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Storia contemporanea - la missione civilizzatrice di Roma

Appunti di Storia contemporanea sull'Italia e la missione civilizzatrice di Roma. Gli argomenti trattati sono i seguenti: la Chiesa e il fascismo, la tutela del costume, le trattative concordatarie, l'editto per la pacificazione religiosa della Nazione italiana del 1929.

Esame di Storia contemporanea docente Prof. E. Signori

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Il mito di Roma 51. Igino Giordani, recensendo il libro di Romolo Murri L'idea universale di Roma 52(presentato come

una “ storia della romanità universalistica dalla Repubblica dell'Urbe al

Fascismo italiano” ) e stigmatizzandone alcune posizioni (evidentemente troppo simili - possiamo notare - a quelle di

Orano e a quelle che Mussolini espose nel famoso discorso alla Camera del 13

maggio '29), 53ci introduce sempre meglio nella concezione ideale della Roma cattolica, centro di irradiazione di una

nuova/antica civiltà. Riguardo al Murri - dopo avergli rimproverato di voler troppo

arditamente conciliare l'ammirazione per il cattolicesimo con pregiudizi anticlericali, il soggettivismo con l'oggettivismo

e il Medioevo con il modernismo -, scriveva: “ Dio volesse che egli partendo dai

riconoscimenti dell'azione benefica della Chiesa, arrivi presto a leggere (o rileggere) la cattolicità con occhi puramente

romani e la romanità con occhi puramente cattolici, sino a vedere che le due stanno

come il centro (Roma) alla sfera (Chiesa)” . Se il Giordani (il quale, ricordiamolo, era un antifascista ed aveva anche

collaborato con Gobetti) poneva in qualche modo dei limiti, dei distinguo a un modo

di intendere la “ romanità” , ben piú frequenti erano nell'“ Italia” gli appiattimenti, gli abbinamenti totali fra la Roma

civile e quella religiosa. Ad esempio, al termine di un excursus sulla “ formazione

storica del laicismo” , dopo aver passato in rapida rassegna Umanesimo, protestantesimo, Controriforma, pensiero

moderno e Illuminismo, il prof. Umberto A. Padovano, dell'Università cattolica del

Sacro Cuore, concludeva l'articolo col paragrafo “ La missione di Roma” , scrivendo54:

Questo laicismo, questa separazione ufficiale da Dio e da Cristo, che nonostante i suoi amari frutti dura tuttora, e

sembra anzi in alcuni luoghi accentuarsi, per l'Italia è finita. In virtú

sopratutto di quei Patti lateranensi, che la Santità di Pio XI, Romano Pontefice, e il genio politico di Benito

Mussolini, Duce d'Italia, hanno voluto, per l'Italia e per la Chiesa. Fatto dunque

di un'importanza nazionale immensa, ma destinato pure ad avere una fecondità universale [...] Poiché Roma è stato

il centro dell'Impero antico e quindi dell'Impero cristiano; perché è il

focolare di valori universali, civili e religiosi: potrà essere nuovamente l'anima di una civiltà cristiana, forte e

pacifica [...] L'ideale che ci si presenta dinnanzi è immenso, nazionale e

universale, civile e religioso; spetta a noi Italiani, a noi Cattolici di agire fortemente per esso fino al sacrificio,

perché senza sacrificio nulla di grande si compie quaggiú, né per la Chiesa, né

per la Patria, né per la religione, né per la civiltà.

Non è difficile trovare degli editoriali dei Cinque con titoli del tipo Romanità(7 settembre '35) o Romanamente(4 ottobre

'35); ma il loro pezzo in cui viene forse piú sinteticamente espressa l'idea è La

giusta via(2 novembre '35). Sottolineato il contrasto fra un popolo italiano che camminava unanime, totalmente

compatto dietro al re e al duce, e la “ malapace di Versailles” che stava portando alle

sanzioni economiche contro l'Italia e della quale avrebbe fatto “ giustizia la storia” , si affermava che “ in un'Europa

disorientata, in un mondo oscillante sull'asse dell'equilibrio” , l'Italia aveva “ la sua

parola da dire” e un suo “ dovere di civiltà da compiere” .

