La prima guerra mondiale
Dal 1914 al 1918 ebbe luogo il primo grande conflitto intercontinentale della storia, cioè la prima guerra mondiale. A determinarne lo scoppio fu indubbiamente il clima di tensione che si era sviluppato in Europa già a partire dalla seconda metà del XIX secolo con il sorgere di contrastanti mire imperialistiche tra le nazioni, con lo sviluppo di esasperati nazionalismi nonché con la divisione dell’Europa in due grandi blocchi rappresentati dagli Stati della Triplice Alleanza da un lato, e quindi dalla Germania, dall’Austria e dall’Italia, e dagli stati della Triplice Intesa dall’altra, e quindi dalla Francia, dall’Inghilterra e dalla Russia.
L'assassinio di Sarajevo
L’evento scatenante di tale guerra fu però l’assassinio avvenuto il 28 giugno del 1914 a Sarajevo dell’erede al trono d’Austria, l’arciduca Francesco Ferdinando, e di sua moglie i quali, mentre attraversavano in un auto scoperta la città, vennero colpiti da due colpi di pistola sparati dallo studente bosniaco, Gavrilo Princip. Tale assassinio determinò la reazione dell’Austria la quale il 23 luglio del 1914 inviò un ultimatum alla Serbia; quest’ultima, sentendosi forte grazie all’appoggio che aveva immediatamente ricevuto dalla Russia, accettò solo in parte l’ultimatum respingendo quella clausola che prevedeva la partecipazione di funzionari austriaci alle indagini sui mandanti dell’attentato. A fronte di tale parziale rifiuto, il 28 luglio 1914 l’Austria dichiarò guerra alla Serbia.
Reazioni a catena
Ciò scatenò tutta una serie di reazioni a catena: la Russia ordinò la mobilitazione delle forze armate non solo verso i confini con l’Austria-Ungheria, ma anche verso i confini con la Germania; la Germania, interpretando l’agire della Russia come un atto di ostilità nei suoi confronti, le inviò il 31 luglio un ultimatum con cui le intimò l’immediata sospensione dei preparativi bellici; non ottenendo alcuna risposta all’ultimatum inviato, la Germania dichiarò l’1 agosto guerra alla Russia; il giorno stesso la Francia, legata alla Russia da un trattato di alleanza militare, mobilitò le proprie forze armate verso i confini con la Germania; la Germania rispose prima con un nuovo ultimatum e poi, il 3 agosto, con la dichiarazione di guerra alla Francia, dichiarazione questa con cui la Germania metteva in atto quel piano di guerra che, elaborato per dar soddisfazione alle ambizioni territoriali tedesche già ai primi del ‘900 dal capo di stato maggiore Alfred von Schlieffen, prevedeva prima l’attacco alla Francia attraverso il neutrale Belgio e poi l’attacco alla Russia; seguendo il piano Schlieffen, il 4 agosto le truppe tedesche invasero il Belgio; a fronte di questa ingiusta invasione ad uno stato neutrale, la Gran Bretagna decise inaspettatamente di intervenire dichiarando, il 5 agosto, guerra alla Germania.
Le potenze coinvolte
A questo punto erano coinvolti nel conflitto da un lato la Russia, la Francia e l’Inghilterra e dall’altro l’Austria e la Germania; i governi di tutti questi paesi sottovalutarono decisamente la gravità dello scontro che si andava preparando, come anche i loro popoli i quali, spinti da un grosso patriottismo, si mobilitarono a sostegno della causa nazionale e dell’azione bellica isolando del tutto le poche, ma comunque presenti forze pacifiste; anche i partiti socialisti dei diversi paesi si schierarono a favore della guerra generando un inevitabile atteggiamento di ostilità che determinò la fine della Seconda Internazionale la quale, dunque, può essere considerata la prima vera vittima della prima guerra mondiale.
