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Finché è esistito un legame che si potrebbe dire “organico” tra città e campagne, cioè fino

alla metà del XIX secolo, i rapporti tra l’agricoltura, le piccole industrie e l’artigianato non

si ponevano strettamente in termini di occupazione dello spazio. L’industrializzazione è

realizzata grazie alla rivoluzione energetica, allo sviluppo delle vie e dei modi di

comunicazione, all’innovazione tecnologica. La FAO stima che un milione di ettari di terra

coltivabile venga perso ogni anno per via delle attività industriali e urbane.

La reversibilità, cioè la trasformazione di terre “industrializzate” in terre agricole, è

praticamente nulla.

Più recentemente sono gli agenti inquinanti che rendono interi spazi inadatti

all’agricoltura. Più nei paesi del Sud del mondo, le terre agricole rese inutilizzabili dalle

guerre.

In un modo meno drammatico, le trasformazioni di uno spazio di lavoro (per i contadini)

in uno spazio per il tempo libero (per i cittadini) sconfina ancora una volta nel territorio

agricolo.

La concorrenza sulle terre potrebbe essere considerata senza conseguenze visto che

l’aumento considerevole della produttività agricola dovuta all’industrializzazione

permette di utilizzare una superficie minore. Tuttavia l’impennata sconsiderata dei prezzi

dei terreni penalizza l’agricoltura e conduce all’intensificazione della produzione. Il modo

in cui una società sceglie di utilizzare le sue terre dice molte cose circa la natura di tali

scelte.

Per un superamento della questione della proprietà della terra

Le rivendicazione dei popoli autoctoni sul suolo e sul sottosuolo delle loro terre pongono

la questione dell’origine del possesso in ogni angolo della terra. Questo dilemma sembra

insolubile, a maggior ragione perché risalendo nel tempo si arriverebbe a dei “proprietari”

che non lo sarebbero, perché la proprietà non esisteva.

La funzione sociale della terra: usi e stili di vita.

Così la terra non può essere ridotta alla sua sola funzione economica, quella che sembra

esserle conferita dalla proprietà. È quello che hanno capito i movimenti di contadini che

chiedono delle terre per vivere.

Nel 1984 nasce, nel Sud del paese, l’MST ( Movimento dei senza terra) che intraprende

azioni di occupazione dei campi e lunghe marce per sensibilizzare l’insieme della

popolazione riguardo le sue rivendicazioni.

Durante le prime riforme agrarie, c’era un accordo sul fatto che l’atto di proprietà doveva

accompagnarsi a crediti, corsi di formazione e materiale. Attualmente, i movimenti di

contadini senza terra rivendicano un approccio globale che tenga conto delle condizioni di

produzione e di consumo. Via Campesina , movimento che raggruppa milioni di piccoli

agricoltori, fattori, mezzadri e contadini senza terra in tutto il mondo, ha lanciato il 12

ottobre 1999, una campagna mondiale a favore della riforma agraria.

L’accesso alla terra diventa così un mezzo per mostrare che la classe contadina può aprire

nuove vie nell’agricoltura, fuori dallo schema dominante dell’agricoltura industriale di

massa.

La terra:: un patrimonio dell’umanità.

Se l’accesso ai campi da coltivare costituisce incontestabilmente uno dei mezzi

imprescindibili per la sopravvivenza di milioni di contadini nel mondo, la sua funzione

sociale e i suoi usi riguardano anche l’insieme dell’umanità. In effetti, qualunque sia

l’avvenire delle nostre società, la terra rimane il fondamento della loro alimentazione.

Dopo le devastazioni causate da più di centocinquant’anni di industrializzazione, oggi

possiamo vedere nella distruzione dei suoli e degli organismi viventi una minaccia reale.

La terra può essere considerata come un patrimonio nella sua diversità e nella sua

ricchezza. Ma questo patrimonio può perpetuarsi soltanto se viene adeguatamente

lavorato.

Né la colonizzazione, né il mercato, né una riforma agraria nel senso stretto del termine

sono in grado di offrirlo. In fatto di proprietà, sono i contadini ad aver innovato in materia.

Dal contadino al coltivatore diretto. Storia di un assassino.

Fino all’inizio dell’era industriale tutte le civiltà del mondo erano agrarie. L’agricoltura

plasmava la cosmogonia, l’arte, gli stili di vita. Le vestigia di queste civiltà rendono conto

della grandissima diversità delle forme di organizzazione economica, sociale e politica

create dall’umanità per millenni.

