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condizioni poste dall’internazionale, non coincideva su alcune questioni fondamentali. Bordiga interpretava

la funzione del partito come una forza meccanica, unicamente finalizzata all’abbattimento violento del

dominio borghese e all’instaurazione della dittatura del proletariato. A questo scopo, il partito doveva

essere ordinato secondo i principi della centralizzazione più assoluta e della disciplina più rigorosa. Anche

Gramsci voleva costruire un partito omogeneo, coeso e fortemente disciplinato attraverso nuclei di

fabbrica, di sindacato accentrati nel comitato esecutivo. Ma la sua concezione dell’unità e della disciplina

era basata sull’idea di una continua osmosi fra il partito e la massa. Affidava al partito il compito

pedagogico di educare le masse per plasmare una nuova umanità.

Fu comunque Bordiga, segretario del partito fino al 1923 il principale artefice del nuovo partito. Figura

centrale, nella struttura del partito comunista bordighiano, era il segretario della federazione, che operava

come un fiduciario del comitato esecutivo.

Programma del PNF(1921): la nazione non è la semplice somma degli individui viventi, ma un organismo

comprendente la serie indefinita delle generazioni di cui i singoli elementi sono transeunti. Lo stato è

l’incarnazione giuridica della nazione.

-Lo stato va ridotto alle sue funzioni essenziali di ordine politico e giuridico. Per conseguenza debbono

essere limitati i poteri e le funzioni attualmente attribuiti al parlamento. Lo stato è sovrano: tale sovranità

non può né deve essere intaccata o sminuita dalla chiesa.

- Le corporazioni vanno promosse come espressione della solidarietà nazionale e come mezzo di sviluppo

della produzione. Una legislazione sociale aggiornata alle necessità odierne specie per ciò che riguarda gli

infortuni, la invalidità e la vecchiaia dei lavoratori.

- va restaurato il prestigio dello stato nazionale e cioè dello stato che non assista indifferente allo scatenarsi

delle forze che attentino materialmente e spiritualmente, ma geloso custode della tradizione nazionale, del

sentimento nazionale, della volontà nazionale.

- l’Italia riaffermi il diritto alla sua completa unità storica e geografica. Il fascismo non crede alla vitalità dei

principi che ispirano la cosiddetta società delle nazioni, non crede alla vitalità e alla efficienza delle

internazionali rosse, bianche o di altro colore, perché si tratta di costruzioni artificiali e formalistiche.

-L’espansione commerciale e l’influenza politica dei trattati internazionale debbono tendere a una maggiore

diffusione dell’italianità nel mondo. I trattati internazionali vanno riveduti e modificati.

-Il fascismo riconosce la funzione sociale della proprietà privata la quale è un diritto e un dovere.

- Il partito nazionale fascista propugna un regime che, spronando le iniziative e le energie individuali,

favorisca l’accrescimento della ricchezza nazionale.

-Ogni cittadino ha l’obbligo del servizio militare. L’esercito si deve avviare verso la forma della nazione

armata.

-Il fascismo in atto è un organismo: politico,economico, di combattimento.

- il partito nazionale fascista è una milizia volontaria posta al servizio della nazione. Essa svolge la sua

attività poggiando su questi 3 cardini: ordine, disciplina, gerarchia.

Con la denominazione partito milizia non si intende definire solo le caratteristiche militaresche di partito.

Esso incorporava nella sua stessa essenza e identità politica l’idea di essere una milizia armata di credenti e

combattenti, uniti dalla fede in una ideologia integralista trasformata in religione politica, fondata sul mito

della nazione.

La militarizzazione e la sacralizzazione della politica erano elementi complementari nella concezione

fascista del partito e nella sua definizione di identità. Diventando partito, il fascismo non perdette nessuna

delle caratteristiche del movimento, che si identifica essenzialmente con lo squadrismo. Lo squadrismo era

stata la forza originaria del fascismo ed era tuttora lo strumento della sua potenza: esso era anche una

mentalità, una cultura politica, uno stile di vita, fondato sull’esaltazione della violenza, della virilità e di

combattimento.

“Il milite fascista riconosce soltanto doveri. L’ubbidienza per questa milizia volontaria deve essere cieca,

assoluta e rispettosa”.

Il fascismo aveva la pretesa di avere una condizione di diversità privilegiata.

Nello stesso tempo, il partito fascista lanciava una pubblica sfida allo stato liberale dichiarando di essere

pronto ad agire contro lo stato: “saremo con lo stato e per lo stato. Ci sostituiremo allo stato tutte le volte

che esso si manifesterà incapace. Ci schiereremo contro lo stato qualora esso dovesse cadere nelle mani di

coloro che minacciano e attentano alla vita del paese”.

