Capitolo III: L'età dell'industria
Le fasi dell'industrializzazione
L'industrializzazione si può scomporre in due fasi:
La prima fase inizia nell'800, quando il 70-80% della popolazione europea viveva in campagna, in villaggio o in una fattoria isolata, traendo sostentamento dall'agricoltura. Il settore primario forniva il 50% del reddito. Nel secolo che separa la sconfitta di Napoleone dalla prima guerra mondiale, l'agricoltura dei paesi coinvolti nel processo di industrializzazione subisce trasformazioni gigantesche, anche se è bene precisare che tale processo avviene in maniera differente in tutta Europa. Ciò è dovuto alla straordinaria varietà di situazioni e di paesaggi agrari, frutto del lavoro secolare dell'uomo e di una natura che offre altrettanto varie configurazioni di terreni, acque e fiumi.
Accanto a zone la cui economia agraria è orientata al mercato e al commercio (anche internazionale), convivevano zone dove il contatto con il mercato, la città, lo Stato, la nazione avviene assai più tardi. In alcune, la produzione sarà legata alla coltivazione di materie prime per l'industria (soprattutto tessile); altre saranno segnate dalla presenza della grande proprietà signorile e del latifondo. Pertanto, la storia del trapasso da una società contadina a una urbana, da un mondo rurale a uno industriale, è anche la storia di una contrastata assimilazione da una realtà tradizionale solidaristica o comunitaria a una realtà dinamica individualistica e di massa. Una società urbana basata sulla comunicazione e forme sempre più complesse di organizzazione e di stratificazione sociale e di reddito.
La seconda fase dell'industrializzazione
Nella prima fase, l'agricoltura alimentò lo sviluppo in tutti i sensi: cibo, materie prime, manodopera e capitali; la seconda fase, situata nella seconda metà del secolo, è figlia della modernizzazione dell'agricoltura e della sua conseguente incrementazione di produttività sia della terra che del lavoro. Essa vede una sempre più rapida fuga dei contadini dalle campagne e alla nascita di una "questione agraria" fondata sul divario crescente tra le opportunità dello sviluppo industriale e la capacità complessiva dell'agricoltura di sostenerne il confronto.
È importante analizzare il rapporto tra l'agricoltura e lo sviluppo demografico e tra agricoltura e sviluppo industriale. Per quanto riguarda la prima analisi, a metà del XVII secolo, la popolazione riprende a crescere a ritmi sostenuti. Ciò che sostenne l'aumento demografico fu a grosse linee l'incremento di produttività del settore agricolo lungo tutto il corso del secolo. Incremento dovuto, tra l'altro, anche alla maggiore domanda di prodotti agricoli che spinse all'introduzione di migliorie. La modernizzazione dell'agricoltura spiega bene la crescita demografica.
Agricoltura e industrializzazione
Per analizzare il rapporto tra agricoltura e industria, si deve tenere conto del fatto che l'argomento è molto controverso. Secondo lo schema di Cameron, gli incrementi di produttività del settore primario sono risultati essenziali al processo di industrializzazione:
- Fornendo materie prime all'industria
- Fornendo capitali
- Fornendo un mercato ai prodotti manufatturieri
- Esportando prodotti agricoli per ottenere capitali per investimento
- Fornendo manodopera all'industrializzazione nel momento in cui, attraverso il processo di modernizzazione agricola, diminuisce l'occupazione in campagna
Se si focalizza l'attenzione in Gran Bretagna tra il '700 e l''845, le terre comunali e i piccoli poderi furono progressivamente accorpati, venduti e recintati (enclosures) con siepi e steccati, cambiando il tradizionale assetto fondiario. Per i nuovi proprietari, si trattava di un investimento costoso ma assai remunerativo. I ricavi vennero reinvestiti sia nelle terre che nella costruzione di canali, di strade a pagamento, bonifiche e sistemi di irrigazione.
All'economia del villaggio si andava sostituendo quindi quella dell'impresa agricola moderna dotata di capitali, fondata sul lavoro salariato e guidata da proprietari imprenditori o da grandi affittuari. Le enclosures furono ritenute le maggiori responsabili delle sofferenze delle popolazioni povere delle campagne e della loro fuga verso la città e i diabolici opifici.
