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fascisti, nell’atteggiamento verso gli avversari (nemici da eliminare) e nelle nuove forme di

organizzazione e di partecipazione politica delle masse.

I due anni dopo la marcia su Roma furono il periodo più difficile per il partito fascista perché ci

furono scontri violenti tra vecchi e nuovi fascisti che affluirono in massa dopo la conquista del

potere. Nel 1923-24 ci fu una vera e propria eclissi del partito. Il Gran Consiglio avviò la

subordinazione del partito al governo, mentre la creazione della Milizia Volontaria per la Sicurezza

Nazionale, togliendo al partito la funzione militare,decretò la fine dello squadrismo. Ma proprio i

questo periodo comincia ad emergere il mito dello Stato nuovo e le varie tendenze si

contrappongono tra chi proponeva lo scioglimento del partito dal momento che la sua funzione si era

esaurita con l’avvento di Mussolini al potere (Massimo Rocca; il gruppo di Critica Fascista =

revisionisti che volevano ora un partito di intellettuali) e chi reclamava ancora la funzione

rivoluzionaria del PNF per creare il ‘suo’ Stato (integralisti dello squadrismo provinciale, il loro

eroe Farinacci). Gli integralisti invocavano una seconda ondata rivoluzionaria e volevano procedere,

senza complicazioni intellettuali, alla brutale fascistizzazione dello Stato. In questo periodo

Mussolini non era ancora il capo indiscusso e la crisi del fascismo, dopo il delitto Matteotti, fece

vacillare il potere di Mussolini. Lo squadrismo estremista ebbe allora un ruolo determinante per

salvare le sorti del fascismo. Ciò diede un vigore notevole all’azione del partito che vide un ritorno

al segretario unico con Farinacci che costruì efficacemente l’unità del partito eliminando il

dissidentismo e restituendo al partito il carattere di movimento rivoluzionario. Secondo Farinacci il

partito doveva essere composto da una eletta minoranza di fascisti intransigenti per preservare

l’integrità della fede fascista e assumere il carattere di esercito politico in stato di mobilitazione

permanente. La struttura del partito fu disciplinata in modo militare. Farinacci tentò anche di dare

nuova luce al segretario generale quale ‘capo del partito’, custode della fede fascista. La sua politica

di partito tentava di dare piena autonomia al partito nei confronti del governo di Mussolini. Durante

la segreteria Farinacci (febbraio 1925- marzo 1926) il PNF visse un periodo di maggiore autonomia

attiva e riuscì a condizionare concretamente lo sviluppo del fascismo in senso totalitario. Ma tutto

ciò si scontrò con l’ostilità di Mussolini. Comincia così la metamorfosi della funzione politica del

PNF, con la subordinazione del partito allo Stato. La situazione interna del partito viene largamente

modificata dall’azione epuratrice del segretario Turati e del suo successore Giurati, mentre il

carattere e la funzione del partito venivano determinati ora esclusivamente dall’alto e quasi sempre

per volontà di Mussolini, deciso a ridurre l’autonomia del partito. Quindi il periodo !926-1932 è una

fase distinta caratterizzata dal predominio del duce sul partito e dalla trasformazione di questo in

‘istituzione popolare’ dello Stato fascista con funzioni di organizzazione, di controllo e di pedagogia

politica delle masse.

Il partito fascista diventa partito unico con il R.D. 6 novembre 1926, con cui si dava facoltà di

sciogliere le associazioni ritenute contrarie all’ordine nazionale dello Stato. La costruzione del

regime fascista iniziò subito dopo la marcia su Roma e le tappe principali furono:

nel 1923, la creazione del Gran Consiglio, organo di partito par il collegamento fra partito e

o governo e sede principale dove furono elaborate le leggi per la trasformazione dello stato;

l’istituzione della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN), che mise la forza

o armata del partito alle dirette dipendenze del capo del governo;

atto simbolico della nascita del regime fascista può essere considerato il R.D. che dichiarò

o l’emblema del partito, il fascio littorio, emblema dello Stato.

Il ruolo del PNF fu definito dal Gran Consiglio il 3 gennaio 1926: organizzazione della forze

o politiche e amministrative del Regime;

un nuovo statuto approvati dal Gran Consiglio abolì l’elettività delle cariche e stabilì che le

o gerarchi e gli ordinamenti ricevevano norma dall’alto. Lo statuto era del tutto coerente con il

tipo di regime che il fascismo aveva cominciato a costruire, sulla base di una simbiosi tra partito

e stato;

il primo atto della simbiosi fu la legge 9 dicembre 1928 sull’ordinamento e le attribuzioni del

o Gran Consiglio che divenne organo costituzionale ma rimase anche organo supremo del partito

(deliberava sugli statuti, gli ordinamenti e le direttive politiche del PNF);

la legge 14 dicembre 1929 pose il PNF direttamente alle dipendenze del Capo del Governo e

o allo stesso tempo introdusse il partito negli organi dello stato.

