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Il bergamotto: storia e leggende

Reggio ha venduto per secoli l’essenza del bergamotto, profumando il mondo nella sottile fascia costiera tra Scilla e Monasterace. E in nessun altro luogo al mondo.

Un gran signore avvolto nel mistero e nella leggenda

Edward Lear, paesaggista e viaggiatore inglese, affermò che Reggio era come “un immenso giardino... un luogo di tali delizie, come credo ne esistano pochi altri sulla terra”, dove c’erano agrumi, gelsi, ulivi, viti e piante aromatiche che fondevano i loro profumi con l’onda lunga dei miti e con la storia di una terra che aveva dato il nome all’Italia. La terra dove era stata fondata il 14 luglio del 730 a.C. la polis Reghion, una delle prime città-stato dei Greci e la prima in Calabria.

In quel giardino si era verificato un miracolo della natura: tra le distese di aranci, mandarini, limoni, cedri era nato, per un innesto casuale, un albero di qualità. L’albero era alto da 3 a 4 metri e produceva un frutto color giallo limone, di dimensioni inferiori a quelle di un’arancia. Le componenti chimiche del suo frutto erano 350. Anche il nome sapeva di mistero: “bergamotto”. Su di esso sono rimaste in piedi due sole ipotesi logiche, entrambe connesse alla genesi autoctona: se l’origine è nell’antichità mediterranea potrebbe derivare da “perga-mena” e “motta”; se viceversa lo si fa risalire a tempi più recenti il nome proverrebbe dal turco “Bey armudu” che significa “Pero del Principe”, con riferimento alla somiglianza con la pera bergamotta. Le altre voci più plausibili sulla sua provenienza sono la Grecia Antica o la Cina, mentre altre più fantasiose sono le Canarie o le Antille sino alle più assurde quale la città di Bergamotto, sono state smentite.

Due testimonianze confermano la provenienza autoctona. Nel 1536, nel menu del sontuoso banchetto offerto a Roma dal Cardinale Campeggi in onore dell’Imperatore Carlo V, erano presenti i “Bergamini Confetti”. Nello stesso periodo alla corte di Cosimo I de’ Medici Bernardo Buontalenti creò un sorbetto composto da “una crema aromatizzata con bergamotto, limoni ed arance, refrigerata con una miscela di sua invenzione. Quanto ai dati, nelle località indicate come località originarie non sono mai esistite né esistono piante di bergamotto. E nessuno è riuscito a far attecchire i suoi preziosi frutti in modo ottimale in altri luoghi del mondo.

A farlo fruttificare ci hanno provato in tanti. Primi fra tutti i francesi, che tuttora importano da Reggio per la loro industria profumiera il 60% dell’essenza prodotta. Qualche piantagione è riuscita ad attecchire in Costa d’Avorio. Ne sono comunque scaturiti frutti poveri di quelle 350 componenti chimiche. Tanto speciale da fargli detenere ancora oggi il 90% della produzione dell’intero pianeta. Si è rivelato un bene prezioso per l’intera umanità. È indispensabile per l’arte dei profumi e la cosmetica. È prodigioso nella farmaceutica.

L’unicità non ha generato tutti gli effetti positivi perché il ciclo economico non è stato mai completato. L’uso locale del giacimento sì e limitato infatti alla sfruttamento delle fasi iniziali. Non ha generato indotto con la creazione di un distretto economico del bergamotto fondato sulle industrie profumiera, farmaceutica e alimentare. Insomma le ricadute economiche e sociali sul territorio di questa eccezionale materia prima sono state modeste rispetto alle potenzialità. E molteplici sono state le occasioni mancate in più di tre secoli di storia.

Una storia che in verità è stata attraversata da tanti eventi drammatici, tra cui per ultimi il disastroso terremoto del 28 Dicembre 1908 di Reggio e Messina, che ha creato uno spartiacque così profondo da costringere gli storici a fermare spesso il racconto alla vigilia di esso e la Rivolta di Reggio del 1970. Una storia che ha certamente inciso in quel mancato completamento del ciclo economico produttivo.

Il gran debutto nella storia alla corte del Re Sole

Un giorno alla Corte del Re Luigi XIV di Francia, nella Reggia di Versailles, giunse un tal Francesco Procopio de’ Coltelli, gentiluomo siciliano. Veniva da Palermo (o da Acitrezza in provincia di Catania) ed era animato da una gran voglia di far fortuna. Aveva portato con sé una buona scorta di fusti di rame contenenti un denso e misterioso liquido profumato, da cui ricavava una deliziosa acqua al bergamotto.

