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Introduzione

Nel primo decennio del dopoguerra, il PCI obbligava i suoi militanti a narrare pubblicamente o a scrivere la propria autobiografia. Gli autori di esse erano “semicolti”, cioè alfabetizzati ma privi di una competenza completa di scrittura. La loro lingua è l’italiano popolare, ovvero un italiano imperfettamente acquisito da chi ha per madrelingua il dialetto. I testi venivano commissionati ai militanti nell’ambito del progetto pedagogico che caratterizzava il “partito nuovo” immaginato da Togliatti nel dopoguerra. L’identità politica dei militanti comunisti era costruita in gran parte sul mito di Stalin e dell’Unione Sovietica.

L’immagine dell’URSS sta all’incrocio di due temi della tradizione cristiana tra loro connessi: una visione millenaristica, fondata sull’attesa della società liberata, e una visione messianica, dove il compimento della palingenesi è delegato a figure storiche trasferite su un piano metastorico. Stalin aveva subito questa trasposizione nei sogni dei militanti fra gli anni trenta e cinquanta.

Secondo Ernesto Di Martino, la possibilità per ciascuno di stare positivamente nel mondo, di affermare la propria presenza, è legata all’ethos del trascendimento, cioè lo sforzo dell’uomo di distaccarsi dalla condizione naturale attraverso la progettazione e la realizzazione di opere e azioni in forma comunitaria. La religione è intrecciata in vario modo alla scrittura dei militanti comunisti: costituisce il presupposto della pratica autobiografica, per le analogie morfologiche e le connessioni storiche con la confessione; emerge in forme più o meno palesi nelle letture che hanno maggiormente contribuito alla formazione politica; è uno dei temi sui quali si concentra maggiormente l’attenzione del committente, la cui preoccupazione di verificare i rapporti con la Chiesa determina un forte autocontrollo da parte dei narratori.

Si tratta di capire come la religione abbia condizionato in senso “conservatore”, attraverso una visione del mondo consolatoria e attendista, i partiti che perseguivano un progetto di trasformazione sociale, e come, al contrario, abbia agito in senso “progressista”, consentendo al “bisogno e all’aspirazione di rinnovamento socio-culturale ed esistenziale espressi dal millenarismo, dal messianesimo e dalla concezione lineare del tempo introdotta dal cristianesimo di risolversi nell’azione.

I racconti dei militanti offrono tracce significative di una sovrapposizione fra queste due condizioni; il modello autobiografico, con la sua disposizione permanente alla discolpa, ha le sue origini nelle Confessioni di Sant’Agostino.

Jan Assmann e la memoria

Jan Assmann afferma l’esistenza di due memorie: una comunicativa (informale, quotidiana) e una culturale (cerimoniale, istituzionalizzata). L’elemento distintivo del PCI è nell’assimilazione della memoria comunicativa da parte di quella culturale, ovvero nell’estensione del controllo sulla memoria quotidiana attraverso l’instaurazione di una ritualità permanente e la legittimazione di funzionari delegati ad amministrare la memoria individuale. Solo la fine del PCI ha comportato l’abbandono della politica del ricordo.

Prologo

Educare alla politica: attorno alle parole di una giovane allieva della scuola del PCI di Bologna si aggrovigliano i nodi e le contraddizioni della pratica autobiografica adottata dal partito nel primo decennio del dopoguerra: la necessità del ricordo e il desiderio della rimozione, le differenti possibilità espressive dell’oralità e della scrittura, l’autocensura, la tensione tra spontaneità e coercizione.

L’istituzione di scuole centrale è decisa dal V Congresso del Komintern nel 1924; nel 1944 il PCI predispose le prime scuole (la più importante a Bologna).

La sveglia era per tutti alle 7; seguiva la rassegna stampa tenuta a turno dagli allievi; poi una lezione, lo studio individuale, la discussione in gruppi e ancora una seduta collettiva per trarre le conclusioni. Economia, storia e politica erano le materie trattate. Il rientro obbligatorio era alle 10 di sera e tutti erano tenuti a turno a garantire i servizi di distribuzione dei pasti, pulizia e vigilanza notturna.

Gli allievi della scuola erano in maggior parte operai e contadini il cui livello di scolarizzazione raramente superava quello della scuola elementare.

Alfabetizzazione politica e disciplina dei comportamenti: questi i fondamenti pedagogici della scuola dalle parole di Togliatti, che determinarono il successo del 1946 con due milioni di iscritti. Un successo, però, che amplificava la contraddizione fra il partito di massa e il centralismo, tra l’ingresso nella politica attiva di centinaia di migliaia di persone e il carattere di subordinazione della loro militanza.

Rituali dell’oralità

La narrazione pubblica non fungeva da strumento di conoscenza reciproca, ma trasformava l’aula scolastica in un tribunale che aveva il compito di emettere sentenze, un tribunale dove era conveniente mettere in campo strategie di difesa prima ancora che venissero riformulate le accuse (una delle più frequenti, bollata come “residuo borghese”, è l’individualismo).

Si trattava quindi di un esame di coscienza pubblico che doveva necessariamente concludersi con una serie di adempimenti rituali: l’ammissione di difetti da correggere, il riconoscimento del partito come strumento fondamentale per il processo di maturazione politica e l’impegno ad adoperarsi nel futuro per la realizzazione dei propositi enunciati alla scuola.

A turno gli ascoltatori diventavano narratori, da inquisitori inquisiti, e questo scambio di ruoli alimentava un’abitudine al controllo reciproco, non gerarchico ed esercitato da eguali.

L’autobiografia orale era infatti parte integrante di una pratica denominata critica e autocritica, che doveva essere diffusa ad ogni livello nel partito fino a diventare uno strumento pervasivo destinato ad incidere anche sul piano psicologico e a costituire la misura dei rapporti interpersonali e della vita privata (gli autori definivano la pratica un’arma potente, grande, formidabile; lo stesso Stalin la riteneva utile per andare avanti e migliorare i rapporti fra le masse e i loro capi).

La critica e l’autocritica setacciavano, classificavano, giudicavano l’intero percorso biografico e sancivano il pieno controllo del partito sulla militanza e sulla vita privata. Ma, al tempo stesso, il racconto dinanzi ai propri compagni era per la maggior parte dei militanti il primo riconoscimento pubblico della dignità della propria vita, il riscatto dall’anonimato associato ad una condizione sociale marginale, l’affermazione della propria individualità all’interno di un gruppo e, grazie a esso, della società intera. L’autobiografia orale metteva in scena questa ambivalenza.

Esame critico di vita

Si tratta di un esame critico di tutta la propria vita: ambiente sociale da cui si proviene, influenza dei genitori e degli amici, esperienze di vita, legami col Partito e con la classe operaia; si realizza, insomma, collettivamente, quell’“inventario”, quel “conosci te stesso” di cui parla Gramsci. Azzali traccia un parallelismo con le pratiche religiose: il cattolico si confessa al suo confessore privato; l’allievo comunista si confessa alla collettività. In particolare vi è una sovrapposizione delle domande sottoposte agli aspiranti gesuiti per la Compagnia e quelle del questionario PCI (es: se si sono mai seguite linee differenti rispetto a quella attualmente guida).

Se la confessione generale dei gesuiti “sconfinava nell’autobiografia”, l’autobiografia del PCI sconfinava nella confessione.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Gerson Maceri di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Genova o del prof Franchini Giuliana.
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