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Riassunto esame Storia contemporanea, prof. indefinito, libro consigliato La scienza e la politica come professione, Weber Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Storia contemporanea, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente La scienza e la politica come professione, Weber. Contenenti i testi delle due conferenze tenute a Monaco a fine anni Venti. Sono analizzati i tratti più importanti del pensiero di Weber e delle sue riflessioni sulla filosofia politica,... Vedi di più

Esame di Storia contemporanea docente Prof. P. Scienze Sociali

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L’esempio che viene subito in mente, ma che è assente in Weber, è quello di Mussolini: ai tempi della sua

militanza socialista era il direttore dell’Avanti e rimase sempre un grandissimo giornalista, un vero demagogo

nel senso weberiano del termine.

Nella sua digressione di sociologia del giornalismo politico, Weber da un lato si identifica con l’establishment

borghese che ha sempre considerato il giornalista un paria impresentabile, dall’altro però intuisce la difficoltà

di questo mestiere, vincolato da tempi ristrettissimi, da condizionamenti di ogni sorta e dal fatto che spesso

se ne ricordano soltanto le prestazioni peggiori.

4.a. La politica come esercizio di interessi.

sociologia dei partiti

“Dobbiamo prendere a considerare la natura del partito e la sua organizzazione…”

Weber affronta ora un’analisi dettagliata delle tipologie dei partiti muovendosi lungo due coordinate:

innanzitutto destra/ sinistra (ovvero partiti di centro/ partiti operai, con esclusione degli estremismi), e poi in

base alle diverse esperienze nazionali, perché nell’Europa del primo Novecento le differenze tra Germania,

Inghilterra, Italia e Francia erano molto più spiccate rispetto ad oggi.

Il discorso lo porta a delineare il profilo del “funzionario di partito”.

In un contesto democratico la politica diviene inevitabilmente un Interessentenbetrieb, “esercizio

professionale di cointeressati”, o più semplicemente

“un esercizio di interessi”

Di conseguenza i cittadini si dividono in due blocchi: una maggioranza politicamente passiva che si limita ad

andare a votare, e una minoranza attiva di politici di routine che radunano seguaci mediante arruolamento

volontario, presentano se stessi o i propri raccomandati come candidati, si procurano il denaro necessario e

si accingono a raccogliere i voti.

“Capi e seguaci […] sono elementi vitali e necessari di ogni partito. Ma varia la loro struttura”.

In poche righe Weber passa dai primi partiti con seguito puramente personale, come i Guelfi e i Ghibellini, al

bolscevismo da poco affermatosi in Russia. Il parallelismo si regge sull’osservazione che, quando in una

città della Toscana vinceva la parte guelfa, le famiglie nobili ghibelline erano espropriate di ogni bene e

diritto, esattamente come nella Russia dei soviet i bolscevichi hanno eliminato politicamente e anche

fisicamente i loro avversari.

A due anni dalla rivoluzione d’Ottobre Weber rileva il fatto che il sistema sovietico non ha applicato il

socialismo, ma un capitalismo di stato.

Segue una digressione sull’Inghilterra, che, a differenza delle nazioni continentali, mantiene un’aristocrazia

dotata di effettivo peso politico. Infatti il parlamentarismo inglese ha conservato la Camera dei Lord, che ha

carattere ereditario. Per le sue particolari vicende storiche l’Inghilterra ha convertito parte dell’aristocrazia

non direttamente alla democrazia, ma a forme di politica protoliberale, borghese e poi democratica.

4.b. Analisi storica dei partiti: dai notabili al dittatore democratico.

democrazia di massa...

L’elemento che a grandi linee unifica la storia politica occidentale è il seguente: da una fase in cui la politica

professionale è dominata dai notabili, lentamente si passa a un ruolo sempre più importante dei

parlamentari, per arrivare infine alla forma più moderna, in cui compare il leader carismatico democratico con

i suoi seguaci. Mentre la fase dei notabili si può considerare del tutto conclusa, quelle del parlamentarismo e

del plebiscitarismo democratico si intrecciano.

Oggi il sistema parlamentare italiano sta assumendo tratti “plebiscitari” sempre più marcati (pensiamo al

ruolo dei mezzi di comunicazione e dei capi carismatici), pur essendo ormai scongiurato il pericolo di una

regressione al fascismo; il discorso di Weber si colloca invece in un momento in cui la fase plebiscitaria

rischiava, come poi in effetti avvenne, di scivolare nell’autoritarismo.

