Il rapporto tra Giovanni Gentile e i fascisti
Sotto esame è il rapporto che intercorse tra Giovanni Gentile e i fascisti, o meglio i gentiliani e antigentiliani del regime fascista. I primi ritenevano che Gentile fosse il principale teorico del fascismo. Lo difesero dalle critiche che ricevette negli anni tra le due guerre e condivisero il suo progetto politico e culturale. I secondi invece, erano convinti che Gentile non fosse fascista, pensavano che la sua influenza sulla cultura italiana rappresentasse un pericolo per il fascismo e cercarono di impedire che egli esercitasse un proprio potere all’interno del regime. Da tutti i contributi non emerge quale fu il giudizio dei fascisti di fronte all’impegno di Gentile nel fascismo.
Si incontrano quattro diversi Gentile: un Gentile liberale, un Gentile filosofo del fascismo, un Gentile filosofo e un Gentile fascista, ma non si saprà nulla del Gentile dei fascisti.
Interpretazioni di Gentile
Tesi di Eugenio Garin
La tesi più diffusa e sostenuta per la prima volta da Eugenio Garin è quella secondo cui Gentile non fu uno degli esponenti principali dell’ideologia del fascismo, ma un filosofo liberale che espresse una cultura molto diversa da quella fascista. Garin rispondeva a una interpretazione formulata da Bobbio secondo cui una cultura fascista non è mai realmente esistita. Garin invece riteneva che fosse esistita una cultura fascista e che fosse molto diversa da quella espressa da Gentile poiché dopo il Concordato il regime fascista aveva scelto una legittimazione teorica diversa da quella che fino allora gli aveva fornito Gentile.
Il limite principale di questa interpretazione è il fatto che, per mostrare che Gentile fosse estraneo alla cultura fascista, Garin concentra la sua riflessione sui filosofi antigentiliani cattolici e li considera rappresentativi dell’intera cultura del regime come se cattolicesimo e fascismo avessero condiviso i medesimi obiettivi.
Interpretazione di Del Noce
Da una prospettiva opposta, coloro che considerano Gentile come il principale filosofo del fascismo, tra cui il filosofo cattolico Del Noce, hanno sempre rifiutato l’interpretazione che salva Gentile dal suo essere stato fascista e lo descrive come un liberale, più conservatore di Croce, ma comunque un liberale, intento a rinnovare la cultura italiana. Del Noce riteneva che Gentile fosse l’autore di una filosofia che aspirava ad essere una religione e si legò a un regime che fece della filosofia gentiliana la propria ideologia politica.
Del Noce considerava la filosofia di Gentile e il fascismo le espressioni più radicali della cultura moderna che egli immaginava come sviluppo progressivo verso l’immanentizzazione del divino, come realizzazione della filosofia tramite la prassi rivoluzionaria. Il fascismo, a differenza di quanto sosteneva Bobbio, non era anticulturale ma anzi rappresentava una delle manifestazioni più importanti della modernità. Il limite di questa interpretazione è nel descrivere il fascismo come un’idea e non come una realtà e analizzava un fenomeno come quello della cultura fascista riducendolo al pensiero di Gentile.
Critica di Gennaro Sasso
La critica più severa a questo studio fu quella di Gennaro Sasso dove si sostiene che se non si vuole rimuovere il filosofo occorre studiare Gentile senza ‘culturalizzare’ la sua filosofia. Egli ritiene che non si debbano cercare le ragioni della scelta politica di Gentile nella sua filosofia perché il filosofo aderì al fascismo in virtù di una particolare interpretazione della storia d’Italia. Un problema nelle riflessioni di Sasso è il non aver colto oltre il Gentile che interpreta la storia d’Italia e aderisce al fascismo, anche il Gentile che crede di essere fascista ma non lo è dal punto di vista filosofico.
Biografia di Gabriele Turi
Resta quindi aperta la questione sul Gentile che negli anni tra le due guerre è convinto di essere il filosofo del fascismo. Quindi il problema è capire che relazione intercorre tra la filosofia di un autore come Gentile che si impegnò concretamente nella costruzione del regime totalitario, e quello stesso regime. Il Gentile fascista emerge chiaramente invece dalla biografia di Gabriele Turi (1994). Il Gentile di Turi è un filosofo che aderì al fascismo ma è anche un politico che agì sulla base di rapporti di forza concreti e che costruì strategie per raggiungere i suoi obiettivi.