La guerra di trincea
Ora, fin dal principio, la grande guerra fu caratterizzata dall'utilizzo da parte di tutte le nazioni coinvolte di un spiegamento di forze senza precedenti. L’introduzione nella maggior parte dei paesi europei, ad eccezione dell’Inghilterra, del servizio militare obbligatorio e le accresciute possibilità dei mezzi di trasporto permisero infatti ai belligeranti di metter rapidamente in campo eserciti di vastissime dimensioni, eserciti che divennero ancora più potenti e distruttivi grazie alla disponibilità di nuove armi, tra cui le micidiali mitragliatrici automatiche. Nonostante l’imponenza numerica degli eserciti e la miglior qualità del loro equipaggiamento, gli stati non elaborarono nuove strategie di guerra restando tra l’altro ancorati all’idea che il tutto si sarebbe risolto in poco tempo in una rapida guerra di movimento. Tale idea si rivelò completamente sbagliata dato che, già ai primi di settembre, mentre sul fronte orientale le armate germaniche vincevano i russi nelle battaglie di Tannenberg e dei Laghi Masuri, sul fronte occidentale si giunse ad una situazione di assoluto stallo; in particolare i tedeschi che erano penetrati in territorio francese arrivando fino al corso del fiume Marna a pochi chilometri da Parigi, furono costretti il 6 settembre per un improvviso attacco dei francesi, ad arretrare in corrispondenza dell’area attraversata dai fiumi Aisne e Somme, area questa in cui i rispettivi eserciti attestati in trincee improvvisate diedero luogo, da lì fino al marzo del 1918, a sanguinose battaglie intermezzate da lunghi periodi di stasi; la guerra di movimento preventivata da tutti gli stati combattenti, ma soprattutto dai tedeschi, si trasformò così in una guerra di logoramento, in una guerra cioè caratterizzata da lunghe e profonde linee di trincee da cui partivano pochi, ma pesanti attacchi progettati per logorare il nemico imponendogli un massiccio consumo di mezzi e di uomini; in questo tipo di guerra più che la superiorità militare contava la disponibilità di risorse, disponibilità di cui godevano, rispettivamente in termini di mezzi e di uomini, la Gran Bretagna e la Russia le quali quindi risultarono indubbiamente avvantaggiate.
Nuovi partecipanti al conflitto
Man mano che la guerra proseguiva, molti paesi che erano in un primo momento rimasti estranei al conflitto, decisero di intervenirvi, alcuni per timore di venire sacrificate da una nuova sistemazione dell’assetto internazionale ed altri per cercare di soddisfare le proprie ambizioni territoriali. In particolare a favore degli imperi centrali intervennero nel novembre del 1914 la Turchia e nel settembre del 1915 la Bulgaria; a favore invece delle forze dell’intesa intervennero nell’agosto del 1914 il Giappone, nel maggio del 1915 l’Italia, nel corso del 1916 il Portogallo e la Romania, nel giugno del 1917 la Grecia ed infine nell’aprile del 1917 gli Stati Uniti d’America i quali si trascinarono dietro numerosi paesi come la Cina, il Brasile e altre repubbliche latino-americane.
La scelta dell'Italia
Per quanto riguarda l’Italia va assolutamente detto che la scelta di intervenire al conflitto fu una scelta contrastata. Dopo l’iniziale dichiarazione di neutralità fatta il 2 agosto del 1914 dal governo italiano, il quale giustificò il non intervento a fianco degli imperi centrali con il carattere difensivo e non offensivo della Triplice Alleanza, in Italia si formarono infatti due blocchi:
- Il blocco interventista: tale blocco promuoveva l’ingresso dell’Italia in guerra a fianco dell’Intesa e contro l’Austria; in esso rientravano:
- I repubblicani, i radicali, i socialisti riformisti di Bissolati e le associazioni irredentistiche di cui facevano parte numerosi fuoriusciti dall’Impero austro-ungarico, tra cui Cesare Battisti, che volevano l’intervento dell’Italia in guerra sia per portare a termine il processo d’unificazione italiana con l’annessione delle terre irredenti, sia per contrastare l’autoritarismo degli imperi centrali ed affermare dunque in tutta Europa i principi democratici.
- I nazionalisti che volevano l’ingresso dell’Italia in guerra per poter affermare la sua vocazione di grande potenza imperialista.
- Alcuni esponenti dei liberal-conservatori, tra cui Salandra e Sonnino, che volevano l’ingresso dell’Italia in guerra poiché temevano che una sua mancata partecipazione avrebbe compromesso la sua posizione internazionale e il prestigio della monarchia.
- Benito Mussolini il quale, dopo aver condotto dalle pagine del giornale “Avanti!” di cui era direttore, una vigorosa campagna per la neutralità assoluta si schierò tra gli interventisti venendo così espulso dal partito socialista e destituito dal suo incarico; egli nel novembre 1914 fondò un nuovo quotidiano “Il Popolo d’Italia” che divenne la principale tribuna dell’interventismo di sinistra.
- Il blocco neutralista: tale blocco promuoveva il non intervento dell’Italia alla guerra; in esso rientravano:
- La maggioranza dello schieramento liberale con a capo Giolitti il quale riteneva da un lato che l’Italia non avesse né le risorse né la preparazione adatta per affrontare la guerra e dall’altro che anche la semplice neutralità avrebbe permesso al paese di ottenere dagli imperi centrali dei compensi territoriali.
- L’intero mondo cattolico che seguiva l’atteggiamento pacifista del nuovo papa Benedetto XV.
