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Le tre guerre di indipendenza e l'unificazione d'Italia

I moti europei del '48 interessarono da vicino anche l'Italia. Le rivolte in Francia, in Austria e in Germania contribuirono alla concessione delle Carte costituzionali e alle rivolte in Italia.

Il contesto politico e le prime rivolte

Innanzitutto lo Stato della Chiesa presentava un nuovo papa, Pio IX, che concesse libertà di stampa ed amnistia. Seguirono tale esempio Leopoldo II e Carlo Alberto. Questi tre sovrani firmarono il 3 novembre del 1847 un’unione doganale che impediva d’imporre tasse sulle importazioni coi Paesi alleati. Tale unione fu proposta anche a Ferdinando II, che rifiutandola diede il via alla rivolta di Palermo, che chiedeva l’indipendenza da Napoli.

L’Austria non poté intervenire a causa del rifiuto da parte di Pio IX di far passare le truppe austriache nel suo territorio. Dopo Palermo, scoppiarono rivolte in tutta Italia tranne che nel Lombardo-Veneto, ancora sotto lo stretto controllo dell’Austria. Ferdinando II, Pio IX e Carlo Alberto furono costretti a concedere la costituzione. Nel marzo del '48 insorse anche Vienna, facendo crollare il governo di Metternich, così Milano e Venezia insorsero contro gli oppressori. Gli Austriaci furono costretti al ritiro entro il quadrilatero tra Mantova, Legnano, Verona e Peschiera. Milano passò sotto il governo di Carlo Cattaneo (Federalista - proponeva di riformare le regioni in base all’economia).

La prima guerra di indipendenza

Il 23 marzo Carlo Alberto si decise ad unirsi a Milano, ponendosi come unificatore d’Italia, anche se segretamente era accordato con le potenze europee di voler impedire la nascita di governi repubblicani a Milano e a Venezia. A Carlo Alberto si aggiunsero molti battaglioni di volontari dalla Toscana, da Roma, da Napoli, comandati dal generale Guglielmo Pepe. Ebbe così inizio la prima guerra d’indipendenza.

Ma poco dopo, Pio IX, Leopoldo II e Ferdinando II ritirarono le loro truppe dal territorio lombardo, mentre Carlo Alberto ancora puntava sull’unificazione Lombardo-Piemontese. Intanto l’esercito austriaco aveva ricevuto rinforzi dalla patria sotto il generale Nugent, che nel maggio del '48 riconquistò l’intero Veneto eccetto Venezia, e in agosto stipulò un armistizio col Piemonte che riportava sotto l’Austria tutti i suoi territori.

L'emergere di nuove leadership

Intanto a Palermo, il giorno in cui si sarebbe dovuto aprire il nuovo Parlamento, Ferdinando II attaccò la città ed imprigionò gli esponenti liberali, riportando un governo di sua fiducia e la Sicilia sotto il suo stato. La decisione assunta dal re Vittorio Emanuele II di mantenere lo Statuto Albertino, si rivelò l’appoggio più saldo, potendo anche contare sui liberalisti moderati, sfavorevole ad un imminente attacco anti-austriaco, ma profondamente legato alla conservazione della monarchia.

A tale scopo, Emanuele II proclamò Massimo D’Azeglio capo del governo, e dichiarò l’inviolabilità dello Statuto. Per sventare una rottura con l’Austria ed evitare il movimento conservatore ecclesiastico, Vittorio Emanuele, con l’appoggio di D’Azeglio, sciolse improvvisamente il Parlamento senza però rinnegare la Costituzione, e con il proclama di Moncalieri, invitò (1849) gli elettori a sostenere i liberali moderati.

Le leggi Siccardi e l'ascesa di Cavour

La vittoria di tale movimento consentì l’avvio di un regime costituzionale parlamentare simile a quelli inglesi e francesi. Nel 1850, D’Azeglio fece approvare le leggi Siccardi, le quali si proponevano di separare lo Stato dalla Chiesa allontanando ancora di più il pericolo della destra conservatrice ecclesiastica. Tali emendamenti abolivano i privilegi del clero nel diritto d’asilo e sottoponevano all’approvazione dello Stato gli acquisti di beni della Chiesa.

Grande importanza per l’approvazione delle leggi Siccardi ebbe l’appoggio di Camillo Benso di Cavour, che sostenne D’Azeglio, diventando così, prima ministro dell’Agricoltura, quindi delle Finanze. Gli obbiettivi fondamentali per la restaurazione socio-economica erano due: l’abbondanza di capitali e la libera circolazione delle merci. Nel 1852 Camillo Benso salì al governo con una manovra nota come il connubio; per spaccare il governo di D’Azeglio (liberale moderato), raggiunse un accordo con Urbano Rattazzi (anch’esso uno dei leader dei liberali moderati), così da unire le forze di centro-destra a quelle di centro-sinistra; il risultato fu che Benso ottenne la maggioranza al governo, costringendo D’Azeglio alle dimissioni ed "obbligando" Vittorio Emanuele II a dargli l’incarico di primo ministro.

