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potevano essere venduti da soli od insieme alla terra, individualmente o a gruppi familiari. Lo zar Alessandro II apportò

delle riforme al sistema giudiziario introdusse delle rappresentanze elettive provinciali. Approvò l’abolizione della

servitù della gleba che paradossalmente portò al peggioramento delle condizioni di molti contadini che si trovarono sul

mercato ad offrire la loro forza lavoro senza un padrone che garantisse un minimo di sussistenza. Da metà secolo in poi

si diffusero delle idee alimentate da intellettuali di opposizione orientate verso un socialismo agrario (populismo) che in

parte si trasformarono in nuclei terroristici operativi che facevano della uccisione dello zar l’arma per una rivolta dei

contadini delle campagne. Nel 1881 l’uccisione dello zar Alessandro II non provocò alcuna rivoltà negando la

previsione di quei gruppi armati. I successori Alessandro III e Nicola II sedarono i movimenti rivoltosi con una

sistematica repressione. Emergevano intanto le organizzazioni socialiste di ispirazione marxista ma fino agli inizi del

‘900 non si riscontrarono radicali cambiamenti. Per la GB vigeva una costituzione non scritta rappresentato da un

insieme di norme, istituti e pratiche politiche particolari che fin dal 1688-89 era stata sempre la stessa. Il sistema

politico era costituito da una monarchia parlamentare dove alla corona spettava il controllo del potere esercutivo,

legislativo e giudiziario e addirittura della chiesa anglicana. Il governo nominato dal re era responsabile difronte alla

camera dei comuni e costretto a dimettersi in caso di un voto parlamentare di sfiducia. La camera dei Lords e quella dei

comuni esercitavano il potere legislativo. Nel 1867 ci furono le prime riforme elettorali con un ampliamento del corpo

elettorale (allargato ai propreitari di case nei borghi e a chi poteva permettersi un affitto di almeno 10 sterline). Nel

1884-85 si ebbe una redistribuzione dei seggi tra le varie circoscrizioni con più di 50 abitanti che potevano eleggere un

deputato alla camera dei comuni. Si allargò il corpo elettorale ai maschi adulti che come propietari dovevono avere un

reddito di 5 sterline e come inquilini dovevono pagare un fitto di 10 sterline o percepire tale reddito più tutti i membri

dell’università. Nel 1872 una legge trasforma le modalità del voto da palese a segreto per tutelare la libertà di scelta dei

votanti. Nel 1883 vi fù un inasprimento delle pene per i reati di corruzione elettorale. Nel 1911 la legislatura

parlamentare fu portata da 7 a 5 anni. La camera dei lord con il suo diritto di voto che prima poteva bloccare una

legge approvata dalla camera dei comuni ora poteva solo sospenderla. A fine secolo grazie ai movimenti delle

suffragette e delle suffragiste fu concesso con molti limiti il diritto di voto a categoria particolari di donne. Solo nel

1928 il voto fù concesso senza limiti alle donne (la prima nazione a concedere il voto alle donne nel 1903 fu

l’Australia). Per la Francia la seconda repubblica nata dalla rivoluzione francese 1848 fu soffocata da un colpo di stato

da parte di Luigi Bonaparte1851 che sciolta la camera democratica fece seguire una costituzione autoritaria , sancita da

un plebiscito che con il 92% di assenzi aveva approvato la nuova forma di governo. Così nel 1852 la nuova forma di

stato prese i caratteri di un impero ereditario con Luigi Bonaparte divenuto Napoleone III imperatore dei Francesi per

grazia di Dio e per volontà della nazione. Formalmente viggeva un sistema parlamentare, di fatto l’imperatore aveva il

controllo di tutti i poteri. La sua era una dittatura di stampo paternalistico, plebbiscitario e consensuale basata sul

rapporto diretto di fedeltà e di corrispondenza politica tra il popolo e il suo dittatore attraverso i plebbisciti per

l’approvazione dell proprie scelte politiche. La dittatura bonapartista si avvalse dell’appogio clericale per garantire la

fedeltà delle masse rurali. La trasformazione del sistema avvenne per effetto della sconfitta con la Prussia e la perdita

dell’Assalzia e della Lorena (1 settembre 1870). Scoppia a Parigi una sommossa che mette fine all’impero, nel 1871

nasce la 3° repubblica che fu proclamata tale solo nel 1875 e furono approvate un insieme di leggi di rilievo istituzionali

quali: Presidente eletto dal parlamento con mandato di 7 anni con responsabilità di politica estera di comando delle

forze armate e della nomina impiegati publici. Il governo era responsabile politicamente davanti al parlamento. Il

parlamento era bicamerale con la camera dei deputati eletta a suffragio universale maschile e dal senato con duplice

sistema di reclutamento. Ideologicamente si formarono vari raggruppamenti: di destra tra cui uno bonapartista, uno

cattolico-tradizionalista e sul finire del secolo uno nazionalista ; vi erano anche gruppi di orientamento repubblicano.

Ciò non impedì al parlamento di approvare leggi che trasformarono profondamente il sistema educativo (istruzione

elementare laica e gratuita) e il sistema civile libertà di stampa di associazione sindacale e operaia. Ma l’atmosfera

politica resta carica di tenzione e di visioni (affare Dreyfus). Per la Germania come in Francia anche il Reich

germanico nacque sulle ceneri del vecchio impero il 18/1/1871 formato dall’unione degli stati della confederazione del

nord (tra cui la Prussia) e degli stati della Germania meridionali. Il titolo di imperatore lo assunse il re di Prussia. Il

16/4/1871 la costituzione dell’impero disegnava i tratti della nuova compaggine statale che acquistava il carattere di una

federazione di stati ad egemonia prussiana con poteri nelle mani dell’imperatore e del suo primo ministro (il

cancelliere). Poi vi erano il consiglio federale (Bundestrat) che aveva un ruolo determinante nell’esercizio del potere

legislativo poichè a lui spettava l’approvazione delle leggi; e la camera (Reichstag)eletta a suffraggio universale

maschile. Quindi ci si trovava difronte ad una monarchia costituzionale dove il cancellliere era responsabile nei

confronti dell’imperatore e non nei confronti del parlamento per cui ciò faceva del cancelliere un attore politico di

primaria importanza . Bismarck fu il primo cancelliere dell’impero. Dal 1875 al 1878 il suo obiettivo principale fu di

limitare l’influenza delle strutture ecclesiastiche sul Reich. Dopo la costituzione del partito social democratico B. gli

rivolge un’attacco contro poichè le finalità ultime di questa organizzazione erano quelle di trasformazione economico-

sociale ed in particolare anti monarchici. Per cui dopo i due attentati contro l’imperatore varò delle leggi antisocialiste

che colpirono le strutture del partito e nel 1878 venne varata la prima serie di tariffe protettive a favore dei prodotti

agricoli e industriali nazionali. Grande importanza ebbe B. nell’allestire un esercito capace di fronteggiare i grandi

Stati-nazione di allora (vittoria sulla Francia ed annasssione dell’Alsazia e della Lorena).