Generalmente le città moderne si distinguono solo attraverso ciò che rimane delle civiltà

precedenti. I modi di vivere della modernità si differenziano poco da un paese all’altro.

Habitat, abbigliamento, alimentazione tendono ad essere gli stessi ovunque. La

liberalizzazione degli scambi che si sviluppa su scala mondiale accelera questo processo di

omogeneizzazione , senza che i popoli, nella maggior parte dei casi, abbiano coscienza

delle perdite che subiscono.

Le civiltà agrarie sono trasformate in società contadine, poi l’agricoltura è stata relegata al

rango di settore economico minoritario. Quest’ultimo sconvolgimento si è prodotto in

centocinquanta anni.

Celata sotto il termine di modernizzazione si è attuata una vera e propria estirpazione.

Eppure non sembra che i tentativi di annientamento dei valori sociali e culturali della

società contadina siano effettivamente giunti a buon fine: in tutto il mondo, nuclei di

resistenza testimoniano della vitalità del mondo rurale.

La distruzione delle società contadine

Le società contadine sono per la loro natura molto diverse tra loro perché sono la risposta

che gli uomini hanno dato ad ambienti molto vari. Generalmente vivono in un rapporto di

equilibrio con il loro ambiente ecologico e sociale. Ma la colonizzazione e la rivoluzione

industriale romperanno questi equilibri. Da dominanti che erano queste società

diventeranno dominate.

L’industrializzazione si è costruita con gli uomini e le ricchezze sottratti alle società

contadine.

In seguito alle migrazioni , i villaggi e le comunità perdono la loro vitalità. La concorrenza

esercitata dall’industria sui mestieri tradizionali porta alla scomparsa degli artigiani e

delle piccole industrie locali.

Incentrati sulla sopravvivenza del loro podere,i contadini entrano in concorrenza gli uni

con gli altri e i legami di solidarietà si allentano. Questa disgregazione sociale e culturale

si è accompagnata a una dipendenza economica dell’agricoltura contadina.

Grazia e disgrazia dell’agricoltura famigliare

Fino ad un’epoca recente, l’agricoltura traeva le sue risorse soprattutto dalla natura e non

dal mercato: la produzione autonoma di energia e di materie prime era la condizione più

diffusa. O meglio, l’autoconsumo è stata una caratteristica essenziale di un’agricoltura

famigliare, che immetteva sul mercato soltanto lo stretto necessario. Anche una certa

autonomia nell’ambito delle conoscenze e dello stile di vita rientrava tra le componenti

fondamentali di tali gruppi sociali. Alcuni tentativi, più o meno riusciti, miravano a

sconfiggere queste resistenze e, in particolare, a ridurre i margini di autonomia che

l’agricoltura contadina si era prefissata.

L’agricoltura famigliare

Le comunità e la famiglia allargata sono, in modo universale, le strutture dominanti nelle

quali si è organizzata l’attività agricola. La divisione del lavoro e le forme di sfruttamento

fanno parte dei rapporti famigliari.

La gerarchizzazione dei compiti produttivi e domestici secondo l’età e il sesso determina

l’organizzazione e la ripartizione del lavoro all’interno del gruppo domestico. Prima della

meccanizzazione e dell’applicazione della chimica all’agricoltura, la forza lavoro era

determinante per la sopravvivenza del podere: se venivano a mancare delle braccia, se non

si poteva ricorrere a una manodopera volontaria o retribuita. Il podere si trovava in

pericolo.

Gli scritti dei contadini, delineano spesso una famiglia contadina dominata dalla figura del

padre autoritario, alla quale sono sottomessi donne, bambini e braccianti. In realtà, sembra

che fino al XX secolo in Europa e ancora oggi in altri contesti, sia la complementarietà

uomo/donna a reggere l’organizzazione contadina.

Nella maggior parte dei casi, le sfere femminili e maschili sono ben definite: quella

domestica viene generalmente attribuita alla donna, ma in alcune società i compito

possono essere condivisi. E lo sono anche i lavori agricoli: allevamento e coltivazioni.

Uomini e donne sono, però, anche integrati in reti più ampie, spesso distinte,, che

comprendono il vicinato, la comunità o il villaggio. Questa socializzazione contrasta con

le costrizioni di un sconfinamento strettamente famigliare, accentuato dalla coabitazione

di varie generazioni in uno stesso luogo.

