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partito, e dagli antifascisti che gli rimproveravano una tardiva comprensione della violenza e del

potere delle camicie nere, Rensi continuò ad attaccare i gentiliani e si chiese come potessero

conciliare la loro filosofia della libertà con una politica espressamente antidemocratica e autoritaria

che faceva uso della forza e della violenza. Questa riflessione stupisce se si pensa che per i fascisti

la violenza non era assurta a metodo della lotta politica nel 1925: il fascismo del 19, quello di cui

Rensi si definiva un precursore, era stato una milizia armata composta da squadristi che avevano

lottato per conquistare il potere e l’avevano ottenuto grazie all’uso sistematico della violenza contro

l’avversario. Proprio in nome di quel fascismo delle origini, gli intransigenti intensificarono la loro

battaglia confrontandosi con le altre correnti politiche e cercando di emarginare Gentile. L’equivoco

più evidente fu allora quello dello stesso Rensi: se avesse proseguito la battaglia iniziata nel 19

avrebbe dovuto accettare che il governo di Mussolini e il suo partito utilizzassero il contributo di

Gentile.

Proprio allora si intensificarono i rapporti con Adriano Tilgher. Questi affermò il primato della

volontà sulla conoscenza. Sostenne che ogni epoca storica si fonda e viene ispirata da uno stato

d’animo. Quello del mondo moderno era il ‘misticismo dell’azione’ che aveva cancellato dal

vocabolario la parola impossibile. Tilgher riteneva, come aveva sostenuto anche Spengler, che le

civiltà, insieme a tutti gli organismi viventi, nascono, crescono e muoiono dopo aver raggiunto il

massimo sviluppo. con la guerra mondiale il mondo moderno era entrato nella sua fase finale: la

democrazia, il mito del progresso e lo storicismo, che a suo avviso erano le componenti principali

dell’ideologia borghese e avevano conquistato l’apice del successo nel XIX secolo, sarebbero

scomparsi definitivamente per lasciare il posto ad un mondo diverso, contraddistinto dal più

radicale relativismo. Einstein, Spengler e Gentile esprimevano la dissoluzione del pensiero moderno

perché avevano distrutto l’idolo di una Ragione universale. Mentre la filosofia moderna non aveva

rinunciato al primato della ragione, le nuove correnti di pensiero, avevano ridotto la conoscenza alla

vita. Anche lui, come Rensi, vide nell’idealismo di Gentile una filosofia relativista tuttavia, a

differenza di Rensi, il suo antigentilianesimo non derivava soltanto dalla riflessione filosofica , ma

anche da alcune vicende personali: Tilgher, dipendente della biblioteca universitaria Alessandrina di

Roma fu trasferito da Gentile presso la biblioteca Casanatense di Roma e questo gesto venne

interpretato come un sopruso di Gentile.

Tilgher era quindi un intellettuale antigentiliano ma che non risparmiava accuse al fascismo. Era un

antifascista che sottolineava lucidamente l’essenza relativista e attivista del fascismo. Mostrando di

aver compreso prima di altri i tratti del nuovo regime, e di un partito che si arrogava il diritto di

rappresentare gli interessi della nazione e considerava le altre formazioni politiche come nemiche

del paese, aveva anche compreso, a differenza di Rensi, l’importanza del contributo di Gentile

all’elaborazione di una ideologia fondata sul primato dello stato e non gli era sfuggito il carattere

dello stato fascista che,a suo avviso, come quello gentili ano, aveva una doppia faccia, reazionaria e

libertaria, cattolica e atea. Nonostante ciò, dalla seconda metà degli anni venti, fra lui e Rensi chi

avrebbe scelto davvero la causa antifascista fu Rensi e non lui. Nel marzo del 26, al VI congresso di

filosofia che si svolse a Milano, Rensi presentò una relazione per dimostrare gli errori della filosofia

di Gentile e si unì ai filosofi antifascisti, come Marinetti, che in quella sede avevano espresso le

proprie critiche contro il fascismo. Da allora Rensi abbracciò l’antifascismo. La storia di Tilgher fu

molto diversa. Dopo aver dato lezioni di antifascismo modificò i suoi giudizi sul regime. A

dimostrazione della svolta che aveva maturato e della lontananza che ormai lo separava da ciò che

aveva sostenuto nella prima metà degli anni venti, nel 28 pubblicò Storia e Antistoria, con cui

criticò duramente Benedetto Croce e nel 29 scrisse Homo faber, il suo libro più riuscito, in cui diede

un quadro della civiltà occidentale, dalle origini al fascismo, alla luce del concetto di lavoro, inteso

come capacità dell’uomo di trasformare la realtà. Tilgher sembrò uscire dal relativismo per tornare

al pragmatismo da cui era partito e in questa prospettiva modificò i giudizi che aveva dato del

fascismo nel 25. sostenne, infatti, che la grandezza del regime era quella di affermare il valore del

lavoro contro la decadenza di una società europea i cui giovani rischiavano di non conoscere il

senso della fatica e della costruzione del futuro. Tilgher non mancò di tornare a criticare Gentileche

a suo avviso aveva separato la realtà del lavoro dal mondo della cultura e aveva immaginato il

primo come un esempio della capacità dell’uomo di trasformare la natura, e la seconda come

liberazione dell’uomo dalla necessità. Tilgher esprimeva una critica antigentiliana non molto

diversa da quella di chi accusava Gentile di intellettualismo e di esprime una cultura non fascista.