Roma ha tracciato le sue strade proconsolari, veicoli ideali di un nuovo progresso tra i popoli ancora immersi

nell'oscurità della barbarie; da Roma - sede del diritto e della civiltà cristiana -

è sempre partita nel mondo, nelle ore piú decisive, la consegna della ripresa, del rinnovamento e dell'ascesa. A

questa missione storica, Roma intende rivendicarsi oggi [...] La difesa della

civiltà e del diritto, in conseguenza, merita una valutazione superiore e una obbiettività elevata; in questa

prospettiva si comprenderanno con facilità le legittime rivendicazioni dell'Italia, le

quali coincidono con quelle stesse della ragione umana e storica. Questa la via della pace. Le altre la disservono e

ne ritardano il consolidamento.

Queste citazioni appartengono al periodo di maggiore intesa fra la Chiesa e il fascismo, periodo in cui “ Roma” era

dunque il punto d'incontro - ideale e concreto allo stesso tempo - fra il temporale e lo

spirituale, per una missione che doveva perpetuarsi nel tempo al fine di evitare la distruzione di un'intera civiltà. In netto

contrasto con quanti sostenevano una separazione fra Chiesa e Stato, la

Conciliazione aveva ancora una volta mostrato come l'armonia fra le due istituzioni fosse “ arra sicura di effettivo

progresso per la Nazione e di civilizzazione spirituale nel mondo” .55

Lo Stato cristiano. Lo Stato ideale doveva avere requisiti di saldezza, ordine, autoritarismo, massima centralizzazione.

La critica aspra al parlamentarismo e alle democrazie - viste come fattore

disgregante, laicizzante ed eccessivamente liberalizzatore - ci introduce in questo aspetto della complessiva visuale

cattolica e dell'“ Italia” , aspetto che è perfettamente in linea con quanto affermava

Mussolini (le frasi del duce vengono riportate sull'edizione del 19 gennaio '37 a p. 1): “ Le democrazie hanno fatto

fallimento. Esse non sono - se ne rendano conto o no - che focolai di infezione, cellule

di bacilli e foriere del bolscevismo” ; agli occhi dei Cinque, ad esempio, le libertà democratiche moderne erano

indelebilmente marchiate col sangue della rivoluzione francese56.

La democrazia, per sua fatale legge, porta all'abbassamento della persona umana; un regime egualitario vi porta per

proposito e tendenza di programma. Esso favorisce la mediocrità e

l'inferiorità, e non si contenta di capovolgere la gerarchia dei meriti, ma la sostituisce con un'altra col vertice verso

il basso. All'origine di un regime d'eguaglianza, vi sono dei diritti stabiliti;

all'origine di un regime egualitario, vi sono delle teste mozze.

La democrazia di tipo anglo-francese non era dunque in grado di portare ad alcuna reale uguaglianza, ma solo ad un

ingannevole egualitarismo che sovvertiva le gerarchie naturali, metteva sullo stesso

piano realtà diverse, abbassava e poi appiattiva la persona, si traduceva in violenza57. Prendendo spunto da un colpo di

Stato totalitario compiuto in Brasile (indicato come “ necessario per mettere un

po' di ordine nel disordine dei partiti, da cui era irretita la vita nazionale” ) e facendo riferimento alle politiche inglese,

francese e statunitense (che sembravano preannunciare “ una sorta di totalitarismo” ,

ossia interventi e controlli sempre piú “ vasti e gravi” sulla vita economica dei rispettivi paesi), I Cinque rilevavano che

“ il capitalismo sfrenato porta inevitabilmente a una crisi sociale, da cui non si esce

che in due modi: o col controllo dello Stato sul capitale o col dominio del capitale sullo Stato” , e ne deducevano che “ i

due fronti antagonisti - di Stati democratici e Stati totalitari - sono costituiti da

due nomenclature apparentemente opposte, ma in realtà convergenti” :58

Vuol dire che, sotto due nomi, si stanno compiendo identici processi storici. E allora, se si avesse il coraggio, anche

tra le sedicenti democrazie, di chiamare le cose col loro nome, un'altra

ragione di contrasto cesserebbe: e il contrasto, se c'è, si ridurrebbe ai suoi giusti limiti, e apparirebbe nella sua vera

realtà. Ciò che semplificherebbe la soluzione.