Weber delinea le caratteristiche della democrazia di massa, da lui identificata con le forme più moderne

dell’organizzazione di partito:

* il diritto elettorale delle masse (poiché la caratteristica essenziale della democrazia è il voto);

* la necessità di conquistare e organizzare le masse degli elettori;

* l'assoluta unità di direzione e la rigida disciplina.

La democrazia di massa non è la democrazia tratteggiata dalla dottrina cosiddetta classica, per usare

l'espressione di Schumpeter, nonostante la retorica democratica insista sul contrario. Essa realizza alcuni

principi della democrazia “classica”, ma con un cambiamento di soggetto: nella concezione di Rousseau è il

cittadino che nella sua piena maturità si esprime attraverso il voto, mentre nelle democrazie di massa i

cittadini devono essere convinti addirittura ad andare a votare. Nell’utopia settecentesca il protagonista è il

singolo cittadino, anche perché è una democrazia pensata per l’élite ristretta dei cittadini economicamente

indipendenti e acculturati.

L’idea classica di democrazia rimane un’utopia, perché la democrazia contemporanea, pur qualificandosi

come democrazia, non segue più la strada parlamentare, ma poggia su un meccanismo che Weber chiama

“plebiscitario” e che Schumpeter definirà di voto- competizione- leadership. Nel quadro descritto da Weber i

dirigenti politici sono i grandi organizzatori all’interno dei partiti o addirittura persone esterne ad essi, capaci

di gestire un apparato e un mezzo di comunicazione.

“Diviene capo solo chi è seguito da quell’apparato, anche a dispetto del parlamento. In altri termini, la

creazione di siffatti apparati significa l’avvento della democrazia plebiscitaria”.

Osserviamo come poco alla volta si sia insinuata nel discorso di Weber la parola “democrazia”. Weber non è

partito da una definizione ideale, ma dall'indicazione di due elementi: diritto elettorale dei cittadini e necessità

di conquistarli tramite “plebiscito”.

Ha poi delineato il lento passaggio per cui la democrazia acquista tratti carismatici senza per questo

rinunciare ai tratti parlamentari. Il soggetto politico weberiano è ancora la massa degli elettori guidata da un

capo che si mantiene nei limiti del parlamento, non la piazza manovrata dai dittatori.

La storia ha mostrato che in Germania questo processo si è realizzato a scapito del parlamento e della

democrazia. In effetti, al di là delle intenzioni dello studioso, la teoria weberiana non esclude una lettura in

chiave autoritaria. Dopo la sua morte, i suoi seguaci si trovarono divisi tra una corrente liberale, poi

impegnata nell’opposizione a Hitler, e una corrente alla quale apparteneva il sociologo Roberto Michels, il

quale, affascinato dalla figura carismatica di Mussolini, ne giustificò il regime tramite categorie weberiane.

L'Inghilterra: i caucus e Gladstone.

Weber identifica con chiarezza il capo carismatico che considera tale nel primo ministro inglese Gladstone.

È sintomatico che la formazione liberale di Weber lo dissuade dal presentare come capo carismatico il

cancelliere Bismarck, personaggio storico dotato di straordinario carisma e qualità politiche, ma ostile al

parlamentarismo. Questo dimostra che Weber vuole il capo carismatico all’interno del Parlamento, non

contro il Parlamento.

Descrivendo la personalità e il successo di Gladstone, il discorso prende le mosse non dalla persona, ma da

un movimento, quello dei caucus, che mirava a estendere il più possibile il diritto elettorale tramite la

mobilitazione di piccoli gruppi di cittadini su base territoriale (nel gergo politico attuale la “società civile”).

“Ne risultò una centralizzazione di tutto il potere in mano a pochi, e, in definitiva, all’unica persona che si

trovava a capo del partito”.

Si riferisce al partito liberale, oggi scomparso in Inghilterra: inventato a partire dalla mobilitazione di base dei

cittadini, ha poi assunto una struttura burocratica distribuita sul territorio, dalla quale è infine emerso il capo

carismatico.

“Nel partito liberale l’intero sistema era sorto in funzione dell’ascesa di Gladstone al potere”.

A proposito di Gladstone Weber introduce la parola “cesaristico”: non a caso Cesare, il vincitore delle Gallie,

emerge weberianamente come dittatore in guerra e può a buon diritto essere considerato il primo dittatore

democratico.

