Storia contemporanea: il dopoguerra in Europa (1918-anni '20)
Università La Statale di Milano – Dipartimento Studi umanistici – Prof. Cuzzi Marco
Le conseguenze
Fin da subito i problemi più comuni riguardavano gli strati della popolazione più bassa, e soprattutto riguardavano il Sud Italia per quanto riguarda il nostro paese; questo perché il sud spedì la maggior parte delle braccia al fronte, perdendone un ingente somma e creando una sorta di crisi demografica. In più bisogna ricordare che durante la guerra, tutte le fabbriche, o almeno le maggiori, furono riconvertite ad aziende militari con la costruzione di materiale bellico; a lavorare in queste fabbriche poi c’erano i più anziani, le donne (non a caso la guerra diventò una grande fucina per i primi movimenti femministi).
Bisognava insomma riqualificare le fabbriche, tornare alla normalità, e quindi riposizionare la società “al proprio posto”; inoltre bisogna contare i reduci di guerra, tornati stremati, feriti, alcuni completamente impazziti; poi c’è anche il problema agrario, soprattutto al sud: i vecchi proprietari terrieri si sono approfittati della situazione bellica e dei capifamiglia mandati al fronte, per acquistare a poche lire quelle piccole terre ora gestite da figli inesperti o troppo piccoli e mogli altrettanto incapaci di trovare un orientamento gestionale senza i mariti (non è una questione sessista, fu effettivamente così); in più era stato promesso dal governo che, una volta tornati dal fronte, i contadini potevano disporre di un appezzamento di terra per ritornare alla vita di prima, cosa che non avviene e che creerà notevoli proteste da tutte le regioni.
Il costo ufficiale della guerra fu 79 miliardi di franchi oro, un costo altissimo, soprattutto per un paese che già nel periodo pre-bellico si trovava in una situazione precaria a livello finanziario: la svalutazione della lira, il conseguente indebolimento dello stato, la situazione dei reduci che non sanno come reintrodursi nella società, e il vento dall’est che porta arie di possibili rivendicazioni popolari, caricano la popolazione di aspettative rivoluzionarie; si inizia a presagire una necessità di indipendenza e ribaltamento dell’ordine oppressore. Si incomincia a intravedere quello che sarà il futuro biennio rosso.
Oltre i proletari, a indebolirsi sono tutti i piccoli borghesi, schiacciati dai grandi capitalisti che hanno trovato un grande successo e fruttuoso conflitto mondiale: essi infatti sono quegli imprenditori, gli unici, che durante il conflitto hanno trovato la propria fortuna, come i produttori di armamenti o i grandi minerari; questo però causerà, a fine conflitto, una forte disparità sociale che annebbierà non solo i contadini e gli operai, ma anche gli altri piccoli imprenditori che durante la guerra si son visti la propria fabbrica chiusa o dismessa.
L’economia della grande guerra portò dunque al fallimento del tradizionale sistema liberale; esso è causato da un’ingente intervento statale nell’economia, trasformata in un’economia di guerra, impedendo completamente la libertà di mercato agli imprenditori; poi d’altro canto i grandi partiti di massa, ora in fibrillazione, troveranno un enorme consenso da parte del popolo, i quali spingeranno verso una sempre più autodeterminazione operaia, garantendo dunque una repentina fine di quello che era il vecchio sistema liberale. Una miscela di sovranismo e totalitarismo fascista causato da un’insoddisfazione popolare ingente, e un sistema liberale oramai sfaldato: non sorprende in uno scenario del genere l’ascesa del dittatore Mussolini, che assembrerà il potere su tutta l’Italia dal dopoguerra al secondo conflitto mondiale.
