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Partito, stato e duce nella mitologia e nell'organizzazione del fascismo

Partito, Stato e duce furono i pilastri fondamentali del sistema politico fascista. Il fascismo è stato un movimento-regime con una propria logica che non si risolve interamente nella logica degli interessi di Mussolini. Il fascismo fu un fenomeno nuovo che scaturisce dai conflitti inerenti alla moderna società di massa, che cerca soluzioni al problema delle masse e dello Stato, dell’individuo e della collettività, dell’ordine e del cambiamento, in un’epoca di rapide trasformazioni.

Guardando al problema del mito e dell’organizzazione del fascismo, ci sono due fatti importanti da considerare:

  • Il fascismo è stato il primo partito-milizia che ha conquistato il potere in una democrazia liberale europea con il dichiarato proposito di distruggerla e che si è posto come scopo principale l’affermazione del primato della politica su ogni altro aspetto della vita sociale, attraverso la risoluzione del privato nel pubblico, per organizzare in modo totalitario la società subordinandola al controllo di un partito unico, e integrandola nello stato.
  • Il fascismo è stato anche il primo movimento politico a portare il pensiero mitico al potere, istituzionalizzandolo nelle credenze, nei riti e nei simboli di una religione politica.

Mito e organizzazione

Mito e organizzazione furono le componenti della politica di massa del fascismo. Il nesso tra mito e organizzazione faceva parte di una concezione della politica e delle masse sorta molto tempo prima del fascismo, con la svalutazione della ragione come suprema regolatrice della storia e la scoperta della potenza dell’irrazionale nei movimenti collettivi. Mito e organizzazione erano considerati strumenti fondamentali della politica di massa, per suscitare l’energia delle masse e trasformarla in arma politica. Il movimento nazionalista e il sindacalismo rivoluzionario si erano già serviti di questa concezione.

Ma il fascismo integrò questa concezione con i miti nati dall’esperienza della guerra e dello squadrismo, dando vita a un’ideologia anti-ideologica caratterizzata da un orientamento totalitario. Questa ideologia era espressione di un pensiero mitico già nel primo periodo di formazione del partito-milizia, fondato sul mito della nazione, per realizzare nuovi miti di grandezza: la romanità, l’impero, lo Stato nuovo. Il mito della politica era un’altra forma di fede poiché si concepiva la politica come azione creatrice di uomini che agiscono sotto l’influenza di miti sociali. Bottai scriveva della politica come arte dell’impossibile, una potenza creatrice illimitata. Il fascismo assegnava alla politica la capacità di creare miti politici. E il nesso forte tra mito della politica e mito dell’organizzazione era stato stabilito dal fascismo nella fascistizzazione delle masse per operare una sistematizzazione della fede, ovvero organizzare il mito per farlo penetrare nell’animo delle masse.

Questo compito fu svolto principalmente dal PNF. Il fascismo assunse fin dalle origini il carattere di partito-milizia, organizzando i suoi aderenti nello squadrismo e trasferendo nella lotta politica gli atteggiamenti dello stato di guerra. Il partito fascista introdusse la militarizzazione della politica nell’organizzazione, nelle lotte, nella vita collettiva degli italiani, mentre nei riti e nei simboli assunse i carattere di una ‘milizia civile’ al servizio della ‘religione della nazione’, intollerante e integralista. Questo carattere derivò al PNF dallo squadrismo e la militarizzazione del partito, formalizzata nel 1922, fu il primo passo verso la pratica totalitaria dell’organizzazione.

L'obiettivo del fascismo

L’obiettivo del fascismo era una rivoluzione politica e l’edificazione di uno Stato nuovo. Lo Stato nuovo si risolveva nel dominio assoluto di una aristocrazia del comando capace di trasformare il carattere degli italiani e creare una ‘nuova civiltà politica’. La costruzione dello Stato fascista procedeva attraverso la politicizzazione, in senso fascista, di tutti gli aspetti della vita individuale e collettiva. È generalmente riconosciuto che la costruzione del regime fascista iniziò in modo decisivo nel 1925 con l’inizio della legislazione autoritaria. Con lo statuto del 1926 viene conferito al Gran Consiglio il compito di dare le direttive al partito, consacrando la figura del duce come ‘guida suprema’ e subordinando il partito allo stato. Ma il partito conservò una funzione fondamentale.

