Fascismo di pietra
Emilio Gentile
Prologo
Parole, pietre, miti
Il “fascismo di pietra” è l’indelebile impronta che il regime di Benito Mussolini ha lasciato sul suolo italiano per i secoli futuri. Nei monumenti, negli edifici, nelle strade, nelle città nuove fondate dal duce, si è materializzata una concezione dell’uomo e della politica che negli anni fra le due guerre mondiali sembrava diventare il modello di una nuova civiltà imperiale, che pretendeva di essere universale come lo era stata la civiltà romana nel mondo antico. Il fascismo condensava nel mito di Roma e dell’impero la sua visione del futuro. Roma e impero furono le parole più frequentemente usate nella retorica fascista. Furono espressione di miti che sedussero laici e cattolici, civili e militari, specialmente durante i mesi della guerra d’Etiopia.
Le parole che esprimono un mito suscitano, infatti, entusiasmo, possono incitare ad agire per il bene come per il male: in questo caso, le parole che esprimono un mito possono diventare pietre micidiali, perché muovono gli uomini alla lotta e indicano i nemici da combattere e annientare, affinché il mito trionfi. In questo testo si è cercato di delineare la storia del connubio fra Roma e fascismo, assumendo come criterio di analisi una distinzione nell’atteggiamento del fascismo verso la Roma reale, la Roma antica e la nuova Roma imperiale che il duce intendeva costruire e che in gran parte costruì.
Il fascismo non nacque con il culto di Roma. Nel programma fascista del 1919 il nome di Roma non compare e non vi è alcun riferimento alla romanità. Fu Mussolini a innestare nel fascismo nascente il mito di Roma. Quando giunsero al potere, i fascisti avevano adottato il mito di Roma, ma continuavano a detestare la Roma reale. Per il duce e i fascisti, la marcia su Roma fu l’inizio di una lunga marcia contro la Roma reale per trasformarla al fine di costruire la Roma fascista. Il disprezzo verso la Roma reale diede impeto alla furia distruttiva, con il quale il duce imbracciò il piccone per abbattere quanto più poteva della Roma esistente e far spazio alla riesumazione dell’antica Roma e all’edificazione della Roma fascista, vagheggiata come capitale della nuova Italia imperiale e di una nuova civiltà universale.
Roma fu, infatti, il luogo principale dove il “fascismo di pietra” realizzò, con maggiore impegno ed efficacia, la rappresentazione dei miti fascisti negli edifici pubblici, nelle vie, nei monumenti e nell’assetto urbanistico della capitale. La nuova Roma costruita dal fascismo era la prefigurazione simbolica della nuova Italia e della nuova civiltà imperiale, che il fascismo, ispirandosi a un rinnovato mito della romanità, aveva l’ambizione di creare con l’esperimento totalitario messo in atto da Mussolini. Il mito fascista della romanità era un mito proiettato verso il futuro, verso la creazione di una nuova grande Italia a opera di una nuova razza di italiani che dovevano essere i “Romani della modernità”.
Il testo narra di questo connubio con le parole degli stessi protagonisti, del duce e i fascisti, di architetti e artisti, artefici del “fascismo di pietra”, accompagnandole con i commenti dei testimoni contemporanei.
1. Porca Roma
I fascisti che il 28 ottobre 1922 si accingevano a marciare sulla capitale per conquistare il potere, avevano un profondo disprezzo per la Roma reale. Un anno prima, quando i fascisti vi si erano radunati per il congresso nazionale che doveva decidere sulla trasformazione del loro movimento in partito, l’accoglienza della popolazione era stata indifferente o ostile. Inoltre, a Roma era stato costruito e operava attivamente un movimento antifascista in difesa del proletariato, gli “Arditi del popolo”. Nella capitale, il fascismo aveva dunque difficoltà ad attecchire.
A Roma c’erano i nazionalisti, arditi e futuristi, che vi avevano fondato alla fine del 1918 un partito politico con un organo chiamato “Roma futurista”; e per un paio di anni nella capitale avevano operato vari circoli di avanguardia, con manifestazioni artistiche e teatrali che dissacravano il culto della tradizione ed esaltavano il nuovo orgoglio italiano rinvigorito dalla guerra. Ma i fascisti romani non erano riusciti a diventare un movimento predominante, come era avvenuto nelle province della Valle Padana e della Toscana.