Dopo le dimissioni del governo di Bonomi (1922) fu il modesto Luigi Facta, giolittiano, a reggere il governo

nella fase finale della crisi dello stato liberale.

-Tutti sono arcistufi delle masse e dei loro governi; si pensa che le masse non possano governare le masse; si

crede che i pochi valgano più dei molti.

-Il fascismo è reazionario nei confronti del socialismo, ma è rivoluzionario nei confronti dello stato liberale e

del liberalismo, in quanto vuole ridurre lo stato alle sue funzioni necessarie. Lasciamo andare il termine

borghesia e proletariato, che non corrispondono a nessuna realtà concreta sociale. Non è un paradosso

affermare che i rivoluzionari possono stare oggi a destra e i reazionari a sinistra.

-La democrazia ha esaurito il suo compito. Prima fra le altre l’ideologia del progresso.

I fascisti reclamavano il potere con sempre maggior arroganza, proclamando di essere la nuova aristocrazia

contro il nemico interno. Per tutta l’estate e l’autunno del 1922, fino alla marcia su Roma il fascismo

proseguì la sua offensiva violenta contro avversari politici e contro i rappresentanti dello stato, mentre lo

stato confessava la sua impotenza.

Qui è la stoltezza dello stato liberale: che da la libertà a tutti, anche a coloro che se ne servono per

abbatterlo.

III

il 29 ottobre Mussolini fu convocato a Roma dal re per ricevere l’incarico di formare il nuovo governo. Il

giorno successivo il governo era già costituito. Il 31 i fascisti sfilarono per le vie di Roma, in parata trionfale.

Il 16 novembre Mussolini presentò alla camera il governo per chiedere la fiducia (ottenuta a larga

maggioranza).

Tutti i partiti della sinistra rivoluzionaria e democratica soffrivano già di una crisi di identità, di

organizzazione, di funzione, che si aggravò sotto la pressione della nuova repressione fascista.

Il partito comunista non aveva intenzione di mettere in atto la tattica del fronte unico, tanto era forte

l’avversione per il massimalismo.

Ma c’era anche un’altra ragione all’origine dell’inerzia dei partiti antifascisti: tutti erano concordi a non

prendere il fascismo sul serio. Prevalse fra i popolari, i liberali e di democratici l’idea che il nuovo presidente

del consiglio avrebbe operato per ricondurre il paese sulla via della normalità. Sorse così il mito di un

mussolinismo positivo e benefico.

La maggioranza del gruppo parlamentare del partito popolare si dichiarò favorevole a sostenere il governo

di Mussolini e acconsentì anche alla collaborazione di alcuni suoi esponenti.

Furono gli stessi fascisti a parlare di una crisi del fascismo dopo la marcia su Roma, proprio a causa di

tensioni tra di loro. Il fascismo non era una creatura di Mussolini, ma era nato dall’aggregazione di vari

fascismi provinciali per iniziativa di alcuni ras, che non riconoscevano la sua autorità. Di fronte a questa

situazione Mussolini fece ricorso a due misure. Come presidente del consiglio si avvalse degli organi dello

stato, prefetti e polizia, per tentare di prevenire e arginare la violenza fascista e ridurre i ras all’obbedienza.

Come capo del partito fascista decise di modificare la struttura e le funzioni degli organi dirigenti del PNF e

di sottrarre ai capi locali il comando dello squadrismo.

La sua prima decisione fu l’istituzione di un nuovo organo dirigente, il Gran Consiglio del fascismo. Il primo

provvedimento preso da quest’organo fu di togliere le squadre al PNF e trasformare lo squadrismo on un

milizia volontaria per la sicurezza nazionale. La MVSN fu istituita con regio decreto il 14 gennaio 1923.

Fra i fattori principali che innescarono la crisi del partito fascista vi fu la valanga dei nuovi iscritti che

saltarono sul carro del vincitore dopo la marcia su Roma. Un’altra quota era formata dalle persone che

avevano pensato che fosse moralmente e patriotticamente giusto confluire nel fascismo, come

l’Associazione nazionalista italiana.

Durante il 1923 ebbe luogo il fenomeno del dissidentismo, che diede origine a gruppi fascisti autonomi, che

rivendicavano genericamente un ritorno al fascismo originario e avevano atteggiamenti di contestazione

verso gli organi dirigenti del PNF. I gruppi dissidenti ebbero vita breve.