Mentre quelle democrazie si mascheravano, dunque, i regimi totalitari avevano il coraggio di chiamare le cose col loro

vero nome, senza infingimenti demagogici e mirando a uguaglianze sostanziali, che

tenevano conto delle diverse facce della realtà e della società. Qual era dunque lo Stato che poteva a buon diritto vantare

l'attributo di “ democratico” ? In pieno funzionamento dell'asse Roma-Berlino,

facciamoci ancora illuminare dai Cinque59.

Mussolini, Hitler, Salazar, Vargas hanno l'ambizione di fare dei loro Paesi altrettante autentiche democrazie. Di

rincontro certa retorica da comizio seguita a proclamare che le vere e sole

democrazie sono i Paesi... dirimpetto, ai quali soli competerebbe l'onore di rappresentare gli interessi dei popoli

[...] Ora, vera democrazia è quella della Spagna nazionale [...] In Spagna si

difende, contro i rossi, la causa della vera democrazia.

Lo “ Stato cristiano” (che in quanto accentrato, totalitario e cattolico propugnava il vero interesse collettivo, il bene

popolare, e doveva essere quindi considerato genuinamente democratico) era in

grado di fornire quelle garanzie che i sistemi democratici parlamentari non potevano dare. In un articolo del 2 maggio

'34, sottotitolato appunto Lo Stato cristiano, si riportavano le principali

affermazioni del cancelliere Dollfuss in occasione della festa della Costituzione in Austria. Riferito il suo

compiacimento per il concordato con la Chiesa appena entrato in vigore, altre dichiarazioni

venivano sunteggiate dall'anonimo articolista.

La nuova costituzione è ispirata alla concezione cristiana [...] La nuova costituzione offre alla corporazione la piú

ampia autonomia. La nuova Austria avrà una direzione autoritaria; uomini

esperti della vita pubblica ed economica dirigeranno coscienziosi e risoluti le sorti del paese. Soltanto il Governo

avrà l'iniziativa di emanare leggi ed in tempi eccezionali verranno affidati al

Presidente federale poteri eccezionali.

Accordi con la Chiesa cattolica, corporativismo, autorità risoluta, accentramento di poteri: queste le caratteristiche

adatte per portare a “ tempi migliori nella vita sociale dell'Austria” . Idee simili erano

già state espresse in un articolo dell'anno precedente60, commentando l'avvenuto concordato col Terzo Reich

(concordato in cui si riponeva allora una grande speranza).

Quel che di buono vi è nell'idea democratica, quel che di benefico si può trovare nello stesso programma socialista,

le riforme sociali, la proprietà, il progresso della vita collettiva, non

possono essere salvati che dalla formazione di salde unità nazionali su cui domini una autorità capace di avvincere

alla collaborazione, pel bene comune, tutte le classi sociali, tutte le forze

produttive, tutte le energie del lavoro e del pensiero. Lo Stato democratico parlamentare sta cedendo il posto a

quello unitario corporativo. Noi cattolici che al bonum commune abbiamo

cercato, in tempi e tra esigenze diverse dalle attuali, e reagendo anche allora su un passato denso di errori, di

piegare le istituzioni democratiche, non possiamo essere sordi alle voci che

ogni dove si levano oggi per invocare un'autorità che ponga fine alle troppo lunghe incertezze e assicurare alla

civiltà le sue conquiste. La Chiesa ci è ancora una volta maestra [...]

Attraverso i vari concordati, che costituiscono la caratteristica e il successo dell'attuale politica vaticana, tra i quali

quello testè concluso col Reich germanico è di importanza somma, è facile

riconoscere la nuova direttiva su cui si orientano i popoli civili specialmente in Europa.

