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Cos'è la storia

Iniziamo questo percorso spiegando, per chi non lo sapesse, cos’è la storia. La storia è una disciplina che ricostruisce il passato rifacendosi a delle fonti che possono essere: fonti documentarie (cioè di archivi), fonti a stampa (cioè di diari o giornali), fonti iconografiche (cioè manifesti o film), fonti orali (testimonianze dirette).

Ricostruzioni storiche

Le ricostruzioni storiche avvengono studiando la “dimensione temporale” con 4 elementi: periodizzazione, evento, congiuntura e struttura o lungo periodo. La periodizzazione è una scansione personale attribuendo etichette come “il decennio”, “il millennio”, ecc. L’evento è un fatto che possiamo individuare con una data precisa. La congiuntura è un periodo circoscritto, quindi non preciso come l’evento, che dura qualche decennio (ad esempio la crisi del ‘29). La struttura, o lungo periodo, sono aspetti del passato che durano molto tempo, un esempio è il ruolo della donna nel corso dei secoli.

Il periodo da considerare: il '900

Il periodo che andremo a prendere in considerazione è il ‘900. Siamo ancora molto legati a questo secolo, tant’è che festeggiamo eventi come il 1° maggio; 25 aprile; 2 giugno. Hobsbawm nel 1991 pubblicò un libro dal titolo “Il secolo breve” in cui omogeneizzava il ‘900 come periodo che va dal 1914 (rivoluzione russa) al 1989 (crollo del muro di Berlino). Viene visto anche come il “secolo delle ideologia”, ha visto infatti la nascita del comunismo, dello stalinismo e del nazismo; oppure come il “secolo delle masse” rifacendosi alle grandi guerre o alla nascita del consumismo.

La grande guerra

Fu il primo evento globale del ‘900 e causò più di 9 milioni di morti. La maggioranza della popolazione coinvolta era formata da contadini o studenti. In un periodo già colmo di tensioni politiche ed economiche, in Europa, la causa materiale della guerra è attribuita all’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando, 28 giugno 1914 a Sarajevo. Pochi giorni dopo seguì l’ultimatum dell’Austria alla Serbia.

In realtà erano vive già da tempo diverse tensioni, di natura economica, tra le varie potenze europee: Austria e Russia, Francia e Germania, Germania e Inghilterra. La Germania in particolar modo soffriva di un complesso di accerchiamento. C’è poi il secondo motivo d’attrito, legato al problema della nazionalità irredente: qui è opportuno distinguere il concetto di nazionalismo e nazionalità. Il nazionalismo è la volontà di una nazione di espandersi a discapito delle altre (ad es. la Germania). La nazionalità (irredente) è quella condizione in cui sono quelle nazioni non ancora indipendenti e che sono governate da altri stati (come era l’Italia nel risorgimento). Questo voler essere indipendenti a livello nazionale porta il nome di nazionalità irredente.

Le tensioni tra Francia e Germania nascevano dalla guerra franco-prussiana del 1870 in cui la Francia aveva perso due regioni: l’Alsazia e la Lorena. Così in Francia si sviluppa un forte senso di rivincita antitedesco. Dall’altra parte, in Germania, c’era una prospettiva nazionalistica che si affermava con un’esasperata corsa agli armamenti e il dominio che, a tutti i costi, la Germania voleva avere sui mari che inevitabilmente la portava a scontrarsi con l’Inghilterra.

Ritornando all’ultimatum austriaco alla Serbia… la Serbia forte dell’appoggio offertoglidalla Russia non accetta l’ultimatum. La Russia nei giorni seguenti cominciò la mobilitazione delle forze armate, mobilitazione che non solo venne interpretata come iniziazione delle procedure di guerra, ma anche come atto di ostilità. La mobilitazione venne fatta su tutto il confine Austro-Ungarico. La Germania, stizzita da ciò, il 31 luglio 1914 invia un ultimatum alla Russia, intimandogli l’immediata sospensione dei preparativi bellici. L’ultimatum non ottenne risposta e, il 1 agosto 1914 la Germania dichiara guerra alla Russia. Nello stesso giorno la Francia, che era alleata alla Russia, mobilita le proprie forze armate.