I revisionisti, come Giuseppe Bottai e Massimo Rocca, sostenevano la funzione del PNF come partito di

governo, ma auspicavano in una riforma che lo liberasse dall’apparato e dalla mentalità militaresca. Le

giovani energie del fascismo dovevano invece impegnarsi nell’analisi dei problemi della cultura politica.

Bottai e gli altri intellettuali si riunirono intorno alla sua rivista Critica fascista.

Gli integralisti capeggiati da Farinacci erano assertori intransigenti del primato del partito e della funzione

rivoluzionaria del partito milizia. Dopo la conquista del governo, il fascismo doveva continuare la sua marcia

fino alla conquista integrale dello stato, cioè all’abbattimento del regime liberale e all’edificazione di uno

stato fascista. Nello stesso tempo volevano bloccare l’ingresso ai nuovi iscritti al partito per preservare la

massa originaria dei fascisti puri.

Mussolini cercò di barcamenarsi nella contrapposizione fra revisionisti e integralisti, avvalendosi, a seconda

delle circostanze e dei suoi fini, ora degli uni ora degli altri.

Pochi compresero che la creazione del gran Consiglio e l’istituzione di una milizia volontaria, che rendeva

permanente la forza armata fascista, erano i primi passi verso la trasformazione dello stato liberale in stato

fascista. I partiti antifascisti non furono in grado di coalizzarsi per resistere, mentre i partiti costituzionali

continuavano ad illudersi sulla diversità fra mussolinismo e fascismo e a parlare di “governo nazionale”.

La legge Acerbo aboliva il sistema proporzionale e introduceva il sistema maggioritario, che assegnava i due

terzi dei seggi alla lista di maggioranza relativa, con un quorum del 25%, mentre i seggi rimanenti erano

attribuiti alle liste di minoranza secondo il criterio proporzionale.

IV

il 25 gennaio 1924 fu emanato il decreto di scioglimento della camera e le elezioni politiche furono indette

per il 6 aprile 1924. Il partito dominante aveva mezzi e poteri legali e illegali per assicurarsi la vittoria. La

legge Acerbo aveva posto le condizioni per una maggioranza parlamentare precostituita. La strategia del

PNF nei confronti dei partiti che lo avevano aiutato a insediarsi al potere divenne chiara (“il partito fascista

respinge nettamente ogni proposta di alleanza elettorale”): porre tutti gli altri partiti in posizione

subordinata, agendo allo stesso tempo per favorirne il declino sia tramite la distruzione per azione

diretta, sia con l’assorbimento.

Il principale artefice e coordinatore di questa strategia d’azione contro i partiti era Michele Bianchi,

segretario del PNF e segretario generale all’Interno. Fu questa la sorte che toccò al Partito sardo d’azione,

che rappresentava il maggior ostacolo per l’insediamento nell’isola: la fusione avvenne il 26 aprile 1923.

La strada perseguita da Mussolini per disgregare il PPI fu, da una parte, l’azione diretta contro le sedi ed

esponenti locali, accusati di antifascismo, e dall’altra la pressione esterna esercitata tramite il Vaticano, con

il quale Mussolini avviò subito una politica di apertura.

Fin dal 30 dicembre 1922 Mussolini aveva dato personalmente l’ordine di arrestare tutti i delegati al IV

congresso dell’Internazionale a Mosca, fra i quali Bordiga e Gramsci: per effetto della repressione il numero

degli iscritti al PCd’I calò rapidamente. Altro bersaglio fu la stampa dei partiti antifascisti.

Molti notabili del liberalismo, come Salandra e Orlando e lo stesso segretario del PLI, si lasciarono

aggregare.

Visto il clima di violenze, il partito comunista, guidato da Gramsci, propose la tattica del fronte unico, ma la

proposta fu respinta da Matteotti, il quale temeva che un blocco dei partiti operai avrebbe precluso la via

ad un accordo con le forze democratiche borghesi (“il nemico è attualmente solo uno:il fascismo. Complice

involontario del fascismo è il comunismo”).

Le elezioni del partito dominante avevano portato alla camera una nuova classe politica in camicia nera,

che rappresentava anche la generazione delle trincee. Infatti, i dati più significativi della nuova camera

riguardano la maggiore rilevanza del combattentismo e del giovanilismo, che ovviamente erano anche i

caratteri distintivi dei dirigenti del PNF. I risultati elettorali erano per i fascisti una clamorosa conferma alla

pretesa del loro partito di essere considerato l’unico, autentico interprete della nuova Italia nata dalla

guerra.

