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La nascita di nuovi stati parlamentari e l'avanzata della democrazia

La nascita di nuovi stati parlamentari e l’avanzata della democrazia negli stati esistenti non furono gli unici aspetti della rivoluzione politica dopo la grande guerra. Più di qualsiasi altro movimento rivoluzionario, il bolscevismo diede un potente impulso alla rivoluzione della politica, introducendo nuovi metodi di organizzazione e di lotta, un nuovo modello di partito e di stato. In uno dei più vasti e popolosi paesi del mondo, il partito bolscevico aveva dato inizio al primo esperimento di regime politico basato sulla dittatura di un partito unico, che si considerava il depositario e l’interprete di un’ideologia integralista e palingenetica, il realizzatore di una missione storica universale e l’avanguardia di una rivoluzione mondiale.

La III Internazionale e la politicizzazione delle masse

Nel 1919 a Mosca era stata fondata la III Internazionale con 21 condizioni, tra cui riconoscere l’internazionale come "organo" dirigente e allontanare i riformisti e i centristi, sostituendoli con i comunisti. Sull’esempio e sull’incitamento del partito comunista russo, i partiti comunisti sorsero ovunque. Fenomeno centrale nella rivoluzione della politica dopo la grande guerra fu l’ampliamento e l’intensificazione della politicizzazione delle masse. Insieme a queste nuove masse, fecero irruzione anche nuovi ideali, impregnati fortemente dell’esperienza della guerra e una propaganda martellante che aveva sacralizzato la nazione, ne derivò un’esaltata passionalità politica.

L'Italia e i movimenti nazionalrivoluzionari

L’Italia trovò un terreno fertile tra le masse. I movimenti nazionalrivoluzionari (futuristi, arditi, sindacalisti nazionali, fascisti, legionari, dannunziani) erano convinti che la grande guerra era stata l’inizio della rigenerazione della nazione. Il mito del bolscevismo infiammò il massimalismo socialista. Dal 1918 il massimalismo dominò incontrastato il partito socialista e pretese di trasformarlo in un partito rivoluzionario. Antonio Gramsci criticava il massimalismo per la sua aggressività retorica e per la sua impotenza pratica. L’immagine del nemico viene proiettata sulla figura dell’avversario politico, mentre essi* trasfiguravano se stessi nell’immagine degli eletti, militanti e combattenti al servizio di una missione storica militarizzazione e sacralizzazione della politica. Alla politica del parlamento venne contrapposta la politica della piazza.

La rappresentanza parlamentare e le elezioni del 1919

La più evidente conseguenza della rivoluzione della politica fu il radicale cambiamento della rappresentanza parlamentare. Con la legge elettorale politica, varata dal governo Nitti il 15 agosto 1919, era stato riconosciuto il diritto di voto a tutti i cittadini maschi che avevano compiuto il 21’ anno di età. Le prime elezioni del dopoguerra si svolsero in Italia il 16 novembre 1919, in una situazione agitata dalla crisi economica e dai problemi della smobilitazione, da violenti conflitti di classe, dall’agitazione rivoltosa di una sinistra massimalista e dalle dimostrazioni aggressive dei vari movimenti di ex interventisti e di ex combattenti, che protestavano contro la vittoria mutilata D’Annunzio, occupazione di Fiume. Larga parte dei ceti medi non si sentiva adeguatamente rappresentata dai partiti in competizione: ormai delusi dai tradizionali partiti della democrazia liberale e radicale, osteggiati dal partito socialista, diffidenti verso la nuova democrazia promessa dal partito popolare, che appariva troppo ombreggiata da influenze clericali.

Elezioni del 1921 e il cambiamento politico

La maggioranza dei seggi nella nuova camera fu conquistata dal partito socialista e dal partito popolare: esprimeva in larga maggioranza culture politiche alle quali il nazionalismo e il mito dell’esperienza della grande guerra erano del tutto estranei. Le elezioni per la XXVI legislatura si tennero il 15 maggio 1921, con Giolitti al governo, e in una situazione politica radicalmente cambiata dal riflusso della mobilitazione massimalista, dalla diminuzione dei conflitti sociali e dall’insorgere del movimento fascista, con l’offensiva della violenza squadrista contro le organizzazioni del proletariato. I blocchi nazionali promossi da Giolitti per unificare le forze della sua maggioranza, con adesioni che andavano dai fascisti ai riformisti di Bonomi, ottennero il 19,1% dei voti e 105 seggi. Poco dopo le elezioni Giolitti rassegnò le dimissioni. Il disegno giolittiano di realizzare una maggioranza parlamentare dei partiti costituzionali, inserendovi anche i fascisti, era fallito. Il declino dei liberali come classe dirigente era irreversibile.