Anche se si presentava come una struttura monolitica, in realtà vi era un complesso di forze diverse gestite dall’arte mediatrice di Mussolini. Le istituzioni tradizionali, la monarchia, l’esercito, non furono fascistizzate ma si adattarono al nuovo regime. La chiesa rappresentava il maggior ostacolo alle ambizioni totalitarie del fascismo. Per questo molti studiosi hanno ritenuto di dover classificare il fascismo come dittatura personale o regime autoritario ma non come sistema totalitario. Ma questa interpretazione considera il fascismo in modo statico, non considerando la sua evoluzione.

Al contrario il regime fascista fu una realtà composita in continuo divenire. Nel regime fascista è presente una costante tensione tra un fascismo autoritario e un fascismo totalitario, ovvero tra coloro che consideravano il sistema realizzato tra il 1925 e il 1929 uno stato definitivo, compiuto, e coloro che invece consideravano questo solo un primo stadio verso la costruzione di uno stato integralmente fascista. Una volta consolidato il possesso del potere, si doveva procedere alla fascistizzazione delle masse. Il fascismo totalitario reclamava l’integrazione delle masse nello Stato per creare lo Stato nuovo. Negli anni trenta il fascismo totalitario guadagnò nuovo impeto e procedette a una accelerazione del processo di totalitarizzazione della società e dello stato.

Sotto la guida di Starace il PNF estese la sua presenza attiva nella società. Nel 1937, con la creazione della GIL, il partito assunse il monopolio della formazione delle nuove generazioni. Inoltre il PNF cercò di intensificare la fascistizzazione del costume assumendo la funzione di custode della fede. Fatti significativi nella fase di accelerazione totalitaria furono:

  • La creazione della Camera dei Fasci e delle Corporazioni (1938)
  • Il conferimento delle funzioni di ministro segretario di Stato al segretario del PNF (1937)
  • Lo statuto del 1938 con il quale il PNF diveniva il partito unico e gli venivano affidati i compiti specifici di difesa e potenziamento della rivoluzione fascista e l’educazione politica degli italiani.

Anche in questa fase di accelerazione totalitaria il PNF rimaneva subordinato allo Stato. Il fascismo non giunse mai a sancire la superiorità del partito sullo Stato e a teorizzare che lo Stato era uno strumento del partito per realizzare il proprio mito rivoluzionario (come nel caso del totalitarismo nazista e comunista). Il fascismo non abbandonò mai il mito dello Stato totalitario. Quando i fascisti entrarono in polemica per rivendicare una maggiore autonomia per il PNF, non misero mai in discussione il primato mitico dello Stato nuovo. Al di là della formale subordinazione del partito allo stato, il partito fascista portava avanti una continua azione antistatalista nei confronti del potere dello Stato tradizionale che riprese fiato proprio durante l’accelerazione totalitaria.

Molti fascisti erano insoddisfatti del compromesso con lo stato tradizionale e rievocavano la stagione eroica dello squadrismo ricordando che il PNF era l’unico depositario dell’idea rivoluzionaria e che lo Stato fascista era stato creato dalla Rivoluzione. Quindi c’erano tensioni all’interno della realtà fascista soprattutto quando ‘autoritarismo’ e ‘totalitarismo’ entrano in confronto diretto nella questione del fascismo futuro senza Mussolini. Proprio per questo motivo il fascismo totalitario credeva che non fosse possibile pensare lo Stato senza il partito.

Fascistizzazione delle masse

Un altro elemento importante nel nesso mito e organizzazione rappresentava la fascistizzazione delle masse. Le masse rappresentavano per il fascismo il banco di prova del loro esperimento rivoluzionario per costruire una ‘nuova civiltà politica’, ovvero masse organizzate e integrate nello Stato. Organizzare le masse divenne il principale obiettivo della politica fascista che portò il fascismo ad impadronirsi delle organizzazioni sociali esistenti e a crearne delle nuove e a moltiplicare le strutture nelle quali far confluire il maggior numero di uomini e donne, per trasformare le masse in collettività organizzata e imbevuta di miti fascisti.