 Cattolici contro Gentile

Il mondo cattolico fu radicalmente antigentiliano. La battaglia dei cattolici contro Gentile era

iniziata ben prima dell’avvento del fascismo. I cattolici erano convinti che l’idealismo del filosofo

rappresentasse l’espressione più radicale del pensiero moderno, ateo e immanentista, un pericolo da

combattere. Negli anni tra le due guerre proseguirono questa loro battaglia e fornirono

all’antigentilianesimo del regime fascista un contributo decisivo. In alcuni casi si trattò di cattolici

antigentiliani che aderirono in modo esplicito al fascismo, in altri di intellettuali che, anche se non

possono essere definiti fascisti, diedero mq il loro apporto alla politica e alla cultura dello stato

fascista. Questi intellettuali riconobbero nel fascismo la possibilità di costruire un paese nuovo,

condivisero con molti fascisti la campagna antigentiliana e sperarono che il regime prendesse le

distanze da Gentile per costruire uno stato in cui la religione cattolica avrebbe avuto un ruolo

fondamentale. In questo senso, il loro antigentilianesimo non rimase limitato alla discussione

filosofica sull’idealismo ma furono anche critici delle iniziative politiche assunte dal filosofo negli

anni del fascismo. A differenza dei fascisti antigentiliani, i cattolici avevano inaugurato la battaglia

contro Gentile ben prima del 22, ovvero quando l’idealismo divenne la filosofia più diffusa e così il

mondo cattolico iniziò ad occuparsi di Croce e di Gentile. La “Rivista di filosofia neoscolastica”

nacque dal tentativo di contrapporsi alla cultura moderna in nome della ricristianizzazione del

mondo e della lotta contro la secolarizzazione. Gentile aveva ricevuto l’attenzione costante dei

neoscolastici decisi a spiegare ai giovani lettori che il suo attualismo era una filosofia da respingere

perché profondamente atea. Con l’immanentismo assoluto egli aveva negato il principio della

trascendenza divina, aveva sostenuto l’idea della assoluta autonomia dell’individuo immaginando la

realtà storica come il prodotto del soggetto che continuamente la pensa e la crea. Le critiche

divennero persino più severe quando i neoscolastici accusarono il filosofo di voler fagocitare il

cristianesimo, incorporandolo nella sua filosofia e lo criticarono perché utilizzava una terminologia

religiosa. Di questo timore fu voce autorevole Francesco Olgiati. Dal 22 i neoscolastici espressero il

loro antigentilianesimo lungo due direzioni: da un lato proponendo nuove valutazioni critiche sul

pensiero politico di Gentile, dall’altro esprimendo giudizi di natura politica sulle iniziative del

filosofo.

Il giudizio dei neoscolastici sulla filosofia di Gentile faceva parte di una più ampia riflessione sul

mondo moderno. Pio Bondioli dedicò molti interventi al rapporto dei cattolici con la cultura

moderna. Bondioli riteneva che la grande guerra avesse mostrato la falsità di tutti i valori affermatisi

dopo la rivoluzione francese e dell’idea di progresso che a suo avviso era diventata un dogma, anzi

un mito, uno dei capisaldi delle costruzioni intellettualistiche che pretesero di dare una spiegazione

razionale e positiva dell’universo. La Grande Guerra era quindi l’occasione storica per una prima

resa dei conti con il laicismo, con la modernità secolarizzata degli illuministi. Con la Dichiarazione

dei diritti dell’uomo e del cittadino c’era stata la negazione beffarda della trascendenza, lo sviluppo

storico aveva condannato gli uomini all’autodistruzione. La riflessione proposta dai neoscolastici

aveva sue caratteristiche peculiari. Vedeva nel fascismo una nuova controriforma e accusava i

gentiliani di esprimere una cultura estranea alla storia italiana e nemica dei valori tradizionali. Oltre

alla riflessione sulla filosofia di Gentile i neoscolastici si soffermarono sul suo pensiero politico.

Non si trattava solo di affrontare un problema teorico perché la religione gentiliana celebrava lo

stato come una divinità, esaltava il potere politico e giustificava ogni sua azione, anche la più

aggressiva. Nei primi anni venti le critiche dei cattolici di Milano contro la filosofia politica di

Gentile furono rivolte anche al fascismo, di cui il filosofo era considerato un autorevole esponente.

Tuttavia dalla seconda metà degli anni venti considerazioni di questo tipo divennero sempre meno

frequenti sulle riviste dei neoscolastici, che continuarono ad essere radicalmente antigentiliani ma si

mostrarono ben più propensi a sottolineare gli aspetti positivi del regime fascista. Da allora il

principale protagonista dell’antigentilianesimo cattolico fu Agostino Gemelli e il teatro dello scontro

divenne la scuola italiana.

Dal 22 al 25, i neoscolastici, che proprio in quegli anni non risparmiavano accuse feroci contro

Gentile, si schierarono a favore della riforma della scuola. Tutti gli intellettuali cattolici accolsero

con entusiasmo la riforma della scuola che aveva fra i suoi principi fondamentali la libertà di

insegnamento e garantiva ai privati uno spazio ben maggiore di quella che aveva avuto fino ad

allora. Per innalzare il livello generale della scuola italiana, la riforma Gentile favoriva la

concorrenza tra gli istituti pubblici e quelli privati e concedeva il riconoscimento giuridico agli

istituti privati che avessero i requisiti richiesti dalla legge, come la stessa università cattolica di

Milano che fu autorizzata a rilasciare diplomi con valore legale. La riforma rappresentava una netta

sconfitta della scuola laica.

Gentile aveva criticato la scuola confessionale perché impediva il libero svolgimento del pensiero,

ma non aveva risparmiato giudizi severi contro la stessa scuola laica. Egli riteneva che la crescita dei

bambini potesse svolgersi solo grazie allo sviluppo spirituale della loro personalità e per questo

aveva proposto di imitare la scuola confessionale che nonostante i numerosi limiti, sapeva

‘inculcare’ agli alunni una fede, era in grado di predisporre gli animi ad accogliere valori assoluti.

Gentile pensava che la religione fosse un mito e che si ponesse al di là dell’analisi razionale e

avrebbe quindi potuto svolgere la funzione di preparare i bambini allo studio della filosofia. Per

queste ragioni era convinto dell’importanza di insegnare la religione cattolica nelle scuole

elementari. La sua concezione della riforma scolastica era parte di un progetto più ampio di

costruzione dello stato, uno stato laico che afferma se stesso come fine, sé come un che di assoluto,

dotato di valore divino. La religione cattolica avrebbe contribuito alla costruzione della coscienza

nazionale. I cattolici difesero la riforma dalle critiche degli antifascisti e dalle polemiche degli

antigentiliani perché la politica scolastica gentiliana faceva della religione cattolica un elemento

decisivo della formazione dei bambini.

