisti divennero il primo partito. Hitler arrivò al potere

nel 1933 col sostegno delle élite conservatrici e dei proprietari terrieri; un anno dopo

divenne cancelliere e assunse il titolo di Fuhrer. Gli altri partiti furono sciolti, ed Hitler fece

eliminare gli oppositori interni al partito nella “notte dei lunghi coltelli”, in cui molti suoi

seguaci vennero assassinati.

− Romania → negli anni Venti governò un partito di centro-sinistra, il Partito del popolo.

Dopo il 1927 ci fu un ribaltamento della situazione perchè si affermarono partiti di destra.

Nel 1938 il re Carol proclamò una dittatura monarchica, abolendo tutti i partiti politici

tranne il suo, il governo di “concentrazione nazionale”. Ma anche questo venne rovesciato

da un colpo di stato fascista guidato dal generale Ion Antonescu.

Dei nuovi stati nati dal crollo dei vecchi imperi, solo la Cecoslovacchia rimase democratica.

In Jugoslavia il sistema politico fu dominato dai partiti serbi, e persistevano violenti violenti

conflitti coi separatisti croati. Il re Alessandro I appoggiò la dittatura e la politica jugoslava rimase

democratica solo sulla carta, perchè nella pratica era la dinastia serba a detenere il potere insieme

all'esercito.

Perchè le dittature hanno soppiantato la democrazia?

− Antidemocratici: negli anni '20 si sviluppò un sentimento antidemocratico che accomunò

sia le destre che le sinistre. Secondo Lenin, la democrazia fingeva di dare libertà politica,

lasciando invece il potere nelle mani di un'élite di capitalisti.

Hitler definiva la borghesia spregevole per la politica di facciata esibita a proprio vantaggio.

Molti abbracciarono la “politica dell'azione” di Mussolini, e la dittatura venne ritenuta

meglio attrezzata per rappresentare la nazione.

Persino in Inghilterra, Francia, Usa, gli stati più democratici, vi erano elementi ostili.

Si esortavano le masse a seguire lo stile del leader in assoluta obbedienza, annullando del

tutto se stessi: questa concezione venne chiamata “totalitarismo”, termine coniato da

Mussolini per descrivere le ambizioni del Partito Fascista. Mussolini aveva in mente un

regime totalitario che avrebbe abbracciato la popolazione, avrebbe organizzato la vita

pubblica e privata, fondendo gli interessi del singolo con quelli dello Stato.

Questa idea di ordine nuove e di stato totalitario non mancarono di attrattiva per chi si

sentiva vittima del capitalismo liberale, visto come “occidentale”; le sue pecche erano

attribuite all'egoismo dei principali stati liberali: Francia, Uk, Usa.

− Natura dello Stato: molti stati creati alla fine della guerra non riuscirono a trovare

un'alternativa al sistema dinastico che era crollato. La tradizionale classe dominante era

crollata e i nuovi stati dovettero edificare nuove istituzioni pubbliche e creare fedeltà.

L'edificazione dello stato venne resa difficile dalla crisi economica, aspetto visto come una

priorità statale; bisognava inoltre sviluppare una cultura di massa, rispetto per le leggi,

libertà di espressione, associazione e stampa, difesa dei diritti civili etc..

Al crollo del potere monarchico, la popolazione russa e dell'Europa dell'est cercò rifugio nei

villaggi, trovandovi coesione sociale.

− Carenza di consenso: in Uk o Usa c'era un ampio consenso sulla natura del sistema politico

ed economico, ma nelle nuove democrazie non vi era alcuna convergenza.

Gli stati più colti della popolazione avvertirono la politica democratica come un primo passo

verso il potere del proletariato e dei contadini, sicché essi preferirono governi autoritari ostili

alla sinistra. La mancanza di consenso si manifestò anche nel gran numero di partitini

politici che sorsero: essi rappresentavano interessi settoriali, con finanze modeste, e poca

esperienza; non avevano nulla a che vedere con i grandi partiti inglesi e americani (Tory e

Whig, democratici e repubblicani) che avevano ampia rappresentanza e radici storiche.

Inoltre, regioni con un forte senso di identità diedero vita a partiti politici con finalità

separatistiche (baschi in Spagna, Sudeti in Cecoslovacchia, bavari in Germania etc...). A

causa di questa decentralizzazione democratica, si ebbero deboli sistemi parlamentari,

estremamente mutevoli. Ne conseguì un calo della fiducia nel Parlamento e la ricerca di

alternative politiche → governi dittatoriali.

L'ordine nuovo nella politica

I fascisti, nazisti, e bolscevichi si definivano “partiti”, ma non avevano un ruolo parlamentare.

Hitler preferiva definire il suo partito, movimento; esso dominava i propri membri, pretendendo un

forte sentimento di lealtà, e offrendo un senso di identità; ogni movimento era dominato da una

personalità dotata di carisma, a cui la basa doveva assoluta obbedienza; ogni movimento aveva la

sua ideologia che fungeva da collante per i suoi membri (dittatura del proletariato, rinascita

nazionale, rigenerazione della razza..). Chi non ne faceva parte era un nemico e doveva essere

eliminato. Essi erano organizzati intorno al capo, la cui parola era legge; Hitler era visto come

l'uomo del destino, Stalin come fonte di ogni sapere etc..

I nuovi movimenti erano più visibili dei vecchi partiti grazie alla propaganda di giornali e mass

media, e ebbero la capacità di esaltare e coinvolgere il pubblico nella politica. Ognuno di essi

aveva la propria struttura paramilitare, la propria organizzazione femminile, la propria ala giovanile.

Sul piano elettorale, restarono solo una frazione del voto popolare, ma essa bastò ai movimenti per


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della mediazione linguistica
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher chiara-4 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Novarino Marco.

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