Il capo carismatico o demagogo, selezionato in virtù della “potenza della parola”, cioè del suo potere

comunicativo, è definito

“il dittatore del campo di battaglia elettorale”

Questi si colloca “al di sopra del parlamento”, non perché elimina il parlamento ma perché quando vi si reca

riesce a imporre la propria linea. Il demagogo che abbandona il campo della competizione elettorale e

chiude il parlamento esce dall’ottica weberiana e diventa dittatore tout court. Ecco perché non si può dire

che il capo carismatico di Weber sia anticipazione consapevole di Hitler.

Gli Stati Uniti: il sistema plebiscitario, il boss, lo spoil system.

“Ma quel sistema del caucus era solo una forma attenuata a paragone dell’organizzazione americana dei

partiti, la quale portò a compimento il principio plebiscitario con particolare rapidità e con particolare

purezza”.

Weber è uno dei primi scienziati europei a studiare con attenzione il modello politico degli Stati Uniti, già

all’epoca una grande potenza economica, ma priva di una consapevolezza politica forte.

In particolare sono tre gli aspetti che lo affascinano del sistema americano:

* il meccanismo plebiscitario dell’elezione diretta del presidente, che crea il capo democratico dotato di

qualità carismatiche.

In effetti dal sistema americano sono emersi grandi personaggi, e anche nel caso di presidenti mediocri

subentra quello che Weber chiama il “carisma d’ufficio”. È un sistema verticale e molto efficiente, a

differenza ad esempio di quello italiano, orizzontale e ossessionato dal problema della rappresentanza.

* la figura del boss, l’imprenditore dei consensi elettorali che ha il suo ambiente naturale nel “mercato

dei voti”.

Il boss è colui che controlla i voti della sua zona e li organizza in modo trasparente per un determinato

scopo. Come sempre il discorso weberiano sulla democrazia è del tutto disincantato e vuoto di retorica, per

cui la democrazia è semplicemente il fatto che i cittadini vanno a votare. Inoltre Weber sa che la democrazia

ha in sé la possibilità di essere manipolata, e infatti il boss è un personaggio non sempre limpido, a metà

strada tra il legittimo imprenditore di voti e il corruttore.

Weber stabilisce una singolare associazione tra l’organizzazione di partito fortemente capitalistica e l’alto

grado di democrazia che caratterizza una paese giovane come gli Stati Uniti. Per la prima volta nella storia

della scienza politica il comportamento economico è assunto come modello per spiegare il comportamento

politico (teoria economica della politica). Weber intuisce che la logica capitalistica applicata alla

competizione elettorale (il “mercato dei voti”) è un meccanismo per razionalizzare il consenso nelle moderne

democrazie. Toccherà a Schumpeter approfondirne il funzionamento e individuarne i cardini in voto-

competizione- leadership.

* Lo spoil system (letteralmente il “sistema delle spoglie”).

È il fenomeno che accompagna il meccanismo di alternanza connaturato nella democrazia americana, per

cui il partito che ha espresso il neoeletto presidente conquista tutte le cariche principali.

Weber è il primo a cogliere questi tre aspetti del modello americano e soprattutto è il primo a suggerire, tra le

righe, che la direzione da seguire è quella. In effetti oggi tutte le democrazie si stanno assestando su queste

linee.

La Germania: la scelta tra "democrazia con un capo" e "democrazia senza capo".

la burocratizzazione dei partiti

Infine Weber analizza la situazione tedesca.

La Germania è caratterizzata dalla presenza di una forte burocrazia specializzata che ha svolto funzioni

anche politiche. Così fino alla I guerra mondiale il cancelliere tedesco non proveniva da nessun partito, ma

era un alto funzionario scelto dal Kaiser all’interno della burocrazia.

La struttura burocratica della Germania prebellica ha intaccato anche la struttura dei partiti che burocratici

non erano, quale quello socialdemocratico.

Weber è un nemico della proporzionale, che a suo avviso, oltre a ostacolare la formazione di capi,

favorirebbe una pressione diretta degli interessi rispetto alla politica.

Non è d’accordo con la proporzionale per motivi diversi da quelli che si ascoltano oggi in Italia contro questo

sistema elettorale così spesso demonizzato: di moltiplicare i partiti, e di conseguenza rendere difficile il

formarsi di coalizioni.