Dalla seconda metà degli anni venti questo approccio cambiò. I cattolici accentuarono i toni

polemici contro Gentile e andarono ad arricchire il fronte dell’antigentilianesimo. Da allora a

contestare il filosofo vi furono il ministro dell’Istruzione Fedele, il suo successore Belluzzo, alcune

importanti riviste del fascismo come ‘Critica fascista’ e in certa misura, il Gran Consiglio del

fascismo e lo stesso Mussolini. In questo senso, l’autorevolezza dei suoi protagonisti determinarono

nei cattolici la convinzione che il regime si sarebbe incamminato su un percorso diverso da quello

indicato da Gentile. Negli anni in cui fu ministro Fedele fu fra i principali avversari della riforma

Gentile. Con uno dei primi provvedimenti cambiò i programmi previsti nel 23 e aggiunse le opere di

S. Agostino e di S. Tommaso nei programmi di filosofia dei licei. Gentile subito denuncio i rischi di

una politica disponibile a soddisfare le domande dei cattolici. La richiesta del mondo cattolico di

introdurre corsi facoltativi di religione in tutti gli istituti scolastici fu accolta da Fedele. Da allora il

conflitto con Gentile divenne ancora più acceso. Per tutto il 1927 e soprattutto nell’estate quando

furono resi noti i risultati degli esami di stato delle scuole secondarie, sulla stampa si scatenò un

vero e proprio attacco contro il filosofo da parte delle riviste cattoliche e di autorevoli periodici

fascisti. I periodici fascisti criticavano la mancanza di un orientamento politico unitario nella riforma

del 23. la rivista di Bottai ‘Critica fascista’, denunciò lo stato in cui si trovava la scuola italiana che a

suo avviso mancava di insegnanti che sentissero lo spirito nuovo, lo spirito fascista e poneva quindi

il problema di fascistizzare la scuola italiana. Nell’estate del 27 il capo di stato maggiore , Badoglio,

informò Mussolini che alla leva militare tra i diplomati vi era una percentuale molto alta di

riformati. Per questo chiese al capo del governo di potenziare l’insegnamento dell’educazione fisica.

Le richieste di Badoglio vennero accolte da Mussolini che scrisse al ministro Fedele indicandogli

l’orientamento che avrebbe dovuto dare alla politica scolastica fascista. Mussolini era d’accordo con

quanti credevano che i programmi scolastici fossero troppo ampi e troppo gravosi. Pensando

all’impatto che la Grande Guerra aveva avuto sul tessuto sociale del paese, il capo del governo

riteneva che gli studenti e le loro famiglie non avrebbero potuto sostenere il peso di una scuola così

impegnativa. Vi era anche un’altra ragione per cui Mussolini si mostrò disponibile a modificare la

riforma del 23. gentile riteneva che attraverso una preparazione seria e selettiva i docenti avrebbero

contribuito a sviluppare la coscienza nazionale dei ragazzi senza ricorrere a fattori esterni alla

scuola. Per Gentile la scuola si identificava con la società, con lo stato e con la vita della nazione.

Invece Mussolini temeva che la scuola voluta dal filosofo divenisse un mondo a parte non capace di

dialogare con la società. A differenza di Gentile il capo del governo riteneva indispensabile creare

un rapporto diretto fra scuola e la società, per questo approvò l’introduzione dello studio del

fascismo e l’istituzione di una giornata dedicata a giochi sportivi e gite scolastiche. D’altra parte la

volontà del capo del governo non implicava un rifiuto radicale dell’impostazione che Gentile aveva

dato alla scuola. Mussolini si mostrò particolarmente interessato all’insegnamento della storia e in

particolare del risorgimento come risurrezione della patria e della filosofia come ricerca quotidiana

della verità assoluta. Il filosofo proseguì nella sua opera sperando di difendere la riforma scolastica e

il proprio ruolo nel fascismo. Era convinto che di lì a poco il capo del governo l’avrebbe sostituito al

posto di Fedele per imprimere una svolta anticlericale alla politica del fascismo. Ma le sue

aspettative andarono disattese.

Nei mesi successivi i critici più autorevoli del filosofo furono il Gran Consiglio del Fascismo e il

nuovo ministro della Pubblica Istruzione Belluzzo. Il 10 novembre del 27 il Gran Consiglio si riunì

per affrontare i problemi della fascistizzazione della scuola. Per alcuni versi l’esito della riunione fu

favorevole al filosofo perché il Gran Consiglio dichiarò che la riforma Gentile doveva essere

considerata come una delle migliori leggi del regime. Per altri invece le considerazioni emerse in

seno al Gran Consiglio non rappresentarono un successo di Gentile. Questi infatti concentrarono

l’attenzione dell’importanza dell’educazione fisica e dichiararono la necessità di stabilire un più

diretto contatto della scuola con la vita in tutte le sue manifestazioni. Se nel 28 l’antigentilianesimo

aveva fra i suoi rappresentanti autorevoli membri del governo è pur vero che anche allora il filosofo

ebbe il sostegno del presidente del consiglio. Ma poco tempo dopo, la firma dei patti lateranensi

avrebbe segnato un grande successo politico di Mussolini e una sconfitta di Gentile.

Secondo un’interpretazione prevalente, dopo il1929 il regime fascista evidenziò il proprio volto

reazionario e conservatore ed emarginò progressivamente Gentile offrendo spazi politici sempre

maggiori ai suoi oppositori, perché il fascismo avrebbe scelto una legittimazione teorica diversa.

Garin, il principale sostenitore di questa tesi, era convinto che le radici culturali del fascismo fossero

nello spiritualismo. Molti studiosi hanno ritenuto che il substrato comune tra la Chiesa e il fascismo,

rappresentato dalla linea antimoderna , sia stato la premessa culturale di un incontro politico

indispensabile per il regime. A loro avviso, il fascismo non avrebbe voluto divenire un regime

confessionale, ma della religione cattolica avrebbe fatto un valido strumento per costruire una

propria ideologia. Un’ipotesi diversa è invece che il declino di Gentile non derivò né dalla vittoria

delle correnti tradizionaliste presenti nel fascismo né dall’azione dei cattolici, dato che neppure loro

riuscirono ad egemonizzare la cultura di uno stato che considerava la religione cattolica uno

strumento. A determinare la sconfitta del filosofo furono gli antigentiliani del partito fascista e lo

stesso Mussolini, decisi a costruire un regime totalitario per certi aspetti diverso da quello teorizzato

da Gentile.