Il fascismo totalitario riteneva che il controllo e l’organizzazione delle masse fosse il modo più efficiente per trasformare le mentalità producendo un’adesione attiva al fascismo. Ovviamente una concezione del genere escludeva la possibilità che le masse fossero in grado di acquisire una consapevolezza autonoma e che quindi potessero governarsi da sé. La folla ha bisogno di spiritualismo, di religiosità, l’uomo desidera un potere spirituale. Quindi mito e organizzazione servivano per integrare le masse nello Stato ovvero, compiere la riduzione a un’unità delle varietà sociali. Il fascismo voleva creare una collettività di cittadini, non come individui autonomi, ma come militi disciplinati ed obbedienti. L’uomo nuovo non era un individuo divenuto consapevole di sé e padrone del proprio destino, ma il ‘cittadino-soldato’ che svuota la propria individualità per lasciarsi interamente assorbire nella comunità totalitaria.

Tutte le organizzazioni del fascismo dovevano svolgere una funzione capillare di socializzazione fascista. Questo tipo di fascistizzazione delle masse era nella logica fascista una forma di politicizzazione delle masse, non ovviamente intesa nel senso convenzionale di partecipazione libera e consapevole alla politica. In questa prospettiva si comprende anche il significato della trasformazione del PNF: il PNF non contribuiva a determinare la volontà politica dello Stato, che apparteneva al duce, ma era lo strumento per realizzare questa volontà. Il PNF doveva essere il sistema nervoso attraverso il quale la volontà politica penetrava nel corpo della nazione. Per questo il PNF assume la funzione di Gran Pedagogo che doveva formare la coscienza delle masse fasciste, preparare i soldati, i martiri della religione fascista.

Lo stato fascista, per la sua natura totalitaria, doveva assumere il carattere di istituzione laico - religiosa perché solo attraverso riti, miti e simboli era possibile coinvolgere il singolo e la collettività e dare l’impressione della continua realizzazione del mito dello Stato totalitario. Bottai nel 1930 scrive che il fascismo è religione politica e civile. E la coerenza fascista su questo campo fu tale al punto da rimettere in discussione il compromesso con la Chiesa per ottenere il monopolio dell’educazione.

La figura di Mussolini come duce

Un altro elemento fondamentale nel nesso mito e organizzazione era la figura di Mussolini come duce del fascismo. L’affermazione del mito di Mussolini non è immediata. Solo dopo la trasformazione in partito, Mussolini consolidò il ruolo di duce non per qualità carismatiche ma perché i capi del fascismo riconobbero in lui l’unica personalità in grado di conservare l’unità del fascismo. Le vicende tra la marcia su Roma e il 1926 furono dominate dal braccio di ferro tra Mussolini e l’ala intransigente. Ma furono proprio le lotte interne a favorire l’affermarsi del mito di Mussolini. Nello scontro tra fazioni, tutti finivano poi per appellarsi alla sua autorità accrescendo la forza.

Da quel momento, l’esaltazione del duce progredì e si intensificava la concentrazione di potere nelle sue mani. La sua posizione dominante fu successivamente codificata nello statuto del 1926 del PNF, posto come ‘guida suprema’; nello statuto del 1939 venne innalzato al di sopra della gerarchia di partito; e nello statuto del 1938 venne definito ‘Capo del PNF’. La formula più completa fu quella del 1939 “il Duce, Mussolini, è creatore del Fascismo, Capo del popolo italiano, fondatore dell’Impero”.

Il mito di Mussolini era coerente con la mentalità mitica del fascismo. Nella persona di Mussolini si realizzava la sintesi tra partito e Stato, ma in una condizione precaria perché legata alla vita fisica di Mussolini. La figura del capo era inerente alla mentalità fascista e coerente con la concezione totalitaria dello Stato come regime fondato sulla concentrazione di potere. Bottai scriveva che lo Stato esige al suo sommo un organizzatore. Quindi le soluzioni sul futuro del fascismo erano sostanzialmente due, poi quelle concretamente realizzate: o la detronizzazione del mito e quindi la fine del fascismo o l’esaltazione del mito, portando all’estremo la logica totalitaria.

Alla luce di queste considerazioni possiamo definire il sistema politico fascista come cesarismo totalitario: dittatura carismatica di tipo cesaristico, integrata in una struttura basata sul partito unico e sulla mobilitazione delle masse, in continua costruzione per edificare lo Stato totalitario. Dare risalto alla figura del duce non vuol dire sposare il mussolinismo, affermando che il sistema fascista non fu un regime totalitario ma una dittatura personale perché non impose il partito sullo Stato e fece sopravvivere istituzioni tradizionali.