Modello proto-industriale
Secondo gli studiosi del modello proto-industriale (formazione di un'industria domestico-rurale alimentata dalle commesse di mercanti-imprenditori), lo stimolo allo sviluppo industriale venne non da un'agricoltura ricca, ma bensì dalle ristrettezze di un settore primario povero che spingeva a cercare altre fonti di reddito. I paesi coinvolti nella prima fase dell'industrializzazione sono Gran Bretagna, Belgio e Francia, anche se in contesti diversi riguardo alla popolazione, al sistema giuridico e istituzionale, alle dotazioni fisiche di materie prime e di energia, alla disponibilità di capitali e risparmio, alla creatività tecnologica. Queste opportunità segnano le vie nazionali all'industrializzazione ed infatti si sviluppano prima in Gran Bretagna, seguita dal Belgio poiché le loro risorse naturali (ferro e carbone) e infrastrutture (canali) lo permettevano.
Così la Francia arriva dopo a causa di una crescita demografica bassa e dalla presenza di piccole proprietà terriere (eredità della rivoluzione), ma grandi possibilità di sfruttare gli ingenti salti di acqua disponibili nel suo territorio. I settori trainanti della prima fase sono il tessile (soprattutto cotoniero), il minerario e il metallurgico (lavorazione del ferro), il meccanico (telai a motore a vapore). Il periodo che va dalla fine delle guerre napoleoniche a metà del secolo XIX è decisivo per il trasferimento della tecnologia e dell'imprenditorialità; è questa la fase dello spionaggio e del contrabbando industriale. L'epoca in cui il paese leader cerca di impedire la fuga dei progetti e delle macchine; ma soprattutto la fuga degli operai specializzati in grado di montarle e renderle funzionanti.
La seconda rivoluzione industriale
Ma dagli anni '70 il processo d'industrializzazione cambia radicalmente: oltre al connubio tra scienza e tecnologia, cambiano i settori trainanti dell'economia industriale. È la volta dell'acciaio, dell'elettricità, della chimica. Cambiano le dimensioni degli impianti (gigantismo), cambiano le strutture della proprietà, nuove forme di raccolta di capitali e di organizzazioni societarie (SpA). Cambiano le dimensioni degli scambi che diventano mondiali con l'arrivo di nuovi contraenti sul mercato come gli USA e il Giappone. In Europa si afferma la Germania seguita poi dalla Russia e dall'Italia.
La tecnologia delle comunicazioni, dei trasporti terrestri e marittimi subisce mutamenti rivoluzionari. Il sistema bancario cresce, il telegrafo prima e il telefono poi consentono di comunicare in maniera simultanea per la determinazione dei prezzi mondiali. Ovunque si afferma negli ultimi decenni del XIX secolo il sistema di fabbrica che porterà nel nuovo secolo alle innovazioni di forme tayloristiche di organizzazione scientifica del lavoro e al sistema fordista della catena di montaggio.
Dalla seconda metà dell'800, il trasferimento della tecnologia non sarà più un problema di furti, di adattamenti e di imitazioni; ma un problema di risorse economiche. Per i paesi arrivati secondi, inizia un processo di imitazione-innovazione del processo di industrializzazione che per molti paesi (es. Giappone) rappresenterà la loro fortuna. Tra il 1815 e il '51, in Gran Bretagna, la crescita commerciale e industriale fu eccezionale; un quarto della produzione industriale e del commercio mondiale era inglese.
Lo sviluppo delle ferrovie
Nel 1825, una macchina su rotaie mossa da un perfezionato motore di Watt aprì la più importante stagione tecnologica ed economica dell'800: quella delle ferrovie che non solo rappresentavano uno stimolo alla produzione di carbone, ferro e macchinari; ma stimolarono anche un mercato azionario di crescenti proporzioni. Nel '51, la Gran Bretagna era la fucina del mondo. Solo a partire dal 1870 comincia il suo supposto declino che per la maggior parte degli storici è dipeso dalla mancata riconversione tecnologica di fronte alla seconda rivoluzione tecnica, soprattutto dell'industria siderurgica, tessile e chimica rispetto alla metodologia usata dall'industria belga e tedesca.
Un'altra interpretazione è data dalla rigidità del sistema economico inglese e cioè come difficoltà di staccarsi da un percorso tracciato originariamente redditizio e non rimodernato. O ancora da un declino di spirito di impresa. Nella prima fase, il processo di industrializzazione si autofinanzia. L'industria finanzia l'industria. Il tutto perché questo fu un processo segnato da bassi costi iniziali d'avvio e soprattutto dal reinvestimento dei profitti.