È vero che tale politica, come annotava ancora l'articolista alludendo con ogni probabilità allo scioglimento del

Centro61, implicava “ la decadenza e il ripudio di metodi cari a precedenti generazioni e il

superamento di posizioni politiche talvolta faticosamente conquistate” , ma “ la Chiesa non esita a chiedere [...] anche i

piú generosi sacrifici in omaggio a finalità superiori. E tra queste finalità non è solo

la libertà religiosa ma anche la pace e la prosperità dei popoli. A tali sacrifici, e a battere vie nuove i cattolici non

oppongono resistenza” . Fu dunque considerato inevitabile, dopo i vani tentativi di “

piegare” le democrazie all'indirizzo della Chiesa - cioè dopo non essere riusciti a realizzare all'interno di quei sistemi

politici una propria egemonia - allearsi con quelle realtà statali unitarie, corporative e

totalitarie che sole potevano garantire alla religione cattolica la riconquista di una posizione di primazia, sebbene al

momento ancora imperfetta. Solo il principio di autorità poteva, in questa visuale,

riportare la “ normalità” , concependo quest'ultima come un tipo di civiltà ove la Chiesa cattolica avesse una sorta di

monopolio - garantito dall'autorità stessa - sulla formazione dello spirito della

nazione; a queste condizioni, l'appoggio alla patria sarebbe stato totale, senza riserve, per collaborare ad una nuova

opera di civilizzazione.

Certo è che la parola autorità è quella che oggi riassume tutti i programmi di rigenerazione sociale [...] Ricordiamo

però: il successo definitivo, cioè le sorti della civiltà e la salvezza

dell'ordine sociale sono legate alla restaurazione generale e profonda dello spirito cristiano. Ed è questo l'apporto

che al faticoso ed auspicato ritorno della normalità in questo sconvolto

consorzio umano sono chiamati a dare i cattolici di tutti i paesi, sia colla loro azione individuale, sia con quella

collettiva che va sotto il nome di Azione Cattolica, sia ancora colla loro

collaborazione nel campo civile alla grandezza e alla prosperità della Patria.

Dio e patria. Era infatti grazie ad una “ concezione cristiana della Patria” , secondo padre Brucculeri62, che il pensiero

cattolico si teneva “ ben lontano” dalle “ paradossali bizzarie [le “ famigerate”

idee di Mazzini] di un cosmopolitismo miope” ; da S. Tommaso a Leone XIII, Pio X, Benedetto XV, Pio XI, tutta la

concezione cattolica era basata su un'idea di amor patrio fonte di tanti eroismi se

regolato dalla legge della Chiesa. In tal modo, nel clima infuocato delle sanzioni, di fronte all'ardore per la conquista

dell'Impero, il Brucculeri non solo ricordava la dottrina del magistero, ma adoperava

anche diverse citazioni dal Vecchio e dal Nuovo Testamento ed episodi della Chiesa primitiva (con forzature evidenti,

fra l'altro) per dimostrare la legittimità del versare il sangue proprio o altrui in nome

del particolarismo della patria, particolarismo che mai doveva essere considerato contrastante con l'universalismo della

Chiesa63. In quest'ottica - sempre secondo il Brucculeri - l'individuo offriva se

stesso alla patria per il bene collettivo, con una etica religiosa che “ per l'autorità e l'amore di Dio prescrive di amare il

prossimo come se stessi” .

Il lungo articolo si sforzava dunque di dimostrare in tutti i modi non solo la legittimità ma la necessità, da un punto di

vista cattolico, di un appoggio incondizionato alla nazione nell'ora della guerra e della

conquista; e la dimostrazione doveva andare a beneficio di chi scorgeva “ delle antinomie irriducibili fra l'universalismo

della Chiesa e il particolarismo della Patria” ; l'autore si augurava un ritorno pieno a

quella azione forgiatrice della coscienza pubblica da parte del cattolicesimo, “ in guisa da raggiungersi quella vera

società delle Nazioni o famiglia dei popoli, che è stata auspicata e promossa dai Romani

Pontefici” . Possiamo notare che, evidentemente, qualcuno aveva prospettato la suddetta antinomia, e ciò probabilmente

anche all'interno del giornale, visto che si sentí la necessità di pubblicare sullo

stesso l'intero articolo di Brucculeri che già doveva comparire il giorno seguente sulla “ Civiltà cattolica” . Ma questo

non fa che confermare che, al di là delle problematiche e delle discussioni

sotterranee, una grande compattezza esteriore reggeva sempre, in questo come su ogni altro tema di fondo; ovviamente,

è a questa solida impalcatura ufficiale e pubblica che dobbiamo far riferimento

in una ricerca come la presente (lo stesso tipo di considerazione possiamo fare per altri articoli).