I partiti liberali e la nascita del PLI

Ciò dipese dall’incapacità dei partiti liberali, democratici e laici di adeguarsi alla rivoluzione della politica. Un anno dopo, alla vigilia della marcia su Roma, vide infine la luce un partito liberale italiano, in un congresso che si tenne a Bologna dall’8 al 10 di ottobre 1922. Il nuovo PLI si proponeva di essere un’organizzazione moderna, nazionale e unitaria. Non ebbero migliori risultati gli sforzi fatti per ridare vitalità al partito radicale, che si era spaccato dopo lo scontro tra neutralisti e interventisti. L’iniziativa per formare un grande partito di democrazia radicale per i ceti medi e patriottici fu rilanciata il 9 agosto del 1921; finalmente in un congresso nazionale tenuto a Roma dal 27 al 29 aprile 1922, nacque il partito della democrazia sociale.

La struttura dei partiti di massa

Prigionieri della loro origine e natura clientelare, divisi dagli antagonismi personali, frazionati da correnti e scissioni, i partiti della democrazia liberale e della democrazia sociale rimasero in vita nell’ambito parlamentare. La dimensione quantitativa degli iscritti è un dato fondamentale che distingue un partito di massa da un partito di notabili. Ma un partito può essere definito di massa anche per la struttura della sua organizzazione e per le finalità che si propone, quando queste non rimangono circoscritte nell’ambito parlamentare e nell’attività elettorale. Il partito di massa è innanzitutto un’organizzazione politica istituzionalizzata, con uno statuto che ne definisce l’ordinamento e le finalità, un consiglio nazionale e una direzione centrale. Si basa su un’ideologia e su una cultura politica e svolge la sua attività non solo nell’ambito parlamentare. Può disporre di una propria rete di periodici.

L'avvento dei partiti di massa in Italia

L’avvento dei partiti di massa risale agli ultimi decenni dell’ottocento. In Italia i partiti di massa si svilupparono dopo la grande guerra, anche se il partito socialista e per certi versi anche il partito repubblicano, prima della guerra, presentavano caratteristiche tipiche del partito di massa. Ma è solo dopo il 1918 che anche in Italia si sviluppano e si affermano i nuovi partiti di massa, come il partito popolare, il partito comunista e il partito fascista. I nuovi regolamenti adottati in molti paesi per il funzionamento del parlamento attribuirono rilevanza giuridica e costituzionale alla presenza dei partiti. In Italia con il nuovo regolamento della camera dei deputati, approvato il 26 luglio 1920, istituiva i gruppi parlamentari sulla base dell’appartenenza politica dei deputati. Era nato insomma lo "stato dei partiti", nel quale i partiti politici sono organi indispensabili e fondamentali per l’espressione della volontà dei governanti.

La strutturazione interna dei partiti

Caposaldo dei nuovi partiti organizzati fu l’affermazione del primato del partito, attraverso il potenziamento del ruolo degli organi dirigenti centrali. Ciò era ritenuto indispensabile per assicurare al partito unità e conservazione della propria identità. Nei partiti di notabili il deputato si sentiva del tutto libero da qualsiasi disciplina di partito, rispondendo soltanto ai suoi elettori e alla nazione.

Statuti dei partiti italiani

Statuto del partito popolare italiano (1919): la direzione del partito delibera sulle proposte di candidatura politica e su quanto non è espressamente demandato al consiglio nazionale. Il gruppo parlamentare è costituito dai membri del parlamento iscritti al partito. Il segretario politico e la direzione del partito si tengono in contatto col gruppo parlamentare.

Statuto del partito socialista italiano (1919): la direzione rappresenta e guida il partito, decide su tutte le questioni importanti, dirige l’Avanti! e sul lavoro generale di propaganda, tiene continui rapporti col gruppo parlamentare socialista e con la confederazione del lavoro. I deputati socialisti al parlamento sono i mandatari politici del partito. I deputati al parlamento non possono avere altre cariche.

Statuto del partito comunista d’Italia (1921): il comitato esecutivo può sciogliere in ogni momento le sezione, le sezioni della provincia nominano in un congresso annuale il CE, il quale nomina il suo segretario, il comitato centrale nomina un comitato esecutivo di 5 membri. I deputati comunisti al parlamento sono costituiti in un gruppo parlamentare dal CE; il CC nomina il comitato direttivo del gruppo parlamentare, che dura un anno.