La vittoria mutilata
Oltre alla delusione economica c’è anche la delusione patriottica, quella che verrà chiamata “vittoria mutilata”: una definizione data da D’Annunzio che descriveva perfettamente la delusione della nazione che uscendone vincitrice non ha, a detta sua, ricevuto quello che si aspettava. Il famoso poeta dirà cose vere ma anche cose false: da un lato afferma che c’è uno sforzo di popolo elevatissimo, ma esagera nel dire che l’Italia ha vinto la guerra tutta da sola (ricordiamo l’indispensabile aiuto alleato americano e anglo francese); dice che il vero vincitore è questo “savio seduto sulla cattedra di marmo”, con i suoi “32 denti bianchissimi”, per far riferimento alla maestosità del presidente americano Wilson, il quale sta abbastanza antipatico a uno come D’Annunzio, per il fatto che riteneva indispensabile dare territori anche ai popoli slavi, oppressi dall’Austria imperiale in passato e quindi con la necessità di avere anch’essi le proprie terre sottratte; e quindi le regioni come Dalmazia e Istria non saranno appunto cedute all’Italia, che scateneranno dunque la rabbia degli ex interventisti come Gabriele D’Annunzio.
Bisogna ricordare che la situazione dal 1915, ovvero dal Trattato di Londra con cui l’Italia entra in guerra, è radicalmente cambiata e dunque è abbastanza spiegato il motivo per cui molti territori non furono ceduti all’Italia: bisogna ricordare che nessuno voleva lo scioglimento dell’Impero Austroungarico, questo per evitare la creazione di stati belligeranti nelle vicinanze, ma con la caduta di esso Wilson e tutta la conferenza di pace deve riconoscere quei territori ai diretti interessati; se si pensa soprattutto al fatto che l’Austria ora è una repubblica, come anche l’Ungheria, si lasciano indietro territori un tempo facenti parte dell’Impero, che ora trattano per diventare il futuro stato di Jugoslavia. Insomma le carte in tavola sono cambiate, e Wilson ragiona in modo diverso, nel bene della pace internazionale.
E tuttavia non è vero che la vittoria sia così mutilata, dato che l’Italia si prenderà: il Trentino, l’Alto Adige, Trieste, l’Istria, parte della Dalmazia; successivamente poi l’Italia avrà anche Fiume ufficialmente nel ‘24 e le colonie di Eritrea e Somalia. Se si considera le vittorie degli altri paesi poi, come quella francese che ottiene solo il territorio dell’Alsazia-Lorena, all’Italia in realtà non è andata così male.
I vantaggi
Quindi è indiscutibile che all’Italia avrà una cospicua espansione territoriale, per non parlare del fatto che il ruolo italiano nel trattato della pace, al tavolo dei vincitori dal 1919 al 1940, è molto importante dato che fa parte di uno dei grandi quattro, ovvero quei paesi che condurranno il tavolo delle trattative di pace e le direttive per la ripresa economica e sociale. Un altro, si può dire, grande vantaggio fu quello che gli storici chiamano l’”italianizzazione forzata”: in trincea avvenne una vera e propria unione patriottica causata soprattutto dalla convivenza forzata, stando uno da parte all’altro gli italiani di tutte le regioni, dal valdostano al siciliano, dovettero iniziare a parlare italiano abbandonando il dialetto; gente abituata a parlare in dialetto fino a quel giorno imparò l’italiano per comunicare in trincea, un fatto che nemmeno la scuola dell’obbligo post unitaria creò, dove infatti si parlava italiano ma senza un coinvolgimento nella vita di tutti i giorni. Oltre a questo la guerra unirà l’Italia in un patriottismo mai visto, con grande orazione delle salme e con un seguito a furore di popolo straordinario, sarà successivamente il fascismo a rendere il patriottismo qualcosa di stucchevole.