Uno statuto successivo, nel 1932, sancì che il PNF era una milizia civile, agli ordini del Duce, al

o servizio dello Stato fascista. È significativa l’aggiunta della qualifica ‘fascista’ allo Stato: il PNF

era subordinato non verso lo Stato in sé ma verso quello Stato che sarebbe stato prodotto dalla

sua azione rivoluzionaria.

fu stabilito che per l’ammissione ai concorsi pubblici era necessaria l’iscrizione al PNF;

o la tessera del partito fu dichiarata equipollente alla carta d’identità.

o

La subordinazione del partito allo Stato e l’inizio del cd ‘mussolinismo’ non segnano però la fine del

partito. Il mussolinismo così come il duce non possono essere compresi al di fuori del PNF. Nei

regimi totalitari a partito unico, dove il partito non viene creato dall’alto ma è un movimento di

massa autonomo, la ‘personalizzazione del potere’ è un fenomeno che deriva dal partito unico,

quando, per forza personale e/o per motivi funzionali, emerge un individuo dominante. Il partito,

quindi, anche se privato di un’autonoma volontà politica, rimane il detentore dei poteri di controllo e

di organizzazione della società per attuare l’esperimento totalitario, perché non può essere eliminato

senza mettere in pericolo il potere stesso del dittatore. Mussolini contrastò con ogni mezzo la

volontà di autonomia e supremazia del PNF. Questo atteggiamento fu condiviso dai fascisti

moderati, dai fiancheggiatori e dai nazionalisti, confluiti nel PNF agli inizi del 1923. i nazionalisti,

che non si erano convertiti integralmente alla fede fascista, sostenevano che il fascismo, dopo essere

diventato regime, cessava di essere partito perché il fascismo si definiva incompatibile con

l’esistenza dei partiti. Un atteggiamento simile fu manifestato da Giovanni Gentile in occasione

della legge sul Gran Consiglio del 1928. Secondo il filosofo la costituzionalizzazione del Gran

Consiglio, subordinando il PNF allo Stato, poneva le condizioni per la liquidazione del partito e la

fine della discriminazione tra fascisti e antifascisti. Nel nuovo Stato nazionale esistevano ormai solo

italiani. Sia i nazionalisti che Gentile erano soddisfatti con la creazione del nuovo regime, risultato

della ‘rivoluzione fascista’, e ritenevano quindi esaurita la funzione storica del fascismo come

movimento e come partito.

Tuttavia, Mussolini, anche se nutriva diffidenza nei confronti dello stesso partito, sapeva che l

rapporto con questo era indissolubile, perché l’origine e la legittimità del suo potere derivavano dal

partito.

L’operazione di sottomissione del partito richiese una faticosa risistemazione interna. Dopo la

marcia su Roma,il PNF si era ingrossato rapidamente, con ogni sorta di arrivisti e opportunisti saliti

sul carro del vincitore. E nonostante le epurazioni di Turati e di Giurati, la vita interna del PNF fu

travagliata da crisi locali, rivalità personali tra dirigenti, dal ribellismo degli squadristi, dalla protesta

dei ‘fascisti della prima ora’ contro i ‘fascisti dell’ultima ora’. La crisi interna del partito rifletteva

anche la lotta di classe tra la piccola borghesia, base originaria del partito, e i nuovi elementi

dell’alta borghesia e dell’aristocrazia, affluiti perlopiù dopo l’instaurazione del regime ricomprendo

anche posizioni dominanti. Nel complesso, tuttavia, i quadri dirigenti erano soprattutto composti da

elementi della media e piccola borghesia iscritti prima della marcia su Roma.

Dopo un decennio di potere fascista la stabilizzazione del PNF era compiuta: c’era una rigida catena

gerarchica che legava i vertici alle periferie e tutti i gerarchi erano nominati da Mussolini su

proposta del segretario del PNF. Qualsiasi tentativo di limitare il potere del duce era stato riposto,

sia per la mancanza di altre personalità forti nel partito, sia per la piena congruenza nell’ideologia

fascista della figura del duce con la concezione fascista dello Stato nuovo. Il partito fu il primo

artefice del culto della personalità e dell’evoluzione verso il cesarismo totalitario, che caratterizzo il

secondo decennio del fascismo. Mentre negli statuti del 26 e del 29 il duce figurava come primo

gerarca del partito, nello statuto del 32 fu posto al di fuori e al di sopra del partito.

La subordinazione del partito allo Stato non eliminò i conflitti tra rappresentanti del PNF e

rappresentanti dello Stato, soprattutto tra segretari federali e prefetti. Nei primi anni di governo

fascista vi era stata una continua prevaricazione dei ras locali nei confronti dell’autorità prefettizia.