La borghesia romana dovette attendere la loro iniziativa per contendere la piazza ai socialisti: nel 1920, alla vigilia delle elezioni amministrative, i partiti costituzionali aderenti all’Unione nazionale avevano compiuto un pellegrinaggio all’Altare della Patria dove giurarono di combattere il bolscevismo. Un analogo rito fu ripetuto l’anno successivo, alla vigilia delle elezioni politiche, con la partecipazione dei fascisti. Più che alleati nella lotta antibolscevica, nazionalisti e fascisti a Roma erano concorrenti nella competizione per arrogarsi il privilegio di essere considerati all’avanguardia militare della nazione.
Nel fascio romano, inoltre, c’erano urti frequenti tra una tendenza monarchica, favorevole all’alleanza con i nazionalisti e i partiti costituzionali, e una tendenza repubblicana radicale o rivoluzionaria. La decisione di tenere a Roma il terzo Congresso dei Fasci di combattimenti, facendo convergere nella capitale migliaia di squadristi delle altre province, era un gesto di sfida, una dimostrazione di forza e un tentativo di conquista. Per boicottare il congresso, i ferrovieri romani avevano proclamato uno sciopero generale ordinato dal comitato di difesa proletaria. Ciò non impedì ai fascisti di raggiungere la capitale.
L’atteggiamento spavaldo dei fascisti, il loro congresso, con «la montatura propagandistica che lo accompagnò, non servirono ad accrescere le simpatie della popolazione romana verso il fascismo; d’altro canto, i fascisti erano venuti a Roma da ogni provincia d’Italia come degli eroi alla riscossa nazionale, considerando Roma come una città nemica da conquistare per vendicarsi dell’odio e del disprezzo con cui vennero circondati nei giorni del Congresso». Per gli squadristi, Roma e i romani rappresentavano l’essenza della vecchia Italia decadente e corrotta, che essi volevano distruggere per portare al potere la nuova Italia nata dalla Grande Guerra.
Durante le sedute del congresso, animose furono le polemiche fra fautori e avversari della trasformazione dei Fasci in partito, proposta da Mussolini. La stessa massa dei fascisti delle province era contraria alla parola “partito”: temevano che, divenuto partito, il fascismo «si contamini nelle alchimie romane». Alla fine, la proposta di Mussolini prevalse: fu approvata la costituzione del Partito Nazionale Fascista (PNF). Ma i fascisti delle province imposero al nuovo partito di conservare intatto, come propria struttura organizzativa, l’ordinamento militare dello squadrismo: nacque così il partito-milizia, concepito e organizzato come una forza di combattimento, che adottava ufficialmente la lotta armata contro gli avversari mirando alla conquista dello Stato.
Concluso il congresso, i fascisti vollero ostentare la propria forza con un corteo nel centro della capitale: sfilarono da Piazza del Popolo a Piazza dell’Esedra. L’emozione patriottica dei romani si dissolse di fronte al corteo dei fascisti. Il primo incontro con la popolazione romana fu per la massa fascista la rappresentazione di uno scontro simbolico fra due Italie incompatibili, fra nazione e antinazione, fra gli italiani indegni e gli italiani degni di assumere con la forza il governo della nazione per guidarla verso nuove e grandi mete.
Agli occhi dei giovani fascisti che volevano una Italia grande e moderna, Roma appariva una città di provincia, ma senza una propria autentica vitalità provinciale, quale vantavano i fascisti della Toscana e dell’Emilia Romagna, artefici principali del successo del fascismo come forza politica nazionale predominante. Di fatto, Roma rimaneva meno popolosa di Milano, Napoli e delle grandi capitali europee. Era prevalentemente una città di servizi e di consumo più che città produttrice; dedita alle professioni liberali, al commercio e al turismo, ma con scarsa propensione all’industrializzazione e fortemente segnata dalla distinzione, anche urbanisticamente definita, fra nobiltà di antico regime, borghesia, classi medie e ceti popolari.
In antitesi con Milano, capitale morale della nazione, contrapposta alla capitale politica, Roma continuava a sfigurare, così come sfigurava nel confronto con Napoli, culla della rinascita idealistica promossa da Benedetto Croce e con Firenze, che negli stessi anni partecipò a tale rinascita con riviste d’avanguardia come “La Voce”. E fuori di Roma si era formata la nuova cultura nazionale, animata dalla visione di una futura grande Italia. Non capitale morale o intellettuale della nazione, Roma, da capitale politica quale era, esercitava comunque un potere sulla vita nazionale, che ai sognatori di una grande Italia appariva immeritato.