Gli svantaggi
Uno dei grandi svantaggi è la divisione profonda sia a livello sociale, tra neutralisti e interventisti, che a livello economico, chi si è arricchito tantissimo e chi si è impoverito come già detto, crollo dello stato liberale, violenza come arma politica, l’affermazione degli estremismi e in particolare l’avvento del fascismo. Gli svantaggi saranno talmente importanti che le ripercussioni le viviamo ancora oggi: come la divisione del popolo tra guerra e rivoluzione, la migrazione politica (1943, 1948, 1993-94, 2013, 2018) che determina un governo sempre più ondivago, con deputati che si spostano da un partito all’altro; l’utilizzo delle piazza per forzare scelte extra parlamentari, come già succede nel ‘15 con gli interventisti; l’ingresso nella politica delle masse popolari sfociano nella creazione di partiti popolari istituzionali ma in soluzione populiste-autoritarie; la sinistra resta per lungo tempo ancorata a sovversivismo e ribellismo, il socialismo esplode nel consenso popolare tanto che nel dopoguerra molti partiti di sinistra proletaria, entreranno nei rispettivi parlamenti; il ruolo militante degli intellettuali tra fascisti e comunisti, pezzi di opinione pubblica completamente schierati portando le istituzioni sempre più a un livello universale; e infine avviene la fine della divisione in caste moderne con l’inizio di una democratizzazione indotta dalla trincea.
Il primo dopoguerra
L’Impero austro-ungarico si disintegra in tanti stati repubblicani democratici: Austria, la quale diventa una piccola repubblica alpina senza sbocchi sul mare; Ungheria, fin da subito vessata da autoritarismi vari specialmente legati al bolscevismo russo, poi arriverà un vecchio ammiraglio asburgico di origine ungherese, il quale guiderà un’armata bianca anticomunista che sbaraglierà i bolscevichi dando la possibilità al vecchio imperatore di stanziarsi in Ungheria, cosa che non successe e che fece cadere il paese in una reggenza militare autoritaria che poi si legherà alla Germania nazista; Cecoslovacchia, stato successore che nasce dalla convergenza della Boemia, Moravia e con la Slovacchia, unendo così diverse culture politiche sociali e religiose in un unico stato; la Galizia viene lasciata alla Polonia, Romania, la nuova Jugoslavia e all’Italia viene dato il Trentino Alto Adige e il Friuli.
Anche la Germania perde una buona parte dei suoi territori, oltre all’Alsazia e la Lorena fu ceduto anche il corridoio di Danzica, impedendo così al paese uno degli accessi più importanti al mare; ma soprattutto viene ricomposta la Polonia e nascono i primi tre grandi paesi baltici. Nel 1919 viene deciso poi il destino dei paesi occupati dall’Impero Ottomano, i quali vengono ceduti agli stati vincitori senza tener conto di una possibile autodeterminazione dei popoli e formazione degli stati (infrangendo uno dei punti più importanti dei 14 di Wilson); la scusa viene propagata in coro da Francia e Gran Bretagna, che asseriscono il fatto che i piccoli stati devono essere aiutati e occupati da paesi democraticamente evoluti. Questo causano ovviamente proteste varie tra le popolazioni del luogo, soprattutto nel territorio della Siria, che però vengono irrimediabilmente soppresse col sangue.
Viene quindi attuato il famoso trattato Sykes-Picot con controlli diretti da parte di Inghilterra (Palestina e parte dell’Iraq) e Francia (Siria); l’Iraq controllato dagli inglesi era la zona di Bassora, con sbocco sul Golfo Persico e importante a livello geofisico perché era zona d’interesse dettata da importanti stabilimenti di combustibili fossili, in questo modo si può capire il grande interesse da parte delle due strapotenze europee nel controllo della zona. La corsa all’energia inizia a diventare centrale nelle lotte al potere e soprattutto saranno determinanti per l’assetto geopolitico da questo punto in avanti. Scompaiono dunque le dinastie, gli assolutismi imperiali, emergono al loro posto due importanti centri che determineranno d’ora in avanti la dominazione occidentale: la democrazia liberista di Wilson, che comunque verrà sconfitto anche a causa delle sue condizioni precarie di salute (perirà per un terribile ictus preso nel ‘20); e il comunismo bolscevico di Lenin che spingerà sempre più in Europa determinando paura e scompiglio presso i vari stati democratici dell’intero continente.