Mussolini, tuttavia, con la circolare del 1927, riaffermò che il prefetto era la più alta autorità della

provincia e il segretario federale gli doveva pertanto obbedienza. Questa circolare però aveva un

significato totalitario perché decretava la subordinazione degli organi dello Stato al regime fascista:

il prefetto diventava prefetto fascista. Nonostante tali disposizioni, i conflitti erano cmq frequenti e

un tentativo per sanarli fu l’allontanamento dei prefetti più invisi ai fascisti. Ma lo stesso accadeva ai

vertici del regime tra segretari del PNF e sottosegretari all’Interno e la questione di tutti questi

rapporti conflittuali fu una delle cause che provocò la dimissioni di Turati. Nel 1930, infatti, nella

direzione del PNF si lamentava il dualismo dei poteri e per sanare le rivalità Turati aveva proposto

di unificare la carica di segretario del PNF con quella di sottosegretario all’Interno, ma la proposta u

respinta in modo secco dal duce, e subito dopo Turati fu dimesso. Giurati pure urtò contro lo stesso

scoglio. Il successore, Starace, dopo l’esperienza negativa dei suoi predecessori, non ripropose mai

esplicitamente la questione, ma fu sempre fermo nel pretendere il rispetto delle competenze e delle

prerogative del partito.

La subordinazione del partito allo Stato non impedì al partito di esercitare un ruolo attivo e

soprattutto una parte importante nell’elaborazione e attuazione del progetto totalitario fu svolta dai

segretari del PNF. Questi non era un primus inter pares ma un capo effettivo che poteva infliggere e

revocare punizioni disciplinari agli iscritti, a deputati e a senatori. Il primato della durata spettò ad

Achille Starace (dal 31 al 39). Molti attribuiscono a Starace la responsabilità di aver ridotto il PNF

ad un’ottusa organizzazione burocratica e ad una ridicola macchina di propaganda per il culto del

duce. In realtà lo staracismo fu solo l’esasperazione del carattere che il partito aveva assunto dal

1926. Turati, Giurati e Starace rafforzarono e perfezionarono, ognuno a suo modo, la macchina del

partito. Il segretario del partito avrebbe dovuto essere il garante della subordina zie del PNF allo

Stato ma i segretari furono i primi a non accettare l’intangibilità di questi confini.

Fu certamente Turati a liquidare la ‘politica del partito’ di Farinacci. Con Turati il PNF assunse un

compito eminentemente educativo verso le masse e verso le nuove generazioni per preparare la

classe dirigente fascista capace di proseguire la rivoluzione. Questo significava accrescere la

presenza del partito nella vita pubblica: il PNF doveva estendere la sua azione per trasformare la

mentalità, i comportamenti e le convinzioni degli italiani.

Giurati, nel breve periodo della sua segreteria, cercò di preservare la presenza attiva del partito nel

regime e diede un contributo fondamentale all’opera di fascistizzazione delle nuove generazioni con

la creazione dei Fasci giovanili di combattimento. Accentuò la militarizzazione della vita interna del

partito e il suo carattere di istituzione laico-religiosa. Per Giurati, infatti, il fascismo era la religione

civile della patria e il partito doveva dedicarsi alla formazione di una coscienza fascista nelle nuove

generazioni, contrastando anche l’influenza della Chiesa cattolica. Il PNF avrebbe i nuovi credenti, i

martiri della religione fascista.

Il fascismo ebbe fin dalle origini il carattere di una milizia al servizio di una fede. Lo statuto del 26

ribadiva che il PNF era un esercito di credenti agli ordini del duce e che il fascismo era soprattutto

una fede. Con Turati e Giurati le manifestazioni del partito assunsero formalmente il carattere di ‘riti

civili’. Vennero elaborate le forme delle cerimonie più importanti del fascismo (il 28 ottobre: inizio

dell’anno fascista; il 23 marzo: fondazione dei fasci di combattimento; il 21 aprile: natale di Roma e

festa del lavoro; la leva fascista:rito di iniziazione dei giovani simile al rito della cresima). Starace

continuò e perfezionò l’opera dei suoi predecessori: moltiplicò le forme della liturgia fascista,

precisò in modo quasi maniacale i modi di comportamento del fascista nella vita quotidiana, dava

grandissima importanza alle parate e alle manifestazioni sportive perché convinto che queste

contribuissero a formare lo spirito fascista degli italiani. Cercò cmq di attuare un ambizioso progetto

di ‘politica di partito’ senza mai sfidare l’autorità del duce, attraverso la costruzione di un solido

organismo di potere effettivo forse in vista di una successione a Mussolini. In questo senso Starace

trasformava progressivamente il PNF in una struttura onnipresente e insostituibile nel sistema

politico fascista.

