Estratto del documento

Le fonti

Ogni cosa può essere fonte, dipende solo dalle domande che si pongono: secondo Marc Bloch, ogni epoca storica si sceglie le fonti che rispecchiano i propri bisogni. La fonte non può essere un oggetto di ricerca, ciò che interessa è la relazione tra fonte e ricercatore. Autenticità e attendibilità sono due questioni diverse: le dichiarazioni di reddito sono autentiche ma non attendibili. D'altra parte, il falso interessa quanto il vero, basta saperlo riconoscere.

È importante analizzare anche il luogo di ritrovamento della fonte, perché il contesto è fondamentale per capire il motivo per cui il documento è sopravvissuto nel tempo: secondo Le Goffe, anche la sola esistenza del documento è un fatto non neutrale. Il documento non è e non può essere innocuo: è il risultato di un montaggio dell'epoca che lo ha prodotto e delle epoche successive che lo hanno conservato. È la funzione del documento a determinare se questo è pubblico i privato, non il soggetto produttore.

Storia e memoria

Storia e memoria nascono dalla stessa preoccupazione e condividono lo stesso obiettivo, ma si può dire che la memoria sia la matrice della narrazione storica. La storia deve infatti seguire delle modalità, regole e strumenti che ne fanno una “scienza”. La memoria è facilmente orientata e meno obbiettiva, perché i poteri politici cercano sempre – più o meno volontariamente – di influenzare la memoria collettiva, talvolta creando quella che può essere definita “ossessione commemorativa”. Quando il passato viene trasformato in una memoria collettiva si arriva al turismo della memoria e alla reificazione del passato, ovvero alla trasformazione del passato in oggetto di consumo.

È quello che Hobsbawm ha chiamato l'invenzione della tradizione, in cui la memoria diventa il vettore di una religione civile con il suo sistema di valori, credenze, simboli, rituali e liturgie. I francesi hanno parlato recentemente di dittatura della testimonianza, in cui il ricordo è prescritto come un dovere civico. Il testimone ha subito una trasformazione da eroe a vittima, e l'attenzione si è concentrata su queste ultime. Benjamin distingue tra esperienza trasmessa e vissuta: è la prima a perpetuarsi quasi naturalmente da una generazione all'altra, forgiando le idee, mentre la seconda è solo il vissuto individuale e fragile.

L'esperienza vissuta è, d'altra parte, il tratto tipico della modernità, con il ritmo della vita urbana, mentre l'esperienza trasmessa era propria delle società tradizionali. Il declino dell'esperienza trasmessa è segnato simbolicamente dalla Prima Guerra Mondiale, in cui comincia a manifestarsi un processo che non si è più arrestato: le esperienze iniziano a diventare sempre meno comunicabili agli altri.

Prima guerra mondiale

Traverso ha individuato quelli che si possono chiamare “segnalatori di incendio”: sono intellettuali che capiscono ciò che sta succedendo, anche se solo a posteriori si riesce ad interpretare il loro messaggio. La Prima Guerra Mondiale è una guerra per l'egemonia politica ed economica in Europa, e non più una guerra di confine: lo “spazio vitale” andava conquistato all'estero, nelle colonie. Per la prima volta, la guerra può essere definita addirittura ideologica, dal momento che alcuni paesi cercano di imporre la loro visione del mondo. Il processo di industrializzazione ha poi fatto sì che la guerra durasse così a lungo e con tale intensità, ma all'inizio non si aveva idea delle possibilità e del circolo vizioso che si andava instaurando.

Il primo vero cortocircuito fu quello della diplomazia, che per la prima volta non riuscì a tenere il ritmo adeguato alla situazione: ogni stato europeo dichiarò di essere stato costretto a dichiarare guerra perché minacciato o aggredito (per la prima volta, l'Austria non dichiarò guerra tramite un emissario, ma per via telegrafica). Anche per questo motivo, si cercò di trovare un capro espiatorio alla fine della guerra, in modo che le costruzioni propagandistiche dei vari stati si potessero rivelare valide. D'altra parte, gran parte dei problemi della guerra saranno dovuti ad una concezione ottocentesca dei generali, che li porteranno a sottovalutare il potenziale sia delle comunicazioni (comprese quelle di massa, come il cinematografo) che delle nuove armi.

Il casus belli è evidentemente una scusa, dal momento che gli autori dell'epoca ci presentano Francesco Ferdinando come una persona poco apprezzata dal suo popolo (stava infatti tentando di creare una monarchia federale, dando autonomia all'Ungheria). La Prima Guerra Mondiale è stata un'enorme cesura con la storia precedente, e per la prima volta si assiste allo sfaldamento di quattro grandi imperi contemporaneamente (Austro-ungarico, Prussia, Ottomano e Russia) mentre la nuova potenza egemone non è più europea (Zunz ha parlato addirittura di secolo americano).

La questione italiana offre vari spunti per analizzare come si arrivi alla guerra, dal momento che i dieci mesi che intercorrono tra l'entrata in guerra degli altri paesi e la decisione dell'Italia hanno permesso un diverso orientamento di quella che si potrebbe definire opinione pubblica, ma anche una più profonda comprensione dell'intreccio tra governo, parlamento, economia e finanza. Salvatorelli ha parlato di “colpo di stato della monarchia” a proposito dell'entrata in guerra dell'Italia, cui l'opinione pubblica e il parlamento erano fortemente contrari (gli altri colpi di stato saranno nel '22 e nel '43).