Con il Concordato i cattolici antigentiliani ebbero l’illusione della vittoria perché il regime sembrò

sconfessare l’idea di stato etico che, come aveva affermato più volte Gentile, non avrebbe accettato

compromessi con un altro ente morale come la Chiesa. Da allora molti intellettuali cattolici

pensarono che l’influenza del filosofo sul fascismo avrebbe avuto fine e che il regime avrebbe

finalmente riconosciuto alla cultura cattolica il ruolo di centro propulsore dell’ideologia fascista. Il

Concordato, all’art. 36, definiva la religione cattolica fondamento e coronamento dell’istruzione

pubblica e in questo modo consentiva al legislatore fascista di estendere l’insegnamento della

religione cattolica alle scuole medie e di modificare la riforma Gentile che lo prevedeva solo per le

elementari. Dopo gli accordi Gentile riteneva che i filosofi italiani dovessero discutere su due aspetti

fondamentali della cultura e della politica del fascismo: il rapporto tra gli individui e lo stato e il

futuro della scuola pubblica. Del primo argomento si occupò egli stesso con la relazione La filosofia

e lo Stato in cui riassunse i capisaldi della sua concezione dello stato etico. Per Gentile lo stato

continuava ad essere l’individuo nella sua universalità, l’attualità concreta del volere del singolo

che, proprio perché vuole concretamente, vuole l’universale. Per questo affermo l’identità tra stato e

individuo, convinto che l’unica libertà concreta fosse quella che si vive all’interno dello stato, uno

stato che struttura la personalità dei singoli e ha un carattere assoluto e divino, cioè non può essere

limitato da nulla. Questo discorso era chiaramente diretto contro i cattolici antigentiliani e contro chi

non riconosceva il primato dello stato su qualunque altra realtà. Gentile parlò di sottomissione

assurda riferendosi all’ipotetico riconoscimento di idealità superiori provenienti da enti diversi dallo

stato. Anche i cattolici non mancarono di esprimere il loro pensiero ed entrarono nel merito della

discussione soffermandosi sullo stato etico, sui rapporti tra la filosofia di Gentile e l’ideologia del

fascismo e sulle conseguenze politiche del Concordato. Bontadini notò che il filosofo idealista non

aveva mai spiegato quali fossero le caratteristiche dello stato di cui si faceva sostenitore. L’aveva

descritto come una potenza assoluta, ma non aveva definito al sua esistenza empirica. Allo studioso

cattolico lo stato etico di Gentile sembrava una realtà politica indeterminata, capace di comprendere

tutto e il suo contrario. Proprio per questa ragione, egli sostenne che la filosofia di Gentile non

poteva tradursi in una ideologia politica e che per il filosofo la dottrina dello stato fascista si

identificava con la pura forma della filosofia, e non con una dottrina politica particolare. Sul tema

della scuola si profilò l’autorevole intervento di Agostino Gemelli. A suo avviso, in uno stato come

quello fascista che aveva firmato il Concordato e aveva definito la religione cattolica fondamento

dell’istruzione pubblica, non era più possibile continuare a propinare l’idealismo. Dall’inizio del

secolo i neoscolastici avevano accusato Gentile di voler dissolvere il cristianesimo all’interno della

sua filosofia e l’avevano criticato perché utilizzava termini che richiamavano la tradizione cristiana

in un senso del tutto diverso da quello indicato dai cattolici. Ma nel 29 la critica di Gemelli aveva un

significato più ampio perché mostrava la volontà dei neoscolastici di sottolineare la lontananza di

Gentile dal fascismo, un Gentile non cattolico e non cristiano. I cattolici erano convinti di aver vinto

la loro guerra contro la filosofia moderna e di poter esercitare una maggiore influenza nel regime. Al

contrario, dopo il Concordato Gentile e i gentiliani erano convinti che il fascismo avrebbe

proseguito nella costruzione di uno stato nuovo. E in questa loro convinzione furono sostenuti da

Mussolini. Gentile aveva invitato il capo del Governo a presiedere il VII congresso nazionale di

filosofia e nell’accettare e nel sottolineare anche l’importanza della manifestazione, rafforzò la

battaglia che Gentile si apprestava a combattere contro i cattolici. Mussolini, oltre a chiarire che il

fascismo non avrebbe rinunciato alla fascistizzazione della società e dello stato, e che quindi non

avrebbe delegato ai cattolici l’organizzazione della cultura o la gestione della scuola, aveva scelto di

utilizzare una terminologia gentiliana e di parlare del carattere etico dello stato fascista. La ferma

opposizione di Mussolini è solo una delle tante testimonianze della volontà del regime di non

lasciare nessuno spazio al mondo cattolico sul terreno dell’ideologia, della cultura e dell’educazione

dei giovani.

 I giovani antigentiliani

Spesso si è sostenuto che i giovani malgrado la dittatura distendevano ancora i loro dibattiti, le loro

polemiche che andavano da destra a sinistra, secondo il vecchio arco ideologico che i regimi

autoritari non avevano saputo spezzare. Questo però porterebbe a dedurre che il fascismo fu una

dittatura incapace di imporre la propria volontà politica e che i giovani degli anni trenta furono

protagonisti di un ricco dibattito. La distinzione fra destra e sinistra del fascismo ha avuto una

notevole fortuna sia fra i fascisti, sia negli anni successivi, quando è stata utilizzata dagli storici per

descrivere le diverse correnti del fascismo. Secondo Parlato ad es. i rappresentanti più importanti

della sinistra fascista furono gli squadristi, i sindacalisti e diverse riviste giovanili come “Il

saggiatore” e successivamente anche alcune frange dei Guf. Secondo Parlato le caratteristiche

principali della sinistra sono la polemica antiborghese, la polemica contro il capitalismo, il senso

della socialità espresso nel culto della comunità, il rifiuto del liberalismo. Carella invece sostiene

che destra e sinistra riguardavano un diverso modo di intendere la cultura moderna: una critica

severa contro il pensiero moderno, erede della rivoluzione francese, che invocava un fascismo

controriformista e cattolico era di destra, mentre il considerare il fascismo una delle espressioni della

modernità era di sinistra perché indicava una cultura emancipate dai valori del cattolicesimo

tradizionalista.