Si giunge così a un passaggio cruciale della visione weberiana: per spezzare la gabbia burocratica che

imprigiona la Germania è necessario che emerga la figura del capo carismatico.

“Non v’è che questa scelta: o democrazia autoritaria (Führerdemokratie) e organizzazione di tipo macchina,

o democrazia senza capo, vale a dire dominio dei politici di professione senza vocazione, senza le qualità

intime carismatiche che appunto creano un capo”.

È la frase cruciale e più drammatica di questo testo, e anche una delle pagine in cui la cultura politica

tedesca appare disarmata rispetto all'accusa di aver in qualche modo creato le condizioni per l'ascesa al

potere di Hitler. La scelta è tra una “democrazia guidata” (la “democrazia con un capo”, Führerdemokratie) e

una “democrazia senza capo” (führerlos, dominio dei Berufpolitiker ohne Beruf, i politici di professione privi di

vocazione), tra un’organizzazione di tipo “macchina” e il dominio della macchina burocratica.

Weber si affida alle qualità del capo: esprime un senso di attesa irrazionale, ma anche di drammatica

impotenza. Chi può controllare il capo? Uno dei più grandi scienziati della politica democratica, uno degli

esponenti più alti della cultura liberale non ci suggerisce garanzie, anzi si trova sprovveduto di fronte alla

possibilità di controllare in maniera istituzionale il Führer: questa è la critica più forte che possiamo muovere

a Weber.

Qui è sottinteso che il carisma sia un fatto positivo, ovvero il capo carismatico per Weber è per definizione

l’interprete della democrazia (infatti parla sempre di Führerdemokratie, non di guida in senso lato, di

Führertum).

5.a. Capo carismatico e meccanismi istituzionali.

l'ascesa del nazionalsocialismo attraverso i meccanismi di una democrazia in crisi

Il limite del ragionamento weberiano sul capo carismatico risiede nell’insufficienza con la quale viene

determinato il meccanismo istituzionale per la sua scelta e per il controllo delle sue attività.

L'unica indicazione di carattere costituzionale per il capo carismatico si riferisce alla necessità che il

presidente del Reich (eletto direttamente dal popolo) abbia qualità carismatiche.

“L’unica valvola di sicurezza per la necessità dell’autorità di un capo potrebbe aversi nel presidente del

Reich, ove fosse eletto per plebiscito e non dal parlamento”.

Weber ritiene che l’elezione diretta (che lui chiama “plebiscito”) del presidente del Reich sia garanzia

sufficiente che l'eletto abbia qualità carismatiche.

In realtà il sistema semipresidenziale di Weimar (con elezione diretta del parlamento e nello stesso tempo

del Reichspräsident), che per Weber avrebbe dovuto essere la valvola di sicurezza della Führerdemokratie,

si rivelò lo strumento attraverso cui si affermò la dittatura hitleriana. Perché?

Nel 1930 cadde l’ultimo governo parlamentare tedesco, una grande coalizione di centro-sinistra; il presidente

del Reich eletto direttamente dal popolo (Hindenburg) nominò cancelliere un democristiano senza aver

ottenuto l’approvazione parlamentare. Il cancelliere governava tollerato dal parlamento, al fine di evitare

nuove elezioni, mentre il presidente riduceva le competenze del parlamento ricattandolo con la minaccia di

scioglimento. Il nazionalsocialismo si affermò su una democrazia di fatto non più esistente.

Dunque chi nelle intenzioni di Weber avrebbe dovuto essere il capo garantista della democrazia, fu colui che

ne provocò la crisi.

5.b. Le qualità del capo: passione, lungimiranza, responsabilità.

Il Kaiser Guglielmo II

Weber traccia un identikit del tipo ideale di capo sulla base esclusivamente di caratteristiche psicologiche e

spirituali. Tre sono le qualità decisive per il vero uomo politico, cioè il capo carismatico:

* Passione.

Sachlichkeit vuol dire anche “concretezza”, ma letteralmente indica l’aderenza all’oggetto che si ha a cuore.

Qui è usato nel senso di “dedizione appassionata a una causa” (letteralmente a una cosa, Sache), “al dio o

al diavolo che la dirige”. È curioso che in un passaggio essenziale del suo discorso Weber, agnostico

dichiarato, abbandoni il codice linguistico della razionalità per adottare la metafora, tutt’altro che fredda, della

religione.