Sebbene distanti tra loro le dinamiche politiche di questi Stati avevano un elemento comune che riguardava la sfera

pubblica ed in particolare l’area della politica era pensata nei termini di uno Stato-nazione cioè di un assetto

istituzionale all’interno del quale la nazione (intesa come l’insieme dei cittadini maschi che condividevano la stessa

lingua, le stesse abitudini, la stessa cultura e non ultima appartenevano alla stessa razza) era chiamata a partecipare alla

vita pubblica. In senso economico paradossalmente sembrava a prima vista che l’Europa tendesse ad unirsi: le reti di

comunicazione via terra e via mare erano state migliorate a tal punto da rendere meno avventuroso lo spostamento tra i

paesi, tutto sembrava più vicino. Ma era solo un’unione commerciale. L’europa infatti era costituita di Stati-nazione, di

organismi politici che facevano del principio della territorialità il loro fondamento e così che la nazionalità diventa il

principio vero ed ultimo di uno Stato e là dove vi erano nazionalità che non possedevano un loro Stato ogni mezzo era

lecito perchè questa anomalia fosse corretta. Da qui nacquero molte delle turbolenze politiche che scossero l’Europa del

XIX sec. e da qui nacque la lotta delle nazionalità. Era in nome di questo principio che si costruivano gli imperi, la

missione di civiltà che l’una o l’altra nazione attribuì a se stessa per bocca dei suoi intellettuali o politici e diventò un

formidabile strumento retorico di convinzione per conseguire corposi interessi economico-militari in Africa, in Asia o

per poter chiudere gli occhi difronte a qualche massacro di indigeni che si fossero messi in mezzo al cammino della

civiltà delle nazioni. Nell’800 prevaleva il concetto di nazione intesa come una comunità di individui che

condividevano tratti etnoculturali omogenei: stessa lingua (nonostante esistessero già diversi esempi di nazioni

unite con popolazioni di lingua diversa), stessa religione, stessa storia alle spalle, stesso sangue, stessa razza ed

una concentrazione di tutti questi fattori in un territorio specifico. A discapito del concetto di nazione inteso come

quello a cui un individuo decide la propria appartenenza. Fattore determinante era la costruzione dell’identità nazionale

che competeva alle elites sociopolitiche le quali dovevano sforzarsi ad insegnare la nazione ai contadini, ai braccianti,

agli operai, agli abitanti delle aree rurali non alfabetizzati. Convincere masse popolari, che in alcuni casi, non vedevano

al di là dei loro villaggi o dei loro quartieri, che erano parte di una comunità più ampia e che questa comune

appartenenza nazionale implicava un atto di lealtà e di consenso alle istituzioni pubbliche che disciplineranno la vita di

tutti era una fatica non da poco. Costruito uno Stato sui principi di una nazione bisognava che essa come comunità di

interessi prendesse corpo ed anima. A tal proposito è eloquente una esclamazione di Massimo D’Azeglio: “fatta l’Italia

bisogna fare gli italiani”. Uno degli strumenti per tale impresa era l’istruzione elementare che diventò obbligatoria quasi

ovunque. Era qui che si educavano i bambini a pensarsi componenti di una comunità nazionale (studio di romanzi

storici e letterali che enfatizzano tale mito. Lo studio geografico per la conoscenza dei confini). Un altro strumento era

l’ esercito con la sua leva obbligatoria in cui si cercava di mettere in contatto le lontane realtà territoriali. Altri ancora le

feste nazionali (vere innovazioni dell’800. Nel Regno d’Italia vi fu la festa dello Statuto) visti come rituali pubblici

pensati appunto per celebrare la nazione. Altri strumenti gli inni nazionali, le bandiere monumenti furono tutte

immagini simboliche che celebravano la nazione una ed indivisibile. Le nazioni 800sche, per cui, furono invenzioni

scaturite da processi artificiali. Uno stretto rapporto con la costruzione delle identità nazionali lo si riscontra nel

mutamento degli indirizzi di politica economica. (specie negli anni 1870-80). List, economista tedesco, si sostituisce a

Smith predicando una politica economica protezionistica per gli Stati arrivati secondi per proteggersi dalla concorrenza

dei prodotti che venivano dai paesi più industrializzati. Lo strumento utilizzato era quello dei dazi doganali (imposizioni

fiscali sulle merci importate) per far aumentare il prezzo sul mercato di destinazione a beneficio della produzione

interna che veniva comunque aiutata con altri finanziamenti derivanti dalla connessione tra Stato ed aziende. Proteggere

ed aiutare il mercato interno erano obiettivi presentati sotto la luce della difesa del lavoro della nazione. Con il

rafforzarsi delle economie nazionali si producevano quei fenomeni di urbanizzazione e industrializzazione che si

portarono dietro le loro nuove forme di socialità che si fondava non più sull’autoconsumo agricolo familiare ma

sull’acquisto di servizi ora disponibili in città. Una socialità che a volte si fondava anche sulle taverne, sulla strada,

nelle osterie con condizioni igieniche sanitarie catastrofiche. Tutto ciò portò ad un profondo senso di insoddisfazione

che molti ex artigiani e ex contadini si trovarono a sperimentare e che li rese sensibili a temi di propaganda egualitaria,

anarchica e soprattutto socialista. Per questo governo ed elites cominciarono a pensare ad interventi che potessero in

qualche manieraattenuare il disagio sociale e con esso il potenziale pericolo di conflittualità e devianza. Sono gli albori

delle legislazioni sociali che trovano in questo periodo un unico vero esempio quello della Germania Bismarchiana