Gentiliani e antigentiliani nel fascismo degli anni venti
Lo scontro tra gentiliani e antigentiliani ebbe inizio nell’ottobre del 1922 quando Gentile fu nominato ministro dell’Istruzione nel primo governo Mussolini. Già da allora il filosofo constatò l’ostilità di molti esponenti del partito che lo consideravano un rappresentante dell’Italia liberale, collaboratore di Croce con il quale si era battuto per la riforma della scuola. Tra l’altro, quando entrò nel governo Mussolini, Gentile non aveva ancora aderito al fascismo e per questo molti fascisti ritenevano che Gentile si fosse avvicinato al partito solo per avere l’opportunità di realizzare la riforma scolastica.
L’avversione derivava anche da un problema specifico: fra la politica scolastica proposta dal partito e quella sostenuta dai gentiliani vi erano differenze sostanziali. Secondo il filosofo la concorrenza fra privati e lo stato avrebbe ridotto il numero degli iscritti alle scuole pubbliche, innalzato il livello generale della scuola italiana e consentito di gestire pochi istituti modello e inoltre sosteneva l’importanza di introdurre l’esame di stato al termine di ogni ciclo di studi. Agli esordi, i fascisti invece non consideravano la riforma della scuola come il problema più urgente da affrontare perché si trovavano a fronteggiare questioni più decisive circa la loro stessa esistenza.
Nel 1919 parteciparono alle elezioni che li videro in netta sconfitta, nel 1920 maturarono la svolta da gruppo tendenzialmente di sinistra a destra, nel 1921 trasformarono il movimento in partito e nel 1922 conquistarono il governo. Ma già nel programma dei fasci di combattimento veniva affrontato il problema della scuola riprendendo le idee dei futuristi: come questi i fascisti si dichiaravano pronti a combattere contro l’analfabetismo per dare al proletariato un’educazione patriottica, e per l’affermazione della laicità della scuola. Ma con la svolta a destra del fascismo le cose cambiarono: nel programma il partito affermava il primato dello stato nell’educazione dei giovani, Mussolini si pronunciò a favore della libertà d’insegnamento, ma con il limite del controllo da parte dello stato per garantire il progresso economico e storico della nazione.
La differenza principale con la proposta scolastica del 1919 riguardava il ruolo dello stato: il PNF concepiva l’educazione dei giovani come educazione nazionale, educazione dello stato. In questo senso sottolineava il potere dello stato di controllare i programmi e i docenti. Pellizzi a questo punto sostenne che il partito avrebbe offerto agli idealisti l’appoggio politico necessario per realizzare il loro programma scolastico e divenne così il tramite dei primi contatti fra gentiliani e Mussolini. Il principale problema era costituito dall’esame di stato perché i fascisti restavano fermamente contrari ad un provvedimento che avrebbe favorito le scuole cattoliche e in generale gli istituti privati.
Su questo aspetto il dissenso con gli idealisti era radicale: mentre Gentile e Codignola ritenevano che la concorrenza tra scuole private e scuole pubbliche avrebbe innalzato il livello generale della scuola italiana, ed erano convinti che l’esame di stato avrebbe assicurato allo stato il potere di rilasciare titoli e di controllare il funzionamento di tutte le scuole, per i fascisti il primato dello stato doveva essere garantito senza concedere spazi agli istituti privati. Pellizzi era un sostenitore di Gentile: egli si dichiarava convinto che il movimento di Mussolini e la filosofia di Gentile fossero due fenomeni sovvertitori delle tendenze culturali, politiche e morali dell’Italia liberale, ed esprimeva la propria soddisfazione perché un intellettuale del calibro di Gentile aveva aderito al fascismo.
Una convinzione comune a molti gentiliani era il fatto che l’Italia nata dal Risorgimento non avesse ancora raggiunto la consapevolezza di essere una nazione e che il paese avesse bisogno di una trasformazione radicale per acquisire la propria identità politica. I gentiliani che divennero fascisti ritenevano che il movimento di Mussolini avrebbe portato a compimento il processo di costruzione dell’identità nazionale ed erano certi che Gentile avesse elaborato le premesse teoriche per l’avvento del fascismo. Tuttavia, i collaboratori di Gentile, nonostante avessero aderito al fascismo con sincero entusiasmo, si trovarono ad affrontare una questione decisiva perché il PNF non accettava la richiesta dei gentiliani di iscriversi al partito fascista.
