LA RIVOLUZIONE FRANCESE
La rivoluzione francese è quell’avvenimento storico che segna la fine dell’età moderna e l’inizio dell’età contemporanea. Essa
ebbe inizio nel 1789 e si concluse definitivamente nel 1799 con l’abolizione dell’assolutismo e la nascita della repubblica di
Francia.
Prima di analizzare le diverse tappe di questa decennale rivoluzione è importante evidenziare la situazione politica, economica e
sociale presente in Francia appena prima del suo scoppio. A riguardo va detto che nel 1789 la Francia aveva ancora la struttura
sociale e politica tipica dell’ancien regime; la forma di stato era la monarchia assoluta e la società era divisa in tre distinti ordini:
La nobiltà: era la classe dominante della società per ricchezza e prestigio; essa, composta sia da nobili di sangue, sia da nobili
• di toga, cioè da magistrati e da altri funzionari di recente nobilitazione, aveva il monopolio delle cariche pubbliche e numerosi
privilegi economici e fiscali
Il clero: era composta dagli uomini di chiesa divisi in alto e basso clero ed anch’esso godeva di notevoli privilegi
• Il terzo stato: era la classe sociale più numerosa; essa raccoglieva indistintamente tutti i francesi che non erano ne nobili ne
• ecclesiastici e in particolare i contadini, il proletariato urbano, la bassa borghesia dei proprietari terrieri e degli artigiani, la
borghesia media delle professioni e della cultura e l’alta borghesia dei commerci, delle manifatture e delle finanze. Esso era
l’ordine più basso della gerarchia sociale e su di esso gravava il peso fiscale dello stato nonché i diritti e i privilegi della nobiltà
e del clero.
La situazione economica del paese non era poi delle migliori; il pessimo raccolto agricolo del 1788 aveva infatti determinato un
improvviso aumento del prezzo del frumento e di conseguenza del pane, aumenti questi che avevano ridotto la capacità di
acquisto complessiva delle classi popolari e che in virtù della minore domanda avevano provocato una crisi produttiva e una
diminuzione del numero degli occupati. A fronte di ciò lo stato sembrava ed effettivamente era del tutto incapace di risolvere la
situazione non riuscendo altresì ne a diminuire ne a mantenere costante il già elevato indebitamento statale; la Francia era in
sostanza in piena crisi economica la quale però, più che sui ceti privilegiati si riversava sul terzo stato. Fu proprio il malcontento
di quest’ultimo e la sua volontà di abolire la società di ordini, la cui ingiustizia era stata resa più evidente dall’illuminismo, a
portare allo scoppio della rivoluzione francese.
Ciò detto vediamo i momenti cruciali di questa rivoluzione:
1789: dopo la convocazione degli stati generali che re Luigi XVI fece nell’agosto del 1788 per affidare all’assemblea degli
− ordini la questione della crisi economica, le élites del terzo stato cominciarono a richiedere una riforma degli antichi criteri di
rappresentanza e delle vecchie procedure di voto in assemblea; in base a queste la nazione eleggeva lo stesso numero di
deputati del clero, della nobiltà e del terzo stato, ma la votazione all’interno dell’assemblea avveniva per ordine cioè con
l’attribuzione a ciascun ordine di un unico voto collegiale e la conseguente impossibilità per il terzo stato di prevalere sulla
sempre presente alleanza tra clero e nobiltà. Al posto di tale sistema, il partito nazionale o patriota, cioè quel raggruppamento
di intellettuali e pubblicisti del terzo stato nato in vista delle elezioni, invocò il raddoppio del terzo, cioè il diritto del terzo
stato, che rappresentava in percentuale il 98% della popolazione francese, ad avere tanti rappresentanti quanti erano quelli
del clero e della nobiltà insieme, e l’introduzione del voto per testa in modo da dare libero sfogo alla volontà individuale dei
singolo deputati e di consentire a quelli del terzo stato di battere al voto l’alleanza tra clero e nobiltà. Se nel gennaio del 1789
il raddoppio del terzo fu istituzionalizzato con la pubblicazione del regolamento elettorale, il sistema di voto per testa restò
una mera richiesta a fronte però del riconoscimento a ciascun candidato della libertà di rappresentare un qualunque ordine
indipendentemente da quello di appartenenza. Nel marzo del 1789 si tennero le elezioni degli Stati Generali; i deputati del
terzo stato furono quasi tutti di estrazione borghese, ma per la prima volta ve ne furono due transfughi dagli altri ordini,
circostanza questa che era un chiaro segno del cambiamento che ci sarebbe stato da li a poco. Il 5 maggio 1789 gli Stati
Generali si riunirono a Versailles; i deputati del terzo stato cominciarono immediatamente a proporre il sistema di voto per
testa non ottenendo però mai il consenso da parte delle delegazioni privilegiate; così dopo 6 settimane di rifiuti, essi decisero
di prendere in mano la situazione. Il 17 giugno infatti con l’appoggio di alcuni membri del basso clero, i rappresentanti del
terzo stato si autoproclamarono Assemblea Nazionale e, trovando, chiusa per ordine del re, la sede degli stati generali si
trasferirono nella Sala della pallacorda, dal nome del gioco a cui era adibita, dove giurarono di non sciogliersi prima di aver
dato alla Francia una costituzione; a fronte di ciò il re cedette e ordinò alla nobiltà e al restante clero di unirsi all’assemblea.