dove nel 1883 vennero avviati vari programmi statali di assicuarzione contro le malattie, contro gli infortuni sul

lavoro(1884), di invalidità e vecchiaia (1883) a beneficio dei lavoratori. Questo fu un altro metodo audace ed inedito

per tentare, attraverso la via degli interessi materiali, la nazionalizzazione delle masse. Gli Stati dell’Europa dell’800

ambivano a costituirsi in Stati di diritto cioè in Stati in cui, all’interno del proprio territorio, le leggi emanate fossero

nei confronti di tutti e per tutti allo stesso modo applicate. Ma enunciati i principi ci furono molte eccezioni tra le più

importanti quelle riguardanti i diritti politici. Infatti proprio il liberismo costituzionale 800sco che con sempre più forza

aveva sostenuto la costruzione di parlamenti (intese come istituzioni rappresentative) sostenne che non tutti potessero

godere di diritti politici attivi. Il parlamento doveva esprimere la volontà della nazione che però poteva essere

rappresentata solo da coloro che avessero avuto gli strumenti adeguati per poter assolvere a tale funzione. Nella

tradizione liberale dominante dell’Europa del XIX sec. vigeva l’idea che se il corpo di una nazione includeva tutti

coloro che vivendo sul territorio nazionale possedevano i requisiti etnoculturali che ne facevano in senso proprio dei

cittadini, pure la volontà di tale corpo nazionale poteva essere interpretata solo da una piccola ma capace sezione di essa

(i ricchi e i colti). Erano escluse le donne, gli analfabeti, i poveri e i bambini. La politica era una cosa per ricchi e colti

immuni da richiami di corruzione e liberi di impegnarsi per gli altri. Nel frattempo i movimenti che si fronteggiavano

per i pro e i contro la democratizzazione della politica aumentavano tanto da creare timori che, intempi diversi, in molti

Stati portarono al suffraggio universale. La democratizzazione dei sitemi politici 800schi che per i liberali europei

poteva rappresentare un salto nel buio per i militanti del nascente movimento socialista (manifesto del partito comunista

1848) poteva essere con siderato come la prima fase di uns trasformazione epocale che avrebbe eliminato le

diseguaglianze sociali. A partire dalla seconda metà dell’800 la nascita dei partiti socialisti europei segnò un mutamento

nei caratteri della lotta e dell’organizzazione politica (visto che non esistevano partiti liberali) destinata ad incidere

notevolmente sugli anni a venire. 1875 Partito Socialdemocratico tedesco. 1880 Partito operaio francese. 1892 Partito

dei lavoartori Italiano poi Partito Socialista Italiano. 1893 Partito Laburista GB. 1898 1° congresso operaio

socialdemocratico russo. Essi avevano una struttura organizzata: Statuti, iscritti, militanti, gerarchie e periodici

congressi. I partiti socialisti diventavano in qualche modo dei contra-stato adoperando, per contrastare, i materiali

didattici inventati dalle elites conservatrici o liberali per insegnare la nazione. Questi partiti nascevano per la loro natura

internazionali proprio perche legati da una fratellanza proletaria che non aveva confini nè territoriali nè etnici. Così

nacquero la prima e la seconda internazionale socialista: organizzazioni internazionali socialiste. Però paradossalmente

l’azione politica dei militanti dei partiti socialisti nazionali era limitata allo Stato-nazione di appartenenza tanto che la II

internazionale si sciolse proprio quando i partiti socialisti nella I guerra mondiale dettero la priorità agli interessi

nazionali. Il principio di nazionalità avanza nel tempo tanto da arrivare all’estremo che coloro che erano estranei ai

principi della nazione dovevano essere espulsi: nasce il nazionalismo. La xenofobia diventava così il tratto

fondamentale dell’identità nazionale ed una sua importante variante fu l’antisemitismo.

Capitolo VII L’Italia Liberale.

“Fatta l’Italia bisogna fare gli italiani” la frase di M. D’Azzeglio è significativa del fatto che il Regno d’Italia unitario

era stato proclamato (10 Mar 1861) ma l’Italia come comunità unita non esisteva. Ai governi del nuovo regno toccò

dunque il compito di dare fondamenta solide al nuovo Stato nazionale che conformemente ai loro orientamenti e allo

spirito del tempo doveva essere uno Stato liberale. Infatti oltre che unitaria l’Italia doveva essere liberale e borghese

cioè inserita nel sistema internazionale di mercato allora vigente basato sulla concorrenza e sulla specializzazione

produttiva ma anche ispirata ad un insieme di valori propri dell’epoca laici e moderati fiduciosi nei diritti dei singoli,

nel progresso e nel conservare una gerarchia sociale stabile rispettosa dell'ordine e compiaciuta di se.

Nel marzo del 1861 fu proclamata ufficialmente la nascita del Regno d’Italia sotto la monarchia dei Savoia dove il re

mantenne lo stesso nome che aveva come re di Sardegna: V.E.II. Per quanto riguarda la politica, al regno fu applicato lo

Statuto Albertino (la Costituzione Sarda) che era stato concesso dal re Carlo Alberto nel 1848 e che in pratica rimane in

vigore fino alla costituzione repubblicana del 1948. Dal Regno di Sardegna furono anche tratte la legge elettorale

(basata su un suffragio censitario che ammetteva al voto una parte molto ristretta della popolazione), l’intera

legislazione civile, amministrativa e penale. Ma il contesto sociale in cui era nata l’unificazione era fortemente difforme

nelle diverse aree del regno. L’unificazione infatti, anche se fortemente voluta da alcune minoranze, era stata raggiunta

soprattutto grazie al compromesso tra manovre diplomatiche, spinte dinastiche ed insorgenze patriottiche tanto che gli

esponenti liberali raccolti attorno a Cavour assunsero il potere in condizioni di debolezza e di emergenza sia politica che

sociale. Forte era il loro contrasto con l’opposizione di sinistra espressione di alcuni gruppi intellettuali e di ceto medio

urbano (derivante dalla compagine garibaldina democratica). Questo gruppo per l’obiettivo unitario si era sottomesso

alla guida moderata rinunciando alle aspirazioni repubblicane ma adesso era pronto a dar battaglia per raggiungere gli

obiettivi di democrazia politica anche a volte sulla base di ideali di democrazia sociale. Inoltre i movimenti governativi