Il 30 maggio Matteotti denunciò la violenze, le illegalità e i brogli commessi dai fascisti durante la campagna

elettorale. Il 10 giugno Matteotti veniva sequestrato e Ucciso. L’uccisione del deputato socialista

rappresentava l’episodio più grave di una lunga serie di aggressioni e omicidi. Il 13 giugno i partiti di

opposizione approvarono un ordine del giorno col quale deliberavano di astenersi dal partecipare ai lavori

della camera.

I partiti antifascisti, con la loro mozione, chiedevano la formazione di un nuovo governo che mettesse fine

al sistema di potere instaurato dal fascismo. Era evidente che la loro richiesta non poteva che essere rivolta

al re. Il quale, tuttavia, si trincerò nel rispetto formale del più rigido costituzionalismo.

Il delitto Matteotti fece vacillare effettivamente il potere fascista portandolo sulla soglia di una grave crisi

che avrebbe potuto travolgerlo: quattro ministri presentarono le dimissioni. Mussolini modificò allora

l’ordinamento del MVSN, per attenuare il suo carattere di milizia del partito, inserendola come parte

integrante delle forze armate dello stato.

Tuttavia,in questa situazione, l’integralismo fascista prese l’iniziativa di una rivincita, rilanciando la

mobilitazione dello squadrismo: la loro aggressività era alimentata, probabilmente, più che dalla certezza

della propria forza, dal timore di perdere il potere.

V

Fra i partiti che risentirono subito negativamente della loro relazione con il fascismo al potere fu il partito

popolare. Fin dall’inizio del 1923 Sturzo aveva sollecitato la convocazione del congresso nazionale per

discutere sull’atteggiamento verso il governo e soprattutto per difendere l’autonomia e l’identità del

partito. Sturzo si dimise il 20 maggio dalla direzione del partito; infine il 24 ottobre 1924, minacciato di

morte dai fascisti, fu persuaso dal cardinale di stato a lasciare l’Italia.. nello stesso tempo il partito subì un

processo di disgregazione interna, anche a seguito della legge Acerbo.

Ogni altra strada di opposizione al fascismo era preclusa al Partito popolare dalla legittimazione esterna

della Chiesa. I cattolici filofascisti il 12 agosto 1924 fondarono il centro nazionale cattolico.

Neppure di fronte al fascismo trionfante i socialisti riuscirono a rimanere uniti. La scissione dei riformisti dal

PSI, nell’ottobre 1922, aveva creato due partiti socialisti, che fino al 1930 non riuscirono a ritrovare ragioni

sufficienti per riunire le loro sparse energie contro il comune nemico.

Al IV congresso dell’internazionale, tenuto alla fine del 1922, fu decisa la riunificazione dei due partiti. Il

nuovo partito avrebbe assunto il nome di partito comunista unificato d’Italia. Ma nel PSI ci fu una rivolta

contro la fusione, animata da Nenni.

Il 14 gennaio, su iniziativa dello stesso Nenni, fu costituito un comitato nazionale di difesa socialista, per

sostenere l’autonomia del partito: il XX congresso fu interamente dominato dalla contrapposizione fra

defensionisti e fusionisti. Da allora furono completamente troncate le relazioni fra il PSI e il Comintern:

quest’ultimo iniziò una feroce campagna contro i dirigenti del partito, mentre questi accusavano il

Comintern di essere diventato solo uno strumento dello stato russo.

Tutta la vicenda della mancata fusione non fece altro che inasprire i rapporti tra massimalisti e comunisti.

Nella lotta contro il fascismo si era rafforzata nei socialisti riformisti la convinzione che il regime

parlamentare, le libertà civili e politiche dello stato liberale erano conquiste fondamentali anche per la

classe lavoratrice e bisognava salvaguardarle e consolidarle democrazia parlamentare come caposaldo

del socialismo.

La necessità di affermare il primato del partito e l’intransigenza antifascista si poneva per Matteotti

soprattutto nei confronti della CGdL. I dirigenti sindacali, corteggiati da Mussolini con offerte di

collaborazione governativa, apparivano talvolta troppo sensibili ad ascoltare la sirena mussoliniana. Alla

possibilità di far nascere un partito del lavoro, come una necessità del movimento operaio, fu osteggiata

tenacemente da Matteotti: la proposta, se accettata, avrebbe ridotto il partito a organo di

fiancheggiamento delle organizzazioni economiche.

Con la morte di Matteotti venne a mancare al PSU la principale energia organizzativa. Confidando nel

declino inevitabile del fascismo, Turati operò sempre nella prospettiva di una soluzione parlamentare.