Dunque, seppur in un periodo di tensione nei rapporti fra la Chiesa e il regime64, l'appoggio alle iniziative imperiali,

espansionistiche, o d'altro genere era totale, perché l'Italia era una “ nazione cattolica”

, “ restituita a Dio” , come Sante Maggi ricordava ancora nel '38 65 in occasione del discorso del duce a 60 arcivescovi e

vescovi e 2.000 sacerdoti tenutosi a Palazzo Venezia. Dopo la questione

romana, che “ era stata per il liberalismo e la loggia il comodo pretesto per il conseguimento delle loro mire

anticattoliche” , al “ settarismo demo-liberale” era “ subentrata una atmosfera di cordiale,

feconda collaborazione fra le due podestà religiosa e civile” .

In simile convergenza di mete [...] Mussolini ha accennato nel suo discorso ai frutti della Conciliazione. Ha

ricordato l'efficace collaborazione offerta da tutto il clero durante il conflitto

italo-abissino e durante la resistenza del Paese al sanzionismo ginevrino e ha ricordato “ con particolare simpatia

l'esempio di patriottismo e di italianità offerto dai vescovi” [...] Pio XI è il

Papa della Conciliazione e questo nome sarà consegnato ai posteri come uno dei piú fausti nella storia della Chiesa

e dell'Italia [...] Nel mondo, nell'Europa le incertezze sono molte, le

incognite ancor forse piú numerose. La civiltà nelle sue basi è minacciata: questa civiltà nata dall'Evangelo,

illuminata dalla luce della Chiesa e nutrita costantemente dai primi secoli dell'era

volgare col pane del suo insegnamento [...] L'unità forgiata dalla Conciliazione è il piedistallo delle nostre glorie

presenti e venture; è davvero un baluardo di difesa e un faro di irradiazione

dei principi di una civiltà che ben lungi dal suo tramonto, è all'alba di fasti piú fortunati.

Accostato all'articolo del Maggi compariva il dettagliato, lungo e trionfalistico resoconto dell'adunata di Palazzo

Venezia dal quale mi sembra opportuno stralciare qualche brano.

L'Italia, nazione totalitariamente cattolica, dà oggi al mondo il magnifico esempio di una unità integra, assoluta,

ricca di conseguenze quale non si poteva certo supporre in nessun momento

dei decenni che precedettero il Fascismo e che oggi ha riscontro soltanto, sebbene in modo imperfetto, in

pochissimi piccoli Stati che hanno posto a fondamento del loro regime

l'insegnamento del cristianesimo, la dottrina della Chiesa. In Italia oggi, la tradizione cattolica, la quale ha superato

secoli di storia in un collaudo glorioso e ricco di civiltà, informa l'anima

stessa del popolo, le sue tendenze, le sue piú nobili aspirazioni. Il lungo dissidio che solo il cuore del grande

Pontefice Pio XI assecondato dalla ferrea volontà di Mussolini, ha potuto

risolvere, aveva affinato sempre piú, nel crogiuolo d'una sofferenza profonda, lo spirito di milioni e milioni di

cattolici anelanti ad una pace atta a dimostrare quella pienezza d'intenti e di

opere, principio di una duratura grandezza, basata e costruita sull'insegnamento del Redentore, luce a tutti i popoli,

conforto a tutte le esistenze.

Si descrivevano poi il corteo dei sacerdoti recanti la bandiera della patria e i vescovi con una grande corona d'alloro.

... [vescovi e arcivescovi sono] imponenti nell'abito talare, ravvolti nel ferraiolo violaceo, con la grande croce

pastorale sul petto che taluni, e sono i piú, hanno fregiato con le decorazioni di

guerra [...] La teoria dei prelati della chiesa incede - maestosa macchia di colore che si inquadra perfettamente nella

austerità romana dell'ambiente - e fa ingresso nella sala regia, immensa,

dai cui enormi lampadari si diffonde una calda luce dorata che si intona con quella del giorno che filtra attraverso il

celeste pallido delle invetriate [...] La sala regia si presenta, a chi guarda,

un complesso quadro in cui il passato si salda armonicamente col presente [...] La massa, che massa compattissima