erano circondati dalla sostanziale inerzia delle classi dirigenti del paese che rimanevano ancora legati soprattutto al

vecchio ordine economico e sociale. Molto rilevante fu il mancato sostegno della chiesa cattolica, la quale considerava

il liberismo tra i principali errori del nostro tempo, e perciò avversava il nuovo Stato italiano che non solo si dichiarava

laico e liberale ma che aveva invaso e si era annesso la gran parte dello Stato pontificio. L’ostilità dei cattolici e l’ apatia

o la resistenza dei conservatori posero le premesse della non completa egemonia politica e sociale su un paese

economicamente e culturalmente disomogeneo, lontano dalle dinamiche dello sviluppo suscitate altrove dal capitalismo

e dall’industrializzazione, attraversato da conflitti e divisioni sociali e perciò insensibile o indifferente agli obiettivi

modernizzanti dell’élite liberale; e all’indomani della proclamazione de Regno il fenomeno del brigantaggio, una sorta

di guerra civile, era testimonianza del profondo abbandono economico e culturale in cui era stata lasciata la società

meridionale fuori dalle maggiori città e dell’assenza di classi dirigenti degne. Infatti il gruppo dei cavouriani era

prevalentemente centrosettentrionale e aveva scarsa o nessuna dimestichezza con il mezzogiorno e fu questo gruppo che

alla morte di Cavuor (1861) costituì la Destra storica. Essa non era un partito (visto che allora partiti liberali non

esistevano) ma un gruppo di notabili solidale in parlamento ma anche attraversato da rivalità e diversità di orientamenti.

Nelle condizioni di emergenza in cui si trovò ad operare e data la sua limitata egemonia la D.S. governò con strumenti

dirigistici e a volte autoritari. L’ordinamento amministrativo del Regno di Sardegna, infatti, era di stampo accentratore

ed imponeva a tutto il paese una legislazione uniforme e penetrante ed attribuiva ad alti funzionari governativi (i

prefetti) il controllo degli enti locali, le provincie e i comuni. Questa politica di accentramento fu, negli anni a venire,

uno degli aspetti più contrastanti ma su una qualsiasi forma di decentramento c’era il timore che l’autonomia concessa

avrebbe alimentato spinte centrifughe di tipo regionale e politico e quindi minato l’unità del paese e lo sviluppo. Allora

infatti la creazione di unità territoriali di tipo nazionale costituiva in molti paesi europei il requisito fondamentale per lo

sviluppo economico e politico e poiché in Italia gli elementi che spingevano in questa direzione erano molto deboli la

classe dirigente nazionale si poneva l’inevitabile obiettivo di imporre l’unificazione accentrando con carattere

autoritario ed artificioso il processo unitario. Ed è in quest’ottica che vanno visti gli obiettivi della D.S. e giudicati i

risultati raggiunti. Quindi senza troppo discutere i suoi caratteri si impose per prima l’unificazione politica: a)

unificazione amministrativa che riguardava materie comunali e provinciale, pubblica sicurezza, Consiglio di Stato,.

Opere pubbliche, codice civile e procedura civile. b)L’istruzione da quella elementare a quella universitaria.

C)L’unificazione militare con la creazione di un esercito e di una marina italiani. Si passò poi all’unificazione

economico-finanziaria: unif. monetaria, tributaria e di politiche economiche. Per sanare il debito pubblico, elevato

soprattutto al centro-nord, si confermò la politica liberoscambista cavouriana, che prevedeva l’abbattimento delle

barriere interne ed internazionali per inserire l’Italia, prevalentemente agricola, nel sistema europeo. Ciò lo si fece

impegnando direttamente lo Stato per conseguire prima un mercato nazionale delle merci e dei capitali e poi si passò

alla realizzazione della rete ferroviaria che ebbe come primo scopo l’unificazione fisica del paese e solo

successivamente giovò allo sviluppo dell’industria del paese anche perché ad esso mancavano le premesse. Per attuare

tali investimenti si fece leva sulla pressione fiscale, indebitamento e la vendita di beni demaniali e dei beni ecclesiastici

recuperati. Anche se con queste politiche nell’arco di un quindicennio il bilancio dello Stato fu portato in pareggi, i

privilegi concessi ai gruppi finanziari (che erano intervenuti nella costruzione delle infrastrutture) oltre a provocare i

primi scandali circa le collusioni tra ambienti politici e interessi privati certamente influenzarono la direzione degli

investimenti. L’aumento della pressione fiscale poi gravò soprattutto sulla terra e quindi sui ceti proprietari e sui

lavoratori agricoli, mentre la vendita dei beni ecclesiastici inasprì i rapporti con la chiesa. Quindi anche se il dirigismo

della D.S. dette notevoli risultati dette allo stesso tempo un’impronta statalista che sarà destinata a durare. Per quanto

riguarda la politica militare il Regno d’Italia potè annettersi il Veneto, partecipando come alleato della Prussia alla

cosidetta III guerra d’indipendenza contro l’Austria nel 1866, guerra vinta dall’esercito prussiano a Sadowa. Dopo nel

1862 e nel 1867, il Rattazzi ministro del governo, cercò di impadronirsi del Lazio mandando allo sbaraglio i garibaldini;

ma il tentativo fallì e nel 1867 ad opera delle truppe di Napoleone III che sconfisse Garibaldi a Mentana. Il Lazio fu poi

annesso nel 1870 quando i francesi e Napoleone III furono battuti in guerra contro la Prussia e fu tolta al papa la

protezione francese il quale dovette arrendersi alle truppe italiane penetrate in Roma dalla breccia di porta pia il

20/9/1870. Pio IX elevò la più energica protesta contro l’occupazione del suo regno, si dichiarò prigioniero, si rifiutò di

riconoscere lo Stato italiano e respinse la legge delle guarentigie. La legge però entrò in vigore e di fatto assicurò ai

pontefici la più ampia libertà nell’esercizio delle loro attività spirituali.