In realtà la distinzione destra e sinistra, nata nel confronto parlamentare fa pensare all’esistenza di

tanti fascismi diversi, come se vi fossero stati tanti partiti all’interno di uno stato totalitario. Il

problema è capire se le differenze fra le correnti del fascismo sono maggiori e più rilevanti di ciò

che le accumuna o se, viceversa, ciò che lega le diverse anime del fascismo è più importante di ciò

che le divide. Nel primo caso il fascismo sarebbe una sorta di cornice, un contesto storico, dentro

alla quale vi furono realtà politiche diverse. Nel secondo caso, invece, il regime fascista sarebbe un

regime totalitario al cui interno si confrontarono correnti diverse , che diedero vita a dibattiti ma non

misero mai in discussione la comune appartenenza allo stato fascista, il comune aderire ai suoi

valori. Questo lo dimostra la storia delle quattro riviste che espressero culture diverse ma furono

unite dalla convinzione di rappresentare lo spirito della rivoluzione fascista: Il saggiatore, Il Secolo

fascista, La Sapienza, L’universale, tutti ferventi sostenitori dell’esigenza di rilanciare lo spirito

rivoluzionario del fascismo. In questo senso non furono né di destra né di sinistra ma semplicemente

fascisti: in nome del fascismo criticarono gli indirizzi moderati. E fu questa la ragione per cui nella

prima metà degli anni trenta vennero tutte soppresse dal regime e non per il loro orientamento

politico ma perché criticavano il regime in nome della rivoluzione fascista. Fra le espressioni più

significative di questo progetto e del contributo che i giovani diedero all’ideologia del regime vi fu

l’antigentilianesimo. Che accomunò tutte le riviste.

Il saggiatore: nacque a Roma nel 30 dall’iniziativa di tre studenti della facoltà di lettere e filosofia

della Sapienza che si dedicarono alle molteplici espressioni culturali del loro tempo e non smisero

mai di occuparsi di Gentile. Questi pensavano che l’attualismo di Gentile rappresentasse l’ultima

grande filosofia ella civiltà occidentale, ma che fosse del tutto inadeguato a comprendere la

complessità della vita dell’uomo. Convinti che l’idealismo di Gentile rappresentasse il trionfo del

puro pensare e che eliminasse dall’analisi filosofica ogni sentimento, interesse, desiderio,

considerandoli stati d’animo e non pensieri, i giovani del saggiatore ritenevano che la filosofia

dovesse svolgere una funzione sociale e politica e che quindi avrebbe dovuto farsi carico dei

problemi concreti degli uomini. Si fecero quindi sostenitori del pragmatismo presentando la

psicanalisi come uno strumento per la comprensione del mondo. Secondo questi intellettuali l’unica

generazione sinceramente rivoluzionaria era quella nuovissima che non aveva vincoli con il passato

e che attraverso la nuova mentalità fascista aveva sconfitto l’idealismo, una generazione espressione

del senso realistico della vita, del rifiuto dell’individualismo, una generazione sinceramente

antigentiliana. Per questi giovani fascisti vivere concretamente significava vivere politicamente:

erano convinti che la politica rappresentasse l’espressione più importante della vita dell’uomo e il

fascismo aveva saputo trasformare la quotidianità degli italiani in un fatto politico. Nel regime

fascista la prassi si era sostituita alla teoria. In questo senso il fascismo non voleva avere

un’ideologia definita perché per imporre un ordine nuovo non aveva bisogno di applicare nessuna

teoria politica.

L’universale: i collaboratori della rivista erano convinti di rappresentare l’avanguardia del fascismo

e di combattere per l’affermazione di una nuova civiltà. Tuttavia si trattava di una rivista di

letteratura che si occupò solo marginalmente di filosofia. Berto Ricci, scrittore e uno dei fondatori

della rivista, riteneva che l’arte e la politica non fossero due realtà separate. Gli scrittori dovevano

assolvere un compito politico, essere consapevoli del proprio ruolo di scrittori fascisti che esprimono

una cultura radicalmente totalitaria in cui l’arte e la politica avrebbero svolto la stessa funzione

universale perché rappresentavano il sorgere di una nuova civiltà. Egli riteneva che la letteratura

fosse capace di descrivere un nuovo ordine morale e politico, senza bisogno di teorizzarlo e non

nascondeva l’avversione per la presunzione della filosofia di spiegare la realtà attraverso le forme

della razionalità. Erano quindi riflessioni profondamente antigentiliane non solo per l’accusa di

presunzione nei confronti dei filosofi, ma soprattutto perché dichiarava la superiorità della

letteratura rispetto alla filosofia. Espresse un’idea del fascismo imperialista. Il suo imperialismo

derivava dalla convinzione che il regime dovesse svolgere una missione storica universale creando

una nuova civiltà fondata sul primato dell’italianità che secondo lui era un fatto naturale, un

carattere originario e immediato, non il prodotto di un’azione volontaria. Sperava nell’avvento di un

regime anticristiano, quindi rivoluzionario e imperialista. Pur battendosi per un fascismo moderno,

universale e anticristiano, L’universale affidò la critica contro il pensiero di Gentile ad un

intellettuale cattolico, Roberto Pavese. Pavese sollevava un problema di notevole importanza: da un

lato anche lui, come molti antigentiliani, accusò Gentile di relativismo e di non aver saputo

elaborare i contenuti della dottrina fascista, dall’altro espresse un’esigenza di carattere organizzativo

che non poteva trovare risposte nell’idealismo del filosofo. Nel descrivere le necessità di chi guida la

rivoluzione egli sostenne l’esigenza di individuare quelle “tavole della legge” che avrebbe

consentito al fascismo di proseguire oltre il suo condottiero. Più incisiva fu la critica che i

collaboratori dell’universale rivolsero alla riforma della scuola. Questi sottolineavano il ruolo

dell’azione in contrapposizione ad un’idea dell’educazione come processo formativo e chiedevano

di introdurre nelle scuole maggiore specializzazione. La polemica dell’universale contro Gentile

continuò con la pubblicazione del “manifesto realista” che condannava la cultura idealista, il

capitalismo, il nazionalismo e il cristianesimo come espressione di una civiltà sconfitta dal fascismo

e spiegava che la rivoluzione fascista fosse una rivoluzione imperiale, centro di una imminente

civiltà non più caratteristica di un continente ma universale. Per rispondere alle esigenze della nuova

civiltà i collaboratori dell’universale invocavano l’avvento della cultura fascista che avrebbe

sostituito l’idealismo gentiliano: il diffuso rifiuto per la filosofia e il richiamo ad una concezione

pratica, empirica e realista della battaglia politica.