La nozione di sfruttamento, relativamente identificabile nel caso del lavoro stipendiato, lo

è meno quando l’attività si inserisce in una relazione parentale, in un’identità sociale e in

uno stile di vita.

Quando il proprietario e il suo dipendente lavorano nelle stesse condizioni, mangiano lo

stesso cibo, condividono gli stessi spazi di vita, lo sfruttamento è meno individuabile.

Nonostante i rapporti di sottomissione, la donna, i bambini, i genitori vivono spesso in

condizioni simili.

È all’interno della famiglia che si trasmettono le conoscenze, le abilità, spesso la lingua e

quasi sempre il patrimonio. I matrimoni e le successioni sono i principali modi per

acquisire e ingrandire il podere. In seno al nucleo famigliare contadino non si può parlare

di relazioni capitalistiche propriamente dette: i rapporti di produzione sono strutturati dai

legami tra consanguinei e il rapporto salariale non esiste.

Nella maggior parte dei casi, le scelte economiche della famiglia contadina sono

determinate dalla necessità di assicurare la sua stessa produzione, piuttosto che dalla

ricerca di un profitto.

La famiglia contadina: un obiettivo da distruggere

La Francia costituisce un esempio interessante per analizzare la distruzione tradizionale.

Nel 1914, l’agricoltura impiegava il 40% della popolazione attiva totale. Le due guerre

mondiali del XX secolo hanno sconvolto gli stili di vita nelle campagne. Durante la guerra

del 14 - 18 quando il 60% dei contadini fu mobilitato, le donne si trovavano spesso a

dirigere il podere. Le perdite umane rappresentavano una vera emorragia per il mondo

rurale. In compenso le tenute si ingrandirono e la situazione dei contadini che era

sopravissuti vide un certo miglioramento.

L’ideologia modernizzatrice dell’agricoltura, nata sotto il regime di Pétain, si sviluppò

dopo la guerra sotto l’impulso degli agronomi, degli economisti e del piano Marshall.

Tuttavia la politica volontaristica e l’industrializzazione delle campagne non bastava e il

cambiamento verrà apportato nel cuore stesso della società rurale: è così che la legislazione

sociale contribuirà a far esplodere la famiglia contadina.

Come primo passo, venne rotto l’isolamento delle campagne favorendo imponenti

migrazioni.

Sotto l’influenza della Jac (Gioventù agricola cattolica) una nuova generazione

“modernizzatrice” cerca di mettere in discussione il funzionamento stesso della famiglia.

Le donne lasceranno in massa l’agricoltura. Quelle che rimarranno esigeranno nuove

condizioni di vita.

Nel campo delle successioni, la funzione patrimoniale verrà distinta dalla funzione

d’impresa con una modifica del diritto di successione specifica per l’agricoltura.

L’insediamento sostituirà la successione, la competenza prevarrà sull’esperienza.

Anche se l’azienda famigliare rimane la forma dominante nell’agricoltura, ha cambiato

volto: si trova ridotto alla più semplice espressione, la coppia, o addirittura il/la

coltivatore/trice diretto/a. l’introduzione della nozione di “unità di lavoratori-uomini”

(UTH) sancisce la scomposizione della famiglia contadina tradizionale. La terminologia

impiegata traduce la prepotente entrata in scena della tecnocrazia nel mondo contadino.

Il lavoro agricolo: dal collettivo all’individuale.

Prima della meccanizzazione, il lavoro agricolo richiedeva una manodopera numerosa,

che lavorava collettivamente. Anche le prime macchine funzionavano con un forte

rapporto di lavoro manuale. La vita in campagna era scandita da tempi collettivi: arature,

semine, raccolti. La modernizzazione agricola ha portato alla scomparsa della maggior

parte delle attività collettive. Oggi, in caso di necessità, si ricorre a salariati. Spesso costoro

arrivano da fuori e non mantengono più legami di vicinato con i loro datori di lavoro. I

legami si allentano, tanto più che gli agricoltori si trovano ora più in un rapporto di

concorrenza che di complementarietà.