Avere passione non significa essere esagitato: il buon politico ha passione in quanto crede profondamente in

quello che fa, non perché è animato dall’“agitazione sterile” tipica dei rivoluzionari. Occorre che la passione

per la causa diventi responsabilità nei confronti della causa stessa.

* Senso di responsabilità.

È la guida determinante dell’azione politica: indica la capacità di misurare risorse e mezzi in vista della

causa. Passione e cervello devono procedere uniti, a differenza di quanto è avvenuto nelle rivoluzioni-

carnevale, caratterizzate dalle utopie e non dall’etica della responsabilità.

* Lungimiranza.

La Distanzlosigkeit è la distanza che l’uomo sa porre tra sé e le cose, la capacità di vedere lontano e quindi

di non lasciarsi influenzare dalle emozioni del momento.

Nemico mortale del politico è la vanità (Eitelkeit): cercare l’approvazione immediata, non avere il coraggio di

rischiare la solitudine e la disapprovazione che spesso hanno accompagnato i grandi politici. Vanitoso è

colui che, non avendo una vera causa a cui dedicarsi, non ha senso di responsabilità, e per questo può

portare alla distruzione sé e i suoi seguaci.

Lo strumento indispensabile del lavoro del politico è l’aspirazione al potere (Machtinstinkt): l’espressione

usata da Weber è molto forte, e richiama il piacere del potere.

Ma questa sete deve mirare al potere vero e proprio, non al semplice culto del potere; in caso contrario

l’azione politica “perde attinenza alla causa” (unsachlich wird) di cui è al servizio. Non si può giocare con il

potere e con il suo contenuto “demoniaco”. Non sembrano certo le parole dell’asettico osservatore dei fatti

politici, tanto sono intrise di tragicità: chi davvero esercita la potenza, avverte Weber, tocca nel vivo i grandi

problemi e le grandi scelte dell’esistenza umana.

Quando Weber parla del “mero politico della potenza (Machtpolitiker)”, “… che opera nel vuoto e

nell’assurdo”, dall’atteggiamento “borioso”, ma “vuoto”, allude probabilmente all’imperatore tedesco

Guglielmo II, un personaggio che gli storici giudicano fatuo, appassionato alle forme esterne della potenza,

in realtà privo di vero senso di responsabilità politica.

6.a. Etica della convinzione ed etica della responsabilità.

Quale etica?

Weber introduce ora il problema finale della conferenza:

“il problema, cioè, dell’ethos della politica in quanto causa (Sache)”

ovvero:

"quale compito essa può adempiere, a prescindere del tutto dai suoi fini? […] Qual è, per così dire, il luogo

etico ove essa dimora?"

Il politico non deve dimenticare di essere al servizio della causa (Sache) che ha scelto, e questo servizio

assume i tratti psicologici di una vera e propria fede: “sempre però deve avere una fede”, dice Weber

usando un termine forte, che oggi noi sostituiremmo con la parola “valore”.

“Quale debba essere la causa (ovvero il valore) per i cui fini l’uomo politico aspira al potere e si serve del

potere, è una questione di fede”.

Si può fare politica per la religione, per la democrazia, per l’egemonia di un popolo, ma proprio perché la

scelta tra questi valori è “una questione di fede”, lo scienziato politico, coerente al principio della

avalutatività, si astiene da ogni giudizio di valore sul fine.

Uno degli aspetti problematici della politica è la mancanza di un rapporto visibile tra il “senso originario”

(Sinn) che si dà all’azione politica e le conseguenze dell’azione stessa, tra ciò che si vuole e ciò che si

ottiene.

L’etica della politica riguarda appunto la commisurazione tra fine e mezzi.

Weber a questo punto porta un esempio negativo di giudizio di valore applicato ad un evento politico, che,

dal punto di vista scientifico, deve essere affrontato in altro modo (avalutativo). Si riferisce alla I guerra

mondiale appena terminata, nella quale i vincitori (francesi e inglesi) sostengono di aver vinto perché

"avevano ragione", e quindi dichiarano i tedeschi colpevoli dello scatenamento della guerra. Il giudizio si

estende indirettamente anche alla pace di Versailles, non tanto per aver imposto pesanti sanzioni alla

Germania, quanto per aver parlato di “colpa” della Germania stessa. Secondo Weber, quando è in gioco la

politica, non devono essere introdotti criteri morali di giudizio (come appunto quello di “colpa”).