Per uno straordinario incrocio di elementi legati al microclima, all’esposizione al sole e al terreno, quella pianta non fruttificava né in Sicilia né in altre terre. I proprietari e i contadini più attenti e sensibili estraevano dalla buccia del frutto un prezioso olio essenziale. E ne avevano ricavato una rudimentale “Acqua al Bergamotto”. Procopio ne era rimasto inebriato, aveva così deciso di acquistare e portare con sé il massimo quantitativo possibile di quell’olio. E fu il primo fra i tanti a crearsi una fortuna grazie ad esso.

Procopio chiese di poter dimostrare la straordinaria efficacia della sua acqua al bergamotto a Sua Maestà il Re Luigi XIV. Il successo fu immediato e travolgente.

Per la Corte del potente monarca francese quell’acqua rappresentò un toccasana, una soluzione inaspettata ai problemi che la medicina del Seicento aveva creato. Infatti, il divieto da parte della classe medica del tempo dell’uso dell’acqua, considerata responsabile della diffusione delle epidemie, aveva generato problemi igienici e diffuso odori non consoni.

L’uso dell’essenza di bergamotto rappresentò una vera e propria rivoluzione olfattiva. Accadde così che la miracolosa acqua dell’intraprendente siciliano si rivelò molto più preziosa di una boccata d’ossigeno. E il Re Sole la adottò per primo su corpo, abiti e ambiente.

Procopio guadagnò ancor più i consensi del Re, di cui era proverbiale la golosità, grazie alla sua rinnovata ricetta del gelato. Il siciliano aveva difatti portato a Parigi una sorbetteria lasciatagli in eredità dal nonno e perfezionata da due sue innovazioni: lo zucchero al posto del miele, secondo l’uso arabo, ed il sale che, mescolato al ghiaccio nelle dovute proporzioni, ne aumentava la durata.

Luigi XIV esaltò pubblicamente i suoi prodotti e gli assegnò uno dei più ambiti riconoscimenti: La “lettera patente” per la produzione di specialità come acque gelate e sorbetti agli agrumi o al bergamotto.

Francoise Procope des Couteaux fondò a Parigi al numero 13 di Rue de l’Ancien Comédie il più antico Caffè del mondo: il “Café Procope”. Il locale divenne famoso servendo non soltanto il caffè, ma anche granite e sorbetti. Deliziò i parigini diffondendo e commercializzando la sua profumata Acqua al Bergamotto.

Dalla Corte di Versailles e dal Café Procope la moda di profumare con l’Acqua al Bergamotto si diffuse nelle corti e nei salotti. E all’alba del ‘700 a Parigi e in altre capitali, accanto alle Botteghe del Caffè e alle Case della Cioccolata, nacquero le prime Botteghe di profumi.

La conquista di salotti, caffè e botteghe

Non era passato molto tempo e nella ricca e colta città tedesca di Colonia un altro italiano, Gian Paolo Feminis inventò nel 1704 l’aqua admirabilis, battezzata in seguito “Acqua di Colonia”. Il Feminis lasciò in eredità la ricetta a Giovanni Antonio Farina. Il segreto del successo dell’acqua di colonia era proprio nello stesso liquido misterioso che aveva fatto la fortuna di Procopio alla Corte del Re Sole.

Il Feminis aveva scoperto l’essenza di bergamotto intorno al 1660, sostando a Reggio e aveva imparato dai proprietari locali che l’olio ricavato dalla spremitura a freddo delle bucce di quell’agrume raro fissava tutte le altre fragranze e ne manteneva il potere aromatico nel lungo periodo.

Ormai il Gran Signore degli Agrumi era al centro dell’attenzione. E ci si accorse ben presto che la sua formidabile essenza era ingrediente indispensabile per profumeria. Se ne affermò difatti l’uso anche nella cosmetica e nella confezione delle saponette. I tempi non erano ancora quelli frenetici e nevrotici dell’odierna società, i segni di un grande processo di cambiamento erano ormai riconoscibili nell’economia e nella società. E l’Acqua di Colonia e gli altri profumi e cosmetici trovarono nel corso del Settecento sempre più larghi strati sociali interessati al loro uso:

  • Intellettuali
  • Proprietari di terre
  • Mercanti, banchieri e armatori
  • Proprietari “criollos” si arricchivano sfruttando il lavoro degli schiavi e vendendo a peso d’oro i prodotti tropicali
  • Padroni e amministratori delle miniere e delle prime fabbriche

La richiesta di essenza di bergamotto si accrebbe quindi oltre le disponibilità delle piante sparse in mezzo agli agrumeti. I tempi erano ormai maturi per avviare una coltivazione intensiva.

