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7) L’AGONIA DELLO STATO LIBERALE

L’esito delle elezioni portò alle dimissioni di Giolitti all’inizio di Luglio. Il suo successore, l’ex

socialista Ivanoe Bonomi, tentò una tregua d’armi tra i due partiti in lotta. Mussolini accettò in

quanto voleva inserirsi nel gioco politico “ufficiale”, una strategia però non condivisa dai fascisti

intransigenti dello squadrismo agrario, che sabotarono in ogni modo il patto di pacificazione,

giungendo a mettere in discussione la leadership di Mussolini. La ricomposizione si ebbe al

congresso dei Fasci tenutosi a Roma ai primi di novembre. Mussolini sconfessò il patto di

pacificazione. I ras riconobbero in Mussolini la guida ed il movimento si trasformò in partito.

Nasceva così il Partito Nazionale Fascista che contava 200 mila iscritti. Nel febbraio del 1922 la

guida del governo fu affidata a Luigi Facta, l’agonia dello Stato liberale entrò nella sua fase

culminante. Il fascismo si rese protagonista di operazioni più ampie e clamorose, giocando

contemporaneamente su due tavoli, quello della “violenza armata” e quello della “manovra

politica”. L’immobilismo socialista era sia sul piano della tattica parlamentare che quello della

mobilitazione di massa. Addirittura disastrosa si rilevò la decisione, presa dai dirigenti sindacali di

proclamare per il primo agosto uno “sciopero generale” legalitario in difesa delle libertà

costituzionali: i fascisti lanciarono una violenta offensiva contro il movimento operaio che usciva

da questa prova materialmente e moralmente distrutto. L’unica conseguenza fu un inutile scissione

ai primi di ottobre del 1922, in un congresso tenuto a Roma, i riformisti guidati da Turati,

abbandonavano il Psi per fondare il nuovo “Partito Socialista Unitario”. Poche settimane dopo il

fascismo conquistò il potere.

8) LA MARCIA SU ROMA

Il partito fascista, solo insediandosi al potere avrebbe potuto fronteggiare le aspettative delle masse

che si raccoglievano nelle sue file, evitando 1reazione d rigetto da parte delle forze armate che,

avendolo ingaggiato sl x 1 funzione antisocialista, s sarebbero poi potuti distaccare da esso.

A tal fine perciò intrecciò trattative con tutti i più autorevoli esponenti liberali in lista alla

partecipazione fascista al governo

- rassicurò la monarchia, sconfessando le passate simpatie repubblicane

- si guadagnò il favore degli industriali promettendo di dare spazio all’iniziativa privata.

L’apparato militare fascista si preparava alla presa di potere mediante colpo di stato, progettando la

marcia su Roma (mobilitazione generale di tutte le forze fasciste con l’obbiettivo di conquistare il

potere centrale) fissata al 27 ottobre; Mussolini pensava d servirsene cm mezzo d pressione

politica, contando sulla debolezza del governo e sulla neutralità della corona e delle forze armate.

28 ottobre: Vittorio Emanuele3° rifiutò d firmare il decreto x la proclamazione dello stato d assedio

(passaggio dei poteri alle autorità militari), preparato d fretta dal governo già dimissionario; ciò aprì

alle camice nere la strada di Roma, così Mussolini chiese e ottenne di essere chiamato a presiedere

il governo.

30 ottobre: migliaia d squadristi entrarono nella capitale senza incontrare ness1 resistenza, mentre

Mussolini fu ricevuto dal re; il nuovo gabinetto comprendeva:fascisti, liberali giolittiani e di destra,

democratici e popolari.

La reazione del paese al il trionfo del fascismo sembrò d’indifferenza e rassegnazione.

9) VERSO LO STATO AUTORITARIO

Assunta la guida del governo Mussolini, alternò promesse d normalizzazione moderata a minacce di

una seconda ondata rivoluzionaria senza nessuna reazione delle altre forze politiche, in particolare

degli alleati liberali e cattolici.

Dicembre 1922: fu istituito il gran consiglio del fascismo, col compito d indicare le linee generali

della politica fascista e fungere da collegamento fra partito e governo;

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gennaio 1923: le squadre fasciste furono integrate nella milizia volontaria x la sicurezza nazionale:

corpo armato d partito con lo scopo d proteggere gli sviluppi della rivoluzione; in realtà doveva

anche disciplinare lo squadrismo e limitare il potere dei RAS. L’istituzionalizzazione di questa

milizia non fermò le violenze illegali contro gli oppositori, le cui vittime principali furono i

comunisti costretti, dal 1923, a vivere in semiclandestinità; il sindacato non fascista sopravviveva

solo in alcune categorie più compatte; il numero degli scioperi scese nel 1923 a livelli insignificanti

e i salari reali subirono una costante riduzione.

La politica economica del governo fu fedele alle promesse fatte alla vigilia: le tasse sulle imprese

vennero alleggerite,il monopolio statale sulle assicurazioni della vita venne abolito, il servizio

telefonico fu privatizzato e si cercò d contenere la spesa pubblica con uno sfoltimento nei ruoli di

pubblico impiego (20000 licenziamenti).

La politica liberista, impersonata soprattutto dal ministro delle finanze Destafani, ottenne discreti

successi:

1922/1925: notevole aumento della produzione industriale e agricola & pareggio del bilancio dello

stato; ciò solidificò i legami tra potere economico e fascismo e rafforzò il governo.

Febbraio 1922: avvento del nuovo papa pio 11°; presero sopravvento le tendenze più conservatrici:

per molti cattolici il fascismo aveva allontanato il pericolo di 1rivoluzione socialista e restaurato il

principio d autorità; A sua volta Mussolini riconobbe la missione universale della chiesa e si

mostrò disposto ad importanti concessioni.

Primavera 1923: Giovanni Gentile (ministro della pubblica istruzione) varò la riforma scolastica

che andava incontro, per molti aspetti, alle attese del mondo cattolico in quanto prevedeva

l’insegnamento della religione nelle scuole elementari e l’introduzione di un esame d stato al

termine di ogni ciclo d studi.

La prima vittima dell’avvicinamento chiesa-fascismo fu il partito popolare, considerato dalle

gerarchie ecclesiastiche un ostacolo al miglioramento del rapporto con lo stato;

Aprile 1923: Mussolini impose le dimissioni dei ministri popolari e poco dopo Don Sturzo lasciò la

segreteria del PPI, perchè considerato il più forte e scomodo fra gli alleati i governo d Mussolini,

che aveva ora il problema di rafforzare la sua maggioranza parlamentare, problema che divenne lo

scopo della nuova legge elettorale maggioritaria, varata nel luglio 1923 col voto favorevole di

buona parte dei liberali e dei cattolici di destra; questa legge avvantaggiava vistosamente la lista che

avesse ottenuto la maggioranza relativa (con almeno il 25% dei voti) assegnandole i 2/3 dei seggi

disponibili.

Inizio 1924: la camera fu sciolta e molti esponenti liberali (come Orlando e Calandra) e alcuni

cattolici conservatori accettarono d candidarsi insieme ai fascisti nelle liste nazionali, presentate in

tutti i collegi con il simbolo del fascio; si formò così il blocco delle elezioni del 1921 questa volta

però, i fascisti erano la parte dominante mentre le forze antifasciste ( partiti socialisti, comunisti,

popolari, liberali d’opposizione di Giovanni Amendola e altri partiti minori) si presentarono

ciascuno con proprie liste e vennero sconfitti.

La scontata vittoria fascista assunse proporzioni clamorose (anche per mezzo della violenza usata

contro gli avversari) e rese inutile il meccanismo della legge maggioritaria; il successo fu massimo

soprattutto nel mezzogiorno e nelle isole dimostrando cm il fascismo avesse ormai sostituito la

classe dirigente liberal- moderata nella guida del blocco conservatore.

10) IL DELITTO MATTEOTTI E L’AVENTINO

La posizione d Mussolini si rafforzò con il successo nelle elezioni e alimentò le speranze di chi

sperava in un’evoluzione del fascismo in senso liberal-conservatore.

10 giugno 1924, Roma: il deputato Giacomo Matteotti (segretario del partito socialista unitario) fu

rapito da un gruppo d squadristi e ucciso a pugnalate; 10 giorni prima Matteotti pronunciò alla

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camera un lunga requisitoria lungo il fascismo, denunciandone le violenze e contestandone la

validità dei risultati ottenuti; la sua scomparsa perciò suscitò un’ondata di indignazione contro il

fascismo e il suo capo e, sebbene gli esecutori del crimine vennero arrestati dopo pochi giorni, non

si seppe mai con certezza chi furono i mandanti.

Il paese capì che il delitto era diventato una pratica ormai consolidata per Mussolini e i suoi seguaci

perciò il fascismo si trovo improvvisamente isolato e soprattutto il nascente regime parve sul punto

di crollare.

Nonostante ciò l’opposizione, non aveva la possibilità di mettere in minoranza il governo e non era

in grado di affrontare una prova di forza sul piano di mobilitazione d piazza; infatti la proposta dei

comunisti d proclamare lo sciopero generale fu respinta dai capi dei partiti e della CGL e l’unica

iniziativa concreta fu quella di astenersi dai lavori parlamentari e d riunirsi separatamente fino al

ripristino della legalità democratica.

Con la secessione dell’Aventino, i partiti aventiniani si limitarono ad agitare, di fronte all’opinione

pubblica, una questione morale sperando in un intervento della corona o in un sfaldamento della

maggioranza fascista ma il re non intervenne; Mussolini per venire incontro alle loro richieste

accettò d dimettersi da ministro dell’interni e di sacrificare alcuni suoi collaboratori coinvolti

nell’affare Matteotti.

3 gennaio 1925: Mussolini, in un discorso alla camera, dichiarò chiusa la questione morale e

minacciò d usare la forza contro le opposizioni; si ebbero arresti, persecuzioni e sequestri all’interno

dei partiti d opposizione e sui loro organi d stampa; si passò da un governo autoritario a una vera e

propria dittatura.

11) LA DITTATURA A VISO APERTO

Dopo il 3 gennaio 1925 molti politici e uomini d cultura sentirono la necessità d prendere posizione

infatti, gli antifascisti risposero a un“manifesto degli intellettuali fascisti” (diffuso nell’aprile del

1925 per iniziativa d Giovanni Gentile) con un contromanifesto, redatto da Benedetto Croce,

rivendicante i diritti d libertà ereditati dalla tradizione risorgimentale.

Molti esponenti antifascisti furono costretti all’esilio (Giovanni Amendola e Pierto Gobbetti ad

esempio furono esiliati e morirono in Francia); i grandi quotidiani d’informazione d linea

antifascista vennero, dopo il delitto Matteotti, “fascistizzati” mediante pressioni sui proprietari;

Ottobre 1925: con il patto di palazzo Vidoni il sindacalismo libero ricevette un colpo mortale in

quanto confindustria riconobbe la rappresentanza dei lavoratori ai soli sindacati fascisti.

Il fascismo formulò nuove leggi destinate a stravolgere definitivamente i connotati dello stato

liberale che ebbero come artefice d spicco il ministro della giustizia Alfredo Rocco;

Dicembre 1925: varata la legge che rafforzava i poteri del capo del governo rispetto agli altri

ministri e al parlamento;

Aprile 1926: una legge sindacale proibì lo sciopero e stabilì che, solo i sindacati fascisti avevano

diritto d stipulare contratti collettivi;

Novembre 1926: una moltitudine di provvedimenti repressivi cancellò le ultime tracce d vita

democratica, sciogliendo tutti i partiti antifascisti e sopprimendo tutte le pubblicazioni contrarie al

regime.

Fu inoltre reintrodotta la pena d morte x i colpevoli dei reati contro la sicurezza dello stato,

giudicati da 1 tribunale speciale x la difesa dello stato (composto da ufficiali delle forze armate e

dalla milizia).

Con la legge elettorale del 1928 s’ introdusse il sistema della lista unica, lasciando cm unica scelta

agli elettori l’approvazione o la responsione in blocco; (1928) il gran consiglio divenne organo dello

stato gran fra le cui prerogative vi era la preparazione delle liste elettorali; già con le leggi

fascistissime del 1926 lo stato liberale (nato con l’unità di Italia) cessò d’ esistere lasciando spazio a

questo regime a partito unico. 23

CAPITOLO N. 5) LA GRANDE CRISI: ECONOMI E SOCIETA’ NEGLI ANNI ‘30

1) CRISI E TRASFORMAZIONE

Alla fine degli anni ’20 l’Europa e il mondo sembravano avviati a superare i traumi e le ferite del

primo conflitto mondiale. Il problema tedesco sembrava avviato a una soluzione equilibrata.

L’economia dell’occidente aveva ripreso a svilupparsi con discreta regolarità dopo le convulsioni

del primo quinquennio postbellico. In questo quadro di apparente stabilità e di diffusa prosperità si

abbatté una crisi economica tanto imprevista quanto catastrofica. Scoppiata negli Stati Uniti

nell’autunno del 1929 e prolungatasi per buona parte degli anni ’30, la “grande crisi”, fece sentire i

suoi effetti anche sulla politica e sulla cultura, sulle strutture sociali e sulle istituzioni statali,

segnando una netta cesura, nello sviluppo storico delle società occidentali. Sconvolse i vecchi

assetti e accelerò trasformazioni già in atto.

2) GLI ANNI DELL’EUFORIA: GLI STATI UNITI PRIMA DELLA CRISI

Durante la prima guerra gli Stati Uniti non solo avevano risaldato la loro posizione di primo paese

produttore, ma avevano anche concesso cospicui prestiti ai loro alleati in Europa, divenendo il

maggior esportatore di capitali. A guerra finita, il dollaro era la nuova moneta forte dell’economia

mondiale. Superata la depressione post bellica del 1920-21, cominciò per il sistema economico

statunitense l’inizio di un periodo di grande prosperità. La diffusione della produzione in serie e

della razionalizzazione del lavoro in fabbrica secondo i principi del taylorismo favorì notevoli

aumenti di produttività. Tuttavia, nonostante gli incrementi produttivi, il numero degli occupati

nell’industria calò sensibilmente, a causa della cosiddetta disoccupazione tecnologica.

Parallelamente andava invece crescendo, l’occupazione nel settore dei servizi. L’espansione

industriale portò anche notevoli mutamenti nell’organizzazione della vita quotidiana.

Alla fine degli anni ’20 circolava negli Usa un’automobile ogni cinque abitanti, mentre l’uso degli

elettrodomestici (radio, frigoriferi, aspirapolvere) si era largamente diffuso nelle famiglie, grazie

anche ai sistemi di vendita rateale. Gli Stati Uniti divennero così il laboratorio in cui fu per la prima

volta sperimentato un nuovo modo di vita, caratterizzato da una continua espansione dei consumi e

da una loro progressiva standardizzazione.

Dal punto di vista politico, gli anni ’20 furono segnati da un’incontrastata egemonia del Partito

repubblicano. I repubblicani attuarono una politica fortemente conservatrice.I presidenti

repubblicani, insomma, costruirono le proprie fortune alimentando le più ottimistiche aspettative sui

destini della prosperità americana, senza troppo preoccuparsi dei gravi problemi sociali che pure

continuavano a manifestarsi nel paese. La borghesia americana cercava facili guadagni nella

speculazione borsistica, inconsapevole delle fragili basi dell’espansione economica di quegli

anni. La conseguenza più vistosa di questo clima fu la frenetica attività della borsa di New York:

un’attività consistente in gran parte in pure operazioni speculative, incoraggiate dalla prospettiva

dei facili guadagni che si potevano ottenere acquistando azioni e rivendendole poi ad una prezzo

maggiorato. Questa incontenibile euforia speculativa poggiava in realtà su fondamenti assai fragili,

quando, nel 1928, molti capitali americani furono dirottati verso le più redditizie operazioni

speculative di Wall Street, le conseguenze sull’economia europea si fecero sentire immediatamente,

ripercuotendosi subito dopo sulla produzione industriale americana, il cui indice cominciò a

scendere già nell’estate del ’29. 24

3) IL “GRANDE CROLLO” DEL 1929

Il corso dei titoli Wall Street raggiunse i livelli più elevati all’inizio del settembre 1929. Seguirono

alcune settimane di incertezza durante le quali cominciò a emergere la propensione degli speculatori

a liquidare i propri pacchetti azionari per realizzare i guadagni fin allora ottenuti. Il 24 ottobre, il

“giovedì nero”, furono scambiati 13 milioni di titoli; il 29 le vendite ammontarono a 16 milioni. La

corsa alle vendite determinò naturalmente una precipitosa caduta del valore dei titoli, distruggendo

in pochi giorni i sogni di ricchezza dei lori possessori. Il crollo del mercato azionario colpì in un

primo luogo i ceti ricchi e benestanti. Ma riducendo drasticamente la loro capacità di acquisto e di

investimento, finì con l’avere conseguenze disastrose sull’economia di tutto il paese e sull’intero

sistema economico mondiale, che ormai dipendeva in larga parte da quello statunitense. Attraverso

la contrazione degli scambi, la recessione economica si diffuse in tutto il mondo come una

spaventosa epidemia, molte aziende dovettero chiudere. Le misure protezionistiche adottate subito

in Usa – e poi negli altri paesi – provocarono una brusca contrazione del commercio internazionale.

La recessione economica – cui si accompagnò un altissimo numero di disoccupati – si diffuse in

tutto il mondo.

4) LA CRISI IN EUROPA

In Europa una grave crisi finanziaria culminò nella sospensione della convertibilità della sterlina.

Scarso successo ebbero le politiche di austerità perseguite dai governi dei paesi industrializzati, che

finirono con l’aggravare la recessione in corso e col ripercuotersi negativamente sugli equilibri

politici e sociali.

5) ROOSEVELT E IL “NEW DEAL”.

Nel novembre 1932, quando tre anni di crisi avevano diffuso in tutto il paese un angoscioso senso

di insicurezza, si tennero negli Stati Uniti le elezioni presidenziali. Divenne presidente Roosevelt.

Quando presentò la sua candidatura alla presidenza, Rooselvelt non aveva un programma organico

da contrapporre ai repubblicani, già nel discorso inaugurale della sua presidenza, nel marzo 1933,

Roosevelt annunciò di voler iniziare un New Deal nella politica economica e sociale: un nuovo stile

di governo che si sarebbe caratterizzato soprattutto per un più energico intervento dello Stato nel

processi economici. Il New Deal fu avviato immediatamente, nei primi mesi della presidenza

Roosevelt, con una serie di provvedimenti che dovevano servire da terapia d’urto per arrestare il

corso della crisi: Fu ristrutturato il sistema creditizio. Fu svalutato il dollaro per rendere più

competitive le esportazioni. Furono aumentati i sussidi di disoccupazione e furono concessi

prestiti. A queste misure di emergenza il governo affiancò alcuni provvedimenti più organici e

qualificanti, caratterizzati dall’uso di nuovi e originali strumenti di intervento. Inoltre il governo

potenziò ulteriormente l’iniziativa statale, varando vasti programmi di lavori pubblici e allargando

al di là di ogni consuetudine il flusso della spesa pubblica. Parallelamente, si intensificò l’impegno

del governo nel campo delle riforme sociali. Nel 1935 furono varate:

v Una riforma sociale.

v Una legge sulla sicurezza sociale.

v Una nuova disciplina dei rapporti di lavoro.

Con questa politica progressista Roosevelt si guadagnò l’appoggio del movimento sindacale che,

negli anni del New Deal, attraversò una fase di espansione grazie anche a un’ondata di lotte operaie

senza precedenti nella storia americana. D’altra parte, le novità del New Deal e i suoi risultati non

sempre brillanti diedero spazio al formarsi di un’ampia coalizione antirooseveltiana. Persino la

Corte suprema, massimo organo del potere giudiziario, cercò di bloccare le riforme di Roosevelt.

Forte dello schiacciante successo ottenuto nelle elezioni presidenziali del ’36, Roosevelt reagì con

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energia, ripresentando con lievi modifiche le leggi bocciate.

6) UN NUOVO RUOLO DELLO STATO

Un po’ in tutti i paesi la grande crisi finì col far adottare nuove forme d’intervento dello Stato in

campo economico, che giunsero a configurare una forma di capitalismo “diretto”. Quanto i governi

fecero solo empiricamente, fu teorizzato dall’economista Keynes che, in particolare, sottolineò il

ruolo della spesa pubblica ai fini dell’incremento della domanda e del raggiungimento della piena

occupazione.

7) I NUOVI CONSUMI

Nei paesi europei si verificò proprio durante la grande crisi uno sviluppo di quei consumi di massa

che si erano affermati in Usa negli anni ’20. Nel corso degli anni ’30, la popolazione delle città non

smise mai di accrescersi a scapito di quella delle campagne. Anzi , il processo di urbanizzazione si

accelerò ulteriormente a causa della grave crisi in cui versava il settore agricolo. Crescita delle città

significava sviluppo del settore edilizio. Lo sviluppo edilizio ebbe a sua volta conseguenze notevoli

non solo sull’economia, ma anche sulla qualità della vita delle masse urbane. Le case di nuova

costruzione erano di solito fornite di acqua corrente e di elettricità; inoltre, resero necessario uno

sviluppo dei trasporti pubblici e della stessa motorizzazione privata. Alcune industrie produttrici di

beni di consumo durevoli risultarono dunque avvantaggiate dal boom edilizio e, contribuirono a

stimolarlo. La produzione di veicoli a motore, fece registrare consistenti progressi, anche se restò

lontana dai livelli statunitensi. Nel vecchio continente l’automobile rimase, per tutti gli anni ’30, un

bene riservato a pochi. Ma intanto cominciavano a comparire anche in Europa le prime vetture

“popolari”. Un discorso analogo si può fare per la produzione degli elettrodomestici. I più costosi,

come frigoriferi e scaldabagni, continuarono a essere considerati beni di lusso, ma il loro uso si

andò ugualmente estendendo. Più ampia, ebbero altri apparecchi domestici, come il ferro da stiro,

la cucina a gas e la radio.

9.8) LE COMUNICAZIONI DI MASSA

I primi apparecchi per la trasmissione del suono attraverso l’estere senza l’ausilio dei fili erano

stati sperimentati alla fine del ‘800. Durante i primi vent’anni del secolo la tecnica radiofonica

aveva fatto continui progressi e aveva ricevuto una forte spinta dal primo conflitto mondiale. Il

grande salto si ebbe dopo la fine della guerra, quando la radio si trasformò da mezzo di

comunicazione fra i singoli soggetti in strumento di irradiazione di programmi destinati a un

pubblico fornito di apparecchi riceventi: in mezzo di informazione e di svago. I primi programmi

regolari di trasmissioni si ebbero negli Stati Uniti nel 1920, nei maggiori paesi europei le

trasmissioni si svilupparono negli anni immediatamente successivi, per lo più ad opera di enti che

operavano sotto il controllo statale, e imponevano agli utenti un canone di abbonamento. Lo

sviluppo della radiofonia fu rapidissimo, le vendite di apparecchi radio registrarono un boom

spettacolare. La radio divenne presto un fondamentale mezzo di svago, anche come mezzo di

informazione la radio non temeva confronti: i notiziari radiofonici entravano nelle case. A partire

dagli anni ’30, infatti lo sviluppo della stampa di informazione subì un netto rallentamento, per

riguadagnare terreno perduto , il settore della carta stampata cominciò a puntare più

sull’immagine di qui lo sviluppo delle riviste illustrate. La radio dunque segnò una tappa decisiva

nel cammino della società di massa e inaugurò un’era nuova nel campo delle telecomunicazioni. Gli

anni di trionfo della radio videro anche l’affermazione di un’altra forma di comunicazione di massa

tipica del nostro tempo: il cinema. Verso la fine degli anni ’20 con l’invenzione del sonoro, il

cinema divenne uno spettacolo “completo”.Col boom del cinema nacque il fenomeno del

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“divinismo” di massa, ossia quel particolare rapporto di attrazione, che lega il grande pubblico agli

attori più popolari. Una forma di propaganda più diretta era quella affidata ai cinegiornali d’attualità

che venivano proiettati nella sale cinematografiche in apertura di spettacolo e svolgevano una

funzione complementare a quella dei notiziari radiofonici. La radio il cinema, divennero elementi

caratteristici della società di massa: mezzi di svago, di informazione ma anche di propaganda, essi

contribuirono al accentuare il lato spettacolare della politica.