Nelle elezioni del 1876 i gruppi di guadagnarono la maggioranza parlamentare grazie al fatto che nel marzo dello stesso

anno un gruppo di deputati si staccarono dalla maggioranza e votarono insieme all’opposizione facendo cadere il

governo Minghetti mettendo fine al periodo della D.S.. I gruppi di sinistra raccoglievano contro il dirigismo statale sia

settori moderarti aperti ad istanze democratiche che espressioni di interessi locali (specie meridionali) e gruppi

finanziari che chiedevano maggiore libertà di azione. Quelli della sinistra non erano però di interessi chiaramente

opposti a quelli precedenti o portatori di un progetto alternativo per cui si instaurò un regime di alternanza. Leader

indiscusso della sinistra fu Agostino De Pretis che dal 1876 fino alla morte 1887 fu sempre alla guida del paese fatta

eccezione di 2 brevi periodi. Con lui fu ancora rinviato il progetto di riforme in senso anticentralistico del sistema

amministrativo. Nel 1882 fu autore di una manovra politica che prevedeva l’allargamento del suffragio a nuovi settori

della piccola borghesia e del proletariato urbano. Questo periodo è però caratterizzato da una politica di trasformismo

poiché la sinistra ed in questo caso De Pretis creava la maggioranza attraverso favori personali ai componenti delle

opposizioni per avere i voti, per cui non si distingueva più la maggioranza dall’opposizione (nasce il clientelismo). Lo

stile trasformista di De Pretis provocò forti malumori e desideri di cambiamento e da questo clima trasse profitto

Francesco Crispi che prendendo il posto di D. nel 1887 annunciò che il suo sarebbe stato un governo della nazione. Fu

il I meridionale a diventare I ministro e governò dal 1887 a 1891 e pio dal 1893 alo 1896. Apportò incisive riforme

amministrative e sociali nonché fece approvare alcune leggi importanti sulla sanità pubblica, riforme carcerarie,

introdusse il nuovo codice penale (Zanardelli) che prevedeva l’abolizione della pena di morte, fu ancora allargato il

suffragio amministrativo e fu reso elettivo il sindaco. Nel campo della politica economica dette nuovo impulso alla

spesa pubblica ed in particolare al programma ferroviario; ma gli anni 80 sono ricordati soprattutto per le difficoltà

derivanti sia nell’agricoltura che nella cantieristica, dal crollo dei moli marittimi prodotto dall’avvento delle navi a

vapore, in un settore in cui l’Italia era impreparata, e della caduta del prezzo dei cereali che provocò la crisi agraria che

colpì soprattutto quelle campagne non attrezzate a sostenere la concorrenza estera. Le difficoltà finanziarie poi alla fine

del secolo colpirono gli istituti di credito che si erano esposti con investimenti azzardati specie nell’edilizia e a seguito

di vari scandali e fallimenti portò alla creazione della Banca d’Italia nel 1893 e alla ristrutturazione del sistema che

comportò la creazione di banche di tipo nuovo come la Banca Commerciale legata più alla finanza tedesca che a quella

francese. Per la politica estera benché l’unificazione del Regno si era completata l’Italia non aveva ancora acquisito una

posizione di rilievo in campo internazionale ma restava ancora subordinata, anche commercialmente, agli interessi

inglesi e francesi per cui quando essa vide non tutelati i propri, specie in Tunisia che fu acquisita dalla Francia, nel 1882

firmò la triplice alleanza con Geramania e Austria-Ungheria ma ciò portò ad una crisi diplomatica con la Francia con la

conseguente apertura italiana alla penetrazione dei capitali tedeschi che avrebbero orientato e sostenuto il suo decollo

industriale. Crispi inoltre dette impulso alle aspirazioni coloniali italiane e dopo l’episodio di Dogali del 1887 che

provocò il massacro di un’intera guarnigione italiana, penetrò verso l’interno dell’Etiopia e costituì la colonia Eritrea

ma nel 1896 una grave sconfitta subita ad Adua ad opera degli etiopici costò a Crispi le dimissioni ed impose una sosta

alla penetrazione italiana in Africa. Abbiamo detto che la crisi agraria provocò disagio e tensioni sociali specie nelle

zone rurali (le causa erano da ricercare nei fattori di modernizzazione che altrove aumentano la produttività, pressione

fiscale, perdita dei privilegi di mercato prodotta dal miglioramento dei trasporti); mentre in alcune zone dell’Italia

centrale la povertà venne assorbita dal sistema mezzadrile prevalente altrove andò ad ingrossare le fila dell’emigrazione

che all’origine episodica divenne esodo definitivo. In Sicilia nacquero i fasci siciliani come segno di protesta

organizzata. Fu questo disagio sociale a plasmare il socialismo italiano radicato specie nell’Italia centrosettentrionale

che ebbe una forte componente rurale e ribellistica e condizionato da forti istanze rivoluzionarie ed operaiste. Forse

proprio per questo anche il socialismo in Italia portava il segno delle fratture settoriali e regionali in quanto tendevano a

prestare scarsa attenzione alle condizione dei gruppi da essi considerati più arretrati come, rispetto agli operai del Nord,

i braccianti padani o i contadini meridionali. Nel 1892 nacque il Partito Socialista Italiano che si definì partito di classe

e sul modello del partito socialdemocratico tedesco il PSI fu il primo partito organizzato sulla scena politica italiana.

Intanto si andava organizzando anche un opposizione cattolica al liberismo e allo Stato Italiano che fu sancita nel

1874con il non expedit cioè l’indicazione data dal Papa ai cattolici della non leicità di partecipazione alle competizioni

elettorali né come candidati né come elettori. Fin dagli anni 70 la presenza sociale cattolica si era espressa attraverso

l’Opera dei Congressi, un’organizzazione di associazioni cattoliche attive nel campo sociale e religioso postesi al

servizio del Papa. Sviluppando la vocazione economicosociale i cattolici intransigenti trasformarono le loro basi

antimoderne in una risposta ai problemi sociali del capitalismo avanzato e la critica dell’individualismo liberale divenne

un programma articolato di intervento pubblico in campo sociale di tutela della piccola e media impresa e della piccola

proprietà che, riconoscendo i motivi delle rivendicazioni operaie, avvio la creazione di società di mutuo soccorso, e di

banche cooperative, sul modello medievale delle corporazioni, misto di padroni e di lavoratori.