Dall'albero solitario alla vera eredità del bergamotto

Verso il 1750, nel suo fondo di Rada Giunchi di Reggio, il proprietario borghese Nicola Parisi creò la prima piantagione intensiva di bergamotto. Lo seguirono ben presto numerose famiglie nobili e borghesi della città. La sponda reggina dello Stretto pullulava di filande, dis’intersecavano ai gelseti e agli agrumeti ed esportavano la seta grezza dal Porto Franco di Messina. Ebbe inizio un processo di riconversione che portò alla graduale eliminazione di gelseti e agrumeti e alla loro sostituzione con i bergamotteti, molto più remunerativi crearono attorno al centro storico una vera e propria cintura verde di piantagioni di bergamotti con le annesse fabbriche di estrazione dell’essenza. E alla fine del secolo la cintura verde si estese in ogni direzione.

Sull’iniziativa di Parisi e degli altri proprietari aveva esercitato la sua influenza positiva il flusso di rinnovata fiducia suscitato nel 1734 dall’avvento al trono di Napoli del Re Don Carlos di Borbone. Il nuovo sovrano nel 1750 era già un mito, per avere ripristinato dopo secoli di occupazioni e di viceré lo stato napoletano indipendente e per aver avviato una politica illuminata. Il clima di fiducia non venne intaccato neanche da alcune forzate interruzioni:

  • La peste
  • La carestia
  • Il terremoto che provocò la distruzione di buona parte dei centri storici dello Stretto

La ricostruzione cambiò i connotati di Reggio. Scomparve la struttura di carattere medievale e vide la luce una città con un impianto geometrico, in cui risultava evidente l’influsso raziocinante della cultura dell’Età dei Lumi. Le pressioni delle famiglie e delle corporazioni più influenti imposero alcune varianti al progetto originario. Mori riuscì a salvare i cardini della sua illuminata concezione del centro urbano.

La borghesia del bergamotto

I Giardini di Bergamotto continuarono a caratterizzare in maniera originale la città e il suo circondario. La lavorazione e la commercializzazione favorì a sua volta la formazione di una vera e propria “borghesia del bergamotto”, colta e aperta alle nuove idee che circolavano in Europa. I suoi giovani rampolli, non si fermavano a Napoli o a Messina, ma estendevano i loro orizzonti sino a Parigi e a Londra.

Anche per questi motivi nell’ultima parte del ‘700 la sponda reggina dello Stretto si caratterizzò come l’area più dinamica della regione. Un’area che vide fiorire iniziative ardimentose tra cui:

  • Quella del marchese Domenico Grimaldi di Seminata, creatore della prima Scuola Reale per la produzione di seta alla “piemontese”
  • I Caracciolo investirono ingenti capitali portando sulle rive dello Stretto macchinari ed esperti dall’Inghilterra, dalla Francia e dal Piemonte. Intrapresero quindi un percorso ricco di straordinarie prospettive, perché esso si stava svolgendo in concomitanza con la Rivoluzione Industriale in corso. Tant’è che Villa S. Giovanni venne definita la “Manchester delle Calabrie”

Ma Grimaldi e i Caracciolo urtarono troppi interessi:

  • Si scontrarono con lo spietato ostruzionismo dei feudatari locali, i quali non potevano riscuotere i dazi su fabbriche “reali” e le considerarono comunque dei pericolosi precedenti
  • Allarmarono per gli stessi motivi, i baroni latifondisti che controllavano la Cassa Sacra
  • Daneggiarono le grandi famiglie mercantili napoletane, che suscitarono la gelosia di buona parte degli altri proprietari locali di filande

Grazie alle pressioni di questo composito schieramento la Cassa Sacra osteggiò gli innovatori e il Governo napoletano li abbandonò. La fazione conservatrice venne altresì avvantaggiata dal brusco cambiamento di clima politico generale determinatosi in tutte le corti d’Europa in seguito agli avvenimenti rivoluzionari in Francia: la paura dell’89. Gli innovatori e i riformatori vennero considerati con le lenti deformate da quella paura. Fu pertanto agevole per il Cardinale Ruffo e i suoi alleati e sostenitori approfittarne per fare fuori coloro che sulle rive dello Stretto avevano avuto il coraggio di portare una ventata di maestrale. La Scuola di Grimaldi venne chiusa.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher elerudi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Messina o del prof Amato Pasquale.
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