Dietro la facciata di una organizzazione monolitica ed efficiente si svolgeva una sorda lotta tra i

‘potentati’, ciascuno per difendere il proprio territorio, per contrastare le ambizioni altrui etc. Il PNF

era deciso ad esercitare in odo estensivo il potere di controllo nei confronti della burocrazia statale e

delle organizzazioni del regime. Tre furono le tattiche seguite dal PNF per ampliare il suo potere: a)

l’infiltrazione; b)il controllo diretto; c)l’annessione.

a) L’infiltrazione fu adottata soprattutto verso le istituzioni tradizionali dello Stato, come ad es.

nelle Forze Armate, dove il partito non era riuscito a porre alcun controllo. Un successo

maggiore di fascistizzazione si verificò verso la magistratura dove era richiesta l’iscrizione al

PNF per l’immissione nella carriera.

b) Il ‘controllo diretto’ fu esercitato invece nei confronti di altre organizzazioni di massa come i

sindacati attraverso la scelta dei dirigenti. Inoltre il PNF aveva istituito i Comitati provinciali

intersindacali per la soluzione delle controversie di lavoro e per l’elaborazione di contratti a

livello provinciale. Nella vita economica il partito era presente con altre forma di controllo

diretto: con la vigilanza sui prezzi e l’istituzione delle Corporazioni.

c) Le annessioni a danno di altri ‘potentati’ del regime fu l’aspetto più importante nella politica di

espansione del PNF. I casi pi significativi riguardavano l’organizzazione del tempo libero e

l’organizzazione delle nuove generazioni. Il partito entrò in competizione con il ministero delle

Corporazioni per il controllo dell’Opera Nazionale Dopolavoro, il più potente strumento di

penetrazione tra le masse lavoratrici, che conseguì con la nomina di Turati a vicesegretario

dell’ OND, il quale, successivamente riuscì ad estromettere il fondatore dell’organizzazione e a

porre tutte le associazioni dell’OND sotto il controllo del partito. L’altra annessione fu la

conquista, con Starace, del monopolio dell’educazione delle nuove generazioni con la

sottrazione dell’Opera Nazionale Balilla dal ministero dell’Educazione e l’istituzione di

un’organizzazione giovanile unica, dai 6 ai 21 anni. Lo scopo di Starace era la creazione di una

comunità morale, un sistema di vita collettiva per allevare un nuovo tipo italiano. Con Starace

la presenza del PNF nella società divenne invadente e ossessionante fino all’emanazione di

disposizioni sul comportamento del singolo secondo un nuovo costume fascista.

Il nuovo corso totalitario si riverberò subito sul piano istituzionale: nel 1937 fu conferita al

segretario del partito la qualifica di ministro segretario di Stato; lo statuto del 1938 designò

ufficialmente il PNF partito unico del regime; la Camera dei deputati fu soppressa e venne istituita la

Camera dei Fasci e delle Corporazioni, formata dai componenti del PNF e del Consigli Nazionale

delle Corporazioni. Con queste riforme il PNF si vedeva assegnati compiti esecutivi che lo

escludevano dalla decisione sovrana ma che erano cmq compiti di una portata politica enorme per il

futuro del fascismo.

Una delle funzioni prevalenti fu quella di Gran Pedagogo degli italiani che era insita nella logica

totalitaria del fascismo. Essa comprendeva la fascistizzazione delle masse e la selezione della classe

dirigente. Il partito era l’organizzazione che realizzava la risoluzione del privato nel pubblico:

l’obiettivo della fascistizzazione era la creazione di una comunità politica integrata nello Stato e

l’aspetto coreografico e liturgico del partito era volta alla socializzazione fascista degli individui e

delle masse. Il fascismo pretendeva di seguire i cittadini in tutto il loro sviluppo e in questo senso il

partito metteva in atto una politicizzazione della società civile, per realizzare nn la formazione di

coscienze autonome ma l’integrale dedizione dell’individuo e delle masse allo Stato. Nessun aspetto

della vita poteva rimanere fuori. Una funzione specifica nell’attuazione i questa politica era

assegnata alle organizzazioni femminili del partito. Il fascismo riservò sempre l’attività politica ai

maschi mentre concepiva il ruolo della donna esclusivamente nella sua funzione di sposa, madre e

educatrice. Il fascismo mostrò appieno la sua ostilità per l’emancipazione della donna e il

femminismo, opponendo un ideale di nuova femminilità che ricalcava modelli tradizionali di

sottomissione della donna all’uomo ma allo stesso tempo promuoveva la militanza politica della

donna attraverso una mobilitazione fuori dell’ambito familiare, per l’esecuzione del programma di

fascistizzazione. Alla donna era quindi affidato il compito di fare figli per la patria e educare l’uomo

fascista e doveva impegnarsi anche fuori della famiglia nelle attività assistenziali.