Dopo Crispi gli successe de Rudinì capo del governo, che nonostante istituì l’assicurazione obbligatoria contro gli

infortuni e una cassa di previdenza e vecchiaia, reagirà alla crescente protesta popolare (a seguito di una magra annata

agricola e il conseguente aumento del prezzo del pane) con metodi repressivi che nel 1898 sfociarono nelle stragi

compiute dal gen. Bava Beccaria che aprì il fuoco sulla folla uccidendo molte persone. Altri tumulti scoppiarono in

molte città e vennero repressi con la stessa violenza. Vittima di questo clima di ribellione fu il re Umberto I accusato di

essere il vero responsabile dei tentativi antidemocratici e delle sanguinose repressioni degli anni precedenti tanto da

essere assassinato a colpi di rivoltella a Monza da un anarchico giunto apposta dagli USA il 29 lug 1900. Ascese al

trono il figlio V.E.III più sensibile agli orientamenti liberal democratici dei gruppi che si erano opposti alla Camera al

tentativo reazionario. Le elezioni vinte dai gruppi di sinistra liberale e radicale portarono al governo un illustre liberale

della generazione precedente: Giuseppe Zanardelli.

Il nuovo secolo si apre all’insegna di una netta svolta politica rappresentata dalla figura di Giovanni Giolitti.

Piemontese e proveniente dalla Pubblica Amministrazione. Egli rilanciò a livello di governo l’alleanza tra liberal-

democratici, radicali e socialisti riformisti (che avevano vinto nella crisi di fine secolo la lotta politica con i socialisti

radicali. Fautaore di cio fu Filippo Turati e il suo programma minimo). L’obiettivo era quello di salvaguardare e

rafforzare le libertà istituzionali e civili inserendo le masse popolari nello Stato liberale e sostenendo lo sviluppo

produttivo che si era già avviato in Italia con caratteri più marcati tanto da far parlare di decollo industriale. Infatti a

partire dagli ultimi anni del XIX sec. Il mondo entrò in una fase di notevole espansione e l’Italia questa volta vi

partecipò appieno entrando in settori di punta della II riv. industr.: l’industria metallurgica, meccanica, chimica ebbero

un incremento notevole anche se però si tratto di un’industrializzazione squilibrata perché concentrata nella sezione

nord occidentale del paese per cui le differenziazioni tra Nord e Sud furono accentuate. Nel complesso però la nazione

ne ebbe un beneficio e i redditi disponibili per tutti subirono un notevole incremento. La riforma bancaria del 1893 e il

contemporaneo risanamento della finanza pubblica crearono le condizioni per un più moderno mercato dei capitali. La

Banca Commerciale Italiana come modello di banca mista, importato dalla Germania, e come contemporaneo istituto di

credito e deposito rastrellava i mille depositi a breve scadenza e li investiva a lunga scadenza in imprese industriali e ciò

fu di grande utilità per una economia come quella italiana che disponeva di pochi capitali. Anche se priva di materie

prime l’Italia di fine secolo potè trasformarsi in un paese limitatamente industriale e quindi pagare le importazioni di

materie prime destinate ad essere trasformate dall’industria in quanto agli inizi del XX sec. a)l’introduzione dell’energia

elettrica (nella sua forma di energia idroelettrica) mise i paesi che non producevano carbone in condizioni migliori.

b)l’esportazione dei materiali non lavorati (seta grezza) e di prodotti agro-alimentari costituì una delle voci in attivo

nello sforzo di riequilibrio di una bilancia dei pagamenti nazionale quasi sempre in dissesto al quale inoltre dette un

contributo notevole le rimesse degli emigranti che a cavallo dei 2 secoli si diressero in zone transoceaniche e che erano

soprattutto meridionali. Infatti essi con le loro rimesse in valuta pregiata ai familiari paradossalmente sostennero

l’economia nazionale e dunque il decollo industriale dell’Italia del Nord. In un’ottica produttivistica Giol. Fu favorevole

a politiche di alti salari che allargassero il mercato interno. Si fece paladino delle libertà sindacali e annunciò la

neutralità dei poteri pubblici nei conflitti tra del capitale che del lavoro che nel 1906 culminarono con la costituzione

della CGDL Confederazione generale del lavoro di ispirazione socialista riformista e dall’altro lato le confederazioni

padronali dell’industria e dell’agricoltura. Per quanto riguarda le riforme sociali fece approvare una legge di tutela sul

lavoro minorile e femminile; fu istituito un ufficio del lavoro e fu introdotta la municipalizzazione dei servizi pubblici.

Per la politica estera G. rinnova ancora una volta la triplice alleanza ma stringe accordi segreti con la Francia, GB e la

Russia che lo portarono nel 1911 all’occupazione della Libia sia per evitare che gli altri precedessero l’Italia che per

venire incontro alle esigenze del movimento nazionalistico che si andava ad affermare sia politicamente che

culturalmente.

Nei brevi periodi di intervallo 1906, 1909-10, 1910-11, in cui G. non fu al governo coloro che vi furono ottenero alcuni

limitati risultati. Comunque né il programma giolittiano né quello di coloro che lo sostituirono non furono mai capaci di

costruire stabili bilanciamenti politici di governo e pertanto il sistema politico italiano del tempo era imperniato su

singole personalità e sulla capacità di aggregare e di mettere di volta in volta in sede parlamentare i diversi interessi e

così come quella di De Pretis la dittatura parlamentare di Giolitti ottenne i suoi successi accanto accantonando i punti

più controversi dei suoi programmi iniziali. Per la sua capacità di guadagnare consensi e di manovrare le elezioni anche

con brogli e violenze dove i conflitti erano più forti (es. nel Sud) fu definito dallo storico socialista Salvemini “il

ministro della malavita”. Infatti anche G. non guadagnò il consenso degli intellettuali del suo tempo.

Ma il vero nodo strutturale del paese era la frattura tra Nord e Sud che perdurava oramai da 30 anni. Si parlava già di

questione meridionale spesso sposandola con una questione sociale per far intendere l’esistenza di grossi problemi

strutturali a cui porre interventi specifici, problemi che da molti erano attribuiti alla mancata trasformazione in senso

borghese della proprietà terriera e per altri da attribuire alle scelte economiche e tributarie compiute dalle classi dirigenti

post unitarie che nella loro ansia di unione nazionale non avevano tenuto conto dei problemi specifici del mezzogiorno.