- La CGL e il partito socialista italiano i quali assunsero una posizione di ferma condanna della guerra, posizione che contrastava apertamente con la scelta patriottica degli altri maggiori partiti socialisti europei, ma che rispecchiava l’istinto pacifista delle masse operaie e contadine italiane.
Tra questi due blocchi ebbe la meglio quello interventista il quale, nonostante fosse in netta minoranza rispetto al blocco neutralista, riuscì a prevalere grazie alla presenza nella sua compagine di coloro che avevano concretamente in mano il destino del paese e cioè del capo del governo Salandra, del ministro degli esteri Sonnino e del re Vittorio Emanuele III. Salandra e Sonnino infatti, fin dall’autunno del 1914, presero, in accordo con il re, segretissimi contatti con l’Intesa fino ad arrivare al 26 aprile del 1915 alla firma del Patto di Londra con il quale la Francia, l’Inghilterra e la Russia promettevano, in caso di vittoria, all’Italia che fosse entrata in guerra al loro fianco, il Trentino, il Sud Tirolo fino al confine naturale del Brennero, la Venezia Giulia, l’intera penisola istriana, ad esclusione della città di Fiume, e una parte della Dalmazia con numerose isole adriatiche. A questo punto era necessario ottenere il consenso del Parlamento per l’ingresso dell’Italia in guerra; tale consenso riuscì ad essere ottenuto il 20 maggio del 1915, quando la Camera, trovandosi costretta a scegliere fra l’adesione alla guerra e un voto contrario che avrebbe sconfessato non solo il governo, ma anche lo stesso sovrano che nel frattempo aveva pubblicamente appoggiato l’operato di Salandra respingendo le dimissioni che questo gli aveva inviato dopo una manifestazione di trecento deputati istigata da un discorso anti-guerra di Giolitti, approvò, col voto contrario dei soli socialisti, la concessione dei pieni poteri al governo consentendogli così di dichiarare, il 23 maggio del 1915, guerra all’Austria. In sostanza l’ingresso dell’Italia in guerra fu il frutto dell’azioni di Salandra e Sonnino in materia di alleanze internazionali e dell’atteggiamento del re i quali, in un certo senso obbligarono il Parlamento, che comunque subiva anche le pressioni derivanti alle manifestazioni di piazza degli interventisti, a dare il suo consenso alla guerra per evitare una vera e propria crisi istituzionale. Ad ogni modo il 23 maggio del 1915 con la dichiarazione di guerra all’Austria l’Italia entrò ufficialmente in guerra al fianco dell’Intesa.
Le operazioni militari ebbero inizio già il 24 maggio con la mobilitazione di un vastissimo esercito che guidato dal generale Luigi Cadorna si diresse immediatamente verso l’Austria; nonostante l’entusiasmo delle truppe, i primi scontri con le forze austro-ungariche avvenuti lungo il corso del fiume Isonzo, si rivelarono un fallimento con la morte di un enorme numero di uomini e con il mantenimento della stessa identica posizione di partenza. Oltre alle truppe italiane nel corso del 1915 restarono praticamente immobili anche le truppe francesi. Ad avere successo furono invece gli austro-tedeschi i quali, sul fronte orientale vinsero prima contro i russi, i quali furono costretti ad abbandonare buona parte della Polonia, e poi contro i serbi i quali vennero attaccati simultaneamente dall’Austria e dalla Bulgaria non avendo alcuna possibilità di scampo.
Le battaglie di Verdun e Somme
Nel febbraio del 1916 i tedeschi ripresero poi l’iniziativa sul fronte occidentale attaccando i francesi a Verdun; qui la battaglia durò ben 4 mesi trasformandosi in una vera e propria carneficina con milioni di morti su entrambi gli schieramenti. Nonostante le perdite, i francesi riuscirono comunque a resistere finché a giugno, l’organizzazione di una controffensiva a Somme da parte degli inglesi, risollevò le loro sorti.
Conflitti navali e la Strafexpedition
Nel maggio del 1916 le forze tedesche tentarono poi un attacco contro la flotta inglese nella penisola dello Jutland allo scopo di distruggere il blocco navale attuato dall’Inghilterra; tale tentativo si rivelò del tutto inutile tanto da indurre i comandi tedeschi a ritirare le navi nei porti e a rinunciare a qualsiasi altro scontro a campo aperto. Nel giugno del 1916 si attivò poi anche l’esercito austriaco il quale passò all’attacco sul fronte italiano nella zona del Trentino dando inizio a quella che venne definita Strafexpedition, cioè ad una vera e propria spedizione punitiva che gli austriaci vollero realizzare contro quell’antico alleato che li aveva viscidamente traditi; gli italiani furono colti di sorpresa dall’offensiva, ma ciò nonostante riuscirono ad arrestarla sugli altipiani di Asiago e successivamente a contrattaccare. Pur non subendo perdite territoriali, l’Italia subì un duro colpo a causa di tale inaspettata azione austriaca tanto che Salandra, responsabile del tradimento italiano all’Austria, fu costretto a dimettersi. Al suo posto fu preso Paolo Boselli il quale diede vita ad un governo di coalizione nazionale che comunque non determinò alcun miglioramento nella conduzione militare della guerra; nel corso del 1916 infatti furono combattute altre cinque battaglie sull’Isonzo, tutte prive di risultati tangibili, salvo quella, combattuta tra il 4 e il 17 agosto 1916 che portò alla presa di Gorizia.