Il regime fu senz’altro totalitario per la sua natura di regime originato da un movimento rivoluzionario di massa, organizzato in partito-milizia con una ideologia totalitaria, per l’organizzazione della politica di massa. Senza il partito unico e l’organizzazione di massa la stessa figura del duce diventa incomprensibile perché artificiosamente isolata dalla realtà da cui aveva avuto origine. Inoltre anche nei regimi ritenuti totalitari vi è stata una fase di personalizzazione del potere che ha portato alla subordinazione del partito al capo.

Si potrebbe consentire la definizione di ‘totalitarismo incompiuto’ o ‘imperfetto’ ma tenendo presente che anche quelli ritenuti perfetti hanno incontrato resistenze e limiti, nella realtà storica infatti il totalitarismo è sempre un esperimento continuo, un processo in atto e non una forma compiuta e definita. Una rivoluzione permanente. Tutti i regimi totalitari sono quindi in un certo senso imperfetti. Questo perché, se si prende come prospettiva la fase del regime, il tutto si appiattisce a un’immagine statica del fenomeno; è fondamentale invece considerare la fase del movimento proprio perché il totalitarismo è un processo in continuo svolgimento. Quindi è bene servirsi dell’espressione esperimento totalitario per rappresentare il processo di formazione del dominio totalitario. E il fascismo è la via italiana al totalitarismo. Il fascismo fu il primo di questi esperimenti e i suoi limiti non possono rappresentare una prova per negare la sua esistenza totalitaria.

Il ruolo del partito

Il partito fu per il fascismo un problema che suscitò continuamente discussioni e polemiche. Già nel 1921 la proposta di trasformare il movimento in partito aveva provocato una grande divisione interna. Anche i primi anni di vita del PNF furono dominati da numerosi contrasti interni dovuti a una mancanza di unità a livello nazionale e alla precaria concordanza tra le diverse idee politiche tra le varie componenti solidali solo nell’attività terroristica.

Dopo la marcia su Roma i contrasti esplosero con violenza e poi, superata la crisi il PNF visse come in una sorta di incertezza istituzionale fino a quando il Gran Consiglio non subordinò giuridicamente il partito allo stato. Ma questo non pose fine al problema del partito soprattutto per quanto riguardava la sua funzione e i suoi compiti.

Il PNF non fu mai una realtà omogenea, ma una successione di atteggiamenti e di modi di operare. Nel corso della sua storia il PNF subì una vera e propria metamorfosi che modificò le sue caratteristiche ma senza intaccarne l’identità. I mutamenti corrispondevano a una logica totalitaria. La decisione di dare al movimento l’organizzazione di un partito fu presa da Mussolini nell’estate del 21 quando il fascismo era diventato un aggregato di massa composto soprattutto da ceti medi rurali. Questa crescita aveva modificato la natura originaria del fascismo.

I Fasci di combattimento, creati come anti-partito nel 20, si consideravano un movimento di minoranze aristocratiche, che spregiavano le masse organizzate e non intendevano mantenere il movimento oltre il tempo necessario per assolvere a determinati compiti: difendere la guerra, valorizzare la vittoria, combattere il bolscevismo. L’ideologia del movimento era anti-ideologica ed esprimeva uno spirito di rivolta contro l’ordine esistente. Nei primi mesi del 1921 il fascismo era diventato invece un fenomeno di massa, basato sull’organizzazione dello squadrismo; aveva un gruppo parlamentare e rappresentava una delle forze politiche. La sua ideologia acquisì consistenza esaltando i valori della tradizione e dell’ordine e integrandoli in un programma per assicurare al paese un rinnovamento dei suoi istituti.

Proponendo la costituzione di un partito, Mussolini voleva dare alla massa eterogenea dei fascisti una stabilità fondata sull’ordine, la gerarchia e la disciplina. In questo modo voleva non solo prevenire la dispersione delle forze fasciste ma anche imporre la sua figura di capo del fascismo. La proposta di Mussolini provocò vivaci reazioni da parte dello squadrismo provinciale che voleva resistere alle pretese egemoniche di Mussolini e voleva rivendicare a sé la direzione politica del nuovo movimento di massa. Per la maggior parte degli squadristi i motivi di opposizione antipartito erano di natura psichica perché derivavano dal loro stato d’animo arrivista e ribelle. I giovani squadristi temevano che l’esperienza parlamentare potesse minacciare la loro influenza e il loro ruolo.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

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