Il PSU fu il primo partito antifascista ad essere sciolto nel 1925. Tuttavia, nel giro di poche settimane, per

iniziativa del gruppo disciolto, venne costituito un nuovo partito, il Partito socialista dei lavoratori, che

aveva come obiettivo di affrontare la lotta contro il regime fascista con la più recisa intransigenza.

Il regime fascista il 9 novembre 1926 decretò la soppressione dei partiti antifascisti.

Neppure il PRI fu risparmiato dal dramma delle scissioni. All’inizio del 1923, dopo il XVI congresso nazionale

tenuto a Roma, che aveva confermato una linea politica di intransigente antifascismo, erano usciti dal

partito i repubblicani, che avrebbero voluto un atteggiamento neutrale nei confronti del governo di

Mussolini. Dalla scissione sorse una Federazione autonoma della Romagna e delle Marche, che staccò dal

partito circa il 20 % delle sezioni e degli iscritti: le aggressioni fasciste e la repressione poliziesca

sembravano rafforzare l’impegno dei repubblicani nella lotta contro il partito dominante. I repubblicani

avevano intuito molto presto la vocazione totalitaria del partito milizia. L’antifascismo repubblicano

scaturiva direttamente e spontaneamente dallo loro intransigente opposizione alla monarchia.

Dalla tradizione dell’attivismo mazziniano, rinnovata dall’interventismo democratico, derivò la sua

ispirazione ideale l’associazione “Italia libera”, costituita nel 1923 per iniziativa di alcuni esponenti del PRI.

Era un movimento di ex combattenti sorto per contrastare l’atteggiamento di apoliticità filofascista assunto

dall’ANC dopo la marcia su Roma. Nonostante la matrice repubblicana, l’Italia libera intendeva essere un

movimento antifascista al di fuori dei partiti: patriottico ma antinazionalista e antimperialista.

I repubblicani furono tra i primi ad insorgere alla camera dopo il delitto Matteotti, accusando direttamente

Mussolini.

All’origine della crisi vi fu il dissesto sulla condotta politica dell’opposizione aventiniana. I principali

esponenti sostenevano la necessità dell’alleanza anche con altri partiti antifascisti, anche monarchici e

costituzionali, perché ritenevano che il primo obiettivo era abbattere il fascismo. Dissentivano i

repubblicani intransigenti, che ritenevano che la lotta al fascismo non poteva essere disgiunta dalla lotta

alla monarchia che lo aveva portato al potere. L’antifascismo non poteva solo opporsi senza pensare ad un

“dopo il fascismo”. Vi erano anche repubblicani che non escludevano il ricorso alla violenza contro il

fascismo.

Bergamo nel 1922 si era fatto promotore della costituzione di una corrente denominata Repubblica sociale

che aveva sostenuto la necessità di orientare il partito verso il proletariato e la lotta di classe.

Nato da una scissione, il partito comunista fu l’unico dei partiti organizzati che non subì ulteriori scissioni

dopo l’avvento del fascismo al potere, anche se fu travolto fa crisi acute, provocate dai contrasti con il

Comintern e Bordiga e Gramsci. Anche se il pcd’i era sorto dichiarando adesione completa

all’internazionale, i rapporti con il com’interno non erano affatto facili.

I primi contrasti erano sorti già durante il III congresso dell’internazionale (1921) quando i comunisti italiani

non avevano aderito alla tattica del fronte unico, ribadendo la posizione contraria alla fusione col PSI (il

massimalismo era una forma di opportunismo tanto pericolosa quanto il riformismo). Bordiga faceva

ricadere sul comintern la responsabilità di avere aggravato la crisi di efficienza e di organizzazione del

partito aggiungendo una crisi interna di direttive generali. Di fronte questo atteggiamento il comintern

reagì cercando di ricondurre Bordiga alla disciplina e allo stesso tempo sottraendo gli altri dirigenti alla sua

influenza. L’operazione contro Bordiga fu assecondata da Gramsci. Pur condividendo con lui una profonda

avversione per il massimalismo, il comunista sardo considerava l’opposizione bordighiana al Comintern un

atteggiamento gravemente lesivo dei principi fondamentali su cui si basava il partito.

Il contrasto fra Bordiga e il Comintern consentì a Gramsci di proporre la propria candidatura alla guida del

partito: lo accusò di aver modellato il partito secondo una visione accentratrice, una cerchia di funzionari.

La conquista delle masse proletarie doveva essere invece l’obiettivo principale.

Il primo passo di questa tattica fu la fondazione di un nuovo quotidiano chiamato non a caso l’Unita nel

febbraio 1924.