La donna perderà parte dei propri compiti specifici, sarà spesso profetizzata ed esclusa dal

prendere decisioni. La donna si limiterà spesso a lavori ripetitivi e avrà scarso accesso alle

nuove competenze. La donna contadina sembra che sia costretta a dedicare più tempo di

prima ai lavori di casa. Questa situazione spiega la lotta delle donne di campagna per

vedersi riconoscere lo statuto di padrona dell’azienda e di moglie di agricoltore. Anche nei

paesi del Sud del mondo, le donne hanno spesso visto degradarsi la loro condizione con la

modernizzazione. Inoltre, le migrazioni massicce dovute all’impoverimento della classe

contadina di questi paesi le lasciano spesso da sole a condurre il lavoro agricolo e

l’educazione dei figli.

Dalla terra senza contadini ai contadini senza terra.

Nei primi tempi dello sviluppo agricolo, la necessità di disporre di una manodopera

abbondante imponeva di ricorrere, in modo permanente o stagionale, a braccianti,

domestiche e altri lavoratori come complemento al lavoro famigliare. L’industrializzazione

dell’agricoltura ha considerevolmente ridotto la quantità di lavoro necessario alla

produzione. Eppure il lavoro retribuito persiste sotto due forme:

a)I lavoratori agricoli permanenti. Nei paesi industrializzati il loro numero è

costantemente diminuito con la meccanizzazione e l’aumento della produttività. Il lavoro

agricolo retribuito si è sviluppato nei paesi socialisti, con la nazionalizzazione delle terre e

la scomparsa dei contadini, trasformati in braccianti agricoli.

b) I lavoratori agricoli stagionali. La specificità dell’agricoltura (periodicità delle attività,

rischi climatici) ne hanno sempre fatto un settore che necessita di manodopera stagionale.

Tutti i paesi hanno conosciuto e conoscono tuttora migrazioni nel momento del raccolto.

La mondializzazione ha accentuato il carattere internazionale di queste migrazioni. Ai

giorni nostri i datori di lavoro reclutano la manodopera là dove costa meno.

I braccianti agricoli sono sempre stati i reietti dell’agricoltura. I braccianti agricoli hanno

sempre faticato maggiormente a coordinarsi rispetto agli operai di altri settori. Questi

lavoratori effettuano spesso gli stessi compiti dei contadini, hanno sovente le medesime

abilità, ma non sono considerati come contadini, né assimilati al proletariato.

Per i datori di lavoro, gli scarsi stipendi pagati agli operai agricoli sono giustificati dai

prezzi bassi dei prodotti,

che non permetterebbero di assicurare reddito e diritti sociali equivalenti a quelli che

vengono garantiti negli altri settori dell’economia.

Attualmente le condizioni di vita degli operai agricoli del mondo sono tra le peggiori.

Su scala mondiale milioni di braccianti agricoli,maggior parte contadini che non possono

vivere della propria terra, percorrono centinaia di chilometri per trovare di che

sopravvivere. Queste migrazioni transnazionali conducono progressivamente a una

mondializzazione dei senza terra.

Migrazioni e urbanizzazione

Radicamento e sradicamento.

Il radicamento in un territorio è per la terra, uno degli elementi su cui si fonda l’identità

della classe contadina. Nel XIX secolo, quasi il 97% della popolazione mondiale viveva

ancora nelle campagne. Tra il 1900 e il 1990, si stima che la popolazione delle città sia

passata dal 10% a più del 50%.

È in Inghilterra, con il fenomeno delle enclosures, che si sono avute le prime migrazioni

importanti. I contadini scacciati dalle loro terre hanno costituito, nelle città, il primo

proletariato industriale della storia. Il menome si è poi esteso all’Europa occidentale.

In Francia ì, questa desertificazione delle campagne, indotta dall’abbassamento dei prezzi

agricoli, dalla macchinazione, dalla concorrenza dei prodotti industriali, è avvenuta a un

ritmo relativamente lento.

La politica agricola volontaristica condotta dalla Quinta Repubblica francese si orienta, tra

l’altro, nel senso di una selezione degli agricoltori degni di restare nell’agricoltura. Così

viene definita dallo Stato una superficie minima di insediamento e viene deciso che ogni

azienda inferiore ai 15,40 ettari non avrà diritto ai prestiti agevolati del Credito agricolo.

Risultato: nel 1955, 10 milioni di persone vivevano di agricoltura in Francia: oggi ne sono

rimaste 2 milioni.