Il governo di Cavour e la crisi Calabiana

Il governo cavouriano durerà ben sette anni, fino al luglio del 1859, consentendo la realizzazione dell’unità d’Italia sotto la guida del Piemonte liberale. Il momento più significativo di questa politica fu nel 1855 con la crisi Calabiana; essa prende il nome dal vescovo che quell’anno guidò nel senato un’accanita opposizione contro la legge che prevedeva la soppressione di alcuni ordini religiosi e l’incameramento dei loro beni da parte dello Stato. Vittorio Emanuele preferì appoggiare allora la nuova legislazione anti-ecclesiastica. Da ciò si giunse al principio della monarchia parlamentare, ovvero la volontà del sovrano era subordinata a quella della maggioranza dell’Assemblea elettiva.

Nel campo economico lo Stato si fece carico di iniziative fondamentali per lo sviluppo dell’imprenditoria privata. Fu creata la Banca Nazionale, alla quale fu affidata la Tesoreria generale. Protagonisti di tale sviluppo furono i finanzieri, piccoli e grandi imprenditori, che potenziavano così la forza della borghesia, che era il centro indiscusso della politica di Cavour.

Le tensioni nel Sud Italia

Ma se in Piemonte il livello sociale era in forte ripresa, in tutto il resto della penisola la crisi era sempre forte e ravvivata dai sovrani; nel Regno delle due Sicilie, Ferdinando II attuò una politica di forte opposizione contro gli esponenti liberali. Pio IX a Roma lottava per sopprimere le idee nate tra il 1846 e il '48 che promuovevano una nuova Chiesa. In Toscana Leopoldo II assunse, come Ferdinando, una manovra fortemente repressiva contro i liberali, anche se non con la stessa violenza della casata borbonica.

Nel 1857 Pisacane tentò di organizzare una spedizione al Sud, dopo il fallito tentativo di assassinare Ferdinando II, e soprattutto dopo il solito insuccesso di moto (a Palermo). Questa volta non mancò neanche l’appoggio di Mazzini, che puntava a far scoppiare la rivoluzione a Genova e a Livorno. Pisacane sbarcò a Sapri con 300 prigionieri politici da lui liberati, ma i contadini, insieme ai poliziotti, sterminarono i rivoluzionari e lo stesso Pisacane. Parallelamente a questa sconfitta, ci furono i contemporanei fallimenti a Genova e Livorno.

L'ascesa della società nazionale

Nel 1857 Cavour, dopo aver legato gran parte dell’opinione pubblica democratica conto l’Austria, diede il via alla Società Nazionale con obbiettivo l’unità dell’Italia sotto la monarchia dei Savoia. Tale società si propagò rapidissimamente, soprattutto grazie a Giuseppe Garibaldi.

Nel 1858 Orsini tentò di assassinare Napoleone III, il quale, a sorpresa, rimase molto impressionato dal suo coraggio e dalla sua richiesta d’aiuto contro gli Austriaci. A luglio dello stesso anno, Napoleone e Cavour s’incontrarono segretamente a Plombières, stendendo i punti principali di una futura alleanza. La Francia si impegnava a soccorrere i Piemontesi in caso che l’Austria avesse attaccato, quindi solo in caso di difesa. L’obbiettivo primario, quindi, di Cavour, era provocare gli Austriaci alla guerra, per creare così un regno dell’Alta Italia che comprendeva Piemonte, Veneto, Lombardia, Piacenza, Parma e la Romagna. Il 1859 l’alleanza fu ufficializzata sempre a Plombières con il matrimonio tra Girolamo Bonaparte e Clotilde di Savoia.

La seconda guerra di indipendenza

Per bloccare questa alleanza, Inghilterra e Russia si posero da mediatori, portando l’imperatore austriaco a porre un ultimatum ai Savoia, ultimatum che prevedeva il totale smantellamento delle truppe piemontesi che si stavano preparando per la guerra. Questo ultimatum pose così a Cavour la possibilità di una guerra difensiva contro l’Austria. Il 26 aprile del 1859 l’Austria, dopo il rifiuto piemontese, dichiarò guerra al Piemonte, e il suo esercito varcò il confine del Ticino, mentre le truppe napoleoniche, guidate dallo stesso imperatore, valcavano le Alpi.