Statuto-regolamento del partito nazionale fascista (1921): il comitato centrale rappresenta l’organo dirigente del partito, determina l’azione e vigila sull’indirizzo politico e amministrativo dei fasci, prende misure disciplinari verso i propri membri e organi dipendenti, la direzione del partito deve vigilare sul funzionamento dell’organizzazione e ha l’obbligo di imporre la stretta osservanza di indirizzo politico. Il gruppo parlamentare costituisce la diretta rappresentanza politica del partito alla camera dei deputati.

Tensioni interne al PSI

Fino al 1922 nel PSI coabitarono in modo sempre più conflittuale una direzione massimalista rivoluzionaria e un gruppo parlamentare a maggioranza riformista. Al XIX congresso nazionale dell’ottobre 1922 i massimalisti chiesero l’espulsione dei deputati riformisti, fra i quali vi erano Turati, Treves e Matteotti, perché come gruppo parlamentare si erano dichiarati disponibili a sostenere un governo borghese. Il 4 ottobre i riformisti costituivano il partito socialista unitario.

Il partito popolare italiano e Luigi Sturzo

Luigi Sturzo si propose di fondare un partito aconfessionale, di radicale rinnovamento democratico dello stato esistente e secondo i principi cristiani necessità di un’organizzazione che fosse animata da un forte senso del partito come entità unica, disciplinata e autonoma. Sturzo non poteva non riconoscere, per quanto si dichiarasse aconfessionale, che la sua esistenza era comunque condizionata da una legittimazione esterna, cioè il consenso della chiesa.

Statuto del PSI e la centralizzazione

Statuto del PSI (1919): il PSI è una sezione dell’internazionale, lotta al capitalismo, instaurazione regime socialista. Nella corrente massimalista che aveva assunto la direzione del PSI nel 1918, la concezione del partito come organizzazione unitaria, governata da una disciplina ferrea era la conseguenza diretta dell’esempio della rivoluzione bolscevica. Il principio della centralizzazione fu ribadito dal XVII congresso tenuto a Livorno nel 1921.

Il partito comunista d'Italia e le differenze interne

Statuto del partito comunista d’Italia (1921): il PCd’I è una sezione dell’internazionale comunista, lotta al capitalismo, difesa lotta di classe, abbattimento violento del potere borghese. Ancora più intenso e rigoroso era il senso del primato del partito nei comunisti. Aderendo alle 21 condizioni poste dalla III internazionale, la frazione comunista uscita dal partito socialista al congresso di Livorno considerava obbligatoria per tutti gli iscritti la più stretta disciplina nella loro azione. Nei due principali fondatori, Bordiga e Gramsci, la concezione del partito, pur concordando nella dichiarazione di fedeltà alle condizioni poste dall’internazionale, non coincideva su alcune questioni fondamentali. Bordiga interpretava la funzione del partito come una forza meccanica, unicamente finalizzata all’abbattimento violento del dominio borghese e all’instaurazione della dittatura del proletariato. A questo scopo, il partito doveva essere ordinato secondo i principi della centralizzazione più assoluta e della disciplina più rigorosa. Anche Gramsci voleva costruire un partito omogeneo, coeso e fortemente disciplinato attraverso nuclei di fabbrica, di sindacato accentrati nel comitato esecutivo. Ma la sua concezione dell’unità e della disciplina era basata sull’idea di una continua osmosi fra il partito e la massa. Affidava al partito il compito pedagogico di educare le masse per plasmare una nuova umanità. Fu comunque Bordiga, segretario del partito fino al 1923 il principale artefice del nuovo partito. Figura centrale, nella struttura del partito comunista bordighiano, era il segretario della federazione, che operava come un fiduciario del comitato esecutivo.