Il Gruppo rionale è un altro esempio dell’organizzazione capillare del partito. Il Gruppo rionale

organizzava i fascisti di una particolare zona della città e funzionava come strumento immediato di

controllo perché ogni singolo componente poteva essere schedato. Il gruppo rionale forniva

assistenza medica e legale, provvedeva alla cura della prole con asili nido e organizzazioni di

colonie e soccorreva famiglie bisognose (uno strumento di infiltrazione nei ceti operai).

I risultati della pedagogia totalitaria non erano sempre incoraggianti, la presenza di forti tradizioni

associative cattoliche o socialiste costituivano un ostacolo come pure la mancanza assoluta di

qualsiasi tradizione associazionista specialmente nel Sud.

Il partito era consapevole di questi limiti e riteneva la fascistizzazione doveva svolgersi su tempi

lunghi, per consolidare il regime e conservare il potere del partito anche dopo la scomparsa del duce.

A questo fine era una questione vitale la fascistizzazione delle nuove generazioni. Nei primi anni di

regime l’educazione fascista dei ragazzi fu affidata alle organizzazioni dei Balilla e degli

Avanguardisti dell’Opera nazionale Balilla che era alle dipendenze del partito. Ma nel 1929 passò

alle dipendenze del ministero dell’Educazione, insieme con le organizzazioni delle Piccole e delle

Giovani italiane. Per il partito si trattava di uno strumento importante e cominciò l’azione di

riconquista. Giurati fece il primo passo con l’istituzione dei Fasci giovanili di combattimento che

inquadrava i giovani prima del loro ingresso nel partito. Starace portò a termine l’azione con

l’istituzione della Gioventù italiana del littorio che fuse tutte le organizzazioni giovanili fasciste

sotto il partito. I compiti della GIL erano la preparazione spirituale, sportiva e premilitare,

l’assistenza attraverso campi, colonie. La GIL doveva fungere da vero e proprio laboratorio per la

formazione dell’italiano nuovo e per la selezione dei futuri dirigenti. Nel 1939 sorse un Centro

nazionale di preparazione politica per i giovani. L’organizzazione dei corsi di preparazione politica

era affidata ai GUF, formati nel 1920 e che si svilupparono successivamente come centri di

mobilitazione dei giovani intellettuali, per la fascistizzazione dell’università. I GUF tennero in vita

un ambiente di discussione critica all’interno del fascismo ed erano sostenitori entusiasti di un ruolo

più dinamico del PNF.

Il problema principale per il partito era la conquista delle coscienze tale da rendere l’adesione al

fascismo un atto spontaneo. Nel frattempo però il partito seguiva un percorso più pratico con la

mania del tesseramento perché ossessionato dall’idea di dover forgiare gli italiani nuovi per

affrontare la sfida del tempo e del destino. Mussolini in particolare era ossessionato dall’idea del

Tempo e del Destino e temeva di non avere il materiale umano per ‘fare la storia’. La frenetica

costruzione del laboratorio totalitario trova la sua giustificazione in questa ossessione del destino. I

risultati ottenuti sembravano stupefacenti ma molti fascisti si domandavano quanti tesserati fossero

fascisti credenti. E questo è uno dei problemi più complessi del fascismo, valutare al di là delle

tessere, l’adesione delle coscienze. Si può dire che alla fine degli anni trenta la politica del partito

sembrava provocare reazioni negative quanto più diventava invadente ed opprimente la sua mania di

inquadramento.

 L’edificio incompiuto

Dopo l’istituzione della Camera dei Fasci e delle Corporazioni appariva ormai improrogabile

procedere a una revisione dello Statuto albertino e all’emanazione di una nuova costituzione.

Cultura politica e cultura giuridica si occupavano con molto scrupolo delle questioni relative alla

definizione della natura e dei fini dello Stato totalitario. Nell’Italia fascista i termini ‘Stato

totalitario’ e ‘totalitarismo’ erano comunemente usai per descrivere il sistema politico creato dal

partito fascista. Il termine ‘totalitario’, coniato probabilmente dagli antifascisti, fu fatto proprio dal

fascismo con ostentato compiacimento. Ma è solo nel periodo tra il 1939 e il 1941 che appaiono in

Italia i primi tentativi di definire teoricamente il concetto di Stato totalitario. Alcuni giuristi

consideravano lo Stato totalitario una forma nuova di governo, imposta in seguito alla crisi dello

Stato liberale, per risolvere il problema delle masse e dello Stato, riaffermando la sovranità assoluta

dello Stato e coinvolgendo le masse nella realizzazione di una nuova comunità politica. Quindi la

genesi e la funzione dello Stato totalitario riguardavano i problemi della società di massa. Lo Stato

totalitario era pertanto un regime di massa che interpretava il principio democratico con una formula

nuova di partecipazione del popolo. La partecipazione delle masse era inserita in un quadro molto

più ampio che comprendeva: l’affermazione del primato della sovranità dello Stato sull’individuo, la

concentrazione del potere nel capo politico, l’istituzionalizzazione del partito unico e la propaganda

di un mito etico - politico a carattere dogmatico. Tutto questo per i fascisti lo rendeva molto

differente dallo Stato autoritario. Il totalitarismo non era solo la variante della tendenza che si

affermò dopo la Grande Guerra in Europa e che vedeva l’espansione delle competenze dello Stato,

ma era conseguenza di una nuova forma di rivoluzione.