C’erano, certo, i ruderi monumentali dell’antica Roma, di cui andare orgogliosi, ma erano appunto ruderi: i resti di un glorioso passato remoto, che rendeva ancora più umiliante il confronto con la Roma attuale. Nell’ultima seduta del congresso, ci fu ancora animata discussione sulla decisione di trasferire la direzione del partito a Roma. Molti capi squadristi temevano che la direzione del partito, trasferendosi nella capitale, avrebbe finito «col deviare dalle pure linee del fascismo». Alla fine, il trasferimento fu approvato «per ragioni di opportunità», essendo Roma geograficamente più accessibile per le adunate dei fascisti di tutta l’Italia, oltre che sede dei centri istituzionali della vita politica e luogo principale per i rapporti con gli altri partiti. Mussolini invece preferì mantenere il centro della sua attività politica a Milano.
2. Mussolini antiromano
La popolazione romana, disse Mussolini commentando gli incidenti avvenuti nella capitale durante il congresso fascista, «è fondamentalmente edonistica, cioè portata a vivere tranquillamente la propria giornata». E forse per questo loro carattere edonistico, insinuava il duce, che i romani erano stati urtati dalla «simbologia fascista, ricordante troppo da vicino i simboli delle fasi estreme della guerra». E ancora, Mussolini espresse su “Il Popolo d’Italia” un aspro giudizio su Roma, dicendo che «Roma è la città che conta il maggior numero di giornali antifascisti, di cui la maggior parte borghesi – perché a Roma c’è il “covo infetto” della parassitaria borghesia, quella che prende tutte le energie della nazione». La gravità degli incidenti era la prova manifesta dell’inettitudine dello Stato liberale a garantire l’ordine nello scontro fra le fazioni: per questo era «destinato a perire, vittima della sua viltà».
L’avversione di Mussolini per Roma aveva origine prima del fascismo. Nell’atteggiamento sprezzante nei confronti della capitale, ostentato dal duce e dai fascisti, confluivano pregiudizi e stereotipi di una tradizione antiromana che si era formata fin dall’epoca del Risorgimento. Anche molti antifascisti della sinistra repubblicana e socialista condividevano la tradizione antiromana. Lo Stato italiano, scriveva Antonio Gramsci «doveva avere il suo centro a Milano, non a Roma, perché l’apparecchio capitalistico di governo reale è a Milano. Roma è la capitale burocratica, e a Roma la dittatura proletaria dovrà lottare non contro la potenza economica della borghesia, ma solo contro il sabotaggio dei burocrati. Roma come città non ha nessuna funzione nella vita sociale italiana, non rappresenta nulla».
L’unificazione italiana era avvenuta nel nome di Roma. Eppure non erano mancati, durante il Risorgimento, i patrioti che avevano diffidato del retaggio mitico della Roma pagana o cristiana, considerandola inadatta per una nazione che, conquistando unità e indipendenza, voleva incamminarsi sulla via del progresso e della modernità. Antiromani, cioè avversari del mito di Roma come fonte di ispirazione per formare una coscienza italiana moderna, ve ne erano stati tra i fautori dell’unità e dell’indipendenza, tra i monarchici e i liberali, i laici e i cattolici, seppur per motivi diversi.
Per i federalisti, Roma capitale rappresentava il simbolo negativo di uno Stato unitario accentratore, che essi avversavano a difesa delle molteplici e varie tradizioni dei comuni e delle città, che avevano contribuito alla formazione della nazione italiana molto più della tradizione romana, e pertanto dovevano essere preservate e sviluppate in una Italia indipendente e federale. A Roma i federalisti contrapponevano Milano, città moderna, illuminata, positiva, operosa, mentre Roma non aveva altro che il prestigio del nome. Contrario a proclamare Roma capitale d’Italia era stato anche il monarchico liberale Massimo d’Azeglio, ostile alle idealizzazioni mitiche della Roma dei Cesari e della Roma dei Papi. Egli era convinto che l’ambiente della città «impregnato di anni di violenze e di pressioni morali esercitate dai suoi successivi governi» non era «il più adatto a infondere salute e vita nel Governo di un’Italia giovane, fondata sul diritto comune». Per divenire veramente moderna, la nuova Italia avrebbe dovuto sottrarsi al fascino del mito romano.