Carlini chiese a Pellizzi di far capire ai fascisti l’importanza dell’azione dei gentiliani e che la politica scolastica di Gentile si adattava bene al programma del PNF perché entrambi combattevano per preparare gli spiriti alla nuova scuola per trasformare l’Italia e per fondare un nuovo stato. Ma questo fervore non era sufficiente a semplificare i rapporti con i fascisti anche se il problema dell’iscrizione al PNF fu risolto da Massimo Rocca, segretario generale dei gruppi di competenza. Il 12 luglio 1923, durante la riunione del gruppo di competenza sulla riforma universitaria Dini, Bodrero, Pistelli e Del Vecchio, presentarono un ordine del giorno in cui dichiaravano che la riforma Gentile non era una riforma fascista.
Avendo ottenuto il voto contrario degli altri componenti del gruppo, prepararono un documento da presentare a Mussolini e decisero di dimettersi dal gruppo di competenza e spiegarono a Mussolini la loro scelta illustrando due punti: da un lato sollevarono la questione politica nel ricordare al capo del governo di essersi trovati in minoranza in un gruppo composto da elementi non fascisti, dall’altro entrarono nel merito della politica scolastica e si dichiararono assolutamente contrari all’esame di stato. Fu allora Massimo Rocco a provvedere con l’espulsione di Dini e la difesa di Gentile. Da allora e fino al 1925 tutti i periodici del fascismo difesero Gentile.
Tuttavia, in questi primi anni, tra i fascisti non vi fu solo chi si schierò con Gentile perché era il ministro dell’Istruzione del governo Mussolini e doveva essere difeso dalle critiche degli avversari. Dario Lupi lo considerava il principale teorico della religione della patria. Gentile istituì nelle scuole il rito del saluto alla bandiera tricolore, promosse gare corali sugli inni patriottici, dispose che nelle aule scolastiche fossero esposti il crocefisso e l’immagine del re d’Italia e decise di istituire viali e parchi della rimembranza, su suggerimento di Lupi.
Anche Gentile, come il fascista della prima ora Lupi, pensava alla costruzione di una religione della patria. Egli credeva che la riforma morale del paese doveva realizzarsi esprimendo una politica compenetrata da una religione della patria. In realtà il culto della patria a cui si riferiva Gentile era stato introdotto in Italia durante il Risorgimento, con i primi tentativi di costruire una religione civile per animare lo spirito nazionale del giovane paese e celebrare l’unità della patria e la fede nella nazione. I fascisti invece si battevano per fascistizzare la religione della patria.
Nei primi anni del fascismo, questa differenza tra la religione patriottica risorgimentale, che onorava la nazione indipendentemente dalla politica e la celebrazione fascista della patria, non dovette essere così chiara allo stesso Gentile. Eppure Lupi la espresse chiaramente quando stabilì che i fascisti morti negli scontri con i comunisti dovevano essere considerati come i caduti italiani nella prima guerra mondiale ed equiparò la militanza nel partito fascista all’appartenenza alla nazione italiana.
Se Gentile non giudicò importante la differenza tra il culto della patria di matrice risorgimentale e quello del littorio, sicuramente aveva ben presente quale era il problema principale nel suo rapporto con il partito fascista. I gentiliani erano coscienti che non bastava presentarsi come autorevoli pedagogisti per essere considerati come intellettuali del fascismo. Bisognava conquistare consensi intorno alla riforma scolastica.
L’impegno non venne meno neanche con la crisi Matteotti: Gentile si dimise ma non prese mai le distanze dal fascismo ma da allora il filosofo si dovette difendere dagli attacchi di una intera corrente del fascismo dei primi anni venti. Dal 1922 al 1924 Gentile e i suoi collaboratori avevano subito le critiche di alcuni esponenti del partito fascista ma lo scontro si era concluso con la vittoria dei gentiliani, dato che Mussolini e la maggioranza del partito aveva difeso la politica scolastica di Gentile.
Nella seconda metà degli anni venti, il conflitto tra gentiliani e antigentiliani cambiò radicalmente perché il filosofo e i suoi collaboratori non si trovarono a dover contrastare solo le critiche di una minoranza del partito, ma furono attaccati da una parte importante del fascismo che contestò pubblicamente e costantemente il filosofo mettendone in discussione la fede fascista. Da allora i protagonisti dell’antigentilianesimo furono i fascisti intransigenti che insieme con i revisionisti avevano rappresentato le principali correnti del partito.