9.9) LA SCIENZA E LA GUERRA

Il boom dei mezzi di comunicazione di massa non fu solo il risultato saliente dell’evoluzione

tecnologica e scientifica negli fra le due guerre mondiali. In questo periodo l’onda lunga della

rivoluzione della scienza applicata, continuò a far sentire i suoi effetti sulla vita quotidiana e sulla

salute. Risalgono agli anni ’20 e ’30 alcune scoperte che avrebbero segnato in modo decisivo la

storia del nostro secolo. In questi anni un folto gruppo di fisici di diversi paesi, portò avanti gli studi

e gli esperimenti sul nucleo dell’atomo avviati all’inizio del ‘900. Negli anni ’20 e ’30

l’aeronautica compì in tutti i paesi industrializzati progressi notevoli: gli aerei divennero più sicuri

e più rapidi, aumentando nel contempo la loro capacita di carico e la loro autonomia. L’aviazione

civile, dopo i primi passi negli anni ’20, conobbe nel decennio successivo un considerevole

incremento, pur restando, a causa dei suoi alti costi, un servizio accessibile solo alle categorie

privilegiate. I progressi dell’aviazione civile furono però superati dai contemporanei e più

consistenti sviluppi dell’aeronautica militare, che assorbiva allora la maggior parte della

produzione del settore. Tutte le grandi e medie potenze intensificarono, dall’inizio degli anni ’30, la

costruzione di aerei militari.

10) LA CULTURA DELLA CRISI

Nella cultura europea si accentuarono allora i fenomeni di disgregazione e di perdita dell’unità,

tanto che nessuna delle correnti del periodo può essere assunta, da sola, come particolarmente

rappresentativa. Furono anni, per gli intellettuali, di grandi contrapposizioni ideologiche

(liberalismo-comunismo, democrazia-fascismo) e di impegno politico. L’emigrazione degli

intellettuali tedeschi durante il nazismo provocò un impoverimento culturale dell’Europa.

CAPITOLO N. 6) L’ETA’ DEI TOTALITARISMI

1) L’ECLISSI DELLA DEMOCRAZIA

Nel corso degli anni ’30, la democrazia europea, visse i suoi momenti più neri. Con la grande

crisi, con i successi del nazismo in Germania e con la crescita generalizzata dei movimenti autoritari

in Europa e nel mondo, si capì che il male era profondo e non risparmiava nemmeno i paesi

economicamente più sviluppati. In ampi strati dell’opinione pubblica si diffuse la convinzione che i

sistemi democratici avessero ormai i giorni contati; che fossero deboli per tutelare gli interessi

nazionali e troppo insufficienti per garantire il benessere dei cittadini; che la vera alternativa fosse

quella fra il comunismo sovietico e i regimi autoritari di destra. Si affermarono quindi regimi

antidemocratici, sia di tipo tradizionale (Monarchie), sia di tipo “moderno” (cioè ispirati al

fascismo e al nazismo); oltre ai regimi comunisti. Caratteristica fondamentale dei movimenti e dei

regimi che convenzionalmente chiamiamo fascisti, era un tentativo di dar vita a un nuovo ordine

politico e sociale, diverso da quelli conosciuti fin allora. Sul piano dell’organizzazione politica,

fascismo significava accentramento del potere nelle mani di un capo, struttura gerarchica dello

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Stato. Sul piano economico e sociale, il fascismo si vantava di aver indicato una terza via fra

capitalismo e comunismo. La terza via proposta dal fascismo esercitò una notevole attrazione,

soprattutto sugli strati sociali intermedi. Mentre le classi popolari si piegarono di malavoglia ai

regimi autoritari, mentre la grande borghesia appoggiò le dittature più per calcolo utilitaristico che

per convinzione, i ceti medi offrirono al fascismo un’adesione diffusa e talvolta entusiastica. Ai

giovani in cerca di avventura, agli intellettuali bisognosi di certezze, ai piccolo-borghesi delusi dalla

democrazia, il fascismo pareva offrire una prospettiva nuova ed emozionante. Il fascismo seppe

capire le società di massa, ne interpretò le componenti aggressive e violente e soprattutto né sfrutto

appieno le tecniche e gli strumenti: i mezzi di propaganda, i canali di informazione e di istruzione,

le strutture associativa (in particolare quelli giovanili). Questa capacità di adattamento alla società

di massa e di controllo sui suoi meccanismi costituì una caratteristica specifica e sociale (come

avvenne nel modello sovietico nell’età di Stalin); fu insomma propria di tutti quei regimi che, per la

loro pretesa di dominare in modo “totale” la società, di condizionare non solo i comportamenti ma

la stessa mentalità dei cittadini, sono stati definiti totalitari.

Il termine “totalitarismo” fu inventato , dagli antifascisti italiani già nella prima metà degli anni

’20. Successivamente, furono gli stessi fascisti, a cominciare da Mussolini, a usarlo “in positivo”

per definire la loro aspirazione, a una identità totale fra Stato e società. Nel secondo dopoguerra, il

termine fu adottato dalla scienza politica e dalla pubblicistica dei paesi occidentali per designare

quella particolare forma di potere assoluto, che non si accontenta di controllare la società, ma

pretende di trasformarla dal profondo in nome di un’ideologia onnicomprensiva, di pervaderla tutta

attraverso l’uso combinato del terrore e della propaganda: quel potere cerca di mobilitare i cittadini

attraverso proprie organizzazioni, di imporre la propria ideologia attraverso il monopolio

dell’educazione e dei mezzi di comunicazione di massa.

2) LA CRISI DELLA REPUBBLICA DI WEIMAR E L’AVVENTO DEL NAZISMO

Negli anni venti, nonostante vi fossero ancora gli effetti disastrosi della grande guerra, la

Germania raggiunse un periodo di stabilità, che si rivelò ben presto precaria quando le conseguenze

della crisi economica del '29 si abbatterono sul paese. L’economia tedesca era infatti molto

subordinata a quella americana (finanziamenti). La produzione industriale si dimezzò e aumentò la

disoccupazione. L’inflazione, colpendo il potere d’acquisto dei salari, provocò intensi conflitti

sindacali. In questo quadro di instabilità si colloca l’ascesa al potere di Hitler. Si può in pratica dire

che la crisi del 1929 è la data dell’avvio dell’ascesa del nazismo verso il potere. Le ragioni che

hanno favorito l’ascesa al potere di Hitler vanno ricercate nel successo del suo programma, grazie al

quale ottenne ampi consensi in una società profondamente lacerata dalle conseguenze della guerra e

dalla dura crisi economica. Egli nel suo programma univa in modo confuso ma efficace, elementi

che attiravano diverse estrazioni sociali.

Il suo partito si basava su due elementi:

uno nazionalista (per riscattarsi della sconfitta e l’umiliazione subita nella prima guerra

mondiale)

l’altro socialista (ma, a differenza del marxismo, basato sui valori del popolo tedesco e sul potere di

uno stato forte). Un ruolo fondamentale ebbero l’antisemitismo e il razzismo, da sempre

propagandati da Hitler. Nel programma politico del Partito nazionalsocialista era già proposta la

revoca dei diritti civili degli ebrei. In breve tempo gli ebrei divennero capro espiatorio della

situazione di crisi: il successo di molti ebrei nelle professioni veniva sbandierato di fronte ai

disoccupati.

Gli ebrei sono considerati il “nemico interno” 28

Hitler non predicava solo odio verso gli ebrei, ma li classificava come una razza inferiore, da

eliminare, per creare una società pura e ariana. Un altro elemento fu la crisi della repubblica di

Weimar. Questa si basava su un fragile compromesso tra ceti dominanti e la classe

operaia. L’equilibrio di quella situazione poté funzionare finché l’economia del paese si sviluppava

, ma con la crisi del ’29 entrò in crisi tale equilibrio e il governo di Weimar non riusciva ad

elaborare strategie economiche. Con le elezioni politiche del 30 crescono le opposizioni alla

repubblica di Weimar: i comunisti e i nazisti. I nazisti sono tuttavia più forti, perché, come i fascisti,

si avvalgono della violenza. La svolta decisiva si ebbe tra il '30 e il '32, quando il nuovo governo

cattolico, privo di maggioranza in parlamento, era costretto a ricorrere alternativamente

all’appoggio della destra e della sinistra e spesso legiferava con decreti d’urgenza, controfirmati dal

presidente. In questi anni si indebolì il potere legislativo a favore di quello del presidente. Intanto

Hitler stringeva rapporti con l’esercito, con l’industria pesante e con i grandi proprietari terrieri.

3) IL CONSOLIDAMENTO DEL POTERE DI HITLER

La trasformazione della Repubblica tedesca in dittatura avvenne nel giro di pochi mesi:

1932 – Hitler pretese che gli venisse affidato il governo; ormai la situazione era ingovernabile e non

si riusciva a formare una maggioranza stabile. Alle elezioni il partito nazionalsocialista risulta il

primo partito. Hitler sale al potere a capo di un governo di coalizione conservatore e in poco tempo

distrusse la democrazia e creò uno stato totalitario.

assume la guida del governo e ha la maggioranza assoluta in

1933 – Hitler nominato cancelliere,

parlamento, dal quale ottiene pieni poteri: mette fuori legge il partito comunista, abolisce ogni

libertà e garanzia costituzionale e ogni dissenso. Chiude i giornali di opposizione e le sedi sindacali.

Scioglie tutti gli altri partiti tranne quello nazionalsocialista.

1933 – Distruzione dell'edificio che ospitava il Parlamento tedesco a Berlino. Ne furono accusati

alcuni comunisti, ma quasi tutti furono assolti in un clamoroso processo. Il nazismo lo sfruttò

comunque per intensificare la stretta reazionaria, sospendere la costituzione di Weimar e per una

feroce repressione degli oppositori.

1933 – Simbolico rogo dei libri a Berlino. Rappresenta il rifiuto della cultura creata dagli

illuministi. Il nazismo nega l’uguaglianza illuminista e contrappone la disuguaglianza, che si

esprimeva attraverso l’obbedienza al “capo”.

1934 – Alla morte di Hindenburg, Hitler diventa capo dello Stato e concentra su di sé tutti i poteri.

Attua la completa fusione fra partito e Stato quindi non esistevano più gli organi costituzionali: il

Führer diventa l’unica fonte del diritto e aveva potere assoluto in ogni campo.

Lo Stato, ovvero Hitler, controllava tutti gli aspetti della vita lavorativa e produttiva attraverso le

corporazioni e la formazione dei giovani attraverso la Gioventù hitleriana. Egli effettuava una

manipolazione delle coscienze, basando il regime su rapporto diretto con le masse. Il nazismo non

si servì solo del terrore, ma si sforzò di integrare le masse popolari nella sua opera.

4) IL TERZO REICH

Con l’assunzione della presidenza da parte di Hitler scomparivano anche le ultime tracce del

sistema repubblicano. Nasceva il Terzo Reich, il terzo Impero.Nel nuovo regime si realizzava

pienamente quel “principio del capo” che costituiva un punto cardine della dottrina nazista.Il capo

(Fuhrer è l’equivalente tedesco di “duce”) non era soltanto colui al quale spettavano le decisioni

più importanti, ma anche la fonte suprema del diritto; non solo era la guida del popolo, ma anche

colui che sapeva esprimere le autentiche aspirazioni. Era insomma fornito di quel potere che Max

Weber, ai prima del secolo, aveva definito carismatico, in quanto fondato su un dono, su una

29

presunta qualità straordinaria (appunto carisma).Il rapporto fra capo e popolo doveva essere diretto,

al di là di ogni mediazione istituzionale e di ogni forma di rappresentanza. L’unico tramite con le

masse era costituito dal partito unico e da tutti gli organismi ad esso collegati: come il Fronte del

lavoro, che sostituiva i disciolti sindacati. Compito di queste organizzazioni era di trasformare

l’insieme dei cittadini in una comunità di popolo compatta e disciplinata. Dalla “comunità di

popolo” erano esclusi per definizione gli elementi “antinazionali”, i cittadini di origine straniera o

di discendenza non “ariana” e soprattutto gli ebrei. Gli ebrei erano allora in Germania una ristretta

minoranza. Ma nell’Europa orientale, erano concentrati in prevalenza nelle grandi città, e

occupavano le zone medio-alte della scala sociale: erano per lo più commercianti, liberi

professionisti, intellettuali e artisti; parecchi avevano posizioni di prestigio nell’industria e nell’alta

finanza. Nei confronti di questa minoranza attivamente inserita nella comunità nazionale, la

propaganda nazista riuscì a risvegliare quei sentimenti di ostilità che, erano largamente diffusi,

soprattutto fra le classi popolari, in tutta l’Europa centro-orientale. La discriminazione fu

ufficialmente sancita nel settembre 1935, dalle cosiddette leggi di Norimberga: leggi razziste “i non

ariani non sono cittadini e non possono sposare ariani”. Secondo queste leggi, chiunque risultasse

avere tre o quattro nonni osservanti della religione ebraica veniva considerato ebreo; mezzo-ebreo

era chi aveva due nonni osservanti o era sposato con un ebreo; chi aveva un solo nonno ebreo

veniva considerato come un meticcio ("mischlinge" in tedesco). A queste tre categorie vennero

proibiti il matrimonio ed i rapporti sessuali con tedeschi ariani e furono colpite da tutta una serie di

privazioni e discriminazioni razziali. La vera e propria azione di persecuzione cominciò però il 9

novembre 1938, quando, nel cosiddetto Pogrom della "notte dei cristalli", al fine di vendicare

l’uccisione, avvenuta a Parigi, di un diplomatico tedesco, ucciso da un dissidente ebreo, furono

devastati dei negozi ebrei, distrutte, case, sinagoghe, profanati cimiteri, arresti e deportazioni nei

campi di concentramento (sterminate intere famiglie e poi il genocidio). L’organizzazione della

società è simile a quella fascista. 30 gennaio 1939: In un discorso al Parlamento, Hitler prevede che

una guerra in Europa avrebbe condotto all’annientamento della razza ebraica in Europa. Inizia la

deportazione di massa e il progressivo sterminio del popolo ebraico, con la sterilizzazione forzata

per i portatori di malattie ereditarie e la soppressioni degli infermi di mente classificati come

incurabili.

5) REPRESSIONE E CONSENSO NEL REGIME NAZISTA

Non vi fu, durante il nazismo, alcuna forma di opposizione politica. Anche la Chiesa cattolica e

quelle luterane finirono con l’adattarsi al regime. L’efficienza dell’apparato repressivo spiega la

mancanza di un esplicito dissenso, ma non spiega di certo l’estensione notevole del consenso al

regime. Tale consenso ebbe varie cause: i successi in politica estera, la ripresa economica ( dovuta a

una politica di riarmo e lavori pubblici), il raggiungimento della piena occupazione e il

miglioramento dei servizi sociali; ma anche l’uso molto abile che il nazismo fece

della comunicazione di massa.

6) IL CONTAGIO AUTORITARIO

Già nel corso degli anni ’20 regimi autoritari si erano affermarti in molto paesi. - Nell’Europa

centro-orientale, dove le istituzioni parlamentari avevano radici molto deboli e dove, molto forte

era in vece il peso delle forze conservatrici, della grande proprietà terriera e delle chiese.-

Ungheria: fu il primo fra questi Stati a sperimentare l’autoritarismo di destra; qui l’ammiraglio

Horthy impose un regime rigidamente conservatore, in cui le libertà politiche e sindacali erano di

fatto abolite. - nel 1926 un altro regime semidittatoriale, anche se diversamente connotato

Polonia: si affermò

rispetto a quello ungherese; qui l’ex socialista Pilsudski organizzò una marcia su Varsavia per

30

riformare la costituzione in senso autoritario e dar vita a un governo “al di sopra dei partiti”.

Stati Balcanici: non meno agiate furono negli anni ’20 le vicende degli Stati balcanici.

Grecia: qui il regime repubblicano, non riuscì a funzionare regolarmente per i continui interventi

dei militari e per la ricorrente minaccia dei gruppi monarchici.-

Bulgaria: qui l’esperimento democratico, fu interrotto nel ’23 dal un colpo di Stato militare.-

Jugosglavia: rappresenta una caso a parte in quanto la scena politica era dominata dal contrasto fra

i diversi gruppi etnici. Per domare la protesta dei croati, che si sentivano oppressi dal centralismo

serbo, il re Alessandro I attuò nel 1929 un colpo di Stato, col risultato di aggravare le tensioni e di

spingere il movimento separatista croato sulla via del terrorismo. Tutti questi regimi non potevano

definirsi autenticamente fascisti, anche se avevano col fascismo non pochi elementi di affinità.

Erano piuttosto regimi autoritari di tipo tradizionale, sostenuti dall’esercito e dai gruppi

conservatori e privi di una propria base di massa. -

Spagna: qui i la democrazia parlamentare aveva sempre vissuto di vita precaria, un colpo di Stato fu

attuato nel 1923 dal generale Primo de Rivera. Nel 1930, dopo sette anni di governo

semidittatoriale, Primo de Rivera fu costretto a dimettersi di fronte a una massiccia ondata di

proteste popolari. Nelle elezioni del 1931 i partiti democratici e repubblicani ottennero un

larghissimo successo, che indusse il re a lasciare il paese. Si formò così una Repubblica, destinata

anch’essa a vita breve e travagliata.-

Portogallo: Anche in Portogallo furono i militari a interrompere, nel 1926, l’esperienza di una

fragile democrazia parlamentare. Ma fu un economista cattolico Olivera de Salazar ad assumere il

ruolo di ispiratore e guida di un regime autoritario, rimanendo in vita per quasi mezzo secolo. Con

la vittoria di Hitler in Germania, la crisi dei regimi e dei valori democratici subì, ovviamente, una

ulteriore accelerazione. In tutta l’Europa centro-orientale si assisté, a partire dal ’33, alla crescita di

movimenti estremisti ispirati all’esempio del nazismo, al rafforzamento delle tendenze dittatoriali e

militaristiche nei paesi già soggetti a regimi autoritari, alla nascita di nuove dittature di stampo

monarchico-fascista.Anche in Austria, dove la democrazia sembrava aver radici più solide,

cristiano-sociali e conservatori, al potere dal 1920, cercarono di modificare le istituzioni in senso

autoritario, scontrandosi con l’opposizione di una socialdemocrazia ancora molto forte a livello

organizzativo ed elettorale.

7) L’UNIONE SOVIETICA E L’INDUSTRIALIZZAZIONE FORZATA

Il piano di sviluppo economico guidato dallo Stato, impostato su 5 anni con inizio nel 1928,

doveva avere il completo controllo di ogni attività produttiva. Per questo fu subito abbandonata la

NEP. Con Stalin nelle campagne fu abolita la proprietà individuale e venne attuato un piano di

collettivizzazione forzata della terra.

v Nacquero i kolchoz, grandi aziende agricole affidate a cooperative di contadini.

v Nacquero i sovchoz, aziende gestite direttamente dallo Stato che salariava gli agricoltori come

operai delle campagne. I contadini che possedevano terre, i kulaki, si opposero al passaggio allo

Stato di ogni loro proprietà e alla trasformazione in operai. Molti reagirono non seminando più i

campi e macellando il bestiame per vivere. La Russia ritornò ad una situazione simile al

"comunismo di guerra". La reazione del governo comunista fu durissima: quasi due milioni di

kulaki furono deportati nei campi di lavoro in Siberia o uccisi in caso di resistenza armata. Nel

1934, al termine del primo piano quinquennale, i 25 milioni di poderi della piccola e media

proprietà contadina non esistevano più, sostituiti da 200 000 aziende collettive. Questo programma

attuato con la forza non raggiunse però i risultati produttivi sperati da Stalin. L’industrializzazione

forzata invece raggiunse i risultati sperati: la produzione industriale quasi triplicò nel quinquennio,

in particolare i settori dell'industria pesante (metallurgica, meccanica, mineraria) su cui si

concentrarono investimenti e sforzi produttivi. La crisi del ’29 ebbe sulla Russia un impatto meno

grave rispetto agli altri paesi, grazie appunto ai piani quinquennali e anche perché a quel tempo la

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Russia era meno industrializzata rispetto agli altri. La produzione di beni di consumo (alimentari,

vestiti, scarpe, casalinghi, automobili ecc.) venne lasciata in secondo piano e penalizzata: i prodotti

erano di qualità scadente e spesso insufficienti di fronte alle richieste, e questo alimentava il

malcontento tra la gente. L'obiettivo di Stalin fu comunque raggiunto: nel 1939 l'URSS si era

trasformata in un Paese altamente industrializzato; la sua produzione era più che quadruplicata in

soli dieci anni e corrispondeva al 17% di quella mondiale. Ma per raggiungere tale risultato fu

creato un regime fortemente centralizzato, autoritario e repressivo nei confronti di ogni dissenso,

dove inoltre viene utilizzata la mobilitazione ideologica, a questo proposito ricordiamo il mito di

Stakaov, lavoratore che in nome del prestigio del socialismo e’ disposto a lavorare 24 ore su

24. Grandi ritratti di Stalin bonario e rassicurante si vedevano negli uffici pubblici e sulle piazze. La

propaganda comunista alimentò un vero e proprio "culto della personalità" staliniana: la sua

immagine fu esaltata ed egli fu celebrato come la guida salda e ferma del Paese, che aveva aperto la

via dello sviluppo e avviato l'URSS a divenire una grande potenza mondiale. Dopo la seconda

guerra mondiale l'esaltazione di Stalin fu amplificata dalla vittoria militare sul nazismo e si allargò

al di fuori dell'Unione Sovietica tramite i Partiti comunisti dei vari Paesi.

8) LO STALINISMO

Gli anni ’30 videro anche il continuo rafforzamento della dittatura personale di Stalin, che

servendosi della potentissima polizia segreta, eliminò tutti gli oppositori, tra i quali molti

protagonisti della rivoluzione d'ottobre del 1917. Il clima di terrore che caratterizzò lo stalinismo

contrasta con l'immagine pubblica che il dittatore volle dare di sé. Nei manifesti Stalin è al fianco di

minatori e contadini sorridenti, felici di contribuire alla riuscita dei piani quinquennali. I bambini lo

adorano e gli offrono fiori in segno di omaggio e riconoscenza per il bene.

Il fascismo, il nazismo e il comunismo sovietico sono ideologie talmente forti che possono essere

considerate come religioni laiche, movimenti di aggregazione in cui il popolo si sente un’anima

sola.Per ottenere questo, tutti e tre questi totalitarismi fanno un gran uso delle più avanzate tecniche

di comunicazione. Utilizzano miti, rituali, organizzano grandiose cerimonie pubbliche dove si

curano le scenografie e le coreografie fin nei minimi particolari. A gestire la propaganda ci sono i

ministeri, che controllano ovviamente tutti i mezzi di comunicazione di massa (la radio, il cinema,

la stampa).