Con tale unione il sistema rappresentativo per ordini cessò di esistere e i deputati eletti divennero rappresentanti dell’intera
popolazione francese affermando così la sovranità popolare. Dietro un apparente appoggio del re alla formazione
dell’assemblea nazionale costituente si nascondevano sostenuti preparativi per arginare e reprimere la rivoluzione
istituzionale; re Luigi XVI infatti, pur avendo ceduto alle pressioni del terzo stato, non intendeva affatto rinunciare ai suoi
poteri per cui radunò alcune truppe a Parigi e a Versailles per sciogliere l’assemblea con la forza e licenziò il ministro delle
finanze Necker che, oltre ad appoggiare le azioni del terzo stato, aveva proposto importanti riforme finanziare che rivedevano
i vantaggi fiscali del clero e della nobiltà. In risposta a queste azioni il popolo parigino reagì con l’insurrezione aperta e il 14
luglio 1789 prese d’assalto la Bastiglia, una prigione fortezza posta nella parte orientale della città, simbolo del dispotismo del
regime assoluto. Con quest’atto che si rivelò alquanto violento, con la morte di centinaia di uomini e la macabra sfilata delle
teste del governatore della Bastiglia e del capo dei mercanti che si era opposto all’armamento del popolo, ebbe ufficialmente
inizio la rivoluzione francese. Dopo la presa della Bastiglia si susseguirono una serie di eventi a catena: il 17 luglio furono
costituite e riconosciute nuove municipalità nel comune di Parigi, il 4 agosto a seguito di diverse rivolte nelle campagne fu
abolito il regime feudale ed infine il 26 agosto fu discussa e approvata dall’Assemblea Nazionale Costituente la Dichiarazione
dei diritti dell’uomo e del cittadino la quale, in piena conformità con le idee illuministe, stabiliva l’imprescrittibilità dei diritti
naturali dell’uomo, come la libertà personale, la libertà di culto ecc..,e riconosceva come principio fondamentale l’uguaglianza
tra gli individui. Va evidenziato che tutte queste novità non divennero subito acquisizioni definitive poiché almeno
inizialmente il re si rifiutò di approvare i decreti dell’Assemblea; solo più tardi nell’ottobre del 1789 a seguito di una nuova
marcia su Versailles da parte del popolo e della Guardia Nazionale, cioè della milizia a reclutamento borghese comandata da
La Fayette, il re Luigi XVI fu costretto a ritrasferirsi a Parigi e ad accettare le riforme approvate dall’assemblea. A novembre
l’assemblea costituente diede un altro duro colpo all’ormai cadente struttura dell’ancien regime requisendo i beni ecclesiastici
e a dicembre sviluppò un nuovo sistema elettorale censitario in base al quale aveva diritto di voto solo chi pagava un imposta
annua pari a tre giornate e poteva essere eletto solo chi possedeva una qualsiasi proprietà fondiaria e pagava almeno un
marco d’argento di imposta.
1790-‐1791: ad un anno dalla presa d
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