Artefice della rivoluzione totalitaria e costruttore dello Stato nuovo era il partito rivoluzionario

fascista. La totalitarietà, connaturata nel partito, è da questo trasmessa allo Stato che è Stato-partito,

Stato creato dal partito portatore dell’idea rivoluzionaria.

La definizione dello Stato totalitario come Stato-partito venne fatta propria dal partito fascista, come

pure la concezione del partito totalitario come partito della rivoluzione continua e per questo

rivendicava continuamente il diritto dell’iniziativa rivoluzionaria nei confronti dello Stato, pur

dichiarando di essere al servizio dello ‘Stato fascista’. Giuristi e ideologi erano concordi nel porre a

fondamento dello Stato totalitario il partito unico. Ma nella letteratura sul problema del fascismo c’è

un vero e proprio tormento teorico circa la definizione del partito fascista e la sua posizione rispetto

allo Stato. Dietro il tormento teorico c’era un vero tormento ideologico tra coloro che volevano

porre fine alle pretese rivoluzionarie del partito considerandolo subordinato allo Stato, e coloro che

invece si facevano interpreti di queste pretese, in nome del mito della rivoluzione continua,

sostenendo che il nuovo Stato fino ad allora edificato non era ancora lo ‘Stato nuovo’ totalitario. Il

partito doveva continuare la sua rivoluzione fino al completamento dell’edificio. Ma questo

completamento per i fascisti non era un effettivo punto di conclusione ma una meta ideale. Pellizzi

spiegava, ad es. che la realizzazione dello Stato fascista integrale era un mito che impone di operare

verso una determinata direzione ma preclude l’illusione di poterlo mai realizzare interamente.

Mussolini era il perno intorno al quale ruotava tutto il complesso istituzionale. Nella legge che

istituiva la Camera dei Fasci e delle Corporazioni, compariva l’espressione “Duce del fascismo,

Capo del governo”. In tal modo, alla figura del duce era conferito vero e proprio carattere

istituzionale. Tuttavia altri pareri, non meno autorevoli consideravano la qualifica di duce come

titolo personale di Mussolini. Del resto, nello Statuto del PNF non vi erano descritte procedure per la

successione nella carica di capo del partito nel caso di mancanza del duce. Panunzio, nel sostenere

che il titolo di duce era personale e apparteneva solo a Mussolini, si era rifatto alla concezione del

capo carismatico di Max Weber per ribadire il carattere eccezionale della qualifica di duce. Il

concetto di duce andava differenziato, secondo Panunzio, da quello di capo del governo perché il

duce era una figura storica eccezionale e questo era dimostrato dalla mancanza di leggi sulla

trasmissibilità. In questo modo però si eludeva il problema del futuro dello Stato fascista. Quindi si

poteva comprendere la riluttanza a considerare come istituto un titolo che era connesso con la

persona di Mussolini, ma non si poteva negare che ormai il titolo di duce indicava un istituto

costituzionale sul quale poggiava il sistema politico.

Si apriva quindi un’altra questione delicata: le procedure per la designazione del capo politico come

capo del partito e capo del governo. Era proprio la concezione fascista del ‘comando unico’a

legittimare la centralità della figura del capo politico. La questione del duce era quindi vitale e

riguardava non solo il problema della successione a Mussolini ma anche il ruolo del re in materia di

nomina del capo del governo. Secondo l’art.13 della legge del Gran Consiglio, in caso di vacanza

del capo del governo, quest’organo doveva presentare al re una lista di nomi per la successione. La

questione che si sollevava era se e in che misura il re era vincolato a seguire le indicazioni del Gran

Consiglio. Secondo Panunzio la scelta del re era libera perché le indicazioni del Gran Consiglio non

erano vincolanti. Mortati invece, la lista proposta dall’organo supremo del regime non poteva

contenere che un solo nome, quello del duce del fascismo, che quindi doveva essere chiamato alla

guida del governo. In effetti,la natura totalitaria del regime non avrebbe consentito al sovrano una

scelta che fosse in contrasto con l’indirizzo politico che era predeterminato sia dal Gran Consiglio

che dal partito. Pertanto il re doveva cmq scegliere chi era indicato dal Gran Consiglio.