Nel 1934 Stalin prese a pretesto la misteriosa uccisione del suo collaboratore Kirov per scatenare le

"grandi purghe", che èbbero il culmine tra il 1936 e il 1939: centinaia di migliaia di militanti

comunisti e soldati dell' Armata Rossa furono messi sotto accusa come "nemici dello Stato",

incarcerati, costretti a confessare colpe inesistenti e condannati a morte o al lavoro forzato. Trotskij,

acerrimo oppositore di Stalin anche dall'esilio, fu rintracciato in Messico da agenti della polizia

segreta sovietica e assassinato nel 1940. È difficile calcolare quanti morti provocò il terrore

scatenato da Stalin negli anni Trenta in tutti i settori della società, ma si può parlare di alcune

centinaia di migliaia di persone. Tra i 15 e i 20 milioni furono invece i deportati nell'arcipelago dei

campi di lavoro, il Gulag.

Questo sistema carcerario, controllato direttamente dalla polizia segreta, era formato da almeno

160 campi di prigionia dislocati prevalentemente nella Russia siberiana. Vi furono rinchiusi

oppositori veri o presunti del regime, trotskisti, kulaki; alcuni milioni erano i deportati di nazionalità

non russa, appartenenti a popoli che reclamavano maggiore autonomia da Mosca, come i Cosacchi

del Don, i Tatari di Crimea e gli Ucraini. Con identica brutalità il regime staliniano eliminò ogni

forma di libertà religiosa: fu imposto l'insegnamento dell'ateismo, le Chiese cristiane e le comunità

ebraiche vennero perseguitate. Il Gulag fornì a Stalin una massa di manodopera forzata impiegata

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nella costruzione di grandi opere - canali, strade, ferrovie - e nelle industrie, impegnate a centrare

gli obiettivi prefissati dai piani quinquennali.

9) LA CRISI DELLA SICUREZZA COLLETTIVA E I FRONTI POPOLARI

diede un duro colpo all’equilibrio internazionale già scosso dalle

L’avvento al potere di Hitler

conseguenze della grande crisi. La prima importante decisione del governo nazista in materia di

politica estera fu, nell’ottobre ’33, il ritiro della delegazione tedesca della conferenza internazionale

di Ginevra, dove le grandi potenze cercavano di giungere a un accordo sulla limitazione degli

armamenti. Seguì, pochi giorni dopo, il ritiro della Germania dalla Società delle nazioni. Queste

decisioni, con le quali Hitler mostrava chiaramente di non sentirsi legato al “sistema di

Locarno”destarono allarme in tutta Europa. Anche l’Italia fascista, ebbe ben presto motivo di

preoccuparsi per le mire aggressive tedesche. Quando in Austria, nel luglio del ’34, gruppi nazisti

ispirati da Berlino tentarono di impadronirsi del potere e uccisero il cancelliere Dollfuss al fine di

preparare l’unificazione fra Austria e Germania, Mussolini reagì immediatamente facendo schierare

quattro divisioni al confine italo-austriaco. Hitler, che non era ancora pronto per una guerra, fu

costretto a far macchina indietro sconfessando gli autori del complotto. Meno di un anno dopo, i

rappresentanti di Italia, Francia e Gran Bretagna, si riunirono a Stresa per condannare il riarmo

tedesco, per ribadire la validità dei patti di Locarno e per riaffermare il loro interesse

all’indipendenza in Austria.Fu questa l’ultima manifestazione di solidarietà fra le tre potenze

vincitrici. Pochi mesi più tardi l’aggressione italiana all’Etiopia avrebbe rotto il “fronte di Stresa”

e dato avvio a un processo di riavvicinamento italo-tedesco. Ma intanto la causa di sicurezza

collettiva aveva trovato un nuovo sostegno proprio nel paese che fin allora era rimasto

completamente estraneo a tutte le iniziative nate nell’ambito della Società delle nazioni: Unione

sovietica. Nel settembre ’34 l’Urss entrò nella Società delle Nazioni e nel maggio ’35 stipulò

un’alleanza militare con la Francia. E nel VII congresso del Comintern, la parola d’ordine fu quella

della lotta al fascismo. Ai partiti comunisti spettava il compito di riallacciare i rapporti non solo con

gli altri partiti operai, ma anche con le forze democratico-borghesi, di favorire ovunque la nascita

dei fronti popolari, di appoggiare i governi democratici decisi a combattere il fascismo. Questa

spinta si avvertì soprattutto in Francia, dando spazio alla crescita della destra reazionaria e dei

movimenti filofascisti. Nel maggio dello stesso anno, in Francia il netto successo elettorale delle

sinistre aprì la strada alla formazione di un governo composto da radicali e socialisti. La Francia

repubblicana e socialista parve ritrovare per un momento l’atmosfera fra esaltata e festosa delle

rivoluzioni ottocentesche, ma l’improvviso aumento del costo del lavoro innescò un rapido processo

inflazionistico. L’inflazione, e la contemporanea fuga dei capitali all’estero, costrinsero i governi di

fronte popolare a due successive svalutazioni del franco. Nella primavera del ’38, mentre la

situazione internazionale si andava rapidamente deteriorando, l’esperienza del Fronte popolare

poteva considerarsi già chiusa.

10) LA GUERRA CIVILE IN SPAGNA

Dopo la fine della dittatura di Primo de Rivera e la caduta della monarchia, la Spagna aveva

attraversato un periodo di grave instabilità economica e sociale, che aveva visto succedersi un

fallito colpo di Stato militare e una insurrezione anarchica sanguinosamente repressa. La Spagna è

anche il teatro del primo scontro armato tra fascismo e antifascismo, con la partecipazione di molti

intellettuali da ogni parte del mondo, a partire dagli Usa e con gli italiani – le camice nere di

Mussolini da un lato, e gli antifascisti e gli anarchici dall’altro – impegnati su entrambi i

fronti. Alle elezioni del 1936 i fronti popolari delle sinistre vinsero le elezioni, dando il via a una

politica di riforme Il 18 Luglio, ci fu però il golpe del Generale Franco, che sbarcò sul suolo

nazionale con le truppe coloniali dal Marocco ed innescò una sanguinosissima guerra civile contro

33

il governo repubblicano del Fronte Popolare che si protrarrà fino al 1939, vigilia della II guerra.

Italia e Germania intervennero a fianco del generale Franco, questo diede alla guerra civile spagnola

una connotazione di guerra delle nazioni fasciste contro alle altre nazioni, anche se, nonostante

Germania e Italia avessero violato il patto di non intervenire, le potenze democratiche preferirono

stare a guardare e non inviare truppe. L’Unione Sovietica invece intervenne col solo invio di

approvvigionamenti, medicinali e armi, non con l’invio di truppe. L’opinione pubblica antifascista

premeva per un intervento delle nazioni democratiche perché capiva che il fascismo rappresentava

una minaccia per la pace, infatti lo sviluppo economico della Germania dopo la crisi del ‘29 si era

basato sul riarmo. Mentre le potenze democratiche europee (Francia e Inghilterra) proclamavano il

"non intervento", accorrevano in Spagna in sostegno della Repubblica molti volontari che

costituivano le "brigate internazionali", a prevalente direzione comunista. Fra i numerosi Italiani

(in larga parte antifascisti fuorusciti) spiccano i fratelli Carlo e Nello Rosselli, il socialista Pietro

Nenni e il comunista Luigi Longo, che fu il Comandante delle Brigate. È l’inizio della guerra civile,

con pesanti ripercussioni anche sul piano internazionale. Sarà infatti la prova generale della seconda

guerra mondiale perché il conflitto vede impegnate a sostegno delle due parti in lotta da un lato

Urss, Messico e, a fasi alterne, Francia (in favore dei "repubblicani"), e dall’altro Italia,

Germania e Portogallo (in favore dei "nazionalisti"). La guerra si concluderà nel marzo del '39, con

la vittoria di Francisco Franco e l'instaurazione di una dittatura fondata sul potere legislativo del

"Caudillo" e sulla repressione degli oppositori (la "Feroz matanza"), che durerà fino al 1975 e

causerà la morte di 200.000 antifascisti, centinaia di migliaia condannati a pene varie, 300.000

esiliati. Tre anni di guerra civile lasciarono nel paese una pesante eredità di lutti, distruzioni, un

dissesto economico di proporzioni incalcolabili. Terminata pochi mesi prima dello scoppio del

secondo conflitto mondiale, la guerra civile spagnola, anticipò il carattere di “guerra ideologica”,

ma anche perché in Spagna furono adottati per la prima volta metodi e tecniche di guerra che

l’Europa e il mondo avrebbero presto sperimentato su ben più ampia scala (bombardamenti).

10) L’EUROPA VERSO LA CATASTROFE

Negli stessi anni della guerra di Spagna, la politica di arrendevolezza (appeasement) praticata

dalla Francia e Inghilterra nei confronti della Germania finì coll’incoraggiare la politica

espansionistica del nazismo. Nel 1938 Hitler ottenne il primo successo clamoroso con l’annessione

(Anschluss) dell’Austria al Reich tedesco. Nel 1938 il nuovo cancelliere Kurt von Schuschnigg

indisse un plebiscito popolare per riaffermare l'indipendenza dell'Austria; Hitler chiese e ottenne le

sue dimissioni, quindi invase il paese, promuovendo la formazione di un governo collaborazionista

guidato da Seyss-Inquart. L'Austria fu rinominata Ostmark (Marca Orientale) e posta sotto la diretta

autorità del Terzo Reich tedesco per tutta la durata della seconda guerra mondiale. La questione

austriaca si era appena chiusa, e già Hitler mirava apertamente all’annessione della regione dei

Sudeti e alla distruzione dello Stato cecoslovacco. Gli accordi di Monaco (settembre ’38)

sembrarono conservare la pace, ma – accettando le richieste tedesche – finirono con lo spianare a un

nuovo conflitto mondiale. 34

LEZIONE N. 3) STORIA CONTEMPORANEA

CAPITOLO N. 7 L’ITALIA FASCISTA

1) IL TOTALITARISMO IMPERFETTO

Il regime fascista ha delle caratteristiche di autoritarismo e delle caratteristiche di totalitarismo.

Le caratteristiche che lo renderebbero più simile ad un regime autoritario sono: in primo luogo il

fatto che nei 20 anni di dittatura fascista, la struttura dello Stato non viene toccata, lo stato rimane

una monarchia (vi sono quindi due poteri, il Re e il Duce ) , lo statuto albertino, che e’ lo statuto su

cui era fondato il Regno d’Italia rimane in vigore, il Parlamento rimane in auge, anche se

praticamente svuotato di ogni potere, fino 1939 (nel 1939 fu abolito anche il sistema plebiscitario,

in virtù della creazione della camera dei fasci e delle corporazioni, di nomina governativa). Il Re

rimane il capo dell’esercito, nell’esercito risiede il monopolio della forza. (nei regimi totalitari

l’esercito e’ sempre in mano al dittatore). Alla Chiesa viene permesso di lasciare vitali tutte le sue

organizzazioni, la Chiesa infatti, che in Italia e’ un’altro potere, sarà di supporto al regime

fascista. Le caratteristiche che renderebbero il regime fascista più simile ad un regime totalitario

sono: in primo luogo il fatto che il regime si organizza con un partito unico, tutti gli altri partiti

vengono sciolti . si organizza una milizia volontaria per la sicurezza nazionale (M.V.S.N.) che e’

in pratica il corpo militare del regime fascista. viene istituito il Gran Consiglio del Fascismo,

organo di partito che si sovrappone al Parlamento e si arroga addirittura il diritto di discutere sulla

successione monarchica. L’aspetto del regime e’ dunque quello di un regime totalitario travestito da

regime autoritario, o comunque quello di un regime autoritario che si avvia verso il

totalitarismo. Nella seconda metà degli anni ’20, in Italia lo Stato totalitario era già una realtà

consolidata nelle sue strutture giuridiche. Caratteristica essenziale del regime era la sovrapposizione

di due strutture e di due gerarchie parallele: quella dello Stato, quella del partito. Al di sopra di tutti

si esercitava incontrastato il potere di Mussolini, che riuniva in sé la qualifica di capo del governo e

quella di duce del fascismo. Vi e’ una fascistizzazione integrale della società, che inizia nelle

scuole, sono i giovani che vanno trasformati da italiani a fascisti, è più facile influenzare i giovani

piuttosto che gli adulti, in cui sono sedimentate le appartenenze culturali e politiche altre. Una

funzione importante nella fascistizzazione del paese fu svolta da alcune organizzazioni “collaterali”

al partito:

Ø L’opera nazionale dopo lavoro, fondata nel ‘1925, che si occupava del tempo libero di

milioni di lavoratori.

Ø Il Comitato olimpico nazionale (Coni), nato nel ’27 allo scopo di incoraggiare e controllare le

gare sportive. L’organizzazione della società durante il fascismo e’ totalitaria. L’Italia viene

ingabbiata in una rete organizzativa che accompagna i cittadini italiani dalla culla alla bara.

Ø Alla nascita i bimbi più piccoli erano i “Figli della Lupa”.

Ø Dai 6 ai 13 anni i bambini entrano nell’organizzazione dei “Balilla” (le bambine nelle

“Piccole Italiane”).

Ø Dai 14 ai 18 anni negli “Avanguardisti” (le femmine nelle “Giovani Italiane”).

Ø Dai 18 ai 21 anni nei “Fasci Giovanili di Combattimento”.

Ø Vi sono inoltre i “Gruppi Universitari Fascisti” e i “Gruppi Giovani Fasciste” (Fasci

Femminili).

L’italiano adulto poi si deve iscrivere al Partito Fascista, l’iscrizione in teoria non e’ obbligatoria,

ma e’ necessaria per poter accedere a qualunque ufficio pubblico. Il tentativo in atto dal fascismo

attraverso queste e altre organizzazioni di massa era quello di “occupare”, insieme allo Stato, anche

la società, di riplasmarla dalle fondamenta facendo leva soprattutto sui giovani. In questo senso il

regime fascista fu certamente totalitario, almeno nelle intenzioni.

Ma alle intenzioni non sempre corrisposero i risultati, visti i notevoli ostacoli che il fascismo

35

doveva superare, l’ostacolo maggiore era senza dubbio rappresentato dalla Chiesa. Mussolini, non

solo aveva cercato un’intesa politica col Vaticano, ma aveva mirato più lontano. Le trattative fra

governo e Santa Sede cominciarono nell’estate del ’26, si protrassero per due anni e mezzo nel più

assoluto segreto e si conclusero l’11 febbraio 1929 con la stipula dei patti che presero il nome dai

Palazzi del Laterano. I Patti lateranensi si articolavano in tre parti distinte:

Un trattato internazionale, con cui la Santa Sede poneva ufficialmente fine alla “questione

romana”.

Una convenzione finanziaria, con cui l’Italia si impegnava a pagare al papa una forte indennità a

titolo di risarcimento per la perdita dello Stato pontificio.

Un concordato, che regolava i rapporti interni fra la Chiesa e il Regno d’Italia. Per il regime fascista

i Patti lateranensi rappresentarono un notevole successo propagandistico, fu però il Vaticano a

cogliere i successi più significativi e duraturi. La Chiesa acquisto una posizione di indubbio

privilegio nei rapporti con lo Stato e rafforzò notevolmente la sua presenza nella società. La Chiesa

non costituì l’unico ostacolo per la aspirazioni totalitarie del fascismo. Un altro limite insuperabile

stava all’interno, anzi al vertice delle istituzioni statali ed era rappresentato dalla monarchia -

appunto dal re - che restava pur sempre la più alta autorità dello Stato. Al re spettavano il comando

supremo delle forze armate, la scelta dei senatori e addirittura il diritto di nomina e di revoca del

capo del governo.

3) IL REGIME E IL PAESE

Se osserviamo l’Italia del ventennio fascista, vediamo emergere con preponderante evidenza

l’immagine di un paese largamente fascistizzato. La figura del Duce viene mitizzata, e’ un mito

volutamente costruito su un padre benevolo ma severo, uomo del popolo, ma statista. La sua figura

viene tanto mitizzata, la sua popolarità è talmente alta in tutto il ventennio della sua dittatura, che si

potrebbe quasi parlare di “mussolinismo” anziché di fascismo. Altro mito è quello della romanità,

perché si sposa al mito della potenza e della conquista. Nelle scuole negli uffici vengono esposti

ritratti del Duce, gli edifici pubblici e i monumenti, le copertine dei libri e le cartoline ornati

dall’emblema del fascio littorio, i muri istoriati da scritte guerriere, gli scolari che sfilavano in

formazione militare, vestiti in camicia nera e armati di fucili in legno, i loro padri anch’essi in

divisa fascista. Questa e altre immagini rispecchiavano la realtà dell’Italia di allora. Ma quali erano

le condizioni del “paese reale” risultante dai dati statistici? In Italia c’erano segni di sviluppo, ma

alla vigilia della seconda guerra mondiale, era ancora un fortemente arretrato. Alla fine degli anni

’30, il reddito di un italiano era molto basso rispetto a quello delle altre potenze europee, spendeva

più della metà del suo reddito in consumi alimentari e poco per il vestiario. Nel ’39 c’era

un’automobile ogni 100 abitanti, un telefono ogni 70, una radio ogni 40. L’arretratezza economica e

civile dell’Italia fu per certi aspetti funzionale al regime e all’ideologia fascista. Il fascismo, come il

nazismo: Predicò il “ritorno alla campagna”. Esaltò la bellezza e la sanità della vita

campestre. Difese ed esaltò la funzione del matrimonio e della famiglia, come garanzia di stabilita

e come base per lo sviluppo demografico. Aumentò gli assegni familiari dei lavoratori. Favorì le

assunzioni dei padri di famiglia. Istituì premi per le coppie più prolifere. Impose una tassa sui

celibi. In coerenza con questa linea il regime:

Ostacolò il lavoro delle donne, opponendosi al processo di emancipazione femminile.

Anche le donne ebbero durante il fascismo, le proprie strutture organizzative:

Quella dei Fasci femminili.

Quella delle piccole italiane e delle giovani italiane.

Quella delle massaie rurali, che valorizzava le virtù domestiche delle donna, vista come “angelo

focolare”. conservatore e immobilista, cercò in qualche modo di proiettarsi

Il fascismo non era solo un regime

verso il futuro, verso la creazione “dell’uomo nuovo”, ossia il fascista che e’ un uomo nuovo,

36

diverso dal passato sia interiormente e fisicamente. Per creare "l’italiano nuovo" la scuola fascista

adottò testi scolastici, quaderni, diari e pagelle in cui si esaltava il fascismo sia attraverso le

immagini, strumento rapido ed efficace, che attraverso i contenuti. Nei testi si trovano brani,

filastrocche e storie in cui la vita militare e in particolare la figura del Duce e la storia del fascismo

ricoprono grande spazio. Passando alla Quinta Classe, risaltano per originalità problemi geometrici

e aritmetici davvero singolari: calcolare la superficie complessiva delle province italiane della Libia

o calcolare le bombe sganciate da un aereo da guerra per esempio. La grammatica veniva insegnata

proponendo l’analisi logica di frasi come "Io ho lavorato con piacere tutto il giorno" o "I nemici si

affrontano con coraggio". Le letture infine trattavano svariati temi d’attualità, come "La razza

latina", "Gli ebrei", "Parla il Duce" o "L’emigrazione”. La fascistizzazione poté realizzarsi solo in

parte a causa del ritardo economico e culturale del paese, non era facile far giungere il messaggio

fascista nei piccoli paesi sperduti: il fascismo riuscì ad ottenere il consenso della piccola e media

borghesia, ma solo in misura limitata e superficialmente quello dell’alta borghesia e delle classi

popolari (queste ultime videro diminuire i loro salari e i loro consumi).

4) SCUOLA, CULTURA, COMUNICAZIONI DI MASSA

Il fascismo dedicò un’attenzione tutta particolare al mondo della cultura e della scuola. Una volta

consolidatosi, il regime si preoccupò di fascistizzare l’istruzione sia attraverso una stretta

sorveglianza sugli insegnanti, sia attraverso il controllo dei libri scolastici ( dove c’è un libro unico

approvato dal fascismo). L’obbligo del giuramento di fedelta’ al regime fu imposto prima ai maestri

elementari, poi si estese ai professori delle scuole medie inferiori e superiori. Nel 1931 fu imposto

anche ai docenti universitari. Quasi tutti i docenti si piegano, solo 11 su 1200 rifiutarono di giurare

perdendo così le loro cattedre. Gli ambienti dell’alta cultura si allinearono su una posizione si

sostanziale adesione al regime. Sulle attività culturali, il controllo del fascismo si esercitò in forme

relativamente blande. Ben più diretto e capillare fu, invece, il controllo nel campo della cultura e dei

mezzi di comunicazione di massa. L’uso dei mass media, assume un’importanza dovuta anche al

sapore di novità dei moderni mezzi di comunicazione. Tutto il settore della stampa politica fu

sottoposto a un controllo sempre più stretto e soffocante da parte del potere centrale, grazie

all’acquisto da parte del partito fascista tra il 1911 e il 1925 delle maggiori testate giornalistiche e

grazie all’introduzione degli albi nel 1925 e interveniva con precise direttive sul merito degli

articoli. Al controllo sulla carta stampata il regime univa quello sulle trasmissioni radiofoniche,

affidate, dal 1927, a un ente di Stato denominato Eiar (oggi RAI). Come mezzo di ascolto privato la

radio ebbe però una diffusione abbastanza limitata. Solo dopo il ’35 essa si affermò come

essenziale canale di propaganda, grazie anche alla decisione del governo di installare apparecchi

nelle scuole, negli uffici pubblici, nelle sedi delle organizzazioni di partito. E solo negli ultimi anni

’30 entro stabilmente nelle case della classe media. Attraverso il nuovo mezzi giungevano alle

famiglie non solo messaggi propagandistici, ma anche canzonette, i servizi sportivi, gli sceneggiati

radiofonici, le trasmissioni di varietà. Come la radio, anche il cinema fu soggetto privilegiato delle

attenzioni del regime e ne ricevette generose sovvenzioni. Avvenne la costituzione nel 1925

dell’istituto nazionale L.U.C.E., ente parastatale e poi di stato per la propaganda e la diffusione della

cultura popolare. Questo istituto, i cui cinegiornali venivano proiettati obbligatoriamente in tutte le

sale cinematografiche a partire dal 1926, rappresenta il più efficace mezzo del regime nel campo

dello spettacolo. La tematica più ricorrente diventa il mito bellico con il conseguente elogio del

patriottismo.

4) IL FASCISMO E L’ECONOMIA. LA “BATTAGLIA DEL GRANO” E “QUOTA

NOVANTA”.

Il fascismo, non costruì un nuovo sistema economico: il modello corporativo rimase in fatti sulla

carta. Sul piano della politica economica, si passò nel ’25 da una linea liberista ad una

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protezionistica e di maggior intervento statale. Questa linea provocò, un riaccendersi

dell’inflazione, un crescente deficit nei conti con l’estero e un forte deterioramento del valore della

lira. Primo importante provvedimento in questo senso fu, nel ’25 l’inasprimento del dazio sui

cereali: una misura volta a favorire il settore cerealicolo, ma che questa volta fu accompagnata da

una rumorosa campagna propagandistica detta “battaglia del grano” che doveva servire al

raggiungimento dell’insufficienza cerealicola. La seconda “battaglia” fu quella per la rivalutazione

della lira la cosiddetta “quota novanta” (ossia 90 lire per una sterlina) che aveva il compito di dare

al paese un’immagine di stabilità monetaria.