Viceversa, nella seconda fase di industrializzazione, l'attività industriale sarà impensabile senza uno strutturato ed imponente mercato finanziario. Si assistette alla necessaria trasformazione delle strutture stesse della proprietà delle società, passando da quelle tradizionali (familiari) alle SpA. Il ruolo delle banche diviene strategico, specie negli anni che vanno dal 1870 al 1930, definiti come l'epoca del capitalismo finanziario. Infatti, è nel corso dell'800 che le banche divengono uno strumento cardine per la raccolta di capitali e di governo della moneta (quindi dei prezzi). E sempre nel corso del secolo che le funzioni di emissione della moneta e di controllo della circolazione e del credito furono progressivamente avocate dagli Stati e poste sotto il controllo delle Banche centrali. Esse di conseguenza diventeranno monopoliste nell'emissione di moneta e tesoriere degli Stati (1694 Banca di Gran Bretagna, 1800 Banca di Francia, 1875 Reichsbank Tedesca, 1913 Federal Reserve Bank USA e 1894 BdI).
Sul continente, le esigenze dell'industrializzazione spinsero alla costituzione di banche miste che alle ordinarie operazioni di credito affiancavano rischiosi investimenti a lunga scadenza. E qui si incastra la polemica tra i fautori della scuola monetaria e quella bancaria. Gran Bretagna e Francia sono i principali esportatori di capitali e nel caso inglese il flusso di investimenti all'estero fu una delle vie attraverso cui si affermò la sua egemonia economica ottocentesca. Gli inglesi furono in prima fila nel finanziamento internazionale delle ferrovie e delle infrastrutture (moli marittimi, porti, tramvie).
Il libero scambio e il protezionismo
I prestiti esteri inglesi iniziarono subito dopo il congresso di Vienna (nazione vittoriosa e ricca). Dopo il 1850, la migrazione dei capitali dai paesi europei all'estero incominciò a fluire in maniera massiccia con una vistosa accelerazione dopo il 1870, in concomitanza con sempre più vasti movimenti migratori. I capitali affluiscono là dove più consistenti sono gli insediamenti provenienti dal vecchio continente. Due processi contingenti che accelerano l'integrazione dell'economia mondiale con l'Europa saldamente al centro del mondo. I finanziamenti riguardavano in genere tutti i servizi e le infrastrutture; ma il principale bersaglio degli investimenti europei fu rappresentato dalla costruzione della rete ferroviaria americana.
Per tutto il secolo si svolse un accanito dibattito teorico e politico che coinvolgeva sia questioni di teoria economica (teoria classica di Smith libero-scambista) che questioni di strategia politica e sociale (attorno al protezionismo). La teoria del libero scambio enfatizza l'eliminazione di ostacoli artificiali allo scambio di beni sui mercati nazionali ed internazionali. In termini pratici, essa auspica una scelta di politica economica effettuata da uno Stato nazione verso il commercio internazionale che prevede l'eliminazione di restrizioni all'importazione di beni dall'estero e all'esportazione di beni nazionali. Opposta è invece una politica di tipo protezionistico che discrimina i prodotti di importazione (rendendo artificialmente più alti i loro prezzi con tariffe, restrizioni quantitative, ecc.) a favore di quelli nazionali, di solito con l'intento di proteggere i produttori nazionali dalle medesime merci estere.
Nella seconda fase del processo di industrializzazione si assiste ad una progressiva ripresa di strategie di protezione delle singole economie nazionali o dei loro singoli settori. Nel trentennio che va dal 1840 al 1873 si situa il periodo libero-scambista dell'economia Europea volta al progressivo abbattimento della soglia di protezione incrociate che ostacolavano il commercio internazionale. Si assiste così nel 1846 alla prima tappa di questo processo in Gran Bretagna, furono abolite, ad opera di un pseudo conservatore Peel, le Corn Laws (leggi che limitavano l'importazione di grano istituite dopo le guerre napoleoniche a difesa dei grandi proprietari terrieri). Fino al 1914, la lotta per il libero scambio divenne una lotta politica tra conservatori (fautori del protezionismo e filo-imperialisti) e liberali (favorevoli al libero scambio e filo-industriali). Fu la catastrofe irlandese (carestia determinata da un'infestazione della pianta di patata) che provocò povertà e morte a determinare oltre l'abolizione delle Corn Laws anche quel flusso migratorio dei primi europei negli USA.