è questa di sacerdoti convenuti da ogni parte d'Italia per vedere il Duce

ed a lui esprimere la piú schietta gratitudine e il piú fervido entusiasmo, appare animata, nell'attesa, da una sola

fede, da un solo amore: Dio e Patria. E, a Dio, allo scoccare di mezzogiorno

s'innalza il pensiero dei convenuti, che sorti in piedi recitano l' Angelus Domini; e alla Patria ancora il pensiero

s'innalza quando dopo pochi minuti essi prorompono in una entusiastica,

prolungata dimostrazione all'arrivo del Duce [...] L'ovazione dei convenuti si innalza potente e anche dal petto degli

ecclesiastici, le cui braccia si levano romanamente e prorompe

calorosissimo, schietto, vibrante il grido: “ Duce! Duce! Duce!” .

Venivano riportati infine il discorso di Mussolini e, prima di questo, l'indirizzo d'omaggio al duce da parte di mons.

Nogara, arcivescovo di Udine, che concludeva:

Ebbene, io vi posso assicurare che, quando si tratta della gloria di Dio, del bene del popolo, della grandezza della

Patria, in una parola di ciò che è veramente buono ed utile, il Clero dà e

darà, la sua volonterosa collaborazione al Vostro Governo, perché Voi volete che l'Italia continui ad essere al

mondo intero esempio e maestra di civiltà cristiana; volete che Roma sia sede

rispettata del Vicario di Cristo. Duce! Avete vinto tante battaglie, avete vinto anche la battaglia del grano. Vi

assista il Signore, noi lo preghiamo, e Vi conceda di vincere tutte le battaglie,

che Voi sapientemente ed energicamente dirigete per la prosperità, la grandezza e la gloria dell'Italia cristiana, di

questa Roma, dove è il centro del Cristianesimo, di questa Roma che è la

capitale d'Italia Imperiale66.

Queste citazioni riassumono molto efficacemente quanto visto finora, in un impianto che si fonda su di una battaglia

ideologica e per una egemonia. L'Italia doveva essere considerata un faro, una luce

per tutti i popoli perché, grazie all'unione di due sistemi totalitari, era divenuta “ totalitariamente cattolica” e quindi di

nuovo “ cristiana” in una convergenza di mete fra potere politico e religioso,

convergenza che preannunciava con tutta sicurezza la rinascita di una civiltà: quella nuova e duratura sperata da

Mussolini67, accompagnata dalla prospettiva di una nuova civiltà cattolica che rimediasse

all'estrema minaccia del tempo presente e ponesse fine alle sofferenze lenite dalla Conciliazione. Ancora una volta, poi,

la retorica si vestiva di poesia per descrivere un evento - e una situazione che

quell'evento simboleggiava - le cui caratteristiche apparivano, agli occhi di gran parte del mondo cattolico, frutto di

meccaniche divine. Tutto ciò non poteva che far vincere ogni battaglia, di qualunque

genere essa fosse: religiosa, politica, espansionistica, economica, sociale. Non deve cosí sorprendere se, nei momenti

piú aspri di un sanguinosissimo conflitto come quello che era in corso in Spagna, si

difendeva, esaltandola, l'opera di Franco dalle accuse - mossegli dalla stampa massonica mondiale - di essere un tiranno,

un oppressore, un cattivo cattolico e “ perfino un massone” ; 68l'articolista

(A.P.), dopo aver ripercorso brevemente la vita “ esemplare” del generale, affermava: “ Se fosse massone non lo si

vedrebbe, adesso come prima e come sempre, adempiere i doveri di cristiano e di

cattolico fervente, né lo si sentirebbe parlare da cattolico, agire da cattolico, sacrificarsi da cattolico per la causa di Dio

e della Patria” . Si ricordavano poi le dichiarazioni fatte tempo prima dal “

Generale cattolico” a Salamanca.

Ecco il nostro vanto: l'onore alla Patria, la onoratezza, l'amore al popolo, un sentire cattolico profondo, ed una fede

cieca nel destino della Spagna. Nel campo religioso alla persecuzione

marxista e comunista noi opporremo i sentimenti di una Spagna cattolica, coi suoi Santi, i suoi Martiri, colla sua

giustizia sociale e colla sua carità cristiana dei passati tempi.