Accanto alla grande macchina del consenso, non dimentichiamo che il fascismo e’ violenza e che vi

e’ anche la macchina della repressione, che non consente che ci siano voci fuori dal coro. Viene

creata l’OVRA, la polizia segreta fascista, avvolta da grande mistero, che dava la caccia ai nemici

del regime. Le ondate squadriste continuano la loro opera, nonostante ormai non ci sia più

opposizione, in modo da colpire anche ci solo pensasse di ribellarsi.

5) IL FASCISMO E LA GRANDE CRISI: LO STATO-IMPRENDITORE”

L’economia italiana non si era ancora ripresa dalla cura deflazionistica, quando cominciarono a

farsi sentire le conseguenze della grande crisi mondiale. Di fronte alla crisi del ’29, il regime reagì

attraverso una politica di lavori pubblici che ebbe il suo maggiore sviluppo nella prima metà degli

anni ’30.

Furono realizzate nuove strade e nuovi tronchi ferroviari, fu varato il “risanamento” di Roma fu

avviato il programma di bonifica integrale (Agro Pontino) che avrebbe dovuto portare al recupero a

alla valorizzazione delle terre incolte o mal coltivate. Inoltre lo Stato l’intervenne a sostegno dei

settori in crisi (bancario e industriale).Per far fronte alla crisi e salvare le banche in fallimento, il

governo intervenne creando dapprima (1931) un istituto di credito pubblico (l’Imi, Istituto

mobiliare italiano) col compito si sostituire le banche nel sostegno alla industrie in crisi e dando vita

due anni dopo (1933) all’Istituto per la ricostruzione industriale (Iri), dotato di competenze

eccezionalmente più ampie. Con l’Iri lo Stato italiano si trovò a controllare una quota dell’apparato

industriale e bancario superiore a quella di qualsiasi altro Stato: diventò cioè Stato—imprenditore.

Superata la crisi, il fascismo indirizzo l’economia verso la produzione bellica.

6) L’IMPERIALISMO FASCISTA E L’IMPRESA ETIOPICA

Fino ai primi anni ’30 le aspirazioni imperiali, connaturate all’ideologia del fascismo, rimasero

vaghe. Con l’aggressione all’Etiopia (1935) mutò bruscamente la posizione internazionale del

regime. A spingere Mussolini verso un’impresa del genere, furono motivi di politica interna e

internazionale. Naturalmente vi furono conseguenze economiche e politiche, il 18 novembre 1935

all’Italia vennero inflitte sanzioni economiche che vietavano alle nazioni facenti parte della Società

delle Nazioni di mandare armi e munizioni in Italia, concedere prestiti al governo di Roma,

importare merci Italiane, esportare verso l’Italia merci che potessero essere utili all’attività di

guerra. Politicamente la guerra d’Etiopia rovinò in maniera irreparabile i rapporti italo-inglesi. La

guerra in Etiopia era per Mussolini il perseguimento della politica di potenza, era per gli Italiani una

guerra popolare, per conquistare terre da coltivare, questo passo però allontanò l’Italia dai paesi

democratici e questo allontanamento la spinse “tra le braccia” di Hitler, nel 36 infatti venne firmato

l’asse Roma-Berlino. Con la creazione dell’asse Roma-Berlino si ha la nazificazione del fascismo.

Nel 1938 vengono “importate” dalla Germania le leggi razziali, vi e’ quindi l’accettazione

dell’antisemitismo. A questo punto il regime aumenta la sua stretta repressiva nei confronti della

cultura alta. Viene intensificata la censura. Tale riavvicinamento era concepito da Mussolini come

un mezzo di pressione su Francia e Inghilterra: si risolse invece – con la firma del “patto d’acciaio”

(1939) – che legava definitivamente le sorti dell’Italia a quelle dello Stato nazista.

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7) L’ITALIA ANTIFASCISTA

A partire soprattutto dagli anni 1925-26, un numero crescente di italiani dovette affrontare il

carcere il confino politico o la clandestinità. Fu questa la strada scelta da quasi tutti gli ex popolari,

dalla maggioranza dei liberali non fascistizzati e anche da molti socialisti. Per coloro che

intendevano opporsi attivamente al fascismo, restavano aperte solo due strade: l’esilio all’estero e

l’agitazione clandestina in patria. A praticare fin dall’inizio quest’ultima forma di lotta furono

soprattutto, i comunisti. Durante il ventennio, il Pci riuscì a tenere in piedi e ad alimentare

dall’interno e dall’esterno una propria rete clandestina, a diffondere opuscoli, giornali e volantini di

propaganda. Anche gli altri gruppi antifascisti (socialista riformisti e massimalisti, repubblicani,

liberal-democratici che avevano raccolto l’eredità di Amendola e Gobetti) cercarono di tenere in

vita qualche isolato nucleo clandestino in Italia. Ma la loro attività si svolse quasi esclusivamente

all’estero, soprattutto in Francia , già sede di una numerosa comunità italiana, dove molti esponenti

antifascisti (Turati e Treves, Nenni e Saragat) si erano rifugiati fra il ’25 e il ’27 e dove i due partiti

socialisti, quello repubblicano e la Confederazione del lavoro ricostituirono i loro organi dirigenti.

Nel 1927 questi gruppi si federarono in un’organizzazione unitaria, la Concentrazione antifascista,

che si ricollegava all’esperienza dell’Aventino. Nonostante questi limiti, i partiti della

Concentrazione svolsero un’attività importante a livello di testimonianza e di propaganda,

mantennero i contatti con l’emigrazione di lavoro in Francia, fecero sentire la voce dell’Italia

antifascista nelle organizzazioni internazionali, stamparono i loro giornali, proseguirono in esilio le

loro elaborazioni ideologiche e i dibattiti politici iniziati in patria sulle ragioni della loro sconfitta e

sui possibili fattori di una riscossa democratica. Un nuovo impulso all’azione concreta contro il

fascismo e un’aperta critica alla tattica “attesista” della Concentrazione vennero dal movimento di

Giustizia e Libertà ( in sigla GL), fondato nell’estate del ’29 da due antifascisti della giovane

generazione: Emilio Lussu e Carlo Rosselli. GL voleva essere innanzitutto un organismo di lotta sul

tipo del Partito d’azione mazziniano, capace di far concorrenza ai comunisti sul piano dell’attività

clandestina. Fortemente polemici verso i partiti della Concentrazione, erano i comunisti. Anche i

comunisti avevano un “centro estero” con sede a Parigi: ma esso dipendeva strettamente dai

dirigenti che risiedevano a Mosca, a contatto con i vertici dell’Internazionale comunista .Palmiro

Togliatti, il leader che aveva preso il posto di Gramsci, e che guidò con notevole abilità il partito

negli anni dell’esilio e della clandestinità, era anche un dirigente di primo piano del Comintern. Era

dunque inevitabile che il Pci si allineasse senza riserve alla strategia dettata da Mosca. I dirigenti

che assunsero posizioni eterodosse furono espulsi dal partito. A metà degli anni ’30, la svolta dei

fronti popolari inaugurò anche per l’antifascismo italiano una fase nuova , che vide il Pci riannodare

i contatti con le altre forze d’opposizione, partecipare alle manifestazioni unitarie contro il

fascismo, stringere nel ’34 un patto di unità d’azione con i socialisti. Ma questa stagione, durò solo

pochi anni. Il fallimento del fronte popolare in Francia, le lotte interne allo schieramento

repubblicano in Spagna, gli echi delle grandi purghe staliniane, la rottura fra l’Urss e le democrazie

occidentali culminata, nel patto tedesco-sovietico del ’39: questi fatti si ripercossero negativamente

sull’unità del movimento antifascista italiano, che fu colto disorientato e diviso dallo scoppio del

secondo conflitto mondiale. Per molto tempo gli antifascisti attesero invano un grande

sommovimento popolare che abbattesse il regime. Quando infine scoppiò la guerra, si trovarono

nella difficile posizione di chi è costretto ad augurarsi la sconfitta del proprio paese; e solo

nell’ultima fase del conflitto, ebbero l’occasione di combattere il fascismo con le armi e sul suolo

italiano. Eppure il movimento antifascista svolse, fra il ’26 e il ’43, un ruolo di grande importanza

politica oltre che morale. Testimoniò con la sua sola presenza l’esistenza di un Italia che non si

piegava al fascismo e ad essa diede voce rappresentanza politica; rese possibile il sorgere, dopo il

’43, di un movimento di resistenza armata al nazifascismo.

39

8) APOGEO E DECLINO DEL REGIME FASCISTA

Il consenso ottenuto dal regime cominciò a incrinarsi dopo l’impresa etiopica. La

politica “dell’autarchia” – finalizzata all’obiettivo dell’auto sufficienza economica in caso di

guerra – ottenne solo parziali successi e suscitò un diffuso malcontento. Soprattutto l’avvicinamento

alla Germania e la politica discriminatoria nei confronti degli ebrei suscitarono timori e dissensi

nella maggioranza della popolazione. Soltanto fra le nuove generazioni il disegno mussoliniano di

trasformare in senso fascista la vita e la mentalità degli italiani ottenne qualche successo. Fu con lo

scoppio del conflitto e con i primi rovesci bellici che il fascismo cominciò a perdere

progressivamente il sostegno sul quale più contava: quello appunto dei giovani. I quali, diventati

nel frattempo soldati e ufficiali,, vissero in prima persona il drammatico fallimento di un regime

che, si dimostrò poi incapace di preparare sul serio la guerra, la perse rovinosamente e finì per

questo col crollare come un castello di carte.

CAPITOLO N. 8) IL TRAMONTO DEL COLONIALISMO E L’AMERICA LATINA

1) IL DECLINO DEGLI IMPERI COLONIALI

A causa degli sforzi compiuti nel 1° conflitto mondiale per via della successiva crisi economica

della fine degli anni ’20, le potenze europee non avevano più le risorse economiche e la capacità

militare necessarie per mantenere il controllo sui loro sterminati imperi. Ciò agevolò le aspirazioni

all’indipendenza delle colonie; le colonie asiatiche, il Medio Oriente e l’Africa settentrionale,

raggiunsero per primi l’indipendenza. Le aspirazioni erano state, tra l’altro, alimentate dalle potenze

europee, mediante l’appoggio dei nazionalismi e delle rivolte contro le nazioni opposte nella guerra

mondiale.

2) MEDIO ORIENTE

In Medio Oriente era stata effettuata, praticamente, una spartizione fra la Francia e la Gran

Bretagna, con zone sotto l’influenza Turca. I movimenti indipendentisti di tale zona erano stati però

spesso strumentalizzati durante la guerra; vedi per esempio l’ appoggio dato dalla Gran Bretagna ai

movimenti indipendentisti egiziani contro l’impero Ottomano. Per la Palestina, in particolare, la

Gran Bretagna riconosceva per la prima volta, il diritto del movimento sionista di farne una sede

per il popolo ebraico.

3) TURCHIA

In Turchia la sconfitta subita dall’Impero ottomano nella grande guerra suscitò un movimento di

riscossa nazionale promosso dalle forze armate e guidato da un generale, Mustafà Kemal. Questi,

dopo aver sconfitto la Grecia che occupava la zona di Smirne, proclamò la repubblica e avviò una

politica di modernizzazione e di laicizzazione del paese.

5) L’IMPERO BRITANNICO E L’INDIA

La Gran Bretagna fu una delle prime potenze coloniali, a venire incontro alle aspirazioni

indipendentiste delle sue colonie. Concesse l’indipendenza all’Egitto e creò, con il Commonwealth,

una libera associazione degli Stati ad essa soggetti. Il più difficile da risolvere fu il problema

indiano, dove il movimento nazionalista organizzato nel Partito del Congresso era attivo fin dal

1885 ed era ispirato dalla figura carismatica di Gandhi. In India la Gran Bretagna alternò interventi

40

repressivi a concessioni di autonomia.

6) NAZIONALISTI E COMUNISTI IN CINA

Nel 1913 Yuan Shi Kai, impone un regime autoritario, senza riuscire ad assicurare al Paese

tranquillità e unità, al punto che la Cina precipita in una situazione di semi-anarchia. Il governo,

soprattutto dopo la morte di Yuan Shu Kai, non aveva la forza per imporre la propria autorità sulle

province, tanto meno opporsi alle mire egemoniche del Giappone che – entrata in guerra contro la

Germania nel ’15 - mirava a sostituirsi alle potenze europee nel controllo delle zone più ricche della

Cina. La decisione presa dal governo cinese di intervenire nel conflitto mondiale a fianco

dell’Intesa (Francia-G.B.-Italia), non servì a mutare la situazione, in quanto, nonostante fosse un

Paese vincitore, nella conferenza di Versailles, la Cina fu sacrificata dalle potenze occidentali, che

riconobbero al Giappone il diritto di subentrare alla Germania (sconfitta), nel controllo economico

della regione dello Shantung. Questa ennesima umiliazione (che significava conferma per la Cina

di una sovranità limitata), risvegliò l’agitazione nazionalista che si raccolse ancora una

volta attorno al Kuomitang ed al suo Leader Sun Yat-Sen. Il Kuo-min-tang: Partito Nazionale del

Popolo, venne fondato nel 1900 dal suo leader (Sun Yat-Sen, sotto il nome di “Associazione per la

rigenerazione della Cina”, venne ridenominato in Kuo-min-tang nel 1911. Il Kuo-ming-tang, riuscì

a sconfiggere i grossi feudatari (ancora legati alle tradizioni del “celeste impero”), e ad assumere il

controllo della Cina intorno al 1920. Il Kuomitang intraprese una lotta contro il governo (che era

quello succeduto a Yuan Shi-Kai e riconosciuto dalle potenze occidentali europee) ed ebbe

l’appoggio del Partito Comunista Cinese ( fra le cui fila vi era il giovane Mao Tse-Tung). , e forma

un proprio governo a Canton nel 1921. Negli anni successivi si scatenò una lunga guerra civile tra i

nazionalisti del Kuomitang (guidati da Chang Kai Shek, esponente dell’ala moderata e diffidente

nei riguardi dei comunisti) e il Partito Comunista guidato da Mao Tse-Tung. Il Partito Comunista

viene messo fuori legge e molti dirigenti vennero incarceratiChangKai Shek stroncò l’opposizione

operaia e cercò di riorganizzare l’economia. Sconfitto il governo centrale, Chang, proseguì nella

sua lotta contro i comunisti, relegando in secondo piano la lotta contro i giapponesi che, nel 31

avevano invaso la Manciuria. I comunisti, sconfitti nelle città cominciarono a organizzare basi rosse

nelle campagne, fecero numerosi proseliti fra i contadini (furono espropriate vaste zone di terreno

poi concesso ai contadini), e fondarono, con Mao, la Repubblica Sovietica Cinese. Il governo

comunista che si installò al potere, si proponeva l’immane compito di assicurare la sopravvivenza a

mezzo miliardo di persone avviando al contempo le premesse socio-economiche per costruire una

società socialista. Il governo comunista diede al paese un’organizzazione politica ricalcata sul

modello sovietico e fondata sull’identificazione tra Stato e partito. La ricostruzione dell’economia

fu avviata attraverso una gigantesca riforma agraria, che distribuì le terre ai contadini, e la

nazionalizzazione delle industrie; in un secondo tempo l’economia fu trasformata in senso socialista

secondo il modello sovietico. Chang Kai Shek, lancia fra il ’31 e il ’34 una serie di sanguinose

campagne militari contro le zone controllate dai comunisti; questi, investiti dall’offensiva e

scarsamente appoggiati dalla Russia, furono costretti ad abbandonare molte posizioni non più

difendibili; Mao, con una lunga marcia riuscì comunque a salvare il nucleo dirigente comunista e

a ricostruire la sua Repubblica Sovietica. Quando nel ’36 Chang Kai Shek, decide di lanciare una

nuova campagna contro i comunisti, dietro la pressione di una parte dell’esercito e della Russia, fu

costretto un accordo con i comunisti, contro l’aggressione Giapponese. Ma i giapponesi sferrarono

un attacco contro l’intero territorio cinese; la resistenza fu accanita, sia da parte dell’esercito

regolare (Chang), sia da aprte dei contadini organizzati dai comunisti (Mao).Ma nonostante ciò, i

giapponesi, nel ’39, dopo due anni di guerra, controllavano tutto il Nord-Est industrializzato e quasi

tutte le città più importanti della Cina.Ma a questo punto, le vicende della guerra cino-giapponese,

cominciavano a intrecciarsi con quelle della seconda guerra mondiale.

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6) GIAPPONE: IMPERIALISMO E AUTORITARISMO

In Giappone, negli anni ’20 l’alleanza tra i grandi monopoli, l’esercito e la burocrazia riuscì a

imporre, sotto il culto e la direzione dell’imperatore Hirohito, un regime di tipo fascista, fondato sul

controllo autoritario della vita politica interna e sull’imperialismo verso l’esterno. Il Giappone si

lanciò alla conquista della Cina e si alleò con la Germania nazista e l’Italia fascista, protese a loro

volta verso nuove avventure imperialistiche.

La partecipazione alla prima guerra mondiale consentì al Giappone di consolidare, la sua posizione

di massima potenza asiatica, di rafforzare la sua struttura produttiva, vedendo l’affermarsi di una

spinta imperialistica, in coincidenza con lo sviluppo dei movimenti di destra e con un crescente

autoritarismo del sistema politico. Questo spinse il Giappone nella catastrofica avventura del

secondo conflitto mondiale.

7) DITTATURE MILITARI E REGIMI POPULISTI IN AMERICA LATINA

la grande crisi ebbe conseguenze fortemente negative, ma stimolò comunque in

In America Latina

alcuni paesi un processo di diversificazione produttiva. Sul piano politico, molti Stati latino-

americani videro l’affermarsi di dittature personali o di governi più o meno autoritari. In alcuni casi

(Brasile, Messico e, più tardi, Argentina ), questi regimi assunsero un indirizzo populista e

godettero dell’appoggio delle classi operaie. su una visione

Per “populismo” si intende un orientamento politico e culturale che si fonda

idealizzata e indifferenziata del “popolo”, visto - in opposizione all’Aristocrazia e ai ceti privilegiati

- come depositario dei più autentici valori nazionali e come protagonista del processo di

rinnovamento sociale. Il Populismo si differenzia dal Marxismo in quanto:- il populismo, vede il

popolo come un tutt’unico- il Marxismo, ha una visione della società divisa in classi individuate in

base al loro ruolo nel processo produttivo. Il populismo nacque e si sviluppò in Russia nella

seconda metà dell’800. I teorici del populismo russo teorizzavano il dovere degli intellettuali di

“andare verso il popolo” e si ispiravano a ideali di socialismo agrario. A ideali di democrazia rurale

si ispirò anche il Partito populista che nacque e si affermò negli Stati Uniti nell’ultimo decennio

dell’800 ed esprimeva la protesta dei piccoli e medi agricoltori, messi in difficoltà dalla crisi agraria

di fine ‘800, contro il mondo industriale e finanziario.

CAPITOLO N. 9) LA SECONDA GUERRA

Guerra iniziata nel 1939 con l'invasione della Polonia da parte della Germania nazista. In risposta

all'aggressione Francia e Gran Bretagna dichiararono guerra ai tedeschi e il conflitto si estese presto

fino a interessare molti paesi e aree geografiche del pianeta. Più che in qualsiasi altra guerra

precedente, il coinvolgimento delle nazioni partecipanti fu totale e l'evento bellico interessò in

modo drammaticamente massiccio anche le popolazioni civili. La sua conclusione nel 1945 segnò

l'avvento di un nuovo ordine mondiale incentrato sulle due superpotenze vincitrici, gli Stati Uniti

d'America (USA) e l'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS).

ORIGINI DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE

L'esito della prima guerra mondiale aveva scontentato, per motivi diversi, tre grandi potenze: la

Germania, principale nazione sconfitta, per le perdite territoriali e le altre pesanti condizioni

imposte dal trattato di Versailles, l'Italia e il Giappone, che ritenevano insufficiente quanto ottenuto

a seguito della vittoria conseguita.

Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti avevano raggiunto i loro principali obiettivi: Washington la

riduzione del potere militare della Germania; Parigi e Londra un ordine mondiale funzionale ai loro

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interessi coloniali. Ma proprio il mantenimento del nuovo quadro risultò subito problematico, dopo

che gli Stati Uniti, per volere del presidente Wilson, avevano rifiutato di entrare nella Società delle

Nazioni per ritirarsi in un nuovo isolazionismo.

Nel corso degli anni Venti si fecero alcuni tentativi per giungere a una pace stabile: nella

conferenza di Washington (1921-22) le principali potenze navali concordarono di porre dei limiti ai

potenziali delle rispettive marine militari; gli accordi di Locarno (1925) stabilirono una serie di

impegni a garanzia della frontiera franco-tedesca; infine, sottoscrivendo a Parigi nel 1928 il patto

Briand-Kellogg, 63 nazioni (con l'eccezione, tra le grandi potenze, dell'Unione Sovietica)

rinunciarono alla guerra come strumento di soluzione delle controversie internazionali.

Tuttavia, se uno degli scopi dichiarati dai vincitori era stato di "assicurare al mondo la

democrazia", l'inadeguatezza dei risultati ottenuti emerse chiaramente dal fatto che negli anni Venti

si assistette all'avvento e al progressivo affermarsi di forme di totalitarismo nazionalista-

militaristico, giudicate più efficaci della democrazia nell'operare il contenimento del comunismo, da

più parti visto come l'obiettivo politico prioritario.

Il primo regime fascista fu creato da Benito Mussolini in Italia, già nel 1922. Adolf Hitler, Führer

(capo) del Partito nazionalsocialista tedesco, dieci anni dopo fondò il suo progetto di Grande Reich

oltre che sul richiamo a teorie basate sull'antisemitismo e sul razzismo, esaltatrici della presunta

superiorità della razza ariana, sulla prospettiva politica di abolire l'"ordine di Versailles" e

assicurare lo spazio vitale (vedi Lebensraum) al regime totalitario che avrebbe dovuto raccogliere

tutti i tedeschi. La Grande Depressione, inoltre, affliggeva in maniera particolarmente grave la

Germania, quando Hitler, dopo aver vinto le elezioni ed essere stato nominato Cancelliere, in breve

assunse pieni poteri.

Quanto al Giappone, pur non esistendovi formalmente un regime fascista, il ruolo svolto dalle

forze armate nel governo civile del paese era preponderante e si ispirava alla volontà di rimettere in

discussione gli equilibri internazionali sin lì definiti.

Nel marzo del 1936, dopo aver annunciato il riarmo nazionale in violazione del trattato di pace di

Versailles, Hitler occupò militarmente la Renania (il cui status di zona smilitarizzata era stato

definito sia a Versailles sia dagli accordi di Locarno), ricevendone solo una flebile protesta da parte

di Londra e Parigi. Seguì un altro passaggio preparatorio all'applicazione del programma

espansionistico, segnato dall'intervento nella guerra civile spagnola (1936-1939) al fianco dei ribelli

franchisti e in collaborazione col futuro alleato Mussolini, fondatore in quegli anni dell'impero

coloniale italiano in Etiopia (vedi guerra d'Etiopia). Tra il 1936 e il 1937, una serie di accordi tra

Germania, Italia e Giappone formalizzò lo stabilirsi di un Asse Roma-Berlino-Tokyo che univa in

alleanza i tre regimi "forti" della scena internazionale (vedi Potenze dell'Asse).