La società delle nazioni inizia a formarsi alla fine della guerra, e una delle prime azioni effettive sarà quella di dare aiuti internazionali alle armate bianche, che combatteranno contro le armate rosse dei Bolscevichi create da Trotskij, in una lunga guerra civile che durerà dal 1918 al ‘24.
Quando ancora la grande guerra imperversa, bisogna notare che l’Intesa appoggerà fin da subito le armate bianche, affrontando i rossi di Lenin e Trotskij; contingenti di navi inglesi, francesi, anche italiani, approderanno a Vladivostok per dare una mano agli zaristi, anche se subito nel 1920 verranno ritirate la maggior parte delle truppe, questo per vari motivi: in primis gli stati europei non riescono ancora a sostenere un ulteriore conflitto, molti dei soldati mandati in Russia avevano già combattuto sui fronti della grande guerra ed erano stremati; in secondo luogo c’era la paura costante che i contingenti vengano influenzati da quelle idee rivoluzionarie oramai molto salde nella nuova Unione Sovietica, con dunque un conseguente espandersi del comunismo in terra natia; in terzo luogo bisogna aggiungere che da due anni in tutto il mondo tempestava una pandemia di influenza, chiamata generalmente influenza spagnola, la quale aveva già ucciso 50 milioni di persone; se aggiungiamo anche il fatto che i contingenti dell’armata bianca oramai erano in forte recessione, non sorprende la difficile decisione da parte della SDN di interrompere gli aiuti in favore dei zaristi.
La fissazione a combattere il bolscevismo è scontata: è un problema da affrontare per via del suo forte impatto sulle classi medio basse, spaventa il fatto che in paesi dell’Est più vicino alla Russia, arrivano a formarsi rivoluzioni e colpi di stato marginati anche col sangue; il comunismo fa paura ai governanti che quindi ricorrono in maniera drastica al contenimento dell’ideale bolscevico. Questo anche perché Trotskij, il quale era a favore di un’espansione estera dell’ideale comunista, tentò di esportarlo con vari attacchi al potere, colpi di mano da parte di alleati (vedi gli spartachisti in Germania con Rosa Luxembourg), anche invasioni vere e proprie, con la guerra di Polonia conclusasi nel 1921 con la Pace di Riga. Sono tutti fallimenti è vero, ma fecero molta paura all’Occidente che risponderanno con movimenti radicali opposti e tentativi stremati di contenimento (il fascismo e il nazismo furono anche approvati per questo dai vari capi di stato).
Le conseguenze economiche
L’Europa ne esce completamente impoverita: oltre al fatto che ogni paese avrà un’ingente debito di guerra da pagare, soprattutto causato da una crisi demografica e una disoccupazione divagante, si può dire che la caduta degli imperi centrali peggiorò ancora di più la situazione; questo perché, in questo caso si parla specialmente dell’Impero austroungarico, i nuovi e piccoli paesi democratici sono costretti ad alzare i dazi doganali di molto per il trasporto delle merci, è l’unico modo per sostenere una piccola economia in piena crescita, ma questo crea prezzi fin troppo alti, che mettono in ginocchio i piccoli produttori e non solo.
Le Americhe invece ne escono arricchite, soprattutto al nord dove la situazione è di forte prosperità economica e quindi sociale. La grande guerra segna la fine dell’idea del progresso armonioso: le relazioni commerciali sono distrutte e i paesi euro-occidentali non si approvvigionavano più dall’area danubiana o russa, ma dalle Americhe e dal Giappone; verso gli USA in particolare l’Europa aveva un grossissimo debito dato che durante la Grande Guerra, il paese di Wilson, con i loro tanti materiali, tra cibo e materiale bellico, fornirono i fronti del conflitto; per non dimenticare i grandi debiti con i paesi del Sud America come Brasile, Venezuela, Cile.