È facile constatare come Franco sapesse toccare le corde piú sensibili del sentire cattolico, prospettando anche per la

Spagna la possibilità di una società totalitariamente cattolica che, pur attraverso le

necessarie stragi del presente, recuperasse la “ carità cristiana dei tempi passati” e, grazie alla Chiesa, potesse di nuovo

vivere nella “ giustizia sociale” . Ecco perché l'articolo terminava dicendo che “ a

Dio piacendo, a suo tempo la verità brillerà della luce piú viva [...] Intanto per noi, e per qualsiasi animo leale, di fronte

a questo accanimento dei tristi, la figura e l'opera di Franco si nobilita e si

ingrandisce ogni giorno di piú” .

L'opera civilizzatrice di Roma. Abbiamo già accennato all'omelia - esemplificativa di tutta una serie di discorsi e di atti

concreti, e quindi di un clima complessivo del mondo cattolico - tenuta il 28

ottobre del '35 dall'arcivescovo Schuster, il quale incitava a cooperare col massimo sforzo alla “ cattolica missione di

bene” , al “ trionfo della croce di Cristo” che era in corso in Etiopia. A conquista

avvenuta e consolidata, “ L'Italia” riportava un altro discorso pronunciato da Schuster nel duomo di Milano69, questa

volta in occasione del XIV annuale della marcia su Roma; evento in cui, secondo il

cardinale, si doveva individuare “ la mano della Provvidenza di Dio, che, mentre risparmiava alla sede del "successor

del maggior Piero" e all'Italia [...] gli orrori delle settimane rosse, preparava da lungi

il concordato lateranense e disponeva gli animi alla redenzione dell'Etiopia dalla schiavitú e dall'eresia, nel

rinnovamento cristiano dell'antico Impero romano” . Allontanato il pericolo rosso, risolta la

questione romana e data dunque la giusta base alla nazione, la Provvidenza aveva guidato l'Italia verso una missione di “

redenzione” in Africa orientale, riconquistando alla fede cattolica romana un

popolo traviato da quell'eresia monofisita che era considerata il battistrada di tutte le “ barbarie” - capeggiate dall'istituto

della schiavitú - che affliggevano le popolazioni indigene. L'origine di tutti i mali

veniva come al solito individuata nel distacco dalla autorità romana, come lo stesso Schuster aveva affermato alcuni

mesi prima indicendo il “ Te Deum” di ringraziamento (su cui riferisce “ L'Italia” del 7

maggio 1936) per la vittoria sugli etiopi, inquadrati, con un audace e anacronistico salto nell'Antico Testamento, come

ancora soggetti alla maledizione di Cam ( Genesi 9,24-27) 70 fino al giorno della

liberazione cattolica.

La Chiesa Cattolica già da tanto tempo pregava, perché la paterna maledizione anticamente pronunciata contro

Cam, si cangiasse finalmente in benedizione per i meriti infiniti del Sangue di

Gesú Cristo. Parecchi gruppi di Santi Martiri e schiere di zelanti Missionari hanno tanto sofferto per redimere

l'Etiopia dalla schiavitú dell'Eresia monofisita - che è stata la prima e vera

origine di tutte le altre miserie morali che per oltre un millennio hanno oppresso quel povero popolo [...] L'Italia,

entrando in Addis Abeba, sa di essere [...] all'inizio di una vera missione di

pace e di civiltà Romana.

Oltre ai numerosi articoli celebrativi71, inneggianti ai fasti dell'Impero e ai palpitanti comunicati di guerra,

quotidianamente riportati con grande enfasi e costante fervore, vi erano scritti che si

soffermavano piú a lungo sulle premesse, sugli esiti e sui significati politici e religiosi dell'impresa. Luigi Mietta, in un

lungo articolo alla fine del '3572, analizzava alcune delle “ molte ragioni di vario

genere” che giustificavano “ l'impresa italiana in Africa Orientale” e che facevano risaltare “ piú iniquo il trattamento

verso il nostro Paese da parte della cosiddetta "Società delle Nazioni" e dei Paesi