L’ESPANSIONISMO NAZISTA IN EUROPA

L'annessione dell'Austria nella primavera del 1938 (vedi Anschluss) fu il primo passo verso la

realizzazione del progetto hitleriano di ricostituzione della Grande Germania. Mussolini appoggiò

l'alleato, mentre britannici e francesi ancora una volta mancarono di intervenire con decisione,

liquidando la vicenda come una questione interna tedesca.

Nel settembre successivo fu la volta delle rivendicazioni naziste sulla regione dei Sudeti, al

confine occidentale della Cecoslovacchia, abitata da una popolazione a maggioranza tedesca. Il

primo ministro inglese Neville Chamberlain, sostenuto anche dal governo francese, nel corso della

conferenza di Monaco convinse le autorità ceche a cedere, in cambio dell'impegno da parte di Hitler

a non avanzare ulteriori rivendicazioni territoriali (politica di appeasement). In realtà nel marzo

1939 Hitler occupò tutta la Cecoslovacchia, spingendo Londra a siglare un accordo di garanzia con

la Polonia, successivo obiettivo dichiarato dell'espansionismo nazista.

Uno sviluppo inatteso si ebbe il 23 agosto 1939 con la firma a Mosca di un trattato di non

aggressione tra Germania e URSS (accordo Molotov-Ribbentrop), che peraltro in un protocollo

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segreto concordavano di spartirsi l'Europa centrorientale, attribuendo all'Unione Sovietica

Finlandia, Estonia, Lettonia, Polonia orientale e Romania.

Il 1° settembre 1939 i tedeschi invasero la Polonia. Due giorni dopo Francia e Inghilterra

dichiararono guerra alla Germania; trincerati dietro la linea Maginot, i francesi non erano in realtà

nella condizione di attaccare l'opposta linea Sigfrido tedesca, che pure non era coperta a sufficienza

dalle truppe, impegnate sul fronte polacco.

Le operazioni militari

Prima fase: predominio delle potenze dell'Asse

La guerra-lampo in Polonia

Il 1° settembre cominciarono i bombardamenti delle reti ferroviarie polacche. Dopo quattro giorni

due gruppi armati, uno proveniente dalla Prussia orientale e un altro dalla Slesia, attraversarono le

frontiere indirizzandosi verso Varsavia e Brest. La macchina bellica tedesca aveva realizzato la

Blitzkrieg (guerra-lampo) impiegando mezzi corazzati, aerei e fanteria autotrasportata. Tra l'8 e il 10

settembre i tedeschi avanzarono verso Varsavia. Il 17 l'Armata Rossa varcò il confine occupando la

Polonia orientale. Il 20 settembre la Polonia tutta era nelle mani dei tedeschi e dei sovietici.

La drôle de guerre

Dopo la conquista della Polonia, su entrambi i fronti si sospesero le operazioni, tanto che questa

fase venne chiamata la drôle de guerre ("strana guerra"). I francesi rimasero attestati dietro la linea

Maginot, mentre nel nord della Francia aveva inizio il trasbordo delle truppe inglesi sul continente.

La guerra finnico-sovietica e il fronte norvegese

Il 30 novembre, l'Unione Sovietica dichiarò guerra alla Finlandia. I finlandesi, guidati dal

maresciallo Mannerheim, opposero una strenua resistenza, che durò sino all'anno seguente.

L'aggressione alla Finlandia fu condannata dall'opinione pubblica mondiale, ma nello stesso tempo

offrì a Francia e Gran Bretagna il pretesto per impossessarsi di una delle principali fonti di

rifornimento di metalli ferrosi della Germania occupando il porto norvegese di Narvik.

L'ammiraglio tedesco Erich Raeder decise allora di invadere la Norvegia sbarcando

simultaneamente in otto città portuali, da Narvik a Oslo. Le truppe avrebbero dovuto essere

trasportate con navi da guerra. La Danimarca, che non rappresentava un problema militare, era utile

per la vicinanza dei suoi aeroporti alla Norvegia. Temendo l'intervento di altre potenze al fianco

della Finlandia, Stalin concluse la pace l'8 marzo, assicurando all'URSS concessioni territoriali; la

Finlandia però rimase indipendente. Il 2 aprile Hitler ordinò di attaccare la Norvegia e la

Danimarca. La Danimarca si arrese immediatamente.

I norvegesi, aiutati da 12.000 soldati britannici e francesi, resistettero nella zona tra Oslo e

Trondheim fino al 3 maggio. A Narvik contrattaccarono, sostenuti dalla flotta britannica. Nella

prima settimana di giugno i tedeschi furono obbligati a ritirarsi fino al confine svedese, ma le

sconfitte militari in Francia obbligarono francesi e britannici a ritirare da Narvik le loro truppe.

I Paesi Bassi

In primavera, infatti, Hitler aveva impostato una nuova strategia per la campagna contro la

Francia e i Paesi Bassi: scartato il piano che prevedeva l'invasione attraverso il Belgio, decise,

secondo il piano ideato dal generale Erich von Manstein, di sferrare l'attacco nelle Ardenne,

cogliendo di sorpresa il comando anglo-francese.

Il 10 maggio forze aeree tedesche atterrarono in Belgio e in Olanda occupando aeroporti e nodi

stradali. L'esercito olandese si arrese il 14 maggio, poche ore dopo il bombardamento di Rotterdam.

Lo stesso giorno, l'esercito tedesco, comandato dal generale Gerd von Rundsteadt, attraversò le

Ardenne cogliendo alle spalle le armate britanniche e francesi.

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La sconfitta della Francia

Il 26 maggio, inglesi e francesi (un contingente alleato di 338.226 uomini ) furono respinti a

Dunkerque e riuscirono a trovare scampo solo grazie a una gigantesca operazione di evacuazione

della regione costiera ripiegarono drammaticamente per scampare alla cattura. Intanto Leopoldo III,

re del Belgio, firmava la resa due giorni dopo.

La linea Maginot era intatta, ma la manovra tedesca aveva spiazzato il comandante francese,

generale Maxime Weygand, che non riuscì a difendere Parigi. Il 10 giugno il governo abbandonò la

capitale; lo stesso giorno anche l'Italia dichiarò guerra alla Francia. Il 17 giugno il maresciallo

francese Henri-Philippe Pétain chiese l'armistizio che, firmato il 22 giugno, assicurava ai tedeschi il

controllo del nord della Francia e della costa atlantica. Pétain stabilì a Vichy, nel sud, un governo

collaborazionista (vedi Governo di Vichy), che rimase fedele all'Asse sino alla fine della guerra.

La battaglia d'Inghilterra

La Gran Bretagna, ora sotto la guida del primo ministro Winston Churchill, succeduto a

Chamberlain, era rimasta sola ad affrontare la Germania.

Nell'estate 1940 l'aviazione tedesca (Luftwaffe) avviò l'offensiva aerea nel tentativo di annientare

la Royal Air Force (RAF), scatenando la battaglia d'Inghilterra. Nell'agosto 1940 iniziarono i

bombardamenti dei porti e degli aeroporti inglesi e, nel mese di settembre, quelli di Londra.

L'aviazione e la popolazione civile inglesi non cedettero e Hitler dovette rinunciare all'invasione. Fu

la prima sconfitta tedesca.

L'Africa settentrionale e i Balcani

Nel settembre 1940 Mussolini ordinò di attaccare l'Egitto, importante base britannica, ma fu

respinto dagli inglesi che occuparono parte della Libia, colonia italiana. Nell'ottobre anche il piano

d'invasione della Grecia fallì e i greci, sostenuti dagli inglesi, occuparono Creta. Nel mese di

febbraio del 1941 Hitler assegnò al feldmaresciallo Erwin Rommel il comando delle truppe

tedesche (vedi Afrikakorps) nell'Africa settentrionale, con lo scopo di aiutare gli alleati italiani. Tra

i mesi di marzo e di aprile Rommel riuscì a respingere gli inglesi, varcando il confine egiziano.

Hitler preparò quindi l'attacco alla Grecia: sottoscrisse trattati di alleanza con Romania e Ungheria

nel novembre 1940 e con la Bulgaria nel marzo 1941. La Iugoslavia, che non aveva accettato di

allearsi con la Germania, fu invasa. Le operazioni ebbero inizio il 6 aprile; Belgrado, pesantemente

bombardata, fu occupata il 13 aprile e il giorno dopo l'esercito iugoslavo si arrese. Subito iniziò la

resistenza, a opera dei partigiani cetnici con a capo Dra a Mihajloviç e dei partigiani comunisti

guidati da Tito, che continuò per tutta la durata della guerra.

In Grecia, Salonicco fu costretta alla resa il 9 aprile; anche le divisioni greche, che avevano

occupato quasi un terzo dell'Albania, si arresero il 22 aprile. Il 27 aprile le truppe tedesche

occuparono Atene: il re e il governo fuggirono a Creta, che tuttavia fu conquistata il mese dopo.

Seconda fase: estensione della guerra

L'anno dopo la caduta della Francia, il conflitto dilagò, assumendo dimensioni mondiali. Hitler,

pur conducendo nuove campagne nei Balcani, in Africa settentrionale e nei cieli dell'Inghilterra,

schierava adesso il grosso dell'esercito a est, contro l'Unione Sovietica.

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L'intervento degli Stati Uniti

Gli Stati Uniti rinunciarono adesso alla neutralità e si prepararono allo scontro con il Giappone, in

Asia e nell'oceano Pacifico: dal gennaio 1941 strinsero con la Gran Bretagna accordi per

determinare le strategie da seguire nell'eventualità di una loro entrata in guerra.

Nel marzo 1941 il Congresso americano approvò la legge Affitti e prestiti che riguardava gli

armamenti da concedere a qualsiasi paese designato dal presidente. Questa legge consentì di aiutare

la Gran Bretagna e, dopo l'invasione tedesca nel giugno del 1941, anche l'Unione Sovietica. Gli

Stati Uniti speravano che l'Asse potesse essere sconfitto senza un loro coinvolgimento diretto. Alla

fine dell'estate del 1941 gli Stati Uniti erano in una posizione di guerra non dichiarata con la

Germania. In luglio reparti di marines americani furono dislocati in Islanda, occupata dagli inglesi;

nel maggio del 1940 la marina militare americana ebbe l'incarico di scortare i convogli nelle acque

a ovest dell'Islanda. In settembre il presidente Franklin Delano Roosevelt autorizzò le navi di scorta

ai convogli ad attaccare le navi da guerra dell'Asse.

Nel frattempo, le relazioni USA con il Giappone si erano ulteriormente deteriorate. Nel settembre

1940 il Giappone costrinse il governo di Vichy a cedere la zona nord dell'Indocina. Gli Stati Uniti

proibirono l'esportazione in Giappone di acciaio, ferro e combustibile per l'aviazione. Nell'aprile

1941 i giapponesi firmarono un accordo di neutralità con l'Unione Sovietica, per limitare i possibili

fronti di guerra in vista dello scontro con la Gran Bretagna o con gli Stati Uniti. Quando però la

Germania invase l'Unione Sovietica, in giugno, decisero di rompere l'accordo, pensando a un

attacco contro l'Unione Sovietica da est; in seguito cambiarono idea, e presero la fatale decisione di

portare l'offensiva nel Sud-Est asiatico. Il 23 luglio il Giappone occupò il sud dell'Indocina. Due

giorni dopo Stati Uniti e Gran Bretagna risposero con l'embargo commerciale. Il 7 dicembre 1941,

un'ora prima della dichiarazione ufficiale di guerra, forze aeree e navali giapponesi distruggevano la

flotta americana a Pearl Harbor. Tre giorni dopo le due maggiori unità navali britanniche nel

Pacifico venivano affondate. La guerra investiva così anche l'Estremo Oriente.

L'invasione dell'Unione Sovietica

Lo scontro più imponente della guerra iniziò la mattina del 22 giugno 1941, quando più di tre

milioni di soldati dell'Asse invasero l'Unione Sovietica. Nonostante l'attacco fosse stato apertamente

preparato da mesi, i sovietici furono colti di sorpresa. I capi militari sovietici erano convinti che una

guerra-lampo come quella che aveva piegato la Polonia e la Francia non sarebbe stata possibile

contro l'Unione Sovietica. L'esercito sovietico era numericamente superiore a quello tedesco, aveva

4,5 milioni di soldati schierati sul confine occidentale, il doppio di carri armati e il triplo di aerei.

Molti carri armati e aerei appartenevano a una generazione tecnologica superata, ma alcuni tipi di

mezzi blindati, soprattutto i famosi T-34, erano superiori a quelli tedeschi. Il primo giorno molti

aerei sovietici furono distrutti; lo schieramento dei carri armati, dispersi tra la fanteria, era perdente

nei confronti della concentrazione dei mezzi corazzati tedeschi. Gli ordini dati alla fanteria furono

di contrattaccare senza ritirarsi, ma la maggior parte dei soldati sovietici cadde combattendo o

furono catturati.

Prime vittorie tedesche

Per l'invasione, l'esercito tedesco era stato organizzato in tre gruppi armati, Nord, Centro e Sud,

che puntarono rispettivamente verso Leningrado (attuale San Pietroburgo), Mosca e Kiev. Hitler e i

suoi generali concordavano sul fatto che il problema principale era bloccare l'Armata Rossa e

sconfiggerla prima che potesse ripiegare verso l'interno del paese. Non erano però d'accordo sulla

strategia da seguire. I generali erano convinti che il regime sovietico avrebbe sacrificato qualsiasi

cosa pur di difendere Mosca, la capitale, nodo centrale delle reti stradali e ferroviarie e principale

centro industriale del paese. Per Hitler, invece, l'Ucraina, con le sue risorse naturali, e il Caucaso,

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con il suo petrolio, rappresentavano gli obiettivi più importanti, insieme alla città di Leningrado. Il

compromesso fu trovato nelle tre differenti direttive d'invasione e il grosso dell'esercito si diresse

verso Mosca. I tedeschi prevedevano di vincere in dieci settimane: era un punto essenziale, in

quanto l'inverno russo avrebbe bloccato le operazioni mentre l'impegno bellico nei Balcani aveva

già causato un ritardo di tre settimane.

Churchill offrì ai sovietici un'alleanza e Roosevelt gli aiuti consentiti dalla legge "Affitti e

prestiti", benché i rispettivi consiglieri militari non concedessero più di un mese alle possibilità di

resistenza dell'URSS. Alla fine della prima settimana di luglio, il Gruppo Centro aveva fatto

prigionieri 290.000 soldati sovietici a Biaystok e a Minsk. Il 5 agosto, attraversato il fiume Dnepr, i

tedeschi fecero altri 300.000 prigionieri vicino a Smolensk ed erano ormai prossimi a Mosca.

I russi avevano sacrificato moltissimi soldati e armamenti per difendere Mosca. Hitler, comunque,

non era soddisfatto e, nonostante le proteste dei suoi generali, ordinò al Gruppo Centro di spostare il

grosso degli armamenti a nord e a sud per aiutare gli altri due gruppi d'invasione, fermando in

questo modo l'avanzata verso Mosca. L'8 settembre il Gruppo Nord, insieme a forze finlandesi,

diede il via all'assedio di Leningrado. Il 16 settembre il Gruppo Sud accerchiò Kiev da est, facendo

665.000 prigionieri. A questo punto Hitler decise di riprendere l'avanzata verso Mosca e ordinò ai

mezzi corazzati di ricongiungersi al Gruppo Centro.

L'avanzata verso Mosca

Il Gruppo Centro riprese le azioni il 2 ottobre, catturando in due settimane 663.000 militari

nemici. Le piogge autunnali trasformarono tutto in fango e bloccarono l'avanzata per quasi un mese.

A metà novembre arrivò il freddo e il terreno gelò. Hitler e il comandante del Gruppo Centro,

feldmaresciallo Fëdor von Bock, decisero, nonostante l'inverno, di concludere la campagna del

1941 con la conquista di Mosca.

Verso la seconda metà di novembre Bock mosse verso Mosca, arrivando a 32 km dalla città. La

temperatura era bassissima, la neve copriva le strade, macchine e uomini non erano preparati per

affrontare un freddo così intenso. Il 5 dicembre i generali tedeschi ammisero il blocco totale

dell'avanzata. Carri armati e camion erano congelati, le truppe demoralizzate.

La controffensiva sovietica

Stalin, in accordo con il maresciallo Georgij ukov, aveva trattenuto a Mosca le riserve, tra cui

molti giovani, ma anche veterani dalla Siberia, dove l'Armata Rossa, nel 1939, aveva sconfitto i

giapponesi sul confine con la Manciuria. Il 6 dicembre i sovietici contrattaccarono e, dopo pochi

giorni, le avanguardie corazzate tedesche si ritirarono lasciando sul terreno una quantità di veicoli e

armamenti, inutilizzabili per il freddo.

Su ordine di Stalin, il contrattacco di Mosca dette il via a una controffensiva sull'intero fronte. I

tedeschi non avevano costruito linee di difesa sulla retroguardia e Hitler ordinò alle truppe di non

retrocedere. I russi annientarono molte divisioni, ma i tedeschi resistettero abbastanza per superare

l'inverno e mantenere l'assedio di Leningrado, minacciando Mosca e occupando l'Ucraina.

Per la prima volta dal 1939 falliva un piano tedesco di annientamento del nemico. L'obiettivo di

assicurarsi grandi quantitativi di viveri e materie prime dalla Russia sconfitta non si realizzò perché

le ferrovie erano state distrutte dai sovietici in ritirata, e altrettanto era stato fatto con le colture, il

bestiame e ogni altra risorsa. L'aiuto in materie prime concesse dagli americani, trasportate da

convogli britannici che subirono perdite pesanti nei porti settentrionali della Russia, assicurò ai

sovietici radar, radio e altri equipaggiamenti sofisticati.

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Terza fase: ribaltamento degli equilibri

Alla fine del mese di dicembre, 1941 Roosevelt, Churchill e i rispettivi consiglieri si riunirono a

Washington. Tutti concordarono sulla necessità di sconfiggere prima la Germania e, siccome

l'Inghilterra aveva i mezzi necessari per combattere in Europa, dovevano essere i britannici a

condurre le operazioni, mentre la guerra col Giappone avrebbe impegnato quasi esclusivamente gli

americani. Inoltre fu creato il Combined Chiefs of Staff (CCS), del quale fecero parte i più alti gradi

militari britannici e americani, con sede a Washington, con lo scopo di sviluppare una strategia

comune. Il 1° gennaio 1942 Stati Uniti, Gran Bretagna, Unione Sovietica e altri 23 paesi firmarono

la Dichiarazione delle Nazioni Unite, impegnandosi a non perseguire paci separate. Nazioni Unite

divenne il nome ufficiale della coalizione anti-Asse, ma il termine più usato per indicare queste

potenze rimase quello utilizzato già nella prima guerra mondiale: Alleati.

Sviluppo della strategia alleata

Agli inizi del 1942, gli Stati Uniti non potevano ancora prendere parte a molte delle azioni che

avevano luogo in Europa. Nell'Africa settentrionale, il 10 dicembre 1941 i britannici avevano

liberato Tobruk, prendendo Bengasi, in Libia, due settimane dopo. Rommel contrattaccò alla fine

del gennaio 1942, facendo arretrare il nemico di 300 km, fino ad Al-Ghazalah e Bir Hacheim: a

Tobruk e al confine con l'Egitto si creò una situazione di stallo.

Europa

A questo punto il grande interrogativo era se l'Unione Sovietica sarebbe stata in grado di

sopportare una seconda offensiva tedesca; i russi premevano sugli Stati Uniti e sulla Gran Bretagna

affinché si adoperassero per alleggerire la pressione sul territorio sovietico, aprendo il cosiddetto

"secondo fronte" in Occidente. Il generale George Marshall, capo di Stato Maggiore dell'esercito

americano, era convinto che il modo migliore per aiutare i russi e finire la guerra sarebbe stato

allestire una concentrazione di forze in Inghilterra, e sferrare l'attacco attraverso la Manica. Le

operazioni avrebbero dovuto iniziare nella primavera del 1943, o prima ancora, se l'Unione

Sovietica fosse stata sull'orlo del collasso. Gli inglesi però non volevano aprire altri fronti prima di

aver vinto in Africa settentrionale, e non credevano alla possibilità di raccogliere in Inghilterra un

esercito abbastanza forte per attraversare la Manica entro il 1943.

Fu Rommel a risolvere questa controversia. Nel mese di giugno entrò a Tobruk, sfondò in Egitto e

raggiunse El-Alamein. A questo punto gli americani convennero che era necessario rimandare

l'attacco attraverso la Manica e si prepararono per l'invasione dell'Africa Settentrionale Francese.

Il Pacifico

Nel frattempo, pur nel quadro della strategia che vedeva la sconfitta della Germania come primo

obiettivo, gli americani si stavano orientando verso l'azione diretta contro il Giappone. Nel maggio

1942 la battaglia del mar dei Coralli e la battaglia delle Midway nel giugno 1942 avevano fermato i

giapponesi nel Pacifico centrale, ma l'avanzata nipponica proseguì nel Pacifico sudoccidentale

attraverso le isole Salomone, e via terra verso la Nuova Guinea. Il 2 luglio 1942 gli americani

scatenarono la controffensiva nel Pacifico sudoccidentale.

L'offensiva anglo-americana in Nord Africa

Tra la primavera e l'estate del 1942 la situazione nell'Africa settentrionale volgeva a favore

dell'Asse. Così, il 31 agosto, Rommel e l'Afrikakorps sferrarono un attacco lungo il fianco sud del

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fronte britannico, presso Alam Halfa, a sud-est di El-Alamein, ma furono respinti il 7 settembre

(vedi Battaglia di El-Alamein). La controffensiva alleata, guidata dal generale britannico

Montgomery, fu lanciata il 23 ottobre; l'8 novembre, dopo durissimi scontri, Rommel diede l'ordine

di ritirata alle truppe. Dopo alcuni mesi di resistenza, respinte dalle forze inglesi e francesi fino in

Tunisia, le divisioni italo-tedesche si arrendono il 13 maggio.

Il fronte russo: estate 1942

Alle vittorie invernali sovietiche era succeduta una serie di sconfitte nella primavera del 1942,

costate all'URSS più di mezzo milione di prigionieri. Anche i tedeschi avevano commesso un

grande errore, fermando la produzione della maggior parte degli armamenti e delle munizioni

destinati all'esercito per potenziare la produzione industriale per l'aeronautica e la marina militare,

nello sforzo di sconfiggere finalmente la Gran Bretagna. Hitler aveva comunque sufficienti truppe

ed armamenti per costringere l'Unione Sovietica a sacrificare il grosso delle sue truppe nel tentativo

di difendere i bacini minerari del Donbass e i giacimenti petroliferi del Caucaso.

La campagna tedesca verso il Caucaso

Le offensive cominciarono a est di Kharkiv il 28 giugno e in meno di quattro settimane i tedeschi

furono a est del fiume Don. Le distanze percorse erano grandissime, ma Stalin e i suoi generali,

convinti che i tedeschi avrebbero puntato per la seconda volta su Mosca, avevano trattenuto le

riserve e ordinato all'esercito del sud di ritirarsi.

Hitler, incoraggiato dalla facilità dell'avanzata, cambiò i piani. All'inizio si era prefisso di avanzare

verso Stalingrado (Volgograd), fino al fiume Volga per inviare le truppe verso sud, nel Caucaso,

solo in un secondo momento; il 23 luglio ordinò invece a parte dell'armata di continuare l'avanzata

verso Stalingrado, e ad altri effettivi, un terzo dell'intera forza, di raggiungere il basso Don e

prendere i giacimenti petroliferi di Majkop, Grozny e Baku.