“Ma qual è ora il rapporto reale tra l’etica e la politica?”

Si tratta di un passaggio molto importante: quale etica? che cosa vuol dire etica quando si ha a che fare con

la potenza e la violenza? La logica dell’affermazione politica e le regole dell’etica si escludono a vicenda,

come sosteneva Machiavelli quando affermava che il principe è al di sopra della morale?

etica della convinzione

Weber risponde che non si può parlare di un’etica unica per tutte le situazioni: l’etica copre ogni ambito della

vita, ma si declina in maniera diversa nei rapporti d’affari, di famiglia, di amore, di amicizia o di odio.

“Ogni agire orientato in senso etico può oscillare tra due massime radicalmente diverse e inconciliabilmente

opposte: può esser cioè orientato secondo l’etica della convinzione (gesinnungsethisch) oppure secondo

l’etica della responsabilità (verantwortungsethisch)”.

Esiste un'etica assoluta, rintracciabile ad esempio nel discorso della montagna, nel quale Gesù, esponendo i

cosiddetti consigli evangelici, invita a seguire un comportamento morale radicale. Nel Vangelo ci sono altri

esempi di etica assoluta che non ammette compromessi: la parabola del giovane ricco (“da’ via tutto ciò che

possiedi”), o il comando “porgi l’altra guancia”. Chi voglia essere coerente con il Vangelo, commenta Weber,

si asterrà dagli scioperi, non prenderà in mano armi, rispetterà il dovere della verità al punto di pubblicare

documenti a discapito del proprio paese (Weber allude qui ai rivoluzionari che nel 1918 resero noti alcuni atti

della cancelleria tedesca da cui risultava che la guerra era stata intenzionale da parte del governo).

etica della responsabilità

“Ma l’etica assoluta non si preoccupa delle conseguenze”, e come tale il politico non può farla propria. Chi

invece segue l’etica della responsabilità assume come massima: “queste conseguenze saranno imputate al

mio operato”, non scaricate sulle spalle di altri.

Quando parla di etica della responsabilità Weber sottintende che essa sia preceduta da un momento di

convincimento, ovvero che sia stato scelto un fine da perseguire e rispetto al quale misurare i mezzi; in caso

contrario si tratterebbe di puro opportunismo.

Non è una contraddizione: l’etica della responsabilità implica un’etica della convinzione, ma non viceversa.

La vera etica della responsabilità è quella in cui le convinzioni vengono commisurate ai mezzi. L’etica della

convinzione invece è unilaterale.

Anche in questo caso siamo di fronte a una concezione tipico-ideale, perché tipologicamente si tratta di due

etiche inconciliabili, ma ciò non implica che chi segue l’etica della responsabilità sia privo di convinzione..

un esempio di contrasto tra mezzi e fini

Nessuna etica può prescindere dal fatto che i fini buoni possono, il più delle volte, essere raggiunti con

mezzi sospetti o per lo meno pericolosi, o che ci possono essere conseguenze cattive non previste. Non

esiste una congruenza tra fine e mezzi, e l’etica della responsabilità ne è consapevole, mentre quella della

convinzione si interessa solo al fine, indipendentemente dalla bontà dei mezzi; l’etica della responsabilità

parte dalla problematicità del rapporto tra un fine comunque buono (o almeno sulla cui validità, sul piano dei

valori, Weber non vuole pronunciarsi) e i mezzi, comunque sospetti.

Un altro esempio di etica della convinzione è dato, secondo Weber, dall'atteggiamento assunto dall'ala

socialista radicale (detta di Zimmerwald, dal luogo in cui si era svolto un congresso socialista). Questo

gruppo socialista giunse infatti a sostenere l'opportunità di proseguire la guerra, nonostante l'orrore che

stava assumendo, pur di arrivare al risultato finale della rivoluzione, ponendo l'obiettivo della rivoluzione al di

sopra del costo umano che viene pagato per raggiungerlo. Il discorso weberiano continua segnalando come

bolscevichi (russi) e spartachisti (comunisti tedeschi) facciano leva sulla violenza, lo stesso mezzo della

destra militaristica di cui si dichiarano avversari: entrambi i gruppi applicano un’etica della convinzione,

appellandosi alla nobiltà dei propri fini, e nessuno dei due si prende carico dei costi di tali scelte.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e relazioni internazionali (POMEZIA, ROMA)
SSD:
A.A.: 2013-2014

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