All'inizio della Prima Guerra Mondiale, il tasso di analfabetismo in Italia è del 40%, e l'economia si basa al 50% sull'agricoltura: il concetto di patria, su cui tanto si basa la propaganda militare, è in realtà completamente sfumato, dal momento che nei questionari molti soldati individuavano come patria il loro paese d'origine. Gli interventisti sono però molto più coatti, mentre in campo neutralista si schierano forze talmente diverse da non riuscire a levare una voce comune (“popolo”, socialisti, mondo della Chiesa). Gli interventisti si basano invece sulla base sociale della piccola e media borghesia, che intende far uscire dalla guerra un'Italia più forte e più ricca, maggiormente rispettata in campo europeo ed internazionale (l'Italia era considerata talmente poco che l'Austria non riterrà neanche necessario comunicare l'entrata in guerra).

Gli studenti universitari che provengono da questo mondo sono lo zoccolo duro degli interventisti, e si arruoleranno volontariamente, mentre la retorica verrà elaborata dagli intellettuali ed appoggiata dai quotidiani controllati dal mondo della finanza e dell'industria (ad esempio, Il Secolo XIX è dei Perrone). All'interno del partito socialista sussisteranno varie teorie, ma Turati dichiarerà sempre che il suo partito è contro la guerra; negli altri paesi, invece, i partiti socialisti finiranno tutti per schierarsi in appoggio dei rispettivi governi.

Il fatto che l'Italia si mantenga neutrale in un primo momento permette che i cardinali di altri paesi possano andare a Roma per eleggere il nuovo papa nel settembre del 1914. La corsa alla guerra viene però incentivata dagli intellettuali che la considerano una “occasione irripetibile” a cui l'Italia deve aggregarsi al più presto, prima che finisca. Il campo neutralista non si affida invece ai mezzi di comunicazione ed è sostanzialmente meno combattivo di quello interventista, da cui invece prendono vita immense manifestazioni di piazza, nonostante le divisioni interne che pure esistono.

La voce degli intellettuali sarà fondamentale nell'orientare l'opinione pubblica, e molti di loro verranno uccisi nei primi mesi di combattimento: lo stesso Baroni che aveva proposto un eroico monumento dei Mille parteciperà nel dopoguerra ad un concorso per un monumento ai morti del monte San Michele, ma il suo bozzetto verrà scartato perché non conforme all'idea eroica che il Fascismo vuol dare delle battaglie. L'inaugurazione del monumento ai Mille di Genova, il 5 maggio 1915, è una vera e propria operazione mediatica: il patto di Londra era già stato firmato (26 aprile), ma si volle cercare una manifesta adesione all'entrata in guerra, in modo che il re potesse riassegnare l'incarico di Primo Ministro a Salandra – dopo che questi aveva rassegnato le dimissioni – e appoggiare così l'entrata in guerra dell'Italia.

La manifestazione è la realizzazione di un progetto di estetica della politica, in cui si ritrovano tutte le formazioni, partitiche e non (sindacati, Camere del Lavoro, scolastiche...). L'oratore è D'Annunzio che riesce nella sua operazione coreografica di creare una liturgia, una religione civile con i propri rituali. Gli interventisti si appropriano spesso del linguaggio religioso, fino ad arrivare alla guerra vista come crociata di Salandra. Dal momento che i mezzi di amplificazione non sono ancora usati, l'efficacia dell'orazione deve affidarsi alla gestualità e all'emozione che nasce dalla partecipazione stessa all'evento, a un andamento ritmico del discorso sottolineato dalla ripetizione della parola chiave alla fine dei periodi.

Il cinema

I primi 18 mesi di guerra non sono stati ripresi, dal momento che nessun esercito si era ancora dotato di cineoperatori, che, anzi, venivano tenuti lontani dal fronte. L'utilizzo del cinema nasce dalla necessità di compattare il fronte interno man mano che la guerra si protrae: per la prima volta nella Storia, è necessaria una mobilitazione totale, non limitata ai soldati e agli uomini di leva. La Germania, per prima, tenterà di utilizzare il cinematografo come strumento di propaganda per motivare gli Stati Uniti ad entrare in guerra: saranno però gli inglesi a sfruttarne appieno le potenzialità per raccontare la guerra ai cittadini e ampliare così l'arruolamento volontario (in Italia, dove al leva è obbligatoria, c'è meno necessità di sviluppare un consenso diffuso).

Il maggior prodotto di questa impresa è un film uscito a Londra nell'agosto del 1916, “La battaglia della Somme”: alcuni cinema vollero censurarne la terza parte, perché ritenuta troppo cruda. Non bisogna però credere che il film racconti la guerra com'è stata: è una fonte utile per capire come è stata raccontata, dal momento che è un'immensa opera di propaganda (ad esempio, ci sono soldati che muoiono, ma non soldati che uccidono). Nonostante il film sia stato appositamente costruito, le reazioni del pubblico furono di shock, accompagnato ad un processo di immedesimazione.

Benedetto XV e l'inutile strage

Allo scoppio della I Guerra Mondiale, il papa è Pio X, ma durerà solo qualche settimana: nell'Italia ancora neutrale si riuniscono i cardinali di tutta Europa, e viene eletto papa Giacomo Della Chiesa con il nome di Benedetto XV. I cardinali sono tutti apertamente schierati con le ragioni del proprio paese d'origine, e per questo motivo viene eletto un papa italiano, da molti considerato non papabile (era più in vista Pietro Maffi, considerato però troppo nazionalista: aveva benedetto le armi della guerra in Libia).

La Chiesa – almeno nella persona del papa – conserva un atteggiamento di non schieramento nei confronti della guerra, che non è, però, condannata a priori. Solo durante la I Guerra Mondiale la Chiesa elaborerà una retorica discorsiva per cui non esistono guerre giuste, il cui avvio può essere ritrovato simbolicamente nella definizione di “inutile strage”.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher mercantediliquore di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Genova o del prof Stiaccini Carlo.
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