Sempre nel giugno del 1916, la Russia riuscì sul fronte orientale a recuperare i territori persi l’anno prima; per via di tali successi la Romania decise di entrare in guerra a fianco dell’Intesa, ma il suo intervento si risolse in un totale disastro; gli imperi centrali riuscirono infatti immediatamente a sconfiggerla, impossessandosi delle sue risorse agricole e minerarie. Dopo due anni e mezzo di guerra la situazione restava pressoché immutata; in sostanza la guerra diventava sempre più una guerra di trincea in cui i soldati, costretti a stare, tra una battaglia e un'altra, in questi lunghi e profondi fossati in condizioni igieniche pietose restando altresì esposti ad ogni genere di intemperia, inclusi i bombardamenti nemici, si logoravano non solo nel fisico, ma anche nella mente sviluppando un malcontento che nei casi peggiori portava addirittura all’autolesionismo praticato al solo scopo di essere dispensati dal servizio al fronte. La visione eroica del conflitto restava prerogativa di alcune esigue minoranze, come le truppe d’assalto tedesche o gli arditi italiani, i quali entravano in azione solo in momenti decisivi e particolarmente impegnativi; tutti gli altri vedevano la guerra solo come un flagello naturale da dover obbligatoriamente vivere senza alcuna possibilità di scelta.
Nuove armi e tecnologie
Oltre che dalle trincee, il primo conflitto mondiale fu caratterizzato dall’impiego di nuove armi; tra queste emersero oltre alle mitragliatrici automatiche anche i gas asfissianti, capaci di provocare la morte per soffocamento di chi li respirava, i carri armati utilizzati soprattutto dagli inglesi ed infine i sottomarini i quali furono usati soprattutto dai tedeschi per attaccare le navi da guerra nemiche e per affondare quelle mercantili (nel maggio del 1915 furono ad esempio usati per affondare il transatlantico inglese Lusitania, che trasportava più di mille passeggeri, fra cui 140 cittadini americani). Importante fu anche l’impiego delle nuove tecnologie nel campo delle telecomunicazioni, come ad esempio le radio.
Impatto sulla popolazione civile
Va poi sottolineato che la prima guerra mondiale colpì purtroppo anche le popolazioni civili che, in varia modo e misura, vennero investiti dagli eventi bellici. Il conflitto portò inoltre in tutti i paesi che ne furono coinvolti profonde trasformazioni.
Trasformazioni economiche e statali
I mutamenti più vistosi furono quelli che interessarono il mondo dell’economia con lo sviluppo del settore industriale chiamato ad alimentare la gigantesca macchina bellica e con una continua dilatazione degli interventi dello Stato nell’economia, interventi quali ad esempio il controllo dei prezzi dei prodotti agricoli o il razionamento dei beni di consumo. Strettamente legate ai mutamenti dell’economia furono le trasformazioni dell’apparato statale; a riguardo tutti i governi vennero investiti sia da nuove attribuzioni le quali determinarono l’aumento della burocrazia, sia dalla sempre maggiore presenza di militari i quali nella maggior parte dei casi diedero vita a vere e proprie dittature militari come quella che posta in essere da Hindenburg in Germania o quella instaurata da Georges Clemenceau in Francia o ancora quella esercitata da David Lloyd George in Gran Bretagna; gli stati cominciarono anche ad usufruire dell’importante mezzo della propaganda la quale fatta di manifesti murari, volantini e manifestazioni varie mirava alla ricerca dell’appoggio dell’opinione pubblica e alla diffusione nel popolo di idee patriottiche che potessero sostenere la causa bellica.
Propaganda e voci dissidenti
La massiccia propaganda a favore della guerra realizzata praticamente in tutti i paesi, non riuscì però a far tacere del tutto le voci dissidenti che diventavano sempre di più soprattutto tra i gruppi socialisti; non a caso nel settembre del 1915 e nell’aprile del 1916 nelle conferenze socialiste internazionali organizzate in Svizzera, rispettivamente a Zimmerwald e a Kienthal, venne fortemente condannata la guerra richiedendo l’immediata fine.
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