La seconda guerra d’indipendenza era così nettamente a favore dei franco-piemontesi, non solo per la notevole forza dei loro eserciti, ma anche e soprattutto per gli errori austriaci e per gli aiuti dei volontari guidati da Garibaldi. Gli Austriaci si ritirarono così a Milano, rimanendo però sconfitti in giugno, quando in città entrarono vittoriosi Vittorio Emanuele II e Napoleone III. Tutta la Lombardia fu liberata e si apriva la liberazione del Veneto.

L'armistizio di Villafranca

Con lo scoppio della guerra, i sovrani di Modena, Parma e il duca Leopoldo II lasciarono i loro territori. La mobilitazione della Prussia per soccorrere l’Austria, portò la Francia al rischio di una guerra sulla frontiera del Reno. Tale rischio portò Napoleone III a concludere, all’insaputa di Cavour, un armistizio (di Villafranca) con l’Austria. Tale accordo prevedeva il passaggio della Lombardia al Piemonte, il ritorno dei sovrani spodestati sui loro troni e la nascita di una Confederazione italiana che vedeva anche la partecipazione dell’Austria.

Vittorio Emanuele accettò l’armistizio, mentre Cavour, irritato, rassegnò le dimissioni e venne sostituito da un governo Rattazzi-Larmarmora.

La spedizione dei mille e la terza guerra di indipendenza

Come tre anni prima, il principale obiettivo della democrazia italiana era il Mezzogiorno, dove dopo la morte di Ferdinando II, regnava il figlio Francesco II, che tuttavia non aveva mutato la politica del padre. Nel 1860 scoppiò un ennesimo moto rivoluzionario a Palermo che fu soffocato; in loro aiuto partì da Quarto (Genova) un contingente di volontari, 1000, che partì la notte tra il 5 e il 6 maggio, un mese dopo lo scoppio della rivolta palermitana.

La spedizione dei mille sostò a Telamone, in Toscana per rifornirsi, quindi l’11 maggio sbarcò a Marsala proclamando l’isola sotto la monarchia di Vittorio Emanuele. Al contrario di Pisacane, i 1000 furono accolti dalla popolazione con grande benevolenza. Entro il 20 giugno l’esercito borbonico fu sconfitto più volte, soprattutto grazie al contributo dei picciotti, che portarono Garibaldi a liberare completamente l’isola. Garibaldi passò quindi in Calabria, e in settembre entrò a Napoli, abbandonata da Francesco II. Infatti il progetto borbonico era la resistenza finale presso Gaeta. In ottobre Garibaldi ottenne proprio a Gaeta la vittoria finale annientando definitivamente i Borboni.

Intanto Cavour ottenne da Napoleone III il consenso di invadere lo Stato Pontificio, così l’esercito piemontese guidato dallo stesso Vittorio Emanuele occupò le Marche e l’Umbria, e s’incontrò a Teano con Garibaldi, che gli consegnò il regno appena conquistato. Il 17 marzo del 1861 la terza guerra per l’indipendenza era vinta ed il Primo Parlamento Nazionale, a Torino, salutava Vittorio Emanuele Re D’Italia.

Dal 1861 al 1876 - La destra italiana

Il giovane Regno d’Italia appena nato, si trovò davanti a questioni risorgimentali molto importanti, tra le quali primeggiava sicuramente il compimento dell’unità territoriale totale; il Regno italiano, infatti, non poteva ancora contare su Venezia, repubblica indipendente, e su Roma, sotto il papato. Scomparso Cavour, il posto di capo del Governo passò a Ricasoli, che però non seppe portare avanti la questione romana come il predecessore, così da arenarla; lo stesso re Vittorio Emanuele II, che già tentennava su questa questione, abbandonò Ricasoli, che nel 1862 fu costretto alle dimissioni, lasciando via libera al Governo al leader della Sinistra piemontese Rattazzi.

Le tensioni con il papato e l'occupazione di Roma

Questi già pensava a conquistare i due territori mancanti, e già aveva preparato eserciti volontari di garibaldini, eserciti che comunque fu costretto a ritirare, poiché né l’Austria, né l’Inghilterra, né soprattutto la Francia avrebbero assistito alla fine del potere pontificio senza intervenire. Garibaldi era già pronto per invadere Roma ed aveva portato il suo esercito in Sicilia, ma ciò provocò l’ira di Napoleone III, il quale minacciò guerra; Rattazzi fu costretto allora a dichiarare in stato d’assedio l’isola e ad inviare l’esercito contro Garibaldi stesso, che fu ferito ed imprigionato nella battaglia d’Aspromonte.