sanzionisti” . La piú notevole motivazione era quella dell'eccedenza demografica, la quale, unita alla incapacità della

nazione di assorbire tutti i propri cittadini, aveva causato emigrazioni in massa di cui

avevano beneficiato moltissimi paesi in tutto il mondo; infatti gli italiani - notava sempre il Mietta -, adattabili ad ogni

clima e situazione, avevano portato le proprie braccia e il proprio ingegno dovunque,

facendo anche gli interessi di chi li aveva accolti. Altri popoli non sentivano invece la stessa necessità di espansione, sia

per la scarsa natalità interna che per la vastità e ricchezza del territorio e per lo

sviluppo dell'industria; l'italiano, piú povero, aveva bisogno di “ sbocchi coloniali adatti” ed era per natura “

specialmente idoneo alla colonizzazione” . Ora - continuava l'autore - non era giusto mettere

a servizio di altri le proprie energie, mentre era giusto farlo a pro dell'ingrandimento dell'Italia, una nazione per la quale

l'espansionismo era “ connaturato” alla propria “ costituzione fisica e morale” . La

reazione ginevrina veniva vista dunque come una forma di puro “ legalismo” che tendeva a stroncare la “ missione

storica dell'Occidente” (rappresentato appunto dall'Italia), e ciò a causa degli “

interessi delle Nazioni soddisfatte, congiurate ai danni del progresso e della civiltà umana” .

Cosí l'Italia, per motivi economici, demografici, geografici e morali, aveva il diritto di colonizzare, di civilizzare;

nessuno meglio degli italiani poteva farlo, perché italiano significava cattolico romano, e

Roma era sinonimo di civiltà la guerra d'Etiopia assumeva dunque un ruolo non solo contingente ma anche simbolico,

rappresentativo, come dichiaravano senza indugi - alla fine del conflitto - I Cinque.

Lo si è detto a chiara voce: la marcia dell'Italia in Etiopia è la marcia della civiltà [...] rinnovamento e

rincivilimento nel nome e alla luce di Roma italiana e cattolica [...] Quella dettata da

Ginevra è stata una sentenza che ha colpito piú che l'Italia - trionfatrice in Abissinia e vittoriosa contro l'assedio

sanzionista - la missione civilizzatrice della stessa Europa [...] L'Italia non si

smentisce né nella sua storia, né nella sua saggezza, né nel suo senso di equità. L'Europa il mondo lo riconoscano:

in Etiopia l'Italia, sta scrivendo una nuova incancellabile pagina di

conquista sociale. La sua è una genuina lezione - stupenda ed eloquente - di civiltà cristiana e umana73.

Addis Abeba è italiana. L'Etiopia è italiana [...] Il mondo - attonito e ammirato - registra e plaude: gli ostili di ieri,

tacciano [...] Il cappellano, il missionario - in prima linea e nelle terre

conquistate - crocesignato per le sue opere di pietà e di amore, ha prodigato ovunque il suo ministero consolatore, e

animatore infaticabile al sacrificio, ha riconsacrato, anche col sangue, le

terre d'Abissinia, ora aperte al pacifico passaggio dei nuovi evangelizzatori, che richiameranno quelle popolazioni

alla pace cattolica nell'ortodossia romana. La guerra è finita: combattuta

per ragioni di difesa e di civiltà - missione e vanto a diritto di Roma - termina in un'apoteosi che è quella stessa di

una giustizia compiuta e di una civiltà tutelata nei suoi elementi di vita e di

luce [...] Pace nella giustizia: pace romana [...] La missione dell'Italia non poteva, non doveva essere arrestata74.

Il sangue dei soldati morti doveva essere considerato sacro, e la terra su cui era stato versato consacrata nell'ortodossia

di Roma, quella Roma che dava la pace per mezzo della guerra, perché Dio

stesso aveva “ benedetto la nostra bandiera” : la situazione creatasi non poteva che essere definita “ giustizia” . I Cinque

potevano ritenere realizzati gli auspici che avevano espresso un mese e mezzo


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Corso di laurea: Corso di laurea in lettere moderne
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Università: Pavia - Unipv
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher melody_gio di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Pavia - Unipv o del prof Signori Elisa.

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