Era un problema politico, perché se si optava per una procedura o per l’altra, c’erano conseguenze

decisive per il ruolo della monarchia e per il ruolo del partito. Anche se l’edificio totalitario

sembrava incompiuto, il futuro dello Stato totalitario, e quindi il problema della successione,era

affidato al partito fascista. Ma nel momento stesso in cui veniva esaltato teoricamente come

principale pilastro del regime, il partito attraversava una crisi interna proprio mentre l’Italia entrava

nella Seconda guerra mondiale.

 La politica totalitaria di Adelchi Serena

Alla vigilia della Seconda guerra mondiale, il partito fascista dominava con la sua imponente

organizzazione, e proprio la sua onnipresenza e la sua invadenza suscitavano malumori crescenti fra

la gente. Tuttavia, la posizione del PNF come asse del regime appariva ben salda. Nello statuto del

38, il PNF aveva ribadito la sua subordinazione allo Stato fascista ma dichiarando esplicitamente che

il partito aveva il compito della difesa e del potenziamento della Rivoluzione fascista. L’impeto del

fascismo totalitario non era stato affatto addomesticato da l compromesso tra il fascismo e le

istituzioni del vecchio regime: anzi, proprio l’esistenza di istituzioni che ancora non erano entrate

nell’orbita del partito contribuiva a tener desto questo impeto, giustificando l’appello alla rivoluzione

continua. Neppure negli anni della guerra il partito si comportò come docile servitore dello Stato.

Anzi in questi anni il partito tornò ad essere un problema per il duce, mentre contrasti, conflitti,

rivalità con gli organi dello stato ripresero.

Dopo la notorietà di un Farinacci o di uno Starace, Serena è stato quasi del tutto dimenticato. La

segreteria Serena non fu affatto una gestione meramente burocratica, anzi talune importanti iniziative

prese allora dal PNF, potenziarono notevolmente la sua posizione nello stato.

Quando Mussolini, alla fine del 39, decretò la fine della politica di Starace, nessuno criticò la sua

sostituzione. Lo ‘staracismo’ come ideologia e politica di partito, caratterizzato dal formalismo

militaresco e dalla ossessione per la ‘riforma del costume’, aveva screditato l’immagine del partito.

Ma anche lo staracismo inteso come invadenza crescente del partito nella società e nello Stato, aveva

allarmato gli altri potenti del regime, i quali, vedendo crescere oltre misura il potere del segretario

del partito, si affrettarono a minare la fiducia che il duce aveva riposto in questi.

Dopo otto anni di staracismo, la nomina di Muti fu accolta con molte speranze da parte dell’opinione

pubblica e ci si aspettava la liberazione dal formalismo militaresco e dall’onnipresenza del partito,

un rinnovamento del PNF che lo rendesse meno burocratico e meno invadente. L’azione

antistaraciana venne avviata all’insegna dello snellimento del PNF. Primo atto significativo fu la

decisione di staccare dal diretto controllo del partito istituzioni come l’OND, il CONI e le

associazioni da’arma. Ma ben presto, gli stessi artefici della nomina di Muti dovettero rendersi conto

di aver commesso un gravissimo errore mettendo a capo del partito un uomo del tutto estraneo

all’apparato del partito, per nulla competente dei suoi congegni burocratici, dotato di scarse capacità.

La nomina di Muti era stata voluta da Ciano il quale credeva che il nuovo segretario avrebbe seguito

le sue direttive come un bambino. Ma Muti aveva ambizioni proprie e voleva precedere in modo

autonomo alla guida del partito. A tutte le preoccupazioni manifeste circa la guida del partito, il duce

rispose che avrebbe provveduto lui stesso a risollevare il partito. In realtà il duce fu tutt’altro che

determinato e determinante. Nell’imminenza della guerra, che avrebbe richiesto tutto l’impegno del

partito, invece di scegliere una personalità autorevole e competente, Mussolini ripiegò sulla nomina

di un reggente, affidando la segreteria a Pietro Capoferri, un organizzatore sindacale, tecnico più che

politico. Il reggente non intendeva affatto mettere in discussione la concezione totalitaria del partito,

ma tentò di dare alla politica del partito un’impronta personale, ispirata ad una interpretazione

sindacal-populista. L’azione del partito doveva svolgersi come una lotta tenace contro abitudini,

modi di vivere e di agire = una riforma del costume. Trasferendo nella gestione del partito

l’esperienza del sindacalista, Capoferri volle imprimere alla politica del PNF un indirizzo più

radicalmente orientato in senso sindacale, ritenendo che fosse compito e dovere del partito operare

per la realizzazione dei principi sociali fascisti, esercitando un controllo sul mondo della produzione,

esigendo l’attuazione dei principi sanciti dalla Carte del lavoro. Capoferri aveva fatto una diagnosi

realistica dello stato del partito. Tuttavia, nonostante le buone intenzioni, non gli riuscì di dare nuovo

vigore e prestigio al partito. La politica dello snellimento, che avrebbe dovuto rendere più dinamico

ed efficiente il partito, produsse invece un rallentamento nella sua azione ed ebbe effetti ancor più

nocivi al prestigio del PNF perché diffuse l’impressione che lo snellimento fosse preludio alla

smobilitazione del partito.