Bordiga tornò a ribadire la sua opposizione al Comintern nel V congresso, in cui sostenne che era

accettabile una fronte unito dal basso, non dall’alto. Bucharin lo accusò di essere un antimarxista, mentre

Zinovjev gli propose di entrare a far parte della direzione del Comintern, nel tentativo di ricondurlo alla

disciplina. Ma il suo rifiuto segnò la sua definitiva rottura con l’organo. Fu decisa la soppressione della

rivista di Bordiga, il Prometeo, per paura di frazionismi.

Impegnati a risolvere la loro crisi interna, durante il periodo dell’Aventino i comunisti si mantennero in una

posizione molto distaccata e critica nei confronti degli altri partiti secessionisti. Essi condannavano

l’Aventino per la sua inerzia legalitaria, mentre sarebbe stato necessario fare appello alle masse e

mobilitarle contro il fascismo. Nonostante ciò il 20 ottobre 1924 i comunisti proposero al comitato delle

opposizioni di formare un antiparlamento, che venne rifiutato. Tuttavia, il fatto di aver realizzato comunque

un’ampia coalizione di partiti rappresentava un evento straordinario: era la prima manifestazione di

un’unità antifascista.

Il più importante tentativo di rinnovamento del liberalismo fu compiuto da Amendola, con la creazione di

un nuovo e moderno partito della democrazia laica, un partito di massa che doveva conquistare i ceti medi

agli ideali e ai valori della libertà e mobilitarli contro il fascismo: il 16 giugno 1925 nacque l’Unione

nazionale. Con la morte di Amendola, il partito, dopo una brevissima esistenza, subì una rapida estinzione.

Negli ultimi mesi del 1924 Mussolini aveva fatto fatica a mantenere ansime la maggioranza parlamentare e

con grossi sforzi aveva tenuto a bada gli squadristi delle province e i fascisti integralisti, che ormai sfidavano

apertamente il duce, ma era deciso a rimanere al potere ad ogni costo. Il 31 dicembre migliaia di squadristi

si radunarono a Firenze e scatenarono un’ondata di violenze contro sedi, giornali ed esponenti antifascisti.

Dopo il 3 gennaio il fascismo imboccò definitivamente la strada per la realizzazione la trasformazione dello

stato e edificare lo stato fascista.

Fin dal 1924 era stato varato un decreto che restringeva drasticamente la libertà di stampa.

Contemporaneamente cominciava l’esilio di intellettuali e politici antifascisti perseguitati, tra cui Nitti,

Donati, Gobetti e Salvemini

VI

Nel periodo fascista fra il discorso mussoliniano del 3 gennaio 1925 e la fine del 1926 il fascismo attuò lo

smantellamento del regime parlamentare e pose le fondamenta dello stato a partito unico.

Il 1 maggio 1923 il Gran Consiglio aveva creato un gruppo di competenza per studiare i problemi della

riforma costituzionale. Con l’adesione al fascismo di Giovanni Gentile e di giovani filosofi e intellettuali della

sua scuola, il problema della trasformazione dello stato era stato più saldamente congiunto con il problema

della rigenerazione del popolo italiano: i vari abbozzi di stato erano tutti accumunati dall’avversione per la

democrazia. L’identificazione del fascismo con la nazione, le esaltazioni del partito fascista come unico

interprete e rappresentate della volontà nazionale, la discriminazione tra fascisti e antifascisti come

discriminazione tra casta di italiani e anti italiani costituivano una situazione nella quale il regime

parlamentare di fatto era stato già abolito.

Il 4 settembre Mussolini nominò una commissione di 15 membri con l’incarico di esaminare i problemi dei

rapporti fra potere legislativo e potere esecutivo, fra lo stato nazionale e i partiti, i sindacati, la stampa..

Quando il 5 luglio Gentile presentò a Mussolini le relazioni conclusive, le proposte irritarono il duce, perché

le riforme erano troppo modeste. Colui che pose fine al regime parlamentare fu Alfredo Rocco, nominato

ministro della giustizia il 5 gennaio 1925.

I membri del direttorio nazionale erano stati nominati dal consiglio nazionale del PNF nell’agosto 1924 e

furono tutti confermati il 12 febbraio 1925: erano in massima parte tutti esponenti del fascismo

integralista. L’interprete e l’artefice principale della nuova politica del PNF in quel periodo fu Farinacci,

nominato segretario generale del partito il 12 febbraio del 1925: criticò quotidianamente Mussolini per la

politica di coalizione. Il programma rivoluzionario del segretario del PNF era “legalizzare l’illegalismo

fascista, e fascistizzare tutti gli organi dello stato”.