È opportuno qui fare un passo indietro e premettere che “la triplice alleanza” aveva solo scopo difensivo e non offensivo, obbligava quindi gli stati alleati ad intervenire solo in caso di attacco nemico. Visto che era stata l’Austria a dichiarare guerra l’Italia poteva dichiararsi neutrale. Nel frattempo Francia, Inghilterra e Russia si alleano formando “la triplice intesa”. I tedeschi credevano in una guerra lampo, basavano infatti la loro strategia militare (piano Schlieffen) sulla rapidità e la sorpresa. Il piano prevedeva un attacco massiccio alla Francia attraversando il Belgio, paese neutrale, dopo di che si sarebbe occupata della Russia. Il 4 agosto 1914 la Germania invade il Belgio, questo gesto che scosse tutta l’opinione pubblica europea, determinò l’entrata in guerra dell’Inghilterra, che il 5 agosto 1914 dichiara guerra alla Germania.

La guerra lampo, che inizialmente fu leggermente sottovalutata da tutti i capi politici dei vari stati, divenne un conflitto d’usura che si consumava lentamente tra le trincee, e questo proprio a causa delle nuove tecnologie che non consentivano più all’uomo di muoversi e compiere atti eroici, ma lo vedevano immobile dietro la trincea a premere il grilletto. Gli eserciti contavano moltissimi uomini, mai si erano visti eserciti così grandi e così equipaggiati. Potevano contare su: mitragliatrici, fucili a ripetizione, cannoni, aerei e carri armati.

In un primo momento l’attacco tedesco a nord-est della Francia mise il nemico in difficoltà costringendolo alla ritirata fino alla Marna. Sempre i tedeschi, sul fronte orientale, sconfiggevano i russi nelle grandi battaglie di Tannenberg e dei laghi Masuri. Ma improvvisamente i francesi, il 6 settembre 1914 lanciarono un terribile attacco proprio sulla Marna, fermando i tedeschi. Fu in questo momento che la Germania vedeva il suo progetto di guerra lampo fallire, e da qui la guerra diventa una guerra di “stallo” o guerra di trincea.

Il conflitto si allargava a macchia d’olio e le potenze minori cominciano a schierarsi con quelle maggiori: il Giappone si allea con l’Inghilterra, dichiarando guerra alla Germania e impadronendosi di alcuni possedimenti tedeschi in estremo oriente. La Turchia, legata alla Germania da un trattato segreto, interviene invece a favore degli imperi centrali. L’Italia entrerà in guerra solo nel maggio del 1915, a favore dell’intesa.

L'Italia nella prima guerra mondiale

L’Italia entra nel conflitto dieci mesi più tardi. Allo scoppio della guerra, il 2 agosto 1914. Il governo presieduto da Antonio Salandra aveva infatti dichiarato la “neutralità”, decisione che in un primo momento aveva messo d’accordo tutte le diverse forze politiche del paese. Successivamente però si affacciò l’idea di un necessario ingresso in guerra, contro l’Austria, rivendicando Trento e Trieste.

I gruppi di sinistra: repubblicani, ex garibaldini, radicali, socialriformisti e alcune frange del movimento operaio erano per lo più interventisti, insieme ai nazionalisti di destra. Tra gli interventisti vi erano due differenti opinioni: l’interventismo democratico (volevano l’Italia al fianco della triplice intesa completando l’opera rinascimentale) e l’interventismo nazionalista (promosso da intellettuali come D’Annunzio, volevano l’Italia in guerra per potersi espandere). I gruppi liberal-conservatori si avvicinarono più lentamente, e solo in parte, alla causa dell’intervento. Infatti l’ala più consistente dei liberali, quella a cui faceva capo G. Giolitti, era profondamente neutralista. Giolitti intuiva che la guerra sarebbe stata lunga e logorante e non riteneva il paese pronto ad affrontarla.

Il mondo cattolico era invece profondamente ostile alla guerra, l’allora papa Benedetto XV assunse un atteggiamento pacifista. Gli unici che fin da subito ebbero una posizione fermamente contraria ad un ingresso in guerra furono i partiti del PSI (Partito Socialista Italiano) e la CGIL. Mussolini, all’epoca socialista, si schierava dunque per una neutralità assoluta ma, in un secondo momento accoglierà la causa interventista. È importante notare che, in termini di maggioranza e forza parlamentare, e di peso nella società, i neutralisti erano in netta maggioranza. L’unica cosa da notare è che il peso interventista riguardava la media borghesia e le fasce più elevate della società, nonché gli intellettuali.

In autunno 1914 Salandra e Sonnino, senza coinvolgere il parlamento, allacciano contatti segretissimi con l’intesa firmando il 26 aprile 1915 il Patto di Londra, col solo avallo del re. Il Patto di Londra vedeva l’Italia schierata al fianco di Inghilterra, Francia e Russia. In caso di vittoria avrebbe ottenuto il Trentino, il Sud Tirolo, la Venezia Giulia e la penisola istriana eccetto Fiume, una parte della Dalmazia con isole adriatiche. Il 24 maggio 1915 l’Italia entra in guerra contro l’Austria e la Germania.