Anche se G. aveva un programma piuttosto industrialista e attento allo sviluppo del settentrione varò invece alcuni

programmi di intervento speciale per il Sud come le leggi per l’industrializzazione di Napoli, per la costruzione

dell’acquedotto pugliese e provvedimenti per la Basilicata che comunque ebbero scarsa incidenza sulla disastrosa

situazione economica e sociale del mezzogiorno dove si susseguivano scioperi e sanguinosi conflitti con la forza

pubblica (eccidi proletari) mentre milioni di persone emigravano. Nel 1911 G. istituì il monopolio delle assicurazioni

sulla vita con la creazione dell’INA che rappresentava il I ente pubblico con organizzazione privatistica. Nel 1912 la

riforma elettorale con suffragio quasi universale dove furono ammessi per la prima volta al voto anche gli analfabeti.

Ma né la concessione dell’allargamento del suffragio (rivendicata dai movimenti democratici e socialisti) né la ripresa

del programma espansionistico (sostenuto dai nazionalisti) appartenevano all’originario progetto di G.. Dal 1912 al

1914 quando G. lasciò il governo all’interno del partito socialista prevalse la sinistra rivoluzionaria che nel 1912 sotto la

guida di Mussolini ottenne l’esplusione di Bissolati e dell’ala riformista. Mussolini nominato poi direttore dell’Avanti

gli diede un indirizzo antigiolittiano. Si ruppe nel frattempo anche l’unione sindacale e i sindacati rivoluzionari

abbandonarono la CGDL e fondarono USI unione sindacale italiana. Salandra nel giu 1914 succede a G. egli era

espressione di una coalizione tra liberali, conservatori, nazionalisti e cattolici (patto Gentiloni). In questi stessi giorni a

Sarayevo ebbe inizio la I guerra mondiale.

Capitolo IX La democrazia in America.

La storia americana risulta per molti aspetti diversa e per altri simile a quella europea. E’ affine a quella di molti Stati

europei in merito alla costruzione dello Stato nazione che avvenne con caratteristiche proprie in quanto il territorio

dello Stato (considerato come un dato fisico naturale, privo di storia e di cultura) fu conquistato con la guerra. Infatti

non si trattò di inglobare realtà statuali preesistenti (come in Italia ed in Germania) bensì di spazzarle via. Tali realtà

erano le nazioni indiane che non furono riconosciute come interlocutori autoctoni; infatti i diritti di sovranità vennero

contrattati a livello internazionale con le nazioni economicamente e politicamente interessate ai nuovi territori (GB,

Francia, Spagna, ecc.). La popolazione considerata legittima era nuova al territorio formatasi sia al seguito

dell’espansione dei coloni che dall’immigrazione europea di gente diversa che doveva essere americanizzata ed insieme

ai quali vivevano comunque i già residenti quali messicani conquistati, nativi sottomessi e schiavi deportati. Per cui gli

USA si pensarono come una nazione euro-americana trapiantata in altro continente; però fin dall’inizio questo nuovo

Stato si presentava come una società post-rivoluzionaria nel senso che aveva un governo repubblicano, consenso dei

governati, eguaglianza civile, diritti di cittadinanza democratica molto evoluti. Per questi aspetti molti ritenevano che la

democrazia americana fosse faro di speranza e modello per il futuro dell’umanità mentre altri pensarono che l’America

fosse solo una meravigliosa eccezione non comparabile con altre esperienze storiche.

Bisogna dire però che l’America di cui si parlava era quella settentrionale ed anglofona. Nella parte meridionale,

centrale e nel Messico invece il potere reale rimase nelle mani dei Creoli che formarono una ristretta élite di proprietari

fondiari che portarono alla formazione di Stati molto dipendenti economicamente dalla GB. Per cui l’ideologia

democratica che fu detta americana non celebrava l’unicità di tutta l’America quanto solo quella degli USA.

Il popolo sovrano era molto esteso dal 1830 esisteva il suffragio universale maschile esteso a tutti i maschi adulti e

bianchi che fossero cittadini degli USA e anche gli immigrati che avessero avviato le pratiche di naturalizzazione. La

società USA era democratica e repubblicana la cui forma di governo era federale e dove vigeva una separazione tra

poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) molto netta con meccanismi di controllo reciproco. La sua autorità era

delimitata con precisione dalla costituzione che lasciava competenze ampie ed esclusive agli Stati che a seguito

dell’espansione territoriale aumentavano di numero. Ciò comportò inevitabilmente un accrescimento del potere del

governo federale e con esso la tensione conseguente tra centro e periferia.

Gli Stati che avevano ottenuto l’indipendenza dalla GB con la rivoluzione (1776) ne erano 13 tutti compresi tra

l’oceano atlantico e i monti appalachi. Nel 1860 erano diventati 33 e si estendevano fino al Minnesota e al Texas e

dall’Oregon alla California sul Pacifico. A fine secolo ve ne erano 45 e quasi tutto il continente era stato colonizzato. La

formazione degli Stati era regolata da una legge del 1787 che prevedeva con il raggiungimento di un certo numero di

abitanti bianchi un territorio poteva darsi una costituzione e fosse automaticamente ammesso nell’unione su un piede di

parità con gli Stati originari. La lotta per il dominio in Nord America non fu combattuta solo fra popoli e potenze

europee ma già al tempo della rivoluzione lo scontro era tra tre pretese di sovranità territoriale (quella dei coloni

bianchi, degli inglesi e dei nativi). La vittoria della rivoluzione segnò la fine dell’autorità britannica, l’affermazione

dell’indipendenza degli americani di origine europea e l’inizio della fine dell’indipendenza per le nazioni indiane. Per

questi ultimi fu una vera e propria catastrofe risolta con la forza delle armi per tutto l’800 e furono guerre feroci perché

la posta in gioco era il controllo del territorio e lo sfruttamento della terra.