Per rimediare ai risultati fallimentari fino ad allora conseguiti, Mussolini non trovò altra soluzione

che affidare la guida del partito ad uno staraciano. Serena non aveva passato da ras squadrista,

estraneo alle beghe fra potentati del regime, apparentemente privo di ambizioni personali, leale

collaboratore di Starace. Serena non possedeva la personalità politica di un Farinacci, né il prestigio

intellettuale di un Bottai, ma era stimato come persona equilibrata, esperto conoscitore della

macchina del partito. Il peso che ricadeva sulle spalle del nuovo segretario era particolarmente

gravoso. Serena assumeva la guida di un partito sbandato mentre si frantumavano le speranze di una

rapida vittoria dell’Asse. E nel fronte interno, la prospettiva di una guerra lunga cominciò ad

incrinare la fiducia delle masse nel regime. La guerra peggiorò la situazione del partito, soprattutto

con il richiamo alle armi di molti gerarchi. Il danno per l’efficienza dell’organizzazione fu notevole

perché fra i gerarchi combattenti vi erano i fascisti più attivi o cmq esperti della macchina del partito.

La carenza di quadri validi indeboliva anche il potere del PNF nelle province. La crisi del partito non

poteva non influire negativamente sull’atteggiamento delle masse: quasi ovunque esse si mostravano

apatiche, indifferenti, scarsamente interessate alle vicende della guerra, anche perché sempre più

assillate dall’aumento del costo della vita. Tuttavia, neppure i nemici del fascismo prevedevano

un’imminente crisi del regime, perché il partito fascista manteneva ancora un saldo controllo nella

società. Tutti ritenevano che la dittatura poggiasse su una base abbastanza larga perché il fascismo

era riuscito ad estendere la sua influenza nel mondo operaio e contadino. Ma è tuttavia indubbio che

partito e regime si trovarono investiti per la prima volta da una grave crisi di fiducia da parte delle

masse. L’opera di fascistizzazione era probabilmente rimasta in superficie, traducendosi in un

passivo conformismo e apatica indifferenza. La crisi rischiava di divenire irreversibile perché, al di

là dei fattori contingenti che l’avevano fatta esplodere, le sue cause erano nel regime stesso. E che

altre e più profonde fossero le cause della crisi, non era certo ignoto al segretario del PNF. Ma la

crisi di fiducia che Serena fu costretto a fronteggiare non era grave solo perché allontanava le masse

dal partito; la crisi era grave perché per la prima volta coinvolgeva la stessa classe dirigente fascista,

gli intellettuali e i giovani fascisti. Per molti anni i successi del regime, in politica interna e in

politica estera, avevano alimentato l’euforia ideologica e la fede nei miti del fascismo: ma bastarono

pochi mesi di guerra perché una diversa realtà venisse alla luce. Risaltò la distanza tra il mito e la

realtà, tra il modello che si esaltava dello stato e l’essere concreto di un regime che si rivelava

inefficiente, inetto, corrotto. La guerra divenne l’occasione per un esame di coscienza che investì le

istituzioni, gli uomini, le idee e persino i fondamenti culturali del fascismo. Era un esame che si

svolgeva all’interno del fascismo e non contro di esso, animato da una esigenza di moralità e di

coerenza innanzitutto da parte dei fascisti e reclamava la realizzazione effettiva degli ideali

rivoluzionari. La mancanza di coerenza rivoluzionaria fu considerata la causa principale della crisi

del regime.

Tra i mali del regime De Stefani considerava il peggiore e il più pericoloso la degenerazione dello

Stato totalitario a mera organizzazione amministrativa. In tal modo, lo Stato fascista veniva meno

alla sua funzione morale, etico-politica e religiosa. De Stefani invocava l’azione del partito unico

perché spettava ad esso esercitare la funzione etico-politica dello Stato totalitario. Nel giudizio sul

partito, De Stefani si distaccava dal coro di quanti consideravano errore la sua politica di espansione,

per l’ingerenza sempre più estesa. Il vero errore del partito era di non aver valutato la potenza

corrosiva e riduttrice dello Stato-amministrazione. Da Stefani rifiutava la distinzione fra partito e

regime, come pure fra partito e Stato, ritenendo che fra regime e partito non ci fosse soluzione di


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mcavoy

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in cooperazione internazionale e sviluppo
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher mcavoy di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Gentile Emilio.

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