Il Secolo fascista: il giornalista monarchico Fanelli era stato fra i primi protagonisti

dell’antigentilianesimo, inaugurando la battaglia contro Gentile all’epoca del Manifesto degli

intellettuali fascisti. Nei primi anni trenta, quando ormai il filosofo veniva contestato da diversi

esponenti del regime, Fanelli intensificò la propria attività di fascista antigentiliano: nel 1931, con

Mario Carli, fu il curatore di un’antologia di scrittori fascisti in cui non inserì Gentile. Lo scopo

dell’antologia era quello di dimostrare che la Rivoluzione contava una schiera di scrittori che

sarebbero bastati a fare la gloria di un regime. Fanelli fonda un nuovo giornale con l’obiettivo di

farne una tribuna antigentiliana. Nelle intenzioni di Fanelli il Secolo fascista era un organo del

fascismo giovane e come tale avrebbe dovuto rivolgersi alle nuove generazioni per diffondere i

principi della rivoluzione costruendo un nuovo squadrismo. L’obiettivo della rivista era quello di

mobilitare la cultura fascista contro l’ipoteca dell’idealismo attuale. Per molti versi il giornale si

limitò a ribadire le critiche che i fascisti intransigenti avevano espresso negli anni venti. Fanelli e i

suoi collaboratori descrivevano la modernità immaginando un processo politico, culturale e

filosofico inaugurato dalla riforma protestante, che aveva determinato il trionfo dell’individualismo

borghese e l’affermazione ella società secolarizzata. Per questo accusavano Gentile di esprimere una

cultura di stampo illuminista. Fanelli era rimasto tra i sostenitori di un progetto politico reazionario e

tradizionalista per l’instaurazione di un ordine fondato sulla monarchia assoluta. Tuttavia la

riflessione sul fascismo proposta dal Secolo fascista fu molto più articolata e certamente meno

schiacciata sul tradizionalismo monarchico di quanto possa apparire. All’inizio degli anni trenta,

infatti, Fanelli sviluppò una concezione della politica antigentiliana e totalitaria, basata sul culto di

Mussolini e su quello della nazione fascista. Fanelli presentava il mito di Mussolini come il centro

propulsore di una fede assoluta, presupposto di un legame fondato sul potere del divino. La critica

che rivolse a Gentile fu l’idea che lo stato fascista potesse essere una creazione dell’individuo. A

questa immagine contrapponeva quella di uno stato-nazione che trascende gli individui dominandoli

come il più forte guida il più debole. A Fanelli non interessava stabilire se lo stato derivasse

dall’accordo volontario e razionale degli individui o se invece fosse il prodotto del carattere

dell’uomo. Le questioni teoriche si risolvevano semplicemente nell’idea di un potere assoluto che

trascende gli individui e li domina. Gentile aveva sostenuto che lo stato è sostanza etica. Aveva

affermato che la politica non è diritto ma morale, che lo stato è la volontà di un popolo che si sente

nazione e che Stato e politica sono tutt’uno. Tuttavia, le iniziative antigentiliane di Fanelli non

provocarono vantaggi politici, anzi il suo carattere polemico e aggressivo, la sua fede monarchica e

le sue preferenze per il cattolicesimo tradizionalista, non sfuggirono ai fascisti. Nel 35 il Secolo

fascista terminò le pubblicazioni e come spiegò Ciano allo stesso Fanelli, la fine del Secolo fascista

dipendeva dalla ostentata fede monarchica della rivista.

La Sapienza: Spinetti fondò la rivista a Roma quando era un giovane neolaureato in giurisprudenza,

iscritto al Guf della capitale. Le Sapienza fu una delle riviste più battagliere e più rappresentative

dell’universo giovanile. Come molte riviste antigentiliane, anche la Sapienza non si limitò a criticare

Gentile dal punto di vista politico, ma estese le proprie riflessioni al pensiero del filosofo. Come tutti

i fascisti intransigenti degli anni venti, come i cattolici e come gli antigentiliani del Secolo fascista, i

giovani della Sapienza si dichiaravano avversari della cultura moderna e ferventi sostenitori del

cattolicesimo tradizionalista. Tuttavia, a differenza dei fascisti reazionari degli anni venti e trenta, i

collaboratori della rivista romana nel criticare Gentile rivendicarono il proprio ruolo di giovani

fascisti protagonisti e interpreti della rivoluzione. Anche la Sapienza fece dell’antigentilianesimo

una polemica generazionale che esprimeva l’esigenza dei giovani di avere uno spazio maggiore

all’interno del regime. La necessità di diffondere la campagna antigentiliana derivava dal bilancio

negativo sul livello di fascistizzazione della società e dello stato e dalla constatazione che il processo

politico rivoluzionario rischiava di arenarsi se non si fosse costruita una classe dirigente composta

dai giovani fascisti. Spinetti denunciava senza mezzi termini l’assenza di una cultura veramente

fascista e la presenza nelle università italiane di docenti che avevano un mentalità diversa da quella

fascista. Mussolini, nonostante qualche rimprovero, si complimentò per il successo della rivista e

secondo Spinetti questo era dovuto dal contributo che lui stesso aveva apportato. Spinetti si

proponeva di illustrare la filosofia del fascismo sulla base degli scritti di Mussolini. Considerando il

capo del governo come un teorico, Spinetti era andato alla ricerca del carattere principale della

dottrina politica mussoliniana e l’aveva individuato in una concezione della lotta come origine di

tutte le cose. Da questo assunto derivavano un’etica guerriera e una politica realistica volte a

riconoscere la presenza del conflitto come elemento strutturale della realtà. All’esaltazione di

Mussolini, Spinetti fece seguire la contrapposizione fra il pensiero del capo del governo e quello di

Gentile, ribadì l’estraneità della filosofia idealista dalla cultura del fascismo e sottolineò la necessità

di proseguire la campagna contro il filosofo. Spinetti cominciò a preparare il convegno

antigentiliano con la speranza di dare vita ad una manifestazione che uscisse dall’ambito delle riviste

e dai circoli culturali e richiamasse su di sé l’attenzione della stampa e dei maggiori esponenti

politici del fascismo. In due mesi il giovane antigentiliano mobilitò studenti universitari e docenti

per dimostrare che l’antidealismo era un grido d’allarme e una vibrata protesta.