L'assedio di Stalingrado

L'Unione Sovietica toccò il suo momento peggiore alla fine del luglio 1942. Il 28 luglio Stalin

pronunciò il suo famoso "Neanche un passo indietro!" e chiese alle truppe di combattere una guerra

"patriottica" per la Russia. ukov, che aveva organizzato la controffensiva di Mosca nel dicembre

1941, e il capo del comando supremo, Aleksandr Vasilyevsky, proposero di indebolire il nemico

obbligandolo a un sanguinoso combattimento in città mentre loro raccoglievano le forze per sferrare

il contrattacco. La battaglia di Stalingrado era cominciata.

Il 19 novembre, in una mattina di nebbia e neve, l'avanguardia corazzata sovietica entrò in

contatto con i rumeni a ovest e a sud di Stalingrado. Hitler ordinò al comandante della VI Armata,

generale Friedrich von Paulus, di resistere, promettendogli imminente aiuto aereo. Il tentativo di

fornire rifornimenti fallì, e la VI Armata, che, condannata alla distruzione, voleva tentare di

rompere l'accerchiamento, ne fu impedita da un ordine di Hitler. Von Paulus si arrese il 31 gennaio

1943. La battaglia di Stalingrado costò 200.000 uomini ai tedeschi, costretti a ritirarsi dal Caucaso e

a retrocedere fino quasi al punto da dove era partita l'offensiva dell'estate 1942.

Guadalcanal

Nell'estate del 1942, Stalingrado e il Caucaso erano apparentemente sul punto di cadere nelle mani

di Hitler, e Rommel non era lontano dal canale di Suez. I giapponesi avevano occupato

Guadalcanal, nell'estremo sud delle isole Salomone, e puntavano su Port Moresby.

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Gli americani sbarcarono a Guadalcanal il 7 agosto 1942. La reazione del Giappone fu pronta e

violenta. Le perdite in navi e aerei furono pesanti per entrambe le parti, ma i giapponesi ne uscirono

sconfitti, dopo più di quattro mesi di scontri.

La conferenza di Casablanca

Dal 14 al 24 gennaio 1943 Roosevelt, Churchill e i loro consiglieri s'incontrarono a Casablanca

per preparare la strategia da adottare dopo la campagna in Nord Africa. Gli americani desideravano

procedere con l'attacco ai tedeschi attraverso la Manica. Gli inglesi sostenevano i vantaggi di

raccogliere, come disse Churchill, i "grandi premi" che si sarebbero riscossi nel Mediterraneo, in

Italia.

Offensive aeree in Germania

Come preludio del rinviato attacco attraverso la Manica, gli anglo-americani decisero di scatenare

un'offensiva aerea contro la Germania. I britannici lanciarono quattro bombardamenti incendiari su

Amburgo, alla fine del luglio 1943. Nell'ottobre 1943, gli americani attaccarono gli stabilimenti di

cuscinetti a sfere di Schweinfurt, perdendo però il 25% degli aerei; i bombardamenti diurni furono

sospesi, in attesa che fossero disponibili i cacciabombardieri a lungo raggio.

La battaglia di Kursk

Hitler, pur sapendo di non essere in grado di affrontare un'altra offensiva, il 5 luglio dette il via

alla battaglia di Kursk, attaccando dal nord e dal sud il fronte, in prossimità di Kursk. Nel più

grande scontro tra forze corazzate della guerra, i sovietici seppero resistere. Hitler sospese le

operazioni, perché gli anglo-americani erano appena sbarcati in Sicilia. Dopo Kursk, l'iniziativa

strategica nell'Europa orientale passò definitivamente all'armata sovietica.

La campagna d'Italia

Il 10 luglio 1943, tre divisioni americane, una canadese e tre inglesi sbarcarono in Sicilia battendo

quattro divisioni italiane e due tedesche e superando, il 17 agosto, l'ultima resistenza dell'Asse.

Mussolini era stato rovesciato il 25 luglio, il nuovo governo italiano, presieduto da Badoglio, aveva

avviato i negoziati firmando il 3 settembre un armistizio segreto, reso pubblico l'8 settembre. I

tedeschi occuparono militarmente l'Italia centrosettentrionale, mentre il governo italiano fuggiva nel

Meridione, riparando presso gli Alleati e abbandonando a se stesso l'esercito, privo di ordini chiari.

Mussolini fu liberato dai tedeschi e trasferito al nord, dove nacque la Repubblica di Salò.

Il 3 settembre, truppe dell'VIII Armata guidate da Montgomery attraversavano lo stretto di

Messina. Il 9 settembre la V Armata americana, al comando del generale Clark, sbarcava nei pressi

di Salerno; il 12 ottobre gli anglo-americani avevano già stabilito una solida linea attraverso la

penisola dal fiume Volturno, a nord di Napoli, fino a Termoli, sulla costa adriatica. Per la fine

dell'anno la resistenza tedesca aveva fermato gli Alleati a circa 100 km a sud di Roma. Lo sbarco ad

Anzio, il 22 gennaio del 1944, non riuscì a fare progredire l'esercito alleato perché i tedeschi si

erano attestati lungo il fiume Liri e a Cassino.

Strategia alleata contro il Giappone e progressi nel Pacifico

La strategia della guerra contro il Giappone fu sviluppata per stadi nel corso del 1943. All'inizio,

l'obiettivo era di stabilire basi sulla costa cinese (da dove il Giappone avrebbe potuto essere

bombardato e successivamente invaso), con azioni inglesi e cinesi dalla Birmania e dalla Cina

orientale, e incursioni americane sulle isole del Pacifico centrale e sudoccidentale, fino a Formosa

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(oggi Taiwan) e alla Cina. A metà anno fu chiaro che né gli obiettivi britannici né quelli cinesi

sarebbero stati raggiunti, e quindi ci si concentrò sugli obiettivi americani.

Le principali operazioni ebbero come teatro il Pacifico sudoccidentale, dove le truppe americane e

quelle dell'Anzac, al comando dell'ammiraglio William Halsey, avanzarono lungo le isole

Salomone. Gli australiani e gli americani, al comando di MacArthur, costrinsero i giapponesi a

ritirarsi lungo la costa orientale della Nuova Guinea. L'obiettivo di MacArthur e Halsey, fissato nel

1942, era la conquista di Rabaul. Gli sbarchi al Capo Gloucester e in Nuova Britannia a dicembre

1943, nelle isole dell'Ammiragliato a febbraio del 1944, e nell'isola Emira a marzo dello stesso anno

chiusero in una morsa Rabaul. La guarnigione giapponese di 100.000 uomini non poteva più essere

evacuata.

Il primo sbarco nel Pacifico centrale avvenne nelle isole Gilbert, a Makin e Tarawa, nel novembre

1943.

Quarta fase: la vittoria alleata

Nella prima settimana dell'agosto 1943, le linee tedesche a nord e a ovest di Kharkiv furono

investite dalla controffensiva sovietica. Il 15 settembre Hitler permise al Gruppo Sud di ritirarsi

ukov e Vasilyevsky,

verso il Dnepr per evitare la sconfitta. Le armate sovietiche, al comando di

allargarono le teste di ponte, isolando l'armata tedesca in Crimea nel mese di ottobre, conquistando

Kiev il 6 novembre e rimanendo all'offensiva per tutto l'inverno.

La conferenza di Teheran

Alla fine di novembre si incontrarono per la prima volta Roosevelt, Churchill e Stalin. Il

presidente americano e il primo ministro inglese avevano già approvato il piano d'attacco attraverso

la Manica, chiamato in codice Overlord, e Roosevelt era del parere che si dovesse partire col piano

appena le condizioni meteorologiche fossero state favorevoli, nel 1944. Nella conferenza di

Teheran, al contrario, Churchill si disse favorevole a dare la precedenza allo sviluppo delle

offensive in Italia, nei Balcani e nel sud della Francia. Stalin si dichiarò d'accordo con Roosevelt e

quindi Overlord fu programmato per il maggio 1944. Dopo l'incontro, Eisenhower fu richiamato dal

Mediterraneo ed ebbe il comando supremo delle forze alleate, con il compito di organizzare e

guidare Overlord.

La conferenza di Teheran segnò il punto culminante dell'alleanza interalleata.

Contemporaneamente, però, si sviluppavano tensioni nella compagine alleata, via via che le armate

sovietiche cominciavano ad avvicinarsi ai confini dei piccoli stati dell'Europa orientale. Stalin aveva

troncato ogni relazione col governo polacco in esilio a Londra, e a Teheran sostenne fermamente

che la frontiera sovietico-polacca del dopoguerra doveva essere quella stabilita dopo la sconfitta

polacca del 1939. Inoltre reagì con malcelata ostilità alla proposta di Churchill di un attacco anglo-

americano nei Balcani.

I preparativi tedeschi per Overlord e lo sbarco in Normandia

Hitler aspettava l'invasione dell'Europa nordoccidentale per la primavera del 1944 ed era convinto

che se fosse riuscito a respingere americani e britannici, avrebbe avuto in pugno le sorti della

guerra. Successivamente avrebbe inviato tutte le sue truppe a combattere i sovietici. Pertanto

destinò rinforzi al solo fronte occidentale.

Nel gennaio 1944, un'offensiva sovietica tolse l'assedio a Leningrado e fece retrocedere il Gruppo

Nord fino alla linea tra il fiume Narva e il lago Peipus. Nuove offensive del marzo e dell'aprile

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ricacciarono i tedeschi nell'ampia distesa tra le paludi del Pripjat e il mar Nero, cioè fuori dal

territorio sovietico.

Il 6 giugno 1944, D-Day, giorno dell'invasione secondo il piano Overlord, la prima armata

statunitense al comando del generale Omar Bradley e la seconda armata britannica al comando del

generale Miles Dempsey riuscirono a stabilire teste di ponte in Normandia. Cominciò così lo sbarco

in Normandia.

La riconquista sovietica della Bielorussia

Sul fronte orientale tedesco non vi furono operazioni durante le prime tre settimane del giugno

1944; Hitler si aspettava un'offensiva sul lato meridionale del fronte, dove i sovietici, dopo la

battaglia di Stalingrado, avevano concentrato le forze. La Bielorussia era controllata dal Gruppo

Centro, che non si aspettava certo un attacco da quel lato. Tuttavia, il 22 e il 23 giugno 1944 quattro

contingenti sovietici (due guidati daukov e due da Vasiljevskij) sferrarono l'attacco al Gruppo

Centro, sconfiggendolo. Minsk, la capitale della Bielorussia, fu presa dai sovietici il 3 luglio; l'8

luglio, la IV Armata tedesca dovette abbandonare i combattimenti, consentendo all'Armata Rossa di

dirigersi verso la Prussia orientale e la Polonia.

Il complotto contro Hitler

Nel mese di luglio un gruppo di ufficiali organizzò un attentato per uccidere Hitler (complotto di

luglio): il 20 luglio, l'esplosione di una bomba piazzata nel quartier generale di Rastenburg, nella

Prussia orientale, uccise alcuni ufficiali ma Hitler ne uscì indenne. Gli ufficiali sospettati di aver

preso parte al complotto furono brutalmente soppressi.

La liberazione della Francia

Intanto, le truppe corazzate sbarcate in Normandia, guidate dal generale Patton, avevano occupato

la Bretagna e si erano spinte all'interno della Francia, conquistando Le Mans, Chartres e Orléans. Il

25 agosto le forze americane, insieme alle forze della Resistenza francese, guidate dal generale

Charles de Gaulle, liberarono Parigi. Entro settembre quasi tutto il territorio francese era stato

liberato.

Pausa nell'offensiva occidentale

Sul fronte occidentale, Bradley e Montgomery guidarono l'offensiva che, a nord della Senna, si

dirigeva verso il Belgio, mentre gli americani avanzarono in direzione del confine franco-tedesco.

Le truppe di Montgomery conquistarono Anversa il 3 settembre 1944 e l'11 settembre le prime

guarnigioni americane varcarono il confine tedesco. L'offensiva subì a questo punto una fase

d'arresto: Montgomery aveva raggiunto le barriere fluviali della Mosa e del Basso Reno mentre gli

americani erano bloccati sulla linea Maginot. Il tentativo di sfondamento operato da Montgomery

nella battaglia di Arnhem fu un completo fallimento.

L'insurrezione di Varsavia

Il 20 luglio avanguardie sovietiche raggiunsero le coste del Baltico, nei pressi di Riga, tagliando le

vie di comunicazione terrestri del Gruppo Centro con il fronte tedesco. Il 31 luglio, il comandante

dell'armata partigiana polacca, generale Tadeusz Komorowski, detto "generale Bor", organizzò

l'insurrezione di Varsavia. Gli insorti, fedeli al governo anticomunista in esilio a Londra, crearono

per diversi giorni gravi disagi ai tedeschi. 52

La sconfitta delle potenze dell'Asse

Un'offensiva sovietica effettuata tra i Carpazi e il mar Nero a fine agosto ebbe come risultato

l'armistizio chiesto tre giorni dopo dalla Romania. La Bulgaria, che non aveva mai dichiarato guerra

all'Unione Sovietica, si arrese il 9 settembre. Il 19 e il 20 ottobre le truppe sovietiche presero

Belgrado e vi insediarono un governo comunista sotto la guida di Tito. In Ungheria i sovietici

arrivarono alle porte di Budapest alla fine di novembre.

L'avanzata degli Alleati in Italia

In Italia, tra la primavera e l'estate del 1944, le armate di Clark, che comprendevano truppe

americane, britanniche, francesi e polacche, presero Cassino il 18 maggio. Cinque giorni dopo, la

rottura dell'accerchiamento della testa di sbarco ad Anzio costrinse i tedeschi ad abbandonare la

linea Gustav; gli Alleati entrarono a Roma, dichiarata città aperta dal 4 giugno. L'avanzata continuò

verso nord senza problemi, ma rischiò di perdere impeto perché le divisioni americane e francesi si

sarebbero presto dovute dedicare all'invasione della Francia meridionale. Dopo aver conquistato

Ancona e Firenze, la seconda settimana di agosto, gli Alleati si arrestarono sulla linea Gotica, che

bloccò sino a tutto l'inverno l'accesso alla valle del Po, mentre nel nord del paese, occupato dai

nazisti, si sviluppava la Resistenza partigiana.

La battaglia del mar delle Filippine

Le operazioni contro il Giappone, nel Pacifico, nel 1944 subirono un'accelerazione: in primavera

gli Alleati avevano pianificato un'avanzata al comando del generale MacArthur attraverso la Nuova

Guinea, sino alle Filippine. Una seconda operazione sarebbe stata guidata dall'ammiraglio Nimitz

attraverso il Pacifico centrale, fino alle isole Marianne e Caroline.

Il 19 e il 20 giugno la prima flotta mobile dell'ammiraglio Ozawa Jisaburo incrociò l'Unità

operativa statunitense 58 comandata dall'ammiraglio Mitscher. Nella battaglia, che passò alla storia

come "battaglia del mar delle Filippine", i caccia americani abbatterono gran parte degli aerei

giapponesi mentre i sottomarini americani affondarono tre portaerei. Ozawa virò verso Okinawa

con 35 aerei rimasti su 326. Mitscher perse soltanto ventisei apparecchi e tre navi riportarono danni

non gravi.

Nuova strategia nel Pacifico

Il 15 giugno le forze americane sbarcarono a Saipan; il 10 agosto avevano conquistato Guam,

obiettivo chiave della strategia ideata per porre fine al conflitto. L'isola poteva ospitare le basi per i

nuovi bombardieri americani a lungo raggio, i B-29 Superfortress, in grado di raggiungere Tokyo e

le città giapponesi. La superiorità navale americana nel Pacifico consentiva di pensare all'invasione

del Giappone: i bombardamenti cominciarono nel novembre 1944, mentre proseguivano le

operazioni nelle Caroline e nelle Filippine.

La battaglia aerea in Europa e l'offensiva delle Ardenne

La più importante azione aerea contro la Germania ebbe luogo nell'autunno 1944: i

bombardamenti inglesi e americani colpirono sia obiettivi militari sia le città tedesche. Hitler reagì

lanciando contro Londra i missili V1 e V2. Ma, nel mese di ottobre, le migliori basi di lancio,

situate nel nord-ovest della Francia e in Belgio, furono conquistate dagli Alleati.

L'accorciamento dei fronti a est e a ovest e la pausa dei combattimenti di terra avevano dato a Hitler

la possibilità di creare una riserva di circa venticinque divisioni che decise di utilizzare contro gli

anglo-americani, dalle Ardenne, attraverso il Belgio fino ad Anversa.

53

Il 16 dicembre aveva inizio la battaglia delle Ardenne. Gli Alleati, colti di sorpresa, riuscirono

tuttavia a mantenere centri strategici come Saint-Vith e Bastogne fino all'intervento dell'aviazione.

L'ultimo tentativo tedesco di riconquistare Anversa venne respinto solo alla fine di gennaio. Alla

fine di febbraio l'avanzata alleata verso la Germania riprendeva.

La conferenza di Jalta

Dal 4 all'11 febbraio 1945 ebbe luogo la conferenza di Jalta, in Crimea, tra i capi di stato di Stati

Uniti (Roosevelt), Gran Bretagna (Churchill) e Unione Sovietica (Stalin). In questa occasione Stalin

si impegnò a entrare in guerra contro il Giappone entro tre mesi dalla capitolazione tedesca, in

cambio di concessioni territoriali nell'Estremo Oriente.

Nel corso della conferenza si stabilì inoltre la strategia da seguire contro la Germania e

l'organizzazione del paese alla fine del conflitto.

L'avanzata sul Reno

All'inizio di marzo le armate alleate raggiunsero il Reno e occuparono teste di ponte tra Bonn e

Coblenza e a sud di Magonza: alla fine di marzo l'intero schieramento tedesco sul fiume crollò;

Einsenhower ordinò alle truppe di proseguire verso est.

Il 1° aprile gli americani accerchiarono il bacino della Ruhr, facendo prigionieri 325.000 soldati

tedeschi. Il 5 aprile gli inglesi varcarono il Weser, puntando verso l'Elba. L'11 aprile gli alleati

raggiunsero l'Elba vicino a Magdeburgo, e il giorno dopo si formò una testa di ponte sulla riva

orientale, a 120 km da Berlino.

Mentre gli inglesi (soprattutto Churchill e Montgomery) e alcuni americani consideravano Berlino

l'obiettivo più importante, per Eisenhower era essenziale che le truppe anglo-americane potessero

congiungersi con quelle russe più a sud, tra Lipsia e Dresda. L'Armata Rossa, che si era attestata ai

primi di febbraio sull'Oder, all'inizio di aprile cominciò a concentrarsi su Berlino, che divenne

quindi l'obiettivo prioritario.

Le ultime battaglie in Europa e la resa della Germania

In Italia, il 14 e il 16 aprile 1945 la V Armata americana e l'VIII Armata britannica lanciarono

l'offensiva verso la pianura padana: le truppe tedesche si arresero il 2 maggio. Il 16 aprile cominciò

l'avanzata sovietica verso Berlino. Il 20 aprile la VII Armata americana conquistò Norimberga.

Quattro giorni dopo le armate sovietiche circondarono la città. Il 25 aprile la V Armata sovietica e

la I Armata americana s'incontrarono a Torgau, sull'Elba, a nord-est di Lipsia. L'ultima settimana di

aprile la resistenza contro gli anglo-americani cessò, ma sul fronte orientale le truppe tedesche

continuarono a battersi disperatamente contro i sovietici.

Hitler decise di restare a Berlino, mentre la maggior parte dei suoi collaboratori politici e militari

fuggirono. Il 30 aprile, chiuso nel suo bunker, Hitler si suicidò insieme con Eva Braun e, come

ultimo atto ufficiale, nominò suo successore l'ammiraglio Karl Dönitz, che chiese la resa. Il suo

rappresentante, generale Alfred Jodl, firmò la capitolazione delle forze armate tedesche nel quartier

generale di Eisenhower il 7 maggio a Reims; un secondo documento fu firmato a Berlino, nel

quartier generale sovietico, il giorno seguente.

La sconfitta del Giappone

All'inizio del 1945, nel Pacifico, la fine della guerra non sembrava vicina: la marina nipponica

non era in grado di sferrare attacchi massicci ma i kamikaze effettuarono azioni suicide durante i

combattimenti di Luzon, nelle Filippine, distruggendo 17 navi statunitensi e danneggiandone 50.

54

Iwo Jima e Okinawa

Il 19 febbraio si scatenò la battaglia di Iwo Jima che si protrasse sino al 16 marzo: i due aeroporti

dell'isola fornirono le basi di lancio per i B-29 e permisero ai caccia di appoggiare i bombardieri

durante le offensive effettuate sulle città giapponesi. Il 1° aprile la X Armata americana sbarcò a

Okinawa, a 500 km da Kyushu, l'isola più meridionale del Giappone.

Hiroshima e Nagasaki

Kyushu costituiva l'obiettivo principale; l'attacco fu fissato per il novembre 1945, anche se una

facile vittoria sembrava improbabile. Lo sbarco a Kyushu non avvenne mai; il governo americano

adottò una nuova strategia che si basava sull'uso delle armi nucleari. La prima esplosione atomica,

per così dire "di prova", ebbe luogo ad Alamogordo, nel New Mexico, il 16 luglio 1945.

Altre due bombe erano state costruite e si decise di usarle per costringere il Giappone alla resa. Il

presidente americano Truman, succeduto a Roosevelt, ordinò i bombardamenti atomici su

Hiroshima e Nagasaki, effettuati il 6 e il 9 agosto. Intanto, l'8 agosto, l'Unione Sovietica aveva

dichiarato guerra al Giappone; il giorno dopo invase la Manciuria.

La resa del Giappone

Il 14 agosto l'imperatore Hirohito fece trasmettere via radio un comunicato che annunciava la resa

incondizionata del Giappone. Il 2 settembre, a bordo della corazzata Missouri, nella baia di Tokyo, i

rappresentanti del governo nipponico firmarono davanti al generale MacArthur il documento di

capitolazione.

Effetti della guerra

Secondo le statistiche, la seconda guerra mondiale fu la guerra più devastante in quanto a perdite

umane e distruzione materiale. Il conflitto, che coinvolse 61 nazioni, provocò la morte di circa 55

milioni di persone, tra militari e civili: l'Unione Sovietica ebbe circa 20 milioni di morti; la Cina

13,5 milioni; la Germania 7,3 milioni; la Polonia 5,5 milioni; il Giappone 2 milioni; la Iugolsavia

1,6 milioni; la Romania 665.000; la Francia 610.000; l'impero britannico 510.000; l'Italia 410.000;

l'Ungheria 400.000; la Cecoslovacchia 340.000; gli Stati Uniti 300.000. Gli sviluppi tecnologici e

scientifici fecero della guerra un conflitto di una ferocia senza paragoni; la popolazione civile fu

coinvolta direttamente nei combattimenti e nelle rappresaglie e fu colpita soprattutto a causa dei

bombardamenti aerei. L'evento più grave fu tuttavia la deportazione e lo sterminio di oltre cinque

milioni di ebrei nei campi di concentramento nazisti, la cosiddetta "soluzione finale" del "problema"

ebraico (vedi Olocausto).