Nel 1816, la Prussia abolì tutte le dogane all'interno del suo territorio che nel 1833 si estese alla lega degli stati tedeschi. Mentre la fede libero-scambista si imponeva in Europa, in Germania nel 1841 F. List, economista ed uomo politico, esiliato per un breve periodo negli USA, ritornato sostenne per la sua patria l'importanza di una tappa protezionistica per i paesi, come il suo, che si affacciassero al percorso dell'industrializzazione. Egli sostenne infatti che il libero scambio è un'arena in cui i paesi primi dominano sugli altri, per i quali il protezionismo è l'arma per la loro trasformazione da agricoli a industriali. In Germania, infatti, l'industrializzazione annunciatasi verso la metà del secolo andò aumentando con foga specialmente dopo il 1880. Essa fu la prima a rompere l'assetto libero-scambista introducendo nel 1879 una tariffa protettiva sia per l'agricoltura che per l'industria. Negli anni '80, numerosi altri paesi, tra cui l'Italia (1887), adottarono misure protezionistiche per l'industria e l'agricoltura nazionali. Seguì poi la Francia nel 1892. L'adozione di misure protezionistiche favorì la crescita di monopoli nazionali.
Lo sviluppo dei trasporti
Per quanto riguarda i trasporti, a partire dal 1830 comincia una nuova ondata di modernità; le ferrovie ne sono un esempio tipico. Esse si modernizzano in fasi successive:
- La prima fase fu quella pioneristica, caratterizzata dalla costruzione di linee brevi, spesso finanziate da proprietari di miniere per raggiungere le vie d'acqua.
- La seconda fase vedeva la costruzione di reti nazionali e grandi linee, sempre finanziate da iniziative private.
- La terza fase, tra il 1865 e il 1870, era caratterizzata dall'intervento dello Stato, anche per i costi sempre più ingenti.
- Nella quarta fase, i gruppi finanziari dei paesi industrializzati cominciarono a rivolgersi verso i paesi europei ritardatari e poi verso le aree extraeuropee dell'Africa e dell'impero ottomano.
Le ricadute del nuovo sistema di trasporti (ferrovie mosse con motore a vapore), oltre a influire notevolmente sui settori industriali della siderurgia, l'estrazione del ferro e carbone, l'industria meccanica, a valle della commercializzazione dei prodotti agricoli ed industriali, hanno significato anche grandi raccolte di capitali, nuove strutture finanziarie e strumenti di gestione, infrastrutture (stazioni, ponti, ecc.), creazione di nuovi posti di lavoro, stimolo per la ricerca per strumenti di segnalazione, di sicurezza e di comunicazione a distanza. Nel 1884, si riunì a Washington la prima Meridian Conference che propose Greenwich come meridiano zero, determinò l'esatta durata del giorno di 24 ore al fine di fare riferimento a una unica e condivisa cornice temporale per garantire gli interessi del commercio internazionale. Per anni, la rivoluzione dei trasporti consentì alla fine del XIX secolo un vasto processo di riorganizzazione complessiva degli scambi fra le nazioni sulla base di un'inedita sincronizzazione della vita economica internazionale.
Capitolo IV: La società e le classi
La società europea si trasforma profondamente nel corso dell'800: la diffusione del mercato e l'ampliarsi dell'intervento statale sono i due fenomeni che tengono a battesimo la grande trasformazione sociale. È una società fondata sulle diversità e sulla stratificazione e dove è possibile, rispetto al passato, una mobilità sociale.
Nel corso dell'800 si ha una crescita della popolazione, un vero e proprio boom demografico, testimonianza inequivocabile di un incremento generale della produttività del lavoro che ha permesso un aumento dei redditi non ristretto alle élite sociali ma che per la prima volta coinvolge masse intere di popolazione. La città diventa uno dei simboli forti del XIX secolo; è il luogo degli immigrati, scenario delle crescenti tensioni sociali, della lotta di classe, ma anche il luogo della ridondante architettura, neoclassica, neogotica, neorinascimentale nei cui interni vengono collocati parlamenti, palazzi governi, le banche, le stazioni ferroviarie e i grandi magazzini.
Il sistema di urbanizzazione inizia a dare il proprio volto all'intera società occidentale ottocentesca. Le trasformazioni del mondo agricolo portano verso la progressiva urbanizzazione delle campagne. L'aggiornamento dei sistemi di rotazione e concimazione viene agevolato dall'introduzione delle prime macchine (trebbiatrici e mietitrici) e la progressiva commercializzazione delle derrate sono fenomeni destinati a cambiare le condizioni di esistenza della tradizionale società rurale. Anche se lentamente (in quanto i contadini hanno poca terra a disposizione, sono sottoposti al potere ferreo dei proprietari e vivono in condizioni di servitù chiusi nei loro villaggi), nel corso del XIX secolo, la campagna inizia a fornirsi di strade, ferrovie e canali che la inseriscono in una rete di mercato in genere gestita dalle città e dalle istituzioni mercantili urbane.
Lo Stato successivamente si preoccuperà...
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