Caduto il governo di Rattazzi, a capo del governo passò il moderato Minghetti (1864), che giunse alla Convenzione di settembre con Napoleone. Quest’ultimo ritirava le truppe in difesa del papato, sostituite da quelle italiane, mentre la capitale italiana passava da Torino a Firenze. Questa convenzione, però, scatenò gravi tumulti, così il governo di Minghetti cadde; il suo posto fu preso dal generale piemontese Lamarmora, che nell’estate del 1866 diede il via alla terza guerra d’indipendenza con l’annessione di Venezia e del Veneto al Regno d’Italia.

Infatti allo scoppio della guerra fra Prussia ed Austria, l’Italia si trovò al fianco della Prussia. L’annessione di Veneto e Trentino fu comunque possibile solo grazie alle vittorie dei nostri alleati, in quanto il nostro esercito subì gravi sconfitte a Custoza e Lissa, mentre i nostri alleati prevalsero a Sadowa. Con la pace di Vienna il Veneto passò all’Italia, mentre il Trentino rimase (per ora) sotto il controllo austriaco.

Tornato nel 1867 al potere Rattazzi, Garibaldi provò una nuova spedizione contro Roma, ma questa volta Napoleone inviò le sue truppe che portarono così ad un nuovo fallimento dei garibaldini. L’occasione di rivincita arrivò il 2 settembre del 1870, quando a Sedan l’esercito prussiano rifilò a quello francese una durissima sconfitta nella quale lo stesso Napoleone fu catturato: l’esercito italiano, sotto il governo di Lanza partì il 20 settembre verso Roma ed entrato attraverso la breccia di Porta Pia, costrinse il Papa Pio IX alla fuga e portò l’annessione di Roma al Regno il 2 ottobre.

Il governo italiano cercò adesso di strappare parte del potere della Chiesa con due manovre; la prima è datata 1871, legge delle garanzie, legge che riorganizzava la vita della Chiesa dopo la fine del suo potere, la seconda, del 1874, il non expedit, impedì ai cattolici italiani di partecipare alla vita politica.

Le sfide economiche e sociali del nuovo regno

Economicamente parlando, l’Italia era ancora un Paese fortemente agricolo; la classe dirigente capì quindi che era necessaria la soppressione delle differenze tra i territori in primo luogo attraverso l’unificazione dell’ordinamento legislativo. L’Italia infatti si trovava davanti ad una totale piemontesizzazione, poiché sia i codici civili che le procedure civili e di commercio rispecchiavano fedelmente quelli sabaudi. Si cercò di creare un mercato interno stabile attraverso un nuovo sistema ferroviario che raggiunse i 2000 chilometri, concentrati però quasi tutti tra Piemonte e Lombardia. Occorreva quindi un forte investimento di capitali per portare l’Italia sullo stesso piano; l’Italia si trovò quindi ad imboccare tre strade per procurarsi il denaro necessario, ovvero l’aumento dell’imposizione fiscale, l’alienazione del patrimonio pubblico ed il ricorso al prestito (estero).

Nel 1865 fu introdotta la tassa sulla ricchezza mobile, che si aggiungeva all’imposta fondiaria e la sovrimposta comunale sui terreni. Nel 1868 toccò invece alla tassa sul macinato, la quale provocò violente sollevazioni popolari. L’alienazione del patrimonio pubblico fu avviata nel 1864 con una convenzione stipulata con la Società anonima per la vendita dei beni del Regno d’Italia. Il ricorso ai prestiti stranieri fu largamente praticato nei primi anni del regno; nel 1866 il ministro delle finanze decise l’introduzione della cartamoneta.

Il secondo grave problema del Regno d’Italia fu quello del Mezzogiorno: questo si presentava non fertile, arretrato economicamente, gravato da antichi rancori, da violenti e mai risolti contrasti sociali. All’indomani della caduta dei Borbone, si era diffuso il fenomeno del brigantaggio, capeggiato da elementi sbandati del vecchio esercito napoletano. Per sopprimere questa pecca il governo attuò manovre strettamente militari; nel 1863, una legge affidò ai tribunali militari il giudizio dei briganti.

Politicamente, il Regno italiano ereditava del Piemonte anche un sistema elettorale sul modello di quello francese di Orleans (1830), modello fortemente censitario; avevano diritto al voto tutti i cittadini di almeno 25 anni che sapevano leggere e scrivere. Per opporsi ad un governo in stile sabaudo in tutto il Regno, Farini e Minghetti proposero le autonomie locali, che tendeva a riconoscere un’ampia autonomia amministrativa a Comuni e Province.

Accanto a però questo progetto si preferì estendere in maniera definitiva a tutto il regno l’ordinamento amministrativo piemontese. Furono create 59 nuove Province, a guida delle...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher niobe di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Macerata o del prof Ventrone Angelo.
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