Alla fine della guerra, la situazione mondiale era mutata radicalmente: l'Europa usciva dal

conflitto in posizione di dipendenza rispetto alle due potenze vincitrici, Stati Uniti e Unione

Sovietica, attorno alle quali nacque un nuovo equilibrio politico mondiale. L'alleanza tra USA e

URSS si trasformò nei decenni seguenti in rivalità tra le due potenze, rivalità che si manifestò nella

cosiddetta Guerra Fredda. 55

LEZIONE N. 4) STORIA CONTEMPORANEA

CAPITOLO N. 10) IL MONDO DIVISO

1) LE CONSEGUENZE DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE

La seconda guerra mondiale sancì la crisi definitiva della supremazia europea e l’emergere di due

superpotenze, Usa e Urss. Nasceva così un nuovo equilibrio internazionale di tipo bipolare. Gli

orrori della guerra, le rivelazioni sullo sterminio degli ebrei, lo spaventoso potere distruttivo della

bomba atomica colpirono profondamente l’opinione pubblica e spinsero le potente vincitrici a

cercare basi più stabili e regole nuove per i rapporti internazionali.

2) LE NAZIONI UNITE E IL NUOVO ORDINE ECONOMICO

La creazione dell’Onu (1945) rappresentò il risultato più importante del tentativo di dare vita a un

nuovo ordine internazionale capace di scongiurare nuovi conflitti. La creazione del Fondo

monetario internazionale della Banca mondiale (1944), gli accordi commerciali Gatt (1947), il

primato del dollaro come valuta internazionale furono gli strumenti della ripresa economica

occidentale.

3) LA FINE DELLA GRANDE ALLEANZA

La “grande alleanza” fra le potenze vincitrici aveva già cominciato ad incrinarsi già prima della

fine della guerra, in relazione al problema del futuro della Germania e al controllo dell’Urss sui

paesi dell’Europa orientale. La conferenza della pace (Parigi, luglio-ottobre 1946) lasciò irrisolto il

problema tedesco.

4) LA “GUERRA FREDDA” E LA DIVISIONE DELL’EUROPA

Alla fine della guerra truppe americane, inglesi, francesi e sovietiche occuparono il suolo tedesco,

una parte del quale fu ceduto alla Polonia. Le zone di occupazione furono ben delimitate. Fra il

1947 e il 1949 USA, Gran Bretagna e Francia unificarono le rispettive zone, mentre nella sua zona

l’URSS dava il via a misure economiche e politiche miranti alla costituzione di una repubblica

tedesca comunista. Si assisteva dunque nel 1949 alla formazione di due ben distinte Germanie: ad

ovest veniva costituita la Repubblica Federale Tedesca (con capitale Bonn), mentre ad est si

formava la Repubblica Democratica Tedesca (con capitale Berlino). L’aspetto che la Germania

andava assumendo rispecchiava una situazione più generale: attorno alle due grandi potenze

vincitrici si erano formati due blocchi di stati. Ad Occidente, Francia e Gran Bretagna erano

economicamente dipendenti dal colosso USA, che inoltre faceva sentire il suo peso su paesi come

l’Italia, da esso liberati. Ad Oriente regimi comunisti sorgevano nei paesi liberati dall’Armata

Rossa. Il principio di spartizione dell’Europa in zone di influenza, formulato già durante il conflitto,

cominciava a trovare attuazione.

La Francia e l’Inghilterra diedero atto al processo di decolonizzazione, che indebolì il loro ruolo

di potenza. Usciti vittoriosi dalla seconda guerra mondiale, Unione Sovietica e Stati Uniti, al

contrario, costituivano ormai le due maggiori potenze del mondo. A causa della diversità dei loro

sistemi politici ed economici, non potevano però riuscire a trovare un accordo. I governi americani,

nella loro visione, consideravano l’Occidente come il “mondo libero”;Il mondo libero poteva

divenire il mondo intero a mano a mano che i paesi del blocco sovietico fossero stati “liberati” dalla

schiavitù comunista. Inoltre essi temevano l’espansione del dominio sovietico in Europa e perciò

favorirono l’allontanamento dei partiti socialisti, ma soprattutto comunisti, da tutti i governi degli

56

stati dell’Europa occidentale. Il 5 giugno del 1947 gli USA dettero avvio a un vasto piano di

assistenza economica ai paesi europei fidati, il cosiddetto Piano Marshall; Questi aiuti, oltre a

permettere ai paesi beneficiari il superamento delle gravi difficoltà economiche dovute al tremendo

impegno della ricostruzione, consentivano politicamente il rafforzamento dei regimi democratici e

per contro l’indebolimento delle aspirazioni irrealizzabili filosofiche o rivoluzionarie dei partiti

comunisti occidentali. Nel 1949 gli Stati Uniti stabilirono con alcuni paesi europei, tra cui l’Italia, la

Francia e l’Inghilterra, un’alleanza difensiva che prese il nome di NATO (North Atlantic Treaty

Organization). Dal canto suo il governo sovietico, temendo l’espansione degli Stati Uniti in Europa,

operò affinché in tutta l’Europa orientale si formassero governi comunisti. Tra il ’47 ed il ’48, dalla

Polonia alla Bulgaria, si instaurarono governi di tipo comunista strettamente legati all’URSS di

Stalin e i partiti d’opposizione furono sciolti. Questi stati stabilirono con l’Unione Sovietica

un’alleanza militare, il Patto di Varsavia. Si formarono così effettivamente i due blocchi militari,

uno dipendente dagli USA e uno dagli URSS, era l’inizio della “Guerra Fredda”.

Il termine “Guerra Fredda” sintetizza in modo efficace la situazione che si presentò negli anni

immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale. In un pianeta dominato da due

potenze, entrambe in lizza per il primato e per l’egemonia mondiale, e radicalmente contrapposte

sul piano ideologico, il conflitto sembrava inevitabile. Il mondo dove due contendenti avevano

armamenti tali che una guerra avrebbe avuto conseguenze intollerabili anche per il “vincitore”, il

conflitto era impraticabile. Si determinò così una situazione di “guerra fredda”: Guerra, perché la

contrapposizione tra i contendenti sembrava un vero e proprio conflitto, e perché all’interno dei

paesi coinvolti andava delineandosi una mobilitazione militare, economica e psicologica “di

guerra”; Fredda, perché le armi, che continuavano ad essere prodotte e accumulate, non potevano

essere usate. Si può definire come “guerra fredda” tutto l’assetto mondiale dall’immediato

dopoguerra fino alla fine degli anni ottanta. Questo lungo periodo, però, ha avuto 3 fasi: la prima di

“guerra fredda”vera e propria, durata dal 1947 ai primi anni sessanta; la seconda, detta la fase di

“distensione”, negli anni sessanta e nei primi anni settanta; quindi, dopo il 1973, una nuova fase di

tensione internazionale basata però su strumenti in parte nuovi.

Le armi a disposizione degli strateghi, dall’una e dall’altra parte, erano: Gli arsenali militari stessi,

per l’esigenza di poter proseguire il conflitto eventuale dopo il “primo colpo” rappresentato dalle

armi atomiche; Nel capo delle armi nucleari, con esse vi fu uno sviluppo parallelo, tra le due

potenze, di armamenti sempre più distruttivi e sofisticati, fino alla capacità di distruggere più volte

l’intero pianeta. La competizione nell’accumulo di armi, in questo conflitto, divenne una sorta di

sostituto simbolico dell’uso effettivo delle armi stesse.

Le armi atomiche corrisposero a una funzione di “dissuasione” (minacciare l’avversario in modo

da impedirgli qualsiasi mossa aggressiva). Accanto alla “dissuasione” la guerra fredda prevedeva

l’uso di strumenti di “persuasione” e di “sovversione”. Strumento fondamentale di “persuasione”

era naturalmente la diplomazia; Con lo sviluppo degli organismi internazionali, i canali diplomatici,

negli anni successivi al 1945, conobbero un arricchimento e una crescita di complessità tali da

provocare uno spostamento graduale degli equilibri, nel corso dei decenni: da un prevalere

dell’influenza americana si passò alla crescita dei paesi decolonizzati spesso disponibili ad accordi

con l’URSS.

Altro grande strumento di persuasione apparve l’azione propagandistica: l’età della guerra fredda

fu anche l’età di un uso spregiudicato, dall’una e dall’altra parte, di mezzi di comunicazione di

massa, in primo luogo della radio, per condizionare l’opinione pubblica del paese avversario. Inoltre

la “sovversione”: ovvero l’uso di strumenti clandestini, fino al terrorismo, per infiltrarsi nell’area

dell’avversario, minandone la capacità di controllo.

57

5) L’UNIONE SOVIETICA E LE “DEMOCRAZIE POPOLARI”

Lo stalinismo accentuò i suoi connotati autocratici e repressivi.

La ricostruzione economica sovietica fu molto rapida, anche grazie alle riparazioni imposte ai paesi

ex nemici. La priorità andò all’industria pesante.

La tecnologia creò la bomba atomica e la bomba all’idrogeno.

In politica estera i paesi dell’Europa orientale occupati furono trasformati in democrazie popolari.

Stalin voleva costituire in Polonia un governo amico dell’Urss, anche per la sua posizione

strategica; gli inglesi invece volevano difendere l’indipendenza della Polonia,per la quale erano

entrati in guerra nel ’39.

Giugno 1945: a Varsavia si instaura un governo presieduto dal socialista Morawski, ma in realtà

controllato dai comunisti.

Gennaio 1947: elezioni; vincono i comunisti, che iniziano ad eliminare le altre forze politiche.

In Ungheria le forze non comuniste che cercavano di resistere erano particolarmente tenaci,

soprattutto il Partito dei contadini; i comunisti iniziarono una campagna di arresti contro gli

avversari→ processo di sovietizzzione dell’Ungheria.

In Cecoslovacchia le elezioni del 1946 avevano portato al governo il comunista Gottwald e il

governo fondato sull’alleanza fra i partiti di sinistra. QUESta coalizione si ruppeper l’ostilità dei

comunisti all’accettazione degli aiuti del piano Marshall. I comunisti attuarono quindi una violenta

campagna contro gli avversari e costrinsero il presidente della Repubblica Benes ad affidare il

potere ad un loro nuovo governo. In marzo morì il ministro degli esteri Masaryk, l’unico non

comunista del nuovo ministero.

Dopo le elezioni del ’48 il presidente si dimise.

In Jugoslavia i comunisti guidati da Tito si imposero al governo, i comunisti jugoslavi si staccarono

poi dalle direttive di Stalin, che li condannò.

Negli altri paesi dell’Europa orientale la diffusione del comunismo portò modernizzazione e

decollo economico, ma anche forte compressione dei consumi e del tenore di vita; essi rimasero

stati satelliti subordinati allo Stato-guida. I tassi di cambio e i prezzi vennero regolati attraverso il

Consiglio di mutua assistenza economica (Comecon).

6) GLI STATI UNITI E L’EUROPA OCCIDENTALE NEGLI ANNI DELLA

RICOSTRUZIONE

Gli Stati Uniti dovettero affrontare un problema di riconversione: il sistema economico orientato e

stimolato dalla guerra doveva essere riorganizzato a scopi di pace.

A capo del paese c’era Truman, che però non aveva il carisma di Roosevelt.

A partire dal ’49 si scatenò una campagna anticomunista, che ebbe come principale ispiratore il

senatore repubblicano Joseph McCarthy (maccartismo); venne adottata una legge per eliminare

coloro che erano sospettati di filocomunismo.

In tutta l’Europa occidentale dopo la guerra ci fu una forte spinta in senso democratico e riformista:

Inghilterra: alle elezioni di luglio 1945 Churchill venne battuto dai laburisti di Clement Attle; il

nuovo governo nazionalizzo alcune industrie e i trasporti, introdusse il salario minimo e il Servizio

sanitario nazionale. Furono gettate le basi del Welfare State.

58

Francia: Furono varati nazionalizzazioni e programmi di sicurezza sia dal governo provvisorio di

De Gaule sia dai ministeri di coalizione formati da partito comunista, dalla Sfio e dal Movimento

repubblicano popolare.

Nel ’46 venne elaborata una nuova costituzione di stampo democratico-parlamentare→ Quarta

Repubblica.

Nel ’47 l’alleanza fra i tre partiti di massa si ruppe a causa dei contrasti fra i comunisti e le altre

forze.

Germania federale: l’economia tedesca mostrò straordinarie capacità di recupero. Gli Stati Uniti

consentirono alla Germania Ovest di beneficiare degli aiuti del piano Marshall. Alla base di questo

miracolo tedesco vi era una notevole stabilità politica, anche grazie alla costituzione del ‘49.

La guida del governo fu mantenuta dall’Unione cristiano-democratica federata con l’Unione

cristiano-sociale, prima con Adenauer e poi con Erhard. Il partito d’opposizione era il partito social-

democratico.

7) LA RIPRESA DEL GIAPPONE

Era sottoposto all’amministrazione del generale Mac Athur, che nel ’46 impose una nuova

costituzione redatta da funzionari americani, la quale introdusse una monarchia costituzionale e un

sistema parlamentare. Sempre nel ’46 fu varata una radicale riforma agraria.

Negli anni ’50 grazie al contenimento dei consumi e il rilancio produttivo il Giappone ebbe un

tasso di investimento molto elevato. Era presente un sistema delle imprese basato sulla compresenza

di pochi grandi complessi industriali-finanziari e di molte piccole-medie aziende.

Le cause di questo miracolo erano attribuite all’abitudine all’organizzazione e alla disciplina, alla

forte coesione nazionale e allo spirito di gruppo.

La guida del paese fu sempre mantenuta dal Partito liberl-democratico, composto da gruppi

moderati.

8) LA RIVOLUZIONE COMUNISTA IN CINA E LA GUERRA DI COREA

1949: avvento al potere dei comunisti in Cina. Questa rivoluzione segnò la rinascita della Cina

come stato indipendente e come grande potenza e affermò un modello di società comunista distinto

da quello russo.

Con la guerra nel pacifico l’alleanza tra i comunisti di Mao Tse-tung e i nazionalisti di Chang

entrò in crisi. I nazionalisti si concentrarono contro i comunisti; i comunisti invece combatterono

contro i giapponese e riuscirono a rafforzare i loro legami con le masse contadine. Chung iniziò una

campagna militare contro i comunisti, i quali però potevano contare sull’appoggio della

popolazione contadina.

Febbraio 1949: i comunisti entrano a Pechino e Chung si rifugia a Taiwan.

ottobre 1949: nascita della Repubblica popolare cinese a Pechino; essa è riconosciuta dall’Urss e

dalla Gran Bretagna, ma non dagli Stati Uniti che consideravano come illegittimo solo il governo di

Taiwan. La nuova repubblica a guida comunista diede il via a misure di socializzazione, riuscì a far

accrescere il settore industriale.

Febbraio 1950: trattato di amicizia e di mutua assistenza tra la Cina e l’Unione Sovietica.

1950: la Corea era divisa in 2 zone, delimitate dal 38° parallelo: la Corea del Nord, governata dal

regime comunista di Kim Ill Sung, e la Corea del Sud, con un governo nazionalista appoggiato dagli

americani. 59

A giugno le forze nord-coreane, armate dai sovietici, invasero il sud. Gli Stati Uniti inviano

truppe in Corea e respingono i nord coreani. Mao in difesa dei comunisti invia dei volontari che

penetrano nella Corea del Sud.

Aprile 1951: Truman apre le trattative con la Corea del Nord.

9) LA COESISTENZA PACIFICA, LA DESTALINIZZAZIONE E LA CRISI UNGHERESE

Con la fine della presidenza Truman e la morte di Stalin nel ’53 la guerra fredda assunse nuove

forme.

Giugno 1953: gli operai di Berlino est protestano contro il regime comunista e vengono repressi nel

sangue.

Negli Stati Uniti la nuova amministrazione repubblicana passa al generale Eisenhower. In questi

anni vennero poste le premesse della coesistenza pacifica tra i 2 blocchi.

In Unione Sovietica si impose come leader Nikita Kruscev→ si fece promotore di aperture in

politica estera (1955: trattato di Vienna, che sanciva l’indipendenza e la neutralità dell’Austria e la

riconciliazione con i comunisti jugoslavi), e in politica interna in cui ci fu la fine delle grandi

purghe e un rilancio dell’agricoltura.

Kruscev in un rapporto al XX congresso del Pcus del febbraio 1956 si espresse contro lo

scomparso Stalin, denunciandone i crimini→ destalinizzazione.

In Polonia nel ‘56 gli operai chiedono un cambiamento; l’Urss decide di favorire l’ascesa al potere

di Gomulka.

In Ungheria ad ottobre ci fu una vera e propria insurrezione dei lavoratori, i quali formarono

consigli operai. A capo del governo fu chiamato Nagy; le truppe sovietiche si ritirano.

Il 1 novembre Nagy annuncio l’uscita dell’Ungheria dal patto di Varsavia; il segretario del partito

comunista Kadar invocò l’intervento sovietico, che stronca la resistenza e pone al governo Kadar.

10) L’EUROPA OCCIDENTALE E IL MERCATO COMUNE

Nel corso degli anni ’50 i maggiori stati dell’Europa Occidentale diventarono potenze dipendenti

dall’alleato statunitense.

Il paese che visse questo passaggio in modo più drammatico fu la Francia.

In Gran Bretagna invece la smobilitazione dell’Impero avvenne senza traumi; fra il ’51 e il ’64 al

governo ci furono i conservatori, che non smantellarono il Welfare State, ma non riuscirono a

impedire il declino dell’economia britannica.

In questo periodo nacque l’ideale di un Europa unita nella pace, nella democrazia e nella

cooperazione, come auspicato da Churchill, De Gasperi, Blum etc.

1951: comunità europea del carbone e dell’acciaio.

Marzo 1957: trattato di Roma fra i rappresentanti di Francia, Italia, Germania federale, Belgio,

istituzione della Comunità economica europea (CEE), con lo scopo di

Olanda e Lussemburgo→

creare un Mercato comune europeo; i suoi organi principali erano la Commissione, il Consiglio

dei ministri, la Corte di giustizia e il Parlamento europeo.

11) LA FRANCIA DALLA QUARTA REPUBBLICA AL REGIME GAULLISTA

Un ostacolo ai progetti di integrazione europea fu però rappresentato dalla crisi istituzionale in

Francia: nel ’58 la crisi legata al problema algerino giunse al culmine. Alla guida del governo

venne chiamato De Gaulle, che redisse la nuova costituzione e portò alla nascita della Quinta

Repubblica; il capo dello stato aveva il potere di nominare il capo del governo, di sciogliere le

camere e di indire referendum.

De Gaulle venne eletto presidente della repubblica e riuscì a risolvere l’affare algerino e, per via

della sua vocazione nazionalista, attuò una politica estera che tendeva a svincolare la Francia da

60

legami con gli Stati Uniti e a proporla come guida di una futura Europa indipendente; per attuare

ciò ritirò le truppe francesi dalla nato, si oppose all’integrazione politica fra i paesi della CEE.

CAPITOLO N. 11) LA DECOLONIZZAZIONE E IL TERZO MONDO

1) I CARATTERI GENERALI DELLA COLONIZZAZIONE

E’ uno dei fenomeni più importanti del ‘900. Iniziato già dopo la prima guerra mondiale, ebbe la

sua spinta decisiva nel secondo dopoguerra.

Le cause della decolonizzazione:

durante la guerra, i gruppi indipendentisti e anticolonialisti che vengono appoggiati dai belligeranti

contro i propri nemici (in Asia ad es. il Giappone appoggia i guerriglieri in funzione antinglese o

antifrancese), acquistano forza e prestigio.

Il ruolo di Usa e Urss: la decolonizzazione viene appoggiata per liquidare il vecchio ordine

mondiale fondato sull’eurocentrismo e sostituire ad esso l’influenza delle due nuove potenze.

Sebbene animate da volontà dominatrice (sostituire la loro influenza a quella dei vecchi

dominatori), le due superpotenze ebbero un ruolo decisivo nell’avviare la decolonizzazione.

Tanto più che il principio di autodeterminazione dei popoli, uscito dalla Carta atlantica del 1941, si

imporrà come nuovo codice etico-politico internazionale.

Le forme della decolonizzazione:

il modello inglese: graduale abdicazione al proprio dominio e trasformazione dell’Impero in una

comunità volontaria di nazioni sovrane

il modello francese: tenace resistenza ai modelli indipendentistici e tentativo di riunire le colonie in

un unico Stato.

La persistenza del rapporto con l’Europa anche a decolonizzazione avvenuta: fondamentale sul

piano culturale (lingua, costumi, ecc.), meno decisiva sul piano politico, difficilmente la democrazia

di stampo occidentale si impose nelle colonie nelle quali si affermarono piuttosto regimi autoritari,

per varie ragioni:

il peso di una tradizione culturale differente che non rappresentava un terreno fertile per la

democrazia;

il peso dell’eredità del governo Europeo, che era stato di tipo autoritario nelle colonie;

il carattere delle dirigenze locali, spesso cresciute nelle forze armate, e non espressione di borghesie

radicate nella società;

grave arretratezza economica

2) L’EMANCIPAZIONE DELL’ASIA

L’Asia è il continente che si emancipa per primo (precede di dieci anni l’Africa) per varie ragioni:

carattere avanzato della struttura politica e sociale: sede di culture e religioni millenarie, importante

patrimonio filosofico

maggiore consuetudine, rispetto all’Africa, ai contatti con gli europei, produce elités locali educate

in università occidentali ma profondamente legate alla propria tradizione culturale (come è il caso

dell’India).

Il caso dell’India: crescita del Partito del Congresso che con Gandhi riesce a ottenere importanti

concessioni, come la Costituzione federale (1935). – Con Nehru, successore di Gandhi, l’India

ottiene l’indipendenza nel 1947, dividendosi dal Pakistan musulmano (da cui nel 1971 si staccherà

61

il Bangladesh). Il conflitto tra indù e musulmani (due guerre tra India e Pakistan per il controllo del

Kashmir) e l’uccisione di Gandhi. – La tenuta della democrazia indiana nonostante i problemi

dell’India indipendente: povertà, sovraccarico demografico, tensioni fra gruppi etnici e religiosi,

permanenza di abiti mentali arcaici e divisione in caste.

Il Sud-Est asiatico: la decolonizzazione è caratterizzata dal confronto tra nazionalisti e comunisti,

come in Cina. – In Birmania, Malesia, Indonesia, Thailandia (ex Siam) e Filippine, prevalgono le

forze nazionaliste. – Negli Stati sorti dalla dissoluzione dell’Indocina francese prevalgono invece i

comunisti: in Vietnam, i comunisti raccolti dal 1941 nella Lega per l’indipendenza (Vietminh),

proclamano nel 1945 la Repubblica democratica del Vietnam. – I francesi non riconoscono il nuovo

stato, occupano la parte meridionale del paese, ma vengono sconfitti a Dien Bien Phu nel 1954. Il

Vietnam viene successivamente diviso in due Stati.

3) IL MEDIO ORIENTE E LA NASCITA DI ISRAELE

La decolonizzazione comincia agli inizi del Novecento e porta alla creazione della Lega degli

Stati arabi. Inizi del ‘900: comincia a svilupparsi un movimento nazionale arabo. – In esso

confluiscono due componenti: una tradizionalista (“integralismo islamico”), l’altra laica. Prevale la

seconda. – Con la Seconda Guerra Mondiale, si accentua il processo di emancipazione e viene

riconosciuta l’indipendenza degli stati creati dopo la Grande Guerra: Transgiordania, Siria, Libano

(l’Iraq era già indipendente dal ’32). – Questi Stati, assieme all’Egitto, all’Arabia Saudita e allo

Yemen, formeranno nel 1945 la Lega degli Stati Arabi. –

Resterà da sciogliere il nodo della Palestina. Resta da sciogliere il nodo della Palestina: non ancora

indipendente dalla Gran Bretagna, era stata meta di emigrazione ebraica a durante la Seconda

Guerra Mondiale e ciò alimentava la causa del Sionismo, appoggiata dagli Usa, ma ostacolata dagli

inglesi. – Le organizzazioni militari ebraiche in Palestina passano alla lotta armata e gli inglesi si

ritirano nel 1948, lasciando all’Onu il compito di trovare una soluzione al problema. – La

risoluzione dell’Onu, la prima guerra arabo-israeliana, il dramma palestinese. – Caratteristiche di

Israele: Stato moderno e occidentale dotato di forza insospettata: risorse esterne; preparazione e

intraprendenza dei suoi dirigenti; forte motivazione patriottica dei suoi cittadini.