Nei decenni successivi al 1870, le vicende romane e italiane fornirono agli antiromani nuovi argomenti per inasprire la loro polemica, mettendo a confronto il mito con la realtà, la retorica del glorioso passato della Roma antica con le non gloriose vicende della Roma reale, dopo la sua assunzione al ruolo e alla funzione di capitale del regno. Nei 50 anni dalla breccia di Porta Pia, Roma aveva costantemente deluso quanti vagheggiavano una grande Italia con una grande capitale, centro moderno e vivo di energie intellettuali, morali e produttive. L’immagine della Roma reale si deteriorò sempre di più agli occhi degli esaltatori del mito di Roma, come Giosuè Carducci e Gabriele D’Annunzio. Il generale discredito della classe dirigente e della rappresentanza parlamentare che aveva in Roma la sua sede istituzionale, periodicamente coinvolta in disastri finanziari e politici; lo scandalo della Banca romana, seguito dal naufragio del sogno colonialista di Francesco Crispi, che più degli altri statisti del regno aveva esaltato la grandezza romana come modello per una nuova grandezza italiana: questi eventi avevano consolidato l’immagine di Roma come città corrotta e corruttrice.
Nel decennio precedente alla Grande Guerra, era cresciuto il disprezzo e l’odio per la capitale, specialmente fra i giovani intellettuali di avanguardia, che aspiravano a rigenerare la nazione, liberandola dalla soggezione verso il retaggio della romanità, per lanciarsi alla conquista di nuove glorie nella competizione con le più grandi nazioni moderne. Per le nuove generazioni Roma sintetizzava, nella realtà e nel simbolo, tutto ciò che odiavano nell’Italia reale del loro tempo: lo Stato accentratore e burocratico, che assorbiva le risorse della nazione; la dittatura parlamentare di Giovanni Giolitti, che corrompeva la vita politica e i partiti; la mentalità borghese affarista e pacifista, che alimentava la mediocrità delle aspirazioni collettiva; il culto retorico delle glorie passate, che mascheravano i mali che affliggevano il paese e l’incapacità a operare per condurre la nazione sulla via della modernità.
Da Milano, il capo dei futuristi, Filippo Tommaso Marinetti, si scagliava contro «Roma parassita», alla quale opponeva le città dinamiche della «Italia rinascente», Milano e Genova, i «grandi centri», mentre le «piaghe della penisola» erano Firenze, Venezia e Roma, che «langué sotto le rovine, con la circolazione di oro degli stranieri, foraggiata dall’“industria del forestiero”, che trasforma la popolazione romana in probabili alleati del nemico di domani».
Neppure le celebrazioni del giubileo della Patria, in coincidenza con l’inizio della guerra coloniale in Libia, furono un’occasione per tacitare gli antiromani. I quali, anzi, presero pretesto dal giubileo della Patria per rinnovare la polemica contro Roma, capitale di una nazione che, proprio quando celebrava il suo primo cinquantenario di unità, appariva profondamente disunita da divisioni politiche, culturali e religiose. E neppure la conquista della Libia – una vittoria coloniale salutata da D’Annunzio e dai nazionalisti imperialisti con acclamazioni alla rinascita della gloria romana, inneggiando all’eroica impresa dei soldati italiani, che ripercorrevano le orme degli antichi legionari – valse a innalzare il prestigio della capitale.
Al coro delle invettive contro Roma partecipò nel 1910 il giovane Mussolini, allora sconosciuto rivoluzionario socialista di Romagna e collaboratore della rivista “La Voce”, dicendo: «Roma non è il centro della vita politica nazionale, bensì il centro d’infezione». La veemenza del Mussolini socialista contro la capitale echeggiava i pregiudizi antiromani dell’avanguardia fiorentina, che influenzò la sua formazione ideologica. Si trattava di un atteggiamento polemico diffuso nei confronti della Roma reale considerata il simbolo dell’Italia monarchica, parlamentare, liberare e borghese, combattuta per motivi differenti, sia dal socialista romagnolo sia dagli intellettuali dell’avanguardia modernista.
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