Pur non essendo un uomo di cultura, Farinacci fece istituire l’istituto nazionale fascista di cultura e

promosse un convegno che si concluse con la pubblicazione del Manifesto degli intellettuali fascisti, redatto

da Gentile, con il quale si intendeva sfatare la leggenda di una pretesa incompatibilità tra intelligenza e

fascismo contro manifesto antifascista.

Farinacci impegnò il partito anche nel campo sindacale, appoggiando le rivendicazioni dei sindacati fascisti.

Contrastò ogni tentativo delle altre organizzazioni del fascismo di avere una propria autonomia, per

ricondurle sotto l’egida e il controllo del partito, come la milizia volontaria.

Farinacci e Mussolini concordavano sull’affermazione del primato del partito come detentore del

monopolio del potere politico, ma molti erano i motivi di divergenza, che resero alla fine incompatibile la

presenza di farinacci alla guida del PNF con la nuova politica di Mussolini dopo il 1926. Cultore della

violenza, voleva mantenere il partito sul piede di guerra, oltre che affermare il primato del partito stesso

anche nei confronti del governo e quindi dello stesso Mussolini diarchia tra governo e partito.

Il duce concepiva il partito come uno strumento della sua politica, sottoposto senza condizioni al suo

insindacabile comando. Farinacci rassegnò le dimissioni il 30 marzo 1926.

Il regime fascista cominciò a prendere forma con una serie di leggi, le leggi fascistissime, varate tra il 1925 e

il 1926: venne affermata la supremazia del potere esecutivo sul potere legislativo, la subordinazione dei

ministri e dello stesso parlamento al capo del governo, nominato e revocato dal re. Tutto il potere veniva a

concentrarsi così nelle mani di Mussolini.

La politica sindacale del fascismo prevedeva il riconoscimento giuridico dei sindacati da parte dello stato,

limitato ai soli sindacati fascisti; venne abolito il diritto di sciopero. Contemporaneamente il governo

procedeva a sottoporre a rigidi vincoli le associazioni di qualsiasi genere.

la legge vietava a tutti i funzionari, impiegati, agenti civili e militari di appartenere a società segrete. La

legge sulle associazioni che disciplinava la stampa periodica, e di fatto annullava la libertà di stampa, era il

preludio alla soppressione dell’opposizione antifascista.

L decisione di sopprimere i partiti dell’opposizione fu presa alla fine del 1926, con il pretesto dell’attentato

a Mussolini da parte di Zamboni misure di polizia, ordine di sparare contro chiunque varcasse

clandestinamente i confini, domicilio coatto, pena di morte contro attentati al re o al capo di governo.

Nel 1927 il capo della polizia Arturo Bocchini, per volontà di Mussolini, istituì un organo destinato alla

repressione delle attività antifasciste chiamato OVRA, operazione per la vigilanza e la repressione

dell’antifascismo.

Nel 1928 fu adottata una nuova riforma elettorale, elaborata dal Gran Consiglio. Il numero dei deputati era

fissato a 400 ed era compito del consiglio designare la lista dei candidati. La costituzionalizzazione del Gran

Consiglio avvenne il 9 dicembre 1928. In tal modo si raggiungeva un’altra tappa fondamentale nella

fascistizzazione dello stato, perché assicurava al partito fascista lo strumento costituzionale per continuare

l’opera di smantellamento dell’ordinamento statale fondato sullo statuto albertino.

L’11 febbraio 1929 vennero firmati i Patti Lateranensi, che avevano fatto guadagnare al regime fascista il

plauso della chiesa e quindi l’adesione di gran parte del clero e delle masse cattoliche.

Nel 1929 l’architettura del regime fascista era ormai definita nelle sue strutture fondamentali, realizzate

secondo il dogma mussoliniano: tutto nello stato, niente al di fuori dello stato, nulla contro lo stato.

VII

Tra il 1925 e il 1929 il partito fascista subì una trasformazione, ma non perse la sua identità di partito

milizia. Non disponeva di sufficienti risorse di capacità e di competenze per effettuare in tempi brevi una

fascistizzazione radicale dello stato e della società. Esso quindi dovette procedere con gradualità per

affrontare contemporaneamente tutti i problemi che vi si posero davanti.

Il fascismo autoritario era in realtà più nazionalista che fascista, tradizionalista più che rivoluzionario, fedele

alla monarchia e diffidente verso lo stesso Mussolini per la sua contraddittoria personalità. A questa

tendenza invece si contrapponeva il fascismo totalitario, che invece coincideva con il partito fascista ed

esprimeva i miti, gli ideali e le ambizioni di una nuova classe politica, combattenti sta e squadrista.