Le quattro guerre arabo-israeliane:

1948, Israele vince e si espande oltre i confini decisi dall’Onu

1956, Sinai

1967, 6 giorni (occupazione di Gaza)

1973, Kippur

4) LA RIVOLUZIONE NASSERIANA IN EGITTO E LA CRISI DI SUEZ

La rivoluzione nasseriana (di impostazione socialista) elimina la sostanziale dipendenza

dell’Egitto dagli Inglesi. L’Egitto nel corso degli anni ’50 diventa centro indiscusso e guida del

nazionalismo arabo. – Formalmente indipendente nel ’22, il paese sembrava essersi accontentato del

compromesso con gli inglesi del ’30 (che lasciava a loro il controllo del Canale di Suez), che di

fatto faceva dell’Egitto una monarchia corrotta e inefficiente, di fatti in mano agli inglesi, contestata

sia dalle forze progressiste sia dagli integralisti. – La scossa decisiva venne dall’esercito: un

comitato di ufficiali capeggiato da Nasser rovesciò la monarchia. – La rivoluzione nasseriana: una

serie di riforme in senso socialista, avvio di un industrializzazione; ambizione di assumere la guida

dei paesi arabi nella lotta contro Israele; affrancamento da ogni condizionamento da parte di

potenze ex coloniali (nazionalizzazione del Canale di Suez) e accordi ccon l’Urss per aiuti

economici e militari.

La reazione delle potenze occidentali le porta ad appoggiare Israele nella guerra del ’56, durante la

quale viene occupato il Sinai. Si diffonde per reazione il panarabismo, che però non avrà molto

successo. Si aprì così una crisi internazionale e nel ’56, d’intesa con Francia e Inghilterra, Israele

62

attaccò l’Egitto e lo sconfisse occupando il Sinai, mentre Francia e Inghilterra rioccupavano la zona

del canale. Il mancato appoggio americano fece fallire le iniziative dei tre stati contro l’Egitto. –

Effetto immediato della guerra: diffusione del panarabismo e del nasserismo nel mondo islamico:

nel ’58 la Siria accetta di fondersi all’Egitto, mentre in Iraq prendono il potere i militaristi

nazionalisti (tentativi analoghi falliscono in Libano e Giordania). Il panarabismo nella versione

nasseriana tuttavia non avrà successo (gelosie nazionali e divisioni interetniche), anche se il suo

richiamo rimase molto forte. – Di ispirazione nasseriana fu ad esempio la rivoluzione che nel 1969

portò al potere Gheddafi in Libia: espulsione degli italiani, nazionalizzazione del petrolio, forma

inedita di “socialismo islamico”, dinamismo in politica estera.

5) L’INDIPENDENZA DEI PAESI DEL MAGHREB

Gli anni ’50 sono anche gli anni dell’indipendenza del Marocco e della Tunisia e di quella ben più

cruenta dell’Algeria. Negli anni ’50 avviene l’emancipazione dei paesi del Maghreb. – Nel ’56 –

dopo una serie di repressioni militari – diventano indipendenti dalla Francia Marocco e Tunisia, che

manterranno una posizione moderata e filo-occidentale in politica estera.

Ben più cruenta invece la vicenda dell’Algeria, dove erano presenti oltre un milione di francesi che

detenevano privilegi rispetto agli algerini. – Soprattutto dopo il successo della rivoluzione

nasseriana, i nazionalisti si mostrano meno inclini alle soluzioni moderate e fondano l’Fln, il cui

capo è Ben Bella. – Lo scontro culmina nel ’57 nella battaglia di Algeri, con drammatici episodi di

guerriglia urbana, che dura quasi nove mesi. Temendo un cedimento da parte del governo di Parigi,

i coloni più oltranzisti fondarono un Comitato di salute pubblica. Ciò mise definitivamente in crisi

la Quarta repubblica e spianò la strada al ritorno al potere di De Gaulle, che pose fine alla questione

algerina nel ’62, con gli accordi di Evian. I coloni francesi in Algeria abbandonarono in massa il

paese.

6) L’EMANCIPAZIONE DELL’AFRICA NERA

Quando. L’emancipazione dell’Africa subsahariana comincia nel 1957 con il Ghana (Costa

d’Oro) e poi la Guinea nel ’58. – Il 1960 viene definito “anno dell’Africa” perché numerosi stati

ottennero l’indipendenza, fra questi: Nigeria, il Congo belga (Zaire), Senegal, Somalia.

Carattere generalmente pacifico, tranne quando sono in gioco interessi economici forti che creano

conflitti. In generale si trattò di processi di emancipazione pacifici e pilotati dalle stesse colonie che

poi mantennero rapporti con le ex colonie; tuttavia, in alcuni casi in cui erano in gioco interessi più

forti o erano presenti conflitti etnici, tribali, politici e religiosi, il cammino fu più lento e

difficoltoso. Si vedano ad esempio i casi del 1) Kenya (1963), dove agivano i Mau-Mau; 2) della

Rhodesia del Sud (1980, Zimbabwe), dove era presente una minoranza bianca decisa a mantenere le

proprie posizioni e i propri privilegi; 3) dell’Unione Sudafricana (uranio, oro e diamanti; contrasti

politici e tribali; consistenza della comunità bianca), dove era presente il regime dell’apartheid, che

fu addirittura inasprito negli anni ’50 e ’60. 4) del Congo, lasciato in una situazione di grave

arretratezza dalla dominazione belga (sanguinosa guerra civile e tentativo di secessione del

Katanga, ricca provincia mineraria); 5) della Nigeria (sanguinosa repressione del tentativo di

secessione del Biafra); 6) dell’Etiopia (indipendentisti eritrei).

I conflitti si spiegano anche alla luce della fragilità delle strutture politiche africane, che sebbene

rafforzate dai colonizzatori restano fragili. Tutti questi conflitti si spiegano alla luce della fragilità

delle istituzioni statali africane: rispetto alla frammentazione delle società tradizionali africane (che

impedivano il reale successo di ideologie come il “panafricanismo”, la “negritudine” teorizzata da

Senghor o “il socialismo africano” presente soprattutto in Tanzania) l’organizzazione statale e le

frontiere ereditate dall’età coloniale, sebbene fonte di discordie e divisioni, offrivano comunque un

principio di aggregazione più avanzato. D’altra parte anche questo principio di aggregazione si

scontrava con l’eterogeneità di lingue, popolazioni e culture, determinando difficoltà formidabili

63

nella stabilità di regimi democratici, che nel giro di pochi anni lasciarono spazio a dittature: Idi

Amin (Uganda, ‘71-79).

La seconda decolonizzazione degli anni ’70 dovuta alle nuove forme di dipendenza economica

instauratasi dopo la prima decolonizzazione. All’instabilità politica si aggiungeva la debolezza

economica che rischiava di provocare una nuova dipendenza dai paesi industrializzati

(neocolonialismo) e fu per questo che alcuni paesi africani imboccarono – senza però conseguire

risultati significativamente differenti – la strada del socialismo marxista, appoggiata dall’Urss:

Tanzania, Congo Brazzaville, Benin. E infine l’Etiopia di Menghistu, l’Angola e il Mozambico, che

furono protagonisti di una “seconda decolonizzazione africana” intorno al 1975.

7) IL TERZO MONDO, IL “NON ALLINEAMENTO” E IL SOTTOSVILUPPO

I nuovi paesi decolonizzati, sentono di costituire un nuovo soggetto politico sulla scena

internazionale è non vogliono assoggettarsi agli interessi dei due blocchi dominanti (costituiscono

così il “terzo mondo”): la loro parola d’ordine è “non allineamento”. I paesi di nuova indipendenza

si affacciano sulla scena internazionale convinti di condividere un’eredità comune che li fa portatori

di interessi comuni: garantirsi dalle tendenze egemoniche delle superpotenze. – Sulla scena politica

internazionale, la loro parola d’ordine è “non allineamento” rispetto ai due grandi blocchi,

americano e sovietico, nel tentativo di costituire un “Terzo mondo”, distinto sia dal capitalismo che

dal comunismo. – La consacrazione ufficiale di questo indirizzo si ha nella conferenza di Bandung

in Indonesia (1955).

Nacque allora e si diffuse, anche nella sinistra occidentale, il “terzomondismo”, ideologia che

identificava nei paesi decolonizzati il principale fattore di mutamento a livello mondiale, destinato a

erodere l’egemonia delle superpotenze. In realtà le divisioni e le differenze tra i paesi non allineati li

portarono comunque a effettuare scelte di campo per motivi ideologici o di convenienza politica;

ciò non toglie che essi abbiano impresso una nuova fisionomia alla comunità internazionale,

rendendola non più irriducibile alla contrapposizione tra i due blocchi.

Dal punto di vista economico, però, sono caratterizzati dal sottosviluppo. Se dal punto di vista

politico il non allineamento era il comune denominatore del Terzo Mondo, il sottosviluppo era il

comune denominatore economico. Non si trattava di un sottosviluppo nuovo e sconosciuto, ma

nuova ne fu la percezione, sotto l’influenza dell’allargamento dell’orizzonte mondiale provocato

dalla decolonizzazione e grazie all’atteggiamento “rivendicazionista” assunto dalla maggior parte

dei paesi del Terzo mondo nei confronti dell’Occidente.

8) DIPENDENZA ECONOMICA E INSTABILITA’ POLITICA IN AMERICA LATINA

Un discorso a parte va fatto per l’America Latina: la sua indipendenza politica era da tempo

consolidata e lo sviluppo in parte già avviato; essa scontava ancora tuttavia il peso di una diffusa

arretratezza economica e della dipendenza dagli Usa, che agli inizi del ‘900 si erano sostituiti alla

Gran Bretagna. – L’influenza degli Usa era differente secondo le situazioni: nel caso del Messico,

ad esempio, i capitali americani concorsero alla crescita industriale; in altri casi, invece, come nel

Centro America, gli Usa erano diventati alleati delle oligarchie terriere locali che si arricchivano

sfruttando la monocoltura. Gli Usa inoltre perseguivano nel continente una funzione di tutela dalla

penetrazione comunista (politica panamericana). – Con la seconda guerra mondiale e con la guerra

di Corea, si era avuto un notevole sviluppo economico dei paesi dell’America Latina (che si erano

avvantaggiati delle diminuite capacità esportative degli Usa e degli altri paesi occidentali). Ciò

aveva fatto crescere un ceto medio urbano di sentimenti nazionalisti, aspirante al rinnovamento e

preoccupato di garantirsi contro le spinte dal basso (classi subalterne). Ne derivò una situazione

politica complessa, da cui emersero soluzioni differenti oscillanti fra liberalismo, populismo e

autoritarismo. Si vedano l’Argentina di Péron, il Brasile di Vargas e altri Stati del Sud America che

fra il ’50 e il ’60 soffrirono di elevata instabilità politica. – In un quadro di generale debolezza delle

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forze di sinistra, assunse enorme rilievo la rivoluzione castrista a Cuba. Castro rovesciò, senza

ostacoli da parte Usa, la dittatura di Batista nel ’59; ma quando tentò di colpire il monopolio

esercitato sullo zucchero dalla United Fruit (una compagnia americana?), gli Usa assunsero un

atteggiamento ostile. Castro si rivolse all’Urss, che lo appoggiò, e il regime cubano andò

orientandosi sempre più verso il socialismo, mirando a esportare il suo modello rivoluzionario in

tutto il mondo (Che Guevara cercò di suscitare la rivoluzione in tutta l’America Latina). Per cercare

di attenuare la portata della sfida cubana, gli Usa risposero con un programma di aiuti all’America

Latina (l’Alleanza per il progresso), che però non bastava a bilanciare il loro strapotere economico

su buona parte del continente.

CAPITOLO N. 12) L’ITALIA DOPO IL FASCISMO

1) UN PAESE SCONFITTO E LE FORZE IN CAMPO

Le condizioni in cui versava l’Italia alla fine della guerra erano gravissime: se le industrie non

erano state eccessivamente danneggiate, era però stata fortemente colpita l’agricoltura; ingenti

anche i danni subiti dall’edilizia e dai trasporti; elevatissima l’inflazione. La maggioranza della

popolazione risentiva della scarsità di cibo e abitazioni e dall’alta disoccupazione. I problemi

dell’ordine pubblico erano gravi: difficoltà nella smobilitazione dei partigiani, occupazione delle

terre, borsa nera, separatismo e banditismo in Sicilia. Il ritorno della democrazia determinò una

crescita della partecipazione politica. La Democrazia cristiana si presentava come perno del fronte

moderato, in quanto era l’unico partito in grado di competere con socialisti e comunisti sul piano di

organizzazione di massa. Molto minor seguito avevano i liberali, i repubblicani e il Partito d’azione.

A destra il movimento dell’”Uomo qualunque” ebbe per breve tempo, notevole successo. La

Confederazione generale italiana del lavoro fu ricostituita nel ’44 su basi unitarie.

2) LA LOTTA POLITICA DALLA LIBERAZIONE ALLA REPUBBLICA

Tra i partiti pareva destinato ad assumere un ruolo da protagonista il partito socialista (Psiup),

guidato dal popolare Pietro Nenni; il suo gruppo dirigente era però diviso tra le spinte rivoluzionarie

e il richiamo alla tradizione riformista, inoltre non aveva svolto un ruolo di primo piano nella

resistenza al nazifascismo.

Il partito comunista invece traeva nuova forza dal contributo offerto alla lotta antifascista; il

leader Togliatti aveva creato un partito nuovo, molto diverso dall’originario: un autentico partito di

massa inserito nelle istituzioni democratico-parlamentari, ma legato anche all’Urss e alle aspettative

rivoluzionarie della classe operaia.

Democrazia cristiana (Dc): guidata da Alcide De Gasperi, traeva spunto dall’esperienza del partito

popolare di Sturzo, ma rispetto ad esso aveva un appoggio maggiore da parte della Chiesa.

Partiti laici: il partito liberale, il partito repubblicano e il partito d’azione. La destra era forte

soprattutto al sud, ma non avendo ancora un movimento organizzato si unì alla Dc, al Pli o al

movimento qualunquista, difensore del cittadino medio.

Dopo Bonomi, nel ’45 andò al governo Ferruccio Parri, esponente del partito d’azione; formò un

ministero con tutti i partiti del Cln e si occupò del problema dell’epurazione, contro gli esponenti

più legati al fascismo. Annunciò provvedimenti contro le grandi imprese, ma le forze moderate si

opposero e il Pli ritirò la fiducia al governo, facendolo cadere (novembre ’45).

Successore fu Alcide De Gasperi, esponente della Dc; il nuovo governo promise una svolta in senso

moderato e rallentò l’epurazione (Togliatti, ministro della giustizia, varò una larga amnistia).

9 maggio 1946: Vittorio Emanuele III, a sorpresa, tenta di risollevare le sorti della dinastia Sabauda

abdicando in favore del figlio Umberto II, ma la mossa non ha gli effetti sperati.

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2 giugno 1946: elezioni dell’assemblea costituente, le prime consultazioni politiche libere dopo 25

anni e le prime in cui potevano votare anche le donne; i cittadini dovevano decidere se mantenere in

vita la monarchia o scegliere la repubblica. Si afferma la repubblica e Umberto II va in esilio in

Portogallo.

La Dc si afferma come il primo partito, seguita dal Psiup e dal Pci. Era evidente l’ulteriore

avanzata dei partiti di massa e la crisi definitiva dei vecchi gruppi liberal democratici.

Gli elettori avevano definitivamente voltato pagina al fascismo, dando fiducia ai partiti democratici

e antifascisti; in realtà solo il centro nord aveva votato per la repubblica, mentre il sud si era

schierato con la monarchia.

3) LA CRISRI DELL’UNITA’ ANTIFASCISTA, LA COSTITUZIONE E LE ELEZIONI

DEL ‘48

In questo periodo l’Italia definì il suo nuovo assetto istituzionale col varo della costituzione,

riorganizzo l’economia secondo i modelli capitalistici occidentali e si diede un equilibrio politico

duraturo.

Dopo le elezioni del ’46, democristiani, socialisti e comunisti continuarono a governare assieme e

si accordarono sull’elezione del primo e provvisorio presidente della repubblica, Enrico De Nicola.

In realtà vi erano motivi di contrasto tra la Dc e le sinistre, a causa dell’inasprirsi dello scontro

sociale e del profilarsi della guerra fredda; la Dc tendeva ad assumere il ruolo di garante dell’ordine

sociale e della collocazione del paese nel campo occidentale, mentre i comunisti si ponevano alla

testa delle lotte operaie e contadine e si schieravano con l’Urss.

All’interno del partito socialista si delinearono invece due schieramenti contrapposti: quello di

Nenni, che voleva mantenere nel partito i caratteri classisti e rivoluzionari; e quello di Giuseppe

Saragat, che voleva allentare i legami col Pci.

i seguaci di Saragat abbandonano il partito socialista, che

Gennaio 1947: congresso di Roma→

riprende il vecchio nome di Psi, e a palazzo Barberini fondano un nuovo partito, il partito socialista

dei lavoratori italiani (Psli), che diventa poi partito socialdemocratico italiano (Psdi).

La democrazia cristiana era sempre più contraria alla coabitazione con le sinistre; De Gasperi quindi

aprì una crisi e formò un governo di soli democristiani→ cattolici al potere e sinistre

all’opposizione.

1 gennaio 1948: costituzione repubblicana→ da vita ad un sistema di tipo parlamentare, con il

governo responsabile di fronte alla camera dei deputati e al senato, titolari del potere legislativo,

eletti a suffragio universale e con il potere di scegliere un capo dello stato con mandato di 7 anni.

Prevede anche una corte costituzionale per vigilare sulla conformità delle leggi alla costituzione e

che le leggi possano essere sottoposte a referendum abrogativo; viene istituito anche il nuovo

istituto della regione.

La costituzione rappresentò un compromesso equilibrato fra le istanze delle diverse forze

politiche.

Marzo 1947: discussione sulla proposta democristiana di inserire nella costituzione un articolo

(articolo 7) in cui i rapporti fra stato e chiesa sono regolati dal concordato stipulato nel ’29 fra Santa

Sede e regime fascista. L’articolo viene approvato grazie al voto favorevole del Pci di Togliatti.

1948: campagna elettorale→ vede due schieramenti contrapposti, quello di opposizione, formato da

Pci e Psi uniti nel Fronte popolare, e quello governativo guidato dalla Dc e con i partiti laici minori.

La Dc di De Gasperi ha dalla sua parte due potenti alleati: la chiesa, con il pontefice Pio XII, e gli

Stati Uniti.

La propaganda dei social comunisti è invece danneggiata dalla sua adesione alla causa dell’Urss e

alla politica di destra di Stalin, il periodo in cui l’immagine del comunismo sovietico era in declino.

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18 aprile 1946: elezioni→ vittoria della Dc, sconfitta dei partiti di sinistra.

Luglio 1948: attentato a Togliatti→ uno studente di destra spara e ferisce il segretario comunista

Togliatti; agitazione delle principali città e delle fabbriche.

Dopo queste agitazioni ci fu la rottura della convivenza delle forze politiche nella Cgil: la parte

cattolica diede vita alla confederazione italiana sindacati lavoratori (Cisl), mentre i repubblicani

social democratici fondano la Uil (unione italiana del lavoro).

4) LA RICOSTRUZIONE ECONOMICA

In politica economica le forze moderate riuscirono subito a prendere il sopravvento.

Si affermò una restaurazione liberista.

Durante il ministero De Gasperi al Bilancio vi fu il liberale Luigi Einaudi, che avviò una manovra

economica con lo scopo di ridurre l’inflazione, di ritornare alla stabilità monetaria e di risanare il

bilancio statale; essa era basata su inasprimenti fiscali, su una svalutazione della lira e su una

restrizione del creditoper limitare la circolazione della moneta→ linea Einaudi

Con questa manovra la lira recuperò potere d’acquisto, i capitali esportati rientrarono in Italia; ma

ebbe anche forti costi sociali, soprattutto aumentò la disoccupazione.

Gli strumenti di controllo dell’economia, come l’Iri e l’Agip furono poco utilizzati.

5) IL TRATTATO DI PACE E LE SCELTE INTERNAZIONALI

1946: accordi De Gasperi-Gruber→ l’Italia si impegna a concedere autonomie amministrative e

linguistiche alla provincia di Bolzano.

Febbraio 1947: trattato di pace fra l’Italia e gli alleati a Parigi→l’Italia è considerata come una

nazione sconfitta, deve quindi pagare riparazioni agli stati che aveva attaccato, ridurre le sue forze

armate e rinunciare alle sue colonie, già perse in guerra.

Ad Ovest l’Italia non subisce grosse mutazioni; a Nord riesce a mantenere l’Alto Adige; i problemi

maggiori si presentano sul confine orientale, in cui gli jugoslavi avevano occupato parte della

Venezia Giulia e Trieste→viene attuata una sistemazione provvisoria, che lasciava alla Jugoslavia

la penisola istriana, eccetto un territorio compreso tra Trieste e Capodistria, che avrebbe dovuto

costituire il Territorio libero di Trieste; esso viene diviso in una zona A (Trieste e dintorni),

occupata dagli alleati, e in una zona B, tenuta dagli jugoslavi.

Ottobre 1954: si giunge ad una spartizione di fatto fra Italia e Jugoslavia→controllo jugoslavo sulla

zona B e passaggio dall’amministrazione alleata a quella italiana nella zona A; Trieste è così riunita

all’Italia.

Novembre 1975: trattato di Osimo→le due parti riconoscono reciprocamente la sovranità sui

territori.

Il contrasto fra italiani e slavi era riesploso alla fine della guerra, nelle zone occupate dagli

jugoslavi, sotto forma di rappresaglie contro gli italiani, culminate con l’uccisione di migliaia di

italiani nelle foibe del Carso.

18 aprile 1948: estromissione delle sinistre dal governo e scelta filo-occidentale.

Marzo 1949: adesione dell’Italia al Patto atlantico (alleanza difensiva fra i paesi dell’Europa

occidentale, che diede vita alla Nato)→ De Gasperi e il ministro degli esteri Carlo Sforza decidono

di accettare l’alleanza per creare una più stretta integrazione con l’Occidente.

6) GLI ANNI DEL CENTRISMO

Dal 1948 al 1953 ci furono i primi 5 anni della legislatura repubblicana, il periodo di massimo

potere della Democrazia cristiana, sempre con a capo De Gasperi.

Essa puntò sull’alleanza con i partiti laici minori; appoggiò come Presidente della Repubblica Luigi

Einaudi; associò ai suoi governi rappresentanti del Pli, del Pri e Psdi→ formula del centrismo: Dc

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Moses

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Storia Contemporanea, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Storia Contemporanea, Sabbatucci. Gli argomenti trattati sono: l'assassinio dell'arciduca Francesco Ferdinando come motivo scatenante della Prima guerra mondiale, le cause economiche, socio-culturali e militari che condussero al primo conflitto mondiale.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche
SSD:
Università: Cagliari - Unica
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Moses di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cagliari - Unica o del prof Pira Stefano.

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