Programma del PNF

Programma del PNF (1921): la nazione non è la semplice somma degli individui viventi, ma un organismo comprendente la serie indefinita delle generazioni di cui i singoli elementi sono transeunti. Lo stato è l’incarnazione giuridica della nazione. - Lo stato va ridotto alle sue funzioni essenziali di ordine politico e giuridico. Per conseguenza debbono essere limitati i poteri e le funzioni attualmente attribuiti al parlamento. Lo stato è sovrano: tale sovranità non può né deve essere intaccata o sminuita dalla chiesa. - Le corporazioni vanno promosse come espressione della solidarietà nazionale e come mezzo di sviluppo della produzione. Una legislazione sociale aggiornata alle necessità odierne specie per ciò che riguarda gli infortuni, la invalidità e la vecchiaia dei lavoratori. - va restaurato il prestigio dello stato nazionale e cioè dello stato che non assista indifferente allo scatenarsi delle forze che attentino materialmente e spiritualmente, ma geloso custode della tradizione nazionale, del sentimento nazionale, della volontà nazionale. - L’Italia riaffermi il diritto alla sua completa unità storica e geografica. Il fascismo non crede alla vitalità dei principi che ispirano la cosiddetta società delle nazioni, non crede alla vitalità e alla efficienza delle internazionali rosse, bianche o di altro colore, perché si tratta di costruzioni artificiali e formalistiche. - L’espansione commerciale e l’influenza politica dei trattati internazionali debbono tendere a una maggiore diffusione dell’italianità nel mondo. I trattati internazionali vanno riveduti e modificati. - Il fascismo riconosce la funzione sociale della proprietà privata la quale è un diritto e un dovere. - Il partito nazionale fascista propugna un regime che, spronando le iniziative e le energie individuali, favorisca l’accrescimento della ricchezza nazionale. - Ogni cittadino ha l’obbligo del servizio militare. L’esercito si deve avviare verso la forma della nazione armata. - Il fascismo in atto è un organismo: politico, economico, di combattimento. - il partito nazionale fascista è una milizia volontaria posta al servizio della nazione. Essa svolge la sua attività poggiando su questi 3 cardini: ordine, disciplina, gerarchia. Con la denominazione partito milizia non si intende definire solo le caratteristiche militaresche di partito. Esso incorporava nella sua stessa essenza e identità politica l’idea di essere una milizia armata di credenti e combattenti, uniti dalla fede in una ideologia integralista trasformata in religione politica, fondata sul mito della nazione. La militarizzazione e la sacralizzazione della politica erano elementi complementari nella concezione fascista del partito e nella sua definizione di identità. Diventando partito, il fascismo non perdette nessuna delle caratteristiche del movimento, che si identifica essenzialmente con lo squadrismo. Lo squadrismo era stata la forza originaria del fascismo ed era tuttora lo strumento della sua potenza: esso era anche una mentalità, una cultura politica, uno stile di vita, fondato sull’esaltazione della violenza, della virilità e di combattimento. “Il milite fascista riconosce soltanto doveri. L’ubbidienza per questa milizia volontaria deve essere cieca, assoluta e rispettosa”. Il fascismo aveva la pretesa di avere una condizione di diversità privilegiata. Nello stesso tempo, il partito fascista lanciava una pubblica sfida allo stato liberale dichiarando di essere pronto ad agire contro lo stato: “saremo con lo stato e per lo stato. Ci sostituiremo allo stato tutte le volte che esso si manifesterà incapace. Ci schiereremo contro lo stato qualora esso dovesse cadere nelle mani di coloro che minacciano e attentano alla vita del paese”. Dopo le dimissioni del governo di Bonomi (1922) fu il modesto Luigi Facta, giolittiano, a reggere il governo nella fase finale della crisi dello stato liberale. - Tutti sono arcistufi delle masse e dei loro governi; si pensa che le masse non possano governare le masse; si crede che i pochi valgano più dei molti. - Il fascismo è reazionario nei confronti del socialismo, ma è rivoluzionario nei confronti dello stato liberale e del liberalismo, in quanto vuole ridurre lo stato alle sue funzioni necessarie. Lasciamo andare il termine borghesia e proletariato, che non corrispondono a nessuna realtà concreta sociale. Non è un paradosso affermare che i rivoluzionari possono stare oggi a destra e i reazionari a sinistra. - La democrazia ha esaurito il suo compito. Prima fra le altre l’ideologia del progresso. I fascisti reclamavano il potere con sempre maggior arroganza, proclamando di essere la nuova aristocrazia contro il nemico interno. Per tutta l’estate e l’autunno del 1922, fino alla marcia su Roma il fascismo proseguì la sua offensiva violenta contro avversari politici e contro i rappresentanti dello stato, mentre lo stato confessava la sua impotenza. Qui è la stoltezza dello stato liberale: che da la libertà a tutti, anche a coloro che se ne servono per abbatterlo.

Mussolini e la marcia su Roma

Il 29 ottobre Mussolini fu convocato a Roma dal re per ricevere l’incarico di formare il nuovo governo. Il giorno successivo il governo era già costituito. Il 31 i fascisti sfilarono per le vie di Roma, in parata trionfale. Il 16 novembre Mussolini presentò alla camera il governo per chiedere la fiducia (ottenuta a larga maggioranza). Tutti i partiti della sinistra votarono contro. L’evento segnò il consolidamento del potere fascista, inaugurando un lungo periodo di regime autoritario in Italia.

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Scienze politiche e sociali SPS/02 Storia delle dottrine politiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Crash_9009 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dei sistemi, dei partiti e dei movimenti politici e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Tarquini Alessandra.
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