Nelle nuove terre al seguito dei bianchi giunsero anche gli schivi neri deportati dall’Africa. La schiavitù era

sopravvissuta alla rivoluzione, essa aveva una importanza economico sociale strategica specie nel Sud. All’inizio

dell’800 il fulcro dell’economia schiavistica si spostò dalla costa atlantica al profondo Sud sulla costa del golfo del

Messico che divenne il grande regno delle piantagioni di cotone. In tale periodo gli interessi delle due macro aree

regionali (il Sud agricolo e schiavistico e il Nord con l’industria nascente e libero) entrarono in rotta di collisione

sconvolgendo gli assetti nazionali: alla questione dell’espansione verso l’Ovest si unirono altre di ordine economiche

doganali (il Nord protezionista per difendere la propria industria nascente ed il Sud liberista per favorire le sue

esportazioni agrarie), politiche ed ideali che portarono a tentativi di compromesso. Ma quando il nuovo partito

repubblicano tutto nordista si affermò alla guida del governo federale ed elesse presidente Abraham Lincoln (1861) gli

Stati schiavisti abbandonarono l’unione e decisero di formare la confederazione degli Stati del Sud. La secessione

scatenò la guerra. Essa durò 4 anni e si concluse con la vittoria dei nordisti. Fu una guerra moderna dove si scontrarono

esrciti di massa a leva obbligatoria sostenuti da apparati industriali e veloci sistemi di trasporto (ferrovie) e

comunicazione (telegrafo). E infatti fu il carattere industriale del conflitto a determinare il destino del Sud che vi entrò

debole e vi uscì sconfitto. Il Nord aveva il monopolio dell’industria siderurgica, tessile e meccanica, conoscenze

scientifiche e tecnologiche, del lavoro specializzato, controllava il commercio e il capitale finanziario e aveva la rete più

estesa delle ferrovie. Il Sud sottovalutando questi fattori aveva creduto che il Nord, messo di fronte al fatto compiuto

della separazione, lo avrebbe accettato; ma così non fu. La guerra fu moderna anche per le ingenti perdite umane dovute

alla partecipazione di massa. Il Nord ricordò la guerra come una guerra civile fra cittadini appartenenti alla stessa

nazione e il Sud come una guerra per l’indipendenza materiale o una guerra fra Stati diversi. Gli ex schiavi neri

ricordano una guerra per l’emancipazione. La vittoria del Nord fu accompagnata da uno sconvolgimento della società

meridionale dove il potere dei grandi proprietari fu distrutto e ridimensionato a livello locale. La schiavitù venne abolita

e gli ex schiavi ottennero diritti civili e politici (emendamenti alla costituzione del 1865-70). Il governo federale guidato

dai repubblicani acquistò autorità rispetto a quelli Statali e assunse un ruolo propulsivo nello sviluppo economico.

I repubblicani del Nord all’indomani della vittoria cercarono di ricostruire la società meridionale con l’occupazione

militare e il controllo politico (non mancarono prevaricazioni e corruzioni) e attiva fu la partecipazione che i neri

liberati ebbero in questa vicenda, partecipazione violentemente contrastata dagli attacchi di una associazione terroristica

razzista, il Ku Klus Klan, costituitosi nell’immediato dopoguerra. A pochi anni dalla libertà i neri conquistarono il

suffragio universale maschile ed una porzione reale del potere politico (per la prima volta furono eletti nelle assemblee

legislative degli Stati e nel congresso federale) Ci furono progetti per distribuire agli ex schiavi parte della terra da loro

stessi coltivata ma essi fallirono e i neri rimasero senza risorse in balia dei vecchi padroni. Quando ci fu l’inizio di una

riconciliazione tra Nord e Sud essi furono oggetto di nuove forme di oppressione che scaturirono in leggi statali che li

privarono dell’esercizio effettivo dei diritti che erano stati sanciti dalla costituzione federale. I neri dovevano essere

tenuti segregati e la pratica del linciaggio fu applicata per ottenere ciò.

La guerra civile diede al governo federale l’opportunità di prendere importanti provvedimenti di politica economica:

protezionismo e infrastrutture, terra agli agricoltori, sostegno alle società ferroviarie, salvaguardia delle corporations

(nuove grosse società per azioni), moneta stabile (creazione nel 1913 della Federal Reserve Bank). Inoltre gestì un

efficiente sistema postale e promosse l’immigrazione di forza lavoro dall’Europa. Questo atteggiamento del governo

USA dopo il periodo bellico cambiò radicalmente passando ad adottare una politica del laisser faire del tutto opposta a

quella precedente. L’industrializzazione investì tutti i settori: siderurgia, tessile, chimica, meccanica, fonti energetiche

(carbone, elettricità, petrolio). L’industria dei beni di consumo, con tecniche di vendita innovative (pubblicità, grandi

magazzini, vendita per corrispondenza), si creò un mercato nazionale omogeneo. Nuovi modi di produzione, spesso

sviluppati dalla ricerca scientifica e tecnologica più avanzata, portarono ad una efficiente organizzazione del lavoro, alla

meccanizzazione, all’emergere del sistema di fabbrica che comportò anche nel campo agricolo una maggiore

produttività. Questa politica fu favorita anche comunque del fatto che gli USA godettero di un’eccezionale disponibilità

di terre e risorse alimentari (destinate anche all’esportazione), di materie prime non agricole e risorse energetiche. La

grande domanda interna favorì quindi lo sviluppo di una industria di beni di consumo di massa e a basso costo, così

come in un paese ancora sottopopolato la mano d’opera era scarsa e con salari piuttosto elevati, per cui quello che

poteva sembrare un limite divenne un buon motivo per introdurre nuove tecniche produttive e organizzative che

risparmiassero lavoro e aumentassero la produttività. Nascevano SPA gigantesche intorno al 1900 il Big Business

dominava la scena. Gli USA erano diventati il principale produttore mondiale di generi alimentari, materie prime,

acciaio. Insieme alla Germania erano i protagonisti della seconda rivoluzione industr. Che tolse il primato alla GB. Fra

il 1870 e il 1910 anche la popolazione cambiò con un’ondata migratoria senza precedenti.

L’immigrazione fu un fattore fondamentale nella formazione del popolo americano. Tra il 1820-60 giunsero circa 5

milioni di emigrati. Tra 1861-1910 né giunsero 23 milioni. Il primo flusso migratorio fu costituito da tedeschi,

britannici, scandinavi e irlandesi anche dotati di cultura e a volte di capitali spinti più da motivazioni politiche e


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Storia Contemporanea, basato su appunti personali e studio autonomo del libro consigliato dal docente Storia Contemporanea, Donzelli. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: l’età dell’industria, la societàe le classi, unificazione nazionale in Italia ed in Germania.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in storia
SSD:
Università: Padova - Unipd
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Padova - Unipd o del prof Lanaro Silvio.

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