Mentre i revisionisti avevano sostenuto che, dopo la marcia su Roma, il fascismo avrebbe dovuto rivedere i propri metodi di azione e i propri obiettivi politici e presentarsi al paese come una classe dirigente in grado di dare vita ad uno stato nuovo, gli intransigenti avevano rivendicato il ruolo di rivoluzionari e di guerrieri, esaltando la funzione del partito come artefice della rivoluzione e questi divennero i più severi antigentiliani e contestarono le iniziative del filosofo dal 1924 alla fine degli anni venti.
Il 4 settembre 1924 Mussolini nominò il filosofo presidente della Commissione dei Quindici, che era stata incaricata dal partito di elaborare un progetto di riforma dello statuto albertino. Gentile spiegò che la questione delle riforme istituzionali, ben prima dell’avvento del fascismo, si collocava all’interno del processo di costruzione dell’identità nazionale. Queste affermazioni derivavano da una particolare interpretazione del Risorgimento e dei suoi rapporti con il fascismo: secondo il filosofo il fascismo avrebbe compiuto l’opera iniziata con il Risorgimento per riformare il carattere morale degli italiani e trasformarli in una vera comunità nazionale.
Era convinto infatti che i fascisti fossero gli interpreti di quello spirito religioso che aveva avuto in Mazzini il protagonista più importante e che per Gentile costituiva il senso autentico di tutto il Risorgimento. Così, in questa visione spiritualista e religiosa dello stato egli accumunava Mazzini, gli uomini della destra storica e i fascisti. Per Gentile il fascismo era ritornato allo spirito del Risorgimento. Sosteneva che aveva aderito al fascismo perché si considerava un precursore del movimento politico di Mussolini. Pensava infatti che a determinare l’avvento del fascismo fossero stati la filosofia idealista e il risorgere del sentimento religioso.
Secondo Gentile, tuttavia, riconoscere nel fascismo l’esito di un processo iniziato con il Risorgimento non significava togliergli autonomia e specificità. A differenza dei liberali, i fascisti avevano saputo affrontare il problema dell’ingresso delle masse nelle strutture e nella vita dello stato.
Già nel 1924 arrivarono le prime critiche contro la Commissione dei Quindici. Secondo Curzio Suckert ad esempio, ritenere che il fascismo avrebbe realizzato il tentativo della destra storica di trasformare lo statuto albertino significava non aver compreso la natura del movimento fascista. Suckert e i fascisti intransigenti ritenevano che il fascismo, in quanto regime politico rivoluzionario, rappresentasse la risposta alla crisi della civiltà moderna. Suckert sviluppò la propria riflessione sulla modernità descrivendola come un processo politico, culturale e filosofico, sorto dalla Riforma protestante ed entrato ormai in una crisi irreversibile.
Era convinto che l’attacco alla Chiesa romana, sviluppatosi a metà del Cinquecento, avesse determinato il trionfo dell’individualismo borghese e lo sviluppo del capitalismo provocando quel paradossale capovolgimento di valori. Il fascismo avrebbe assolto la propria missione storica restaurando l’antico ordine classico dei valori nazionali. Per Suckert la civiltà moderna nasceva da un capovolgimento di valori e il fascismo rappresentava una via di salvezza perché consentiva agli italiani di riscoprire la propria identità antimoderna.
Gli intransigenti dal 1925 fecero dell’antigentilianesimo una caratteristica della loro proposta politica. Tuttavia le critiche più rilevanti per il ruolo che Gentile avrebbe svolto negli anni successivi, furono quelle di Mussolini e dei vertici del PNF. In questo periodo troviamo infatti il dibattito sulla riforma della scuola che ebbe per protagonisti Gentile e il nuovo ministro della Pubblica Istruzione, lo storico Pietro Fedele. Questi esplicitò la sua volontà di modificare la riforma Gentile e trovò il consenso di molteplici critici pronti ad attaccare Gentile e la sua riforma.
La discussione si animò quando Fedele concesse una terza sessione di esame di stato per i candidati rimandati a settembre. Il giorno dopo, Gentile scrisse una lettera contro il ministro, pubblicata da Bottai su “Epoca”. Le sue parole provocarono la reazione del quotidiano “L’Impero” che nello scontro tra Gentile e Fedele si schierò con lo storico accusando Gentile di aver attaccato pubblicamente il nuovo corso della politica scolastica fascista.
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