Le battaglie sono subito estremamente sanguinose, specie lungo il fiume Isonzo. Cadorna, al comando dell’esercito, non riesce bene a coordinare le nuove armi e utilizza schemi d’attacco tipici delle guerre dell’800. La sua condotta gli costa gravi perdite a Gorizia.

Nel frattempo i tedeschi attaccano la piazzaforte francese di Verdun, nel febbraio 1916, la battaglia stremò i francesi, ormai erano a corto di risorse, che tuttavia resistettero fino all’arrivo degli inglesi. Qualche mese dopo, nel giugno 1916, gli austriaci sferrano un duro attacco agli italiani con un'offensiva a sorpresa chiamata “Strafexpedition” (letteralmente: spedizione punitiva contro l’antico alleato traditore). L’esercito italiano riuscì a fermarla lentamente sugli altipiani di Asiago e a contrattaccare.

L'anno della svolta: 1917

Per due anni e mezzo la situazione fu di completo stallo, dal punto di vista tecnico infatti la vera protagonista di questa guerra fu la trincea. Il 1917 fu l’anno della svolta, due episodi sconvolsero il conflitto: l’uscita della Russia dalla guerra per problemi interni e l’ingresso in guerra degli Stati Uniti. L’episodio che portò quest’ultimi ad entrare in guerra fu l’attacco da parte di un sommergibile tedesco alla nave Lusitania che trasportava civili. Così Wilson, presidente degli Stati Uniti, sostenitore delle forze democratiche, opta per un ingresso in guerra al fianco di Francia e Inghilterra. Nel frattempo la Germania ne approfittò per entrare nel territorio russo e trasportare così forti contingenti di truppe sul fronte occidentale.

Per l’Italia il 1917 fu l’anno più difficile della guerra, le gesta di protesta e ammutinamento dileguati negli eserciti delle altre nazioni raggiunsero anche il fronte italiano, logorato ormai dalla guerra di trincea. A Torino fra il 22 e il 26 agosto di quell’anno ci fu una forte protesta scaturita dalla mancanza di pane, la protesta divento una sommossa operaia. In questa situazione di fragilità per il paese le truppe austro-ungariche ne approfittarono per infliggere un duro colpo all’Italia a Caporetto (26 ottobre 1917). Un armata austriaca rinforzata da sette divisioni tedesche, provenienti dal fronte occidentale, attaccò le linee italiane sull’alto Isonzo sfondando nei pressi del villaggio di Caporetto.

Utilizzando la tattica “dell’infiltrazione” i nemici penetrarono fino in Friuli. Dopo Caporetto il generale Cadorna fu sospeso dal suo incarico e sostituito da nuovo generale A. Diaz. La disfatta di Caporetto era infatti causata da una serie di errori nei comandi. Paradossalmente quell’episodio diede al paese la forza e la motivazione per un contrattacco italiano, la ritirata sul Piave aveva infatti procurato un accorciamento del fronte che aveva ricompattato l’esercito. Diaz inoltre migliorò le condizioni di vita dei soldati sul fronte, ponendo più attenzione al loro lato umano, ed attivando un servizio di propaganda per motivare le truppe.

La Russia e gli Stati Uniti nel conflitto

Nel frattempo in Russia, fra il 6 e il 7 novembre 1917, un’insurrezione bolscevica rovesciava il governo provvisorio lasciando il potere a Lenin il quale decise velocemente di uscire dalla guerra, firmando l’armistizio (pace di Brest-Litovsk) con i tedeschi e accettando le dure condizioni che quest’ultimi gli imposero. La guerra prendeva sempre più un’impronta “ideologica” come sosteneva anche il presidente Wilson che, dopo l’ingresso in guerra degli Stati Uniti proponeva l’istituzione di un nuovo organismo internazionale: La Società delle Nazioni, per assicurare il mutuo rispetto delle norme di convivenza tra i popoli.

L’opinione pubblica accolse a braccia aperte quest’idea di Wilson mentre i governanti degli imperi centrali non la condividevano affatto, vincolati dal raggiungimento dei loro obiettivi di guerra. Nel 1918 la Germania raccolse le forze per sferrare l’ultimo attacco alla Francia, l’esercito tedesco arrivò di nuovo alla Marna superandolo ed arrivando quasi a Parigi, la città era sotto il tiro dei cannoni tedeschi a lunga gittata. Gli austriaci intanto erano impegnati a combattere contro l’esercito italiano sul Piave. Sia l’offensiva tedesca che quella austriaca vennero però respinte dalle forze dell’intesa, che alla fine di luglio passavano al contrattacco.