 I teorici del fascismo

Negli anni trenta ai fascisti intransigenti, agli studiosi cattolici e ai giovani antigentiliani si

aggiunsero numerosi intellettuali che auspicavano l’affermarsi di una nuova stagione della cultura

italiana, non più egemonizzata da Gentile e dalla filosofia idealista. Secondo Garin le ragioni della

crisi che colpì l’idealismo sono da attribuire alla vittoria dei cattolici non solo per l’alleanza con i

fascisti ma anche perché con loro si schieravano gran parte dei filosofi italiani più autorevoli. In

realtà, i rapporti tra la filosofia italiana e il fascismo furono molto più articolati perché il fascismo

non volle mai adottare una filosofia ufficiale. Il regime non fece propria alcune filosofia ma formulò

una dottrina politica utilizzando il contributo dei filosofi italiani. Negli anni trenta ad esprimere una

filosofia diversa da quella proposta da Gentile, ci furono vari intellettuali:

Francesco Orestano. Il quale si rammaricava perché era sicuro che se il regime, nei primi anni venti,

gli avesse riconosciuto il ruolo che aveva attribuito al filosofo idealista, la cultura italiana avrebbe

celebrato il trionfo di un pensiero autenticamente fascista. Egli si accinse a presiedere l’VIII

congresso di filosofia nel 33 alla presenza dei maggiori intellettuali antidealisti. Già nel 25 aveva

dichiarato apertamente che avrebbe superato il problema fondamentale della filosofia moderna cioè

quello di aver ridotto tutto dentro la soggettività. I filosofi moderni a suo avviso avevano negato il

principio dell’oggettività della realtà e avevano ridotto l’individuo ad un essere razionale, separato

dalle esperienze vissute. L’idealismo italiano aveva impedito la costruzione di un rapporto positivo

fra la scienza e la filosofia. Rivendicare l’esistenza di una realtà indipendente dal soggetto che la

pensa e rispondere agli idealisti che la scienza studia le dinamiche della realtà, voleva dire affermare

l’esistenza di un universo che si sottrae alla filosofia. E infatti per Orestano, ripensare il rapporto tra

scienza e filosofia significò proporre anche un nuovo rapporto tra la filosofia e la politica,

immaginando una politica che avrebbe seguito il proprio percorso non giustificato dalla filosofia e

una filosofia che non si candidava a divenire teoria politica. Il fascismo aveva una propria dottrina

ma non adottava alcuna filosofia. E a sua avviso l’ideologia fascista nasceva da un radicale rifiuto

delle principali filosofie politiche del XIX secolo: l’illuminismo, il liberalismo, il materialismo

storico. Fra tutte le caratteristiche della dottrina fascista quella più significativa era la sintesi di

tradizione e rivoluzione grazie alla quale il regime aveva firmato nel 29 il Concordato con la Chiesa

Cattolica.

Giorgi Del Vecchio. Aveva aderito al fascismo quando il movimento non era ancora diventato un

partito. Era davvero un fervente fascista e un convinto antigentiliano. Il suo impegno politico fu

premiato con la nomina a rettore dell’ateneo della capitale. Lo zelo con cui svolgeva il suo incarico

lo portò a scrivere una lunga lettera al segretario del partito fascista, a Mussolini e al ministro Fedele

quando Del Vecchio comunicò a tutti i docenti dell’ateneo la riapertura al culto della chiesa di S. Ivo

alla Sapienza. Il docente di lingue semitiche, Della Vida comunicò la sua non adesione all’iniziativa

e subito Del Vecchio prese provvedimenti disciplinari. Gentile intervenne in difesa di Della Vida

attaccando Del Vecchio attraverso una presentazione in Senato di un’interrogazione parlamentare in

cui chiedeva al ministro Fedele la spiegazione del fatto. Fu allora che Del Vecchio decise di

rivolgersi alle tre istituzioni e l’ordine di invio del suo promemoria non fu casuale né di poca

importanza. Infatti nella sua critica contro Gentile, Del Vecchio riconobbe nel partito il suo

principale interlocutore politico. Concluso il suo mandato di rettore non venne riconfermato ma non

venne meno il suo impegno politico né il suo antigentilianesimo. Del Vecchio si era fatto interprete

del giusnaturalismo moderno. Egli definì lo stato fascista rivoluzionario e moderno: rivoluzionario

perché era riuscito ad imporre l’attuazione del diritto naturale, moderno perché era stato in grado di

realizzare i principi aderenti alle condizioni di vita del suo tempo. Uno stato di diritto in cui la

personalità umana veniva consacrata nella sua massima dignità proprio in quanto parte dello stato.

Come Kant aveva immaginato lo stato come realizzazione della norma universale insita nell’uomo:

l’aveva descritto come il prodotto di un contratto originario, con il quale gli individui razionali

avrebbero fondato un potere coattivo e rinunciato per sempre alla libertà esterna per riacquistarla

come membri di un corpo comune. I gentiliani obiettavano però che nello stato descritto da Kant,

nello stato della libertà e del diritto, la ragione politica non avrebbe mai prevalso su quella giuridica

perché lo stato non avrebbe potuto sacrificare la libertà degli individui per la realizzazione di un fine

diverso da quello per cui era nato. Cercando di coniugare il proprio giusnaturalismo con l’ideologia

del regime, Del Vecchio descrive il fascismo come il primo regime che era riuscito ad instaurare un

nuovo ordine politico: quello della fede nella giustizia e nella tutela dei diritti naturali. Del Vecchio

venne colpito dalle leggi razziali nel 38 e poi epurato una seconda volta nel 44 dall’alto

commissariato per le sanzioni contro il fascismo, due vicende legate all’antigentilianesimo. Nelle

sue memorie che inviò per proteggersi dall’accusa di fascista, egli sostenne di non aver mai fatto

parte della vita politica fascista, di non essere mai stato un fascista ortodosso e che anzi, sin

dall’inizio, era stato tra i più severi nemici di Gentile. Anche lui, come fecero molti fascisti

antigentiliani, motivò la propria eterodossia politica con l’antigentilianesimo.