La concezione politica del fascismo totalitario era fondata sull’affermazione del primato della politica,

intesa come risoluzione totale del privato nel pubblico. La politica era un’esperienza integrale che

riassumeva in sé il significato e il fine dell’esistenza umana, che aveva il fine di trasformare la collettività in

una comunità totalitaria, unita da un’unica fede.

Nella seconda metà degli anni 30 il fascismo totalitario elaborò l’idea di una rivoluzione sociale

antiborghese, con accentuate tendenze anticapitalistiche, volendo dare maggiore concretezza al principio

della collaborazione fra classi. L’anticapitalismo non mirava all’abolizione delle classi e della proprietà

privata, ma intendeva coordinare e controllare lo sviluppo del capitalismo privato in funzione del primato

della politica e della potenza dello stato.. la campagna antiborghese additava come nemico non la

borghesia come classe sociale produttiva, ma la borghesia intesa come categoria morale, un ceto dominato

dal culto dell’individualismo.

La trasformazione del partito fu avviata da Augusto Turati, nominato dal gran consiglio segretario generale

del PNF il 30 marzo 1926. Turati era un fascista intransigente che credeva nel primato del partito e nella sua

funzione rivoluzionaria. Il fascismo aveva conquistato il monopolio del potere politico, ora il partito doveva

mutare la sua funzione da guerriera in pedagogica, assumendo come compito principale la formazione di

una nuova classe dirigente. La trasformazione richiese una drastica epurazione nel suo corpo sociale e

un’energica azione di riassestamento dell’organizzazione.

L’8 ottobre 1926 venne approvato dal gran consiglio del fascismo un nuovo statuto, con il quale il principio

del capo, istituito nel nuovo ordinamento costituzionale con la legge sul capo del governo, era introdotto

formalmente anche nel partito fascista (era l’antitesi dell’idea di Farinacci in quanto aboliva la democrazia

interna).

Statuto del PNF (1926): ha come obiettivo di realizzare la grandezza del popolo italiano. Le gerarchie del

PNF sono il duce, il segretario del PNF e il segretario del fascio di combattimento. Gli organi del PNF sono il

gran consiglio, il direttorio nazionale e il consiglio nazionale. Il gran consiglio è l’organo supremo ed è

costituito dal duce, dai ministri e i sottosegretari.

Sottoposto il PNF definitivamente al suo comando, Mussolini volle eliminare anche ogni conflitto di poteri

nelle province fra rappresentanti del partito e rappresentanti del governo, ribadendo che la più alta

autorità della provincia era il prefetto.

Dopo il 1925, l’affermazione del primato del duce ebbe uno sviluppo parallelo nell’ordinamento del PNF e

nell’ordinamento dello stato totalitario in costruzione: la qualifica di duce del fascismo assunse un carattere

istituzionale comparendo insieme alla qualifica di capo del governo. Intanto proseguiva l’erosione del

potere del re, tanto che alcuni giuristi posero il problema di un’abrogazione dello statuto Albertino e

l’esigenza di rielaborare una nuova costituzione. La personalizzazione del potere nella figura del duce non

rappresenta solo un fenomeno legato alla personalità di Mussolini, ma era anche lo sviluppo coerente di

una concezione della politica, del partito e dello stato che prevedeva, come suo elemento centrale e

fondamentale, la figura del Capo, secondo il principio del comando unico che il fascismo considerava

pilastro fondamentale dello stato totalitario. Il mito di Mussolini contribuì ad incrementare la dimensione

fideista e rituale nella politica di massa.

Nello stato totalitario, la politica di massa non aveva come fine l’emancipazione di una collettività, bensì

l’omogeneizzazione conformistica della mentalità dell’individuo e delle masse: acquistava quindi le

caratteristiche di una pedagogia totalitaria. Spettava soprattutto al PNF svolgere la funzione del grande

pedagogo delle masse. Una funzione specifica era assegnata ai fasci femminili. Il fascismo ostentò la sua

esaltazione della virilità maschile e il suo antifemminismo e riservò solo ai maschi l’attività politica,

confermando per la donna un ruolo subordinato, ma portò anche il modello di una donna nuova che

partecipava attivamente, pur entro i confini di una funzione assistenziale e pedagogica alla vita del partito.

La pedagogia totalitaria rivolgendosi indistintamente a tutti aveva un duplice scopo: favorire la

fascistizzazione delle masse e contribuire alla rivoluzione antropologica per la rigenerazione della nazione.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in sociologia
SSD:
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Crash_9009 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dei sistemi, dei partiti e dei movimenti politici e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Tarquini Alessandra.

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