Nella battaglia di Amiens (8-11 luglio 1928) i tedeschi subirono la prima grave sconfitta, da quel momento cominciarono ad arretrare lentamente. Il compito di firmare l’armistizio venne lasciato agli organi politici tedeschi, i primi d’ottobre si era infatti formato in Germania il “nuovo governo di coalizione democratica” una sorta di governo provvisorio post conflitto. Il 24 ottobre 1918 gli italiani vincevano gli austriaci lungo il Piave, nella battaglia di Vittorio Veneto, ed il 3 novembre 1918 firmavano a Padova l’armistizio.

L’11 novembre 1918 viene invece firmato “l’armistizio di Rethondes” che sanciva la fine delle ostilità tra Francia e Germania, imponendo a quest’ultima condizioni durissime. I vari trattati di pace vennero siglati a Versailles il 18 gennaio 1919. Si doveva ridisegnare la carta politica del vecchio continente applicando i principi di nazionalità di cui parlava Wilson, ma era un’impresa ardua in un paese popolato da gruppi etnici spesso intrecciati come l’Europa.

Il dopoguerra e la nuova geografia politica

Il contrasto fra ideale di pace democratica e ideale di pace punitiva emerse fortemente, il principio di nazionalità di Wilson non puniva a dovere le potenze sconfitte. La Germania si salvò dalle limitazioni territoriali (la Francia voleva infatti il possesso dei territori che andavano fino al Reno, ma gli Stati Uniti e l’Inghilterra non lo permisero) ma dovette rispondere ad altre importanti clausole economiche e militari più importanti; con l’obbligo di risarcire i danni economici causati dalla guerra, abolizione della leva militare, indebolimento dell’esercito e rinuncia della marina. L’aspetto geopolitico dell’Europa è fortemente cambiato al termine della prima guerra mondiale, scompaiono ben quattro imperi:

  • L’impero austro-ungarico andò incontro alla dissoluzione e l’Austria divenne indipendente sotto però la tutela della Società delle Nazioni. L’Ungheria perse tutte le regioni slave. L’assetto dei Balcani fu completamente rivisto.
  • Le forze vincitrici imposero l’annullamento del trattato di Brest-Litovsk e non riconobbero la Repubblica Socialista nata in Russia. Ai confini della Russia vengono creati degli “stati cuscinetto” (Estonia, Lettonia e Lituania) per evitare che il comunismo si potesse diffondere e per limitare geopoliticamente la Russia.
  • L’impero turco, per via della crisi.
  • Il reich tedesco, per la rivoluzione politica interna.

All’Italia, in caso di vittoria, spettavano i territori sanciti nel patto di Londra; tuttavia a Versailles in virtù dei principi di nazionalità di Wilson gli vennero riconosciuti solamente Trento e Trieste, la Dalmazia venne concessa alla Jugoslavia. La scelta fatta a Versailles non soddisfava affatto la scena politica italiana, tant’è che si parlò di “vittoria mutilata”. Perciò D’Annunzio, insieme a dei soldati legionari, occupò la città di Fiume. Poiché la Dalmazia, per il principio di nazionalità andava alla Jugoslavia, Fiume per lo stesso principio doveva andare all’Italia. Ad assicurare il rispetto dei trattati e la salvaguardia della pace avrebbe dovuto provvedere la Società delle Nazioni.

La guerra totale

Perché si parla di guerra totale? Si parla di una guerra totale perché il coinvolse e lasciò ripercussioni su molteplici aspetti, tra cui anche quelli sociali. Cambiò sicuramente i rapporti politici ed economici, nacque un collegamento tra quello che succedeva al fronte e l’economia interna poiché nel periodo di conflitto si sviluppò una forte economia basata sulla produzione di industria bellica, alcuni settori crebbero (industria bellica, siderurgica tessile e meccanica) altri andarono in crisi.

Cambia il ruolo dei giovani e delle donne. I primi sono colpiti dalla forte propaganda, servono per ricomporre le file dell’esercito e subiscono già nelle scuole un’educazione di stampo belligerante che divinizzava la guerra e l’idea di patria. Le donne, per far fronte al mantenimento della famiglia, prendono il posto degli uomini impegnati al fronte, nei mestieri. Alcune di esse vengono persino impiegate in fabbrica, lavoro considerato prettamente maschile. Diventano più emancipate ed indipendenti. Per le donne la guerra significò da un lato paura e preoccupazione ma dall’altro liberazione.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher aleri90 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma Tor Vergata o del prof Ceci Lucia.
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