Sergio Panunzio. Un allievo di Del Vecchio, uno dei più importanti teorici del fascismo e uno dei

più convinti antigentiliani. Panunzio mostrò come da una filosofia di matrice kantiana fosse

possibile diventare ideologi del fascismo. Socialista, interventista, all’indomani della guerra fu in

stretti rapporti con Mussolini e divenne uno dei più convinti sostenitori del superamento del sistema

parlamentare ed elaborò la teoria del sindacalismo nazionale che costituì il suo contributo

all’ideologia del fascismo degli anni venti e all’antigentilianesimo. Panunzio propose una

definizione dello stato come stato di diritto, basato sui sindacati, difensore e garante della

coesistenza degli individui. Era quindi molto lontano dalla filosofia hegeliana. A suo avviso,

l’affermazione del sindacalismo avrebbe rappresentato l’avvento di un processo rivoluzionario e

cioè la vittoria della società sullo stato, del diritto naturale su quello positivo. Vedeva nel

sindacalismo la vittoria delle forze spontanee e vitali della società. Spiegò che questo percorso

rivoluzionario avrebbe trovato il proprio approdo nel sindacalismo nazionale, ovvero in uno stato,

espressione giuridica della molteplicità dei sindacati, che avrebbe garantito alla materia sociale una

forma. Si trattava di una nuova forma di liberalismo che egli intendeva come libertà di gruppi, non

di atomi individuali, un liberalismo come sindacalismo nazionale, decisamente antigentiliano:

infatti, mentre Gentile considerava il liberalismo come l’espressione della libertà dell’individuo

all’interno dello stato, ed era persuaso che non esistesse alcun diritto che precede lo stato nel senso

che i diritti per il filosofo dovevano essere pensati come manifestazioni dello stato che li attribuisce.

Panunzio riteneva che il liberalismo rappresentasse l’espressione di gruppi sociali, regolati da un

sistema normativo in grado di costruire l’architettura dello stato. Nel suo orizzonte teorico quindi, lo

stato si configurava come il prodotto della società e del diritto, ovvero della relazione tra i gruppi

che lo compongono. Come i fascisti intransigenti concepiva la politica in termini radicalmente

antirazionalistici, era convinto che la politica fosse una forza naturale della società. Suscitò le

polemiche di coloro che lo accusarono di confondere il liberalismo con il fascismo come

Costamagna. Questi pensava che i sindacati fossero solo una delle molteplici estrinsecazioni dello

stato e che non avessero alcun valore autonomo o diverso da quello che lo stato fascista gli avrebbe

riconosciuto. Per questo al sindacalismo nazionale di Panunzio opponeva le ragioni del

corporativismo, cioè di una dottrina politica fondata sull’idea che i rapporti politici e quelli

economici dovessero essere gestiti, diretti e decisi dallo stato. Nell’attribuire al sindacalismo e al

nazionalismo la paternità ideologica del fascismo, Panunzio si distanziava da Bottai, da

Costamagna, e ovviamente da Gentile, che considerava la politica come una creazione dello stato, e

non come l’espressione di dinamiche e di realtà sociali che preesistono alla compagine statale. Nel

28 rielaborò la sua riflessione sullo stato diversa dalla tesi iniziale che sottolineava gli aspetti

rivoluzionari del fascismo e aveva sostenuto una concezione dello stato come architettura dei

sindacati. In questa rielaborazione Panunzio si soffermò sul sentimento dello stato, che descrisse

come una fede per cui lo stato poteva essere considerato la sintesi delle molteplici realtà sociali e

politiche che venivano a comporsi attraverso la condivisione di un sentimento morale.. continuava a

ritenere che la politica fosse l’espressione di realtà molteplici e che non fosse limitabile al concetto

di stato. Egli sottolineò che mentre i partiti non rivoluzionari si ponevano tutti nello stesso piano

rispetto allo stato, il partito rivoluzionario si poneva fuori e sopra uno stato determinato. Gentile

invece affermava che il compito del fascismo era quello di creare un nuovo stato degli italiani e non

quello di garantire l’affermazione di un partito politico, che in quanto parte dello stato, non

rappresentava l’unità del paese.

Carlo Costamagna. Uno dei primi politici più vicini a Gentile. Nei primi anni di regime fascista era

un critico severo dei teorici del monopolio sindacale e per questo aveva polemizzato con Panunzio..

era un sostenitore del corporativismo e definiva il fascismo un movimento politico antidemocratico

e antiparlamentarista, antirazionalistico e realistico. Grazie all’aiuto di Gentile alla fine del 25

divenne capo di gabinetto del ministro della Giustizia Rocco e con lui lavorò alle norme per

l’attuazione della legge del 3 aprile 1926 che regolava i rapporti collettivi di lavoro. Mantenne buoni

rapporti con Gentile dal quale dipendeva anche il suo futuro accademico, in quanto in attesa del

concorso per la cattedra di diritto corporativo. E Gentile continuò a sostenerlo e ad assecondare i

suoi progetti accademici che sembrarono concretizzarsi nel 29 quando a Pisa venne bandito il primo

concorso di diritto corporativo. Il concorso terminò con la vittoria di Costamagna anche se i membri

della commissione esaminatrice sottolinearono che il vincitore mostrava un eccessivo disprezzo per i

concetti della scienza giuridica. Quindi intervenne il consiglio superiore dell’Educazione Nazionale

che rinviò gli atti della commissione al ministro dell’Educazione Giuliano il quale annullò il

concorso. Da allora i suoi rapporti con Gentile cambiarono radicalmente: Costamagna divenne uno


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Corso di laurea: Corso di laurea in cooperazione internazionale e sviluppo
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher mcavoy di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Gentile Emilio.

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