Questa diminuzione radicale degli individui attivi in agricoltura si è verificata nell’insieme

dei paesi industrializzati. La bassa percentuale di agricoltori nella popolazione attiva

peraltro considerata come un criterio di sviluppo. Molte attività dette “di mantenimento

delle aree naturali”, che rientravano nel consueto lavoro dei contadini, non possono più

essere eseguite, in mancanza di braccia. Si potrà così giustificare più facilmente l’uso di

pesticidi e di concimi chimici.

Le migrazioni temporanee o stagionali fanno parte delle strategie di sopravvivenza

sviluppate dai contadini. Già dal XIX secolo partivano verso la città, pur conservando la

loro tenuta.

Si può immaginare che con una rivalorizzazione delle condizioni di lavoro e di vita nelle

campagne questi emigrati tornerebbero naturalmente alle loro terre.

Urbanizzazione delle campagne o ruralizzazione delle città?

I rapporti che città e campagne intrattengono, alimentano dibattiti e analisi fin dall’inizio

dell’era dell’urbanizzazione. Stranamente è nei paesi del Sud della terra che si trovano le

città più grandi, con una popolazione costituita per la maggior parte da contadini

declassati. Nel Nord del pianeta invece, le città tendono a svuotarsi da individui che

vanno a insediarsi “in campagna”.

L’aspetto rurale è tra l’altro esaltato dalla moda dei giardini, dall’interesse per le vacanze

in agriturismo o dall’apprendimento delle tecniche agricole. Dopo aver svuotato le

campagne, il mondo industriale le riempie con tutto il suo malessere. Il motivo per cui

questo fenomeno è possibile nei paesi ricchi e non in quelli del Sud del globo risiede nel

fatto che nelle campagne occidentali si dispone delle stesse comodità che nelle città:

altrove è, infatti, difficile trovare acqua, elettricità, telefono, mezzi di comunicazione.

L’urbanizzazione delle campagne.

L’urbanizzazione delle campagne è stata n primo luogo culturale. Con l’apertura delle vie

di comunicazione , gli scambi città/campagna si sono moltiplicati. L’automobile, la

televisione, la scuola hanno fatto entrare gli stili di vita cittadini nelle zone rurali. Le

rivendicazioni dei sindacati agrari, che esigevano che le condizioni di vita fossero le stesse

nell’ambiente rurale e in quello cittadino, hanno contribuito all’omogeneizzazione

città/campagna.

Gli agricoltori dei paesi industrializzati sono ormai minoritari nello spazio rurale.

Quest’ultimo tende a diventare sempre più luogo di vita e di consumo.

La mobilità delle popolazioni cresce, i “rurali” vanno a lavorare nelle città, gli “urbani”

vanno a vivere in campagna. Le seconde case trasformano i luoghi di lavoro in luoghi di

villeggiatura.

Molti si congratulano per il dinamismo ritrovato delle zone di campagna, lo vedono come

l’occasione di “liquidare” finalmente una civiltà contadina ingombrante e di svilupparvi

nuovi servizi: turismo, artigianato d’arte, telelavoro. Altri lo vedono come un modo di

ridare linfa a una produzione agricola locale.

L’Europa presenta una specificità che non si trova né negli Stati Uniti, né in altri paesi

industrializzati. La sua classe contadina ha una lunga storia fatta di cultura, di habitat, di

abitudini alimentari.

I villaggi spopolati sono occupati da nuovi abitanti desiderosi di assicurarsi una “buona

qualità di vita”. I più abbienti restaurano le case rispettando la tradizione e i materiali

antichi, ricercando così un’ “autenticità” che non interessa le popolazioni locali.

Che siano permanenti o occasionali, questi abitanti potrebbero essere chiamati hors sol.

Spesso si stabiliscono in zone di piccola agricoltura, e la loro integrazione nel tessuto locale

è generalmente limitata. Il loro rapporto con l’agricoltura è quello di consumatori.

A volte vecchi e nuovi abitanti si affrontano su problemi ambientali o sociali e i conflitti

diventano l’elemento chiave delle elezioni locali. Questa “coesistenza” contribuisce a

ridurre le specificità di una comunità rurale che non è più agricola e che è sempre meno

rurale.

La “ruralizzazione” delle città

La ruralizzazione delle città può essere considerata folkloristica , quando riveste un

carattere aneddotico, o seria quando tenta di rispondere a bisogni vitali. Nelle città dei

paesi industrializzati, la moda dell’ecologia ha fatto fiorire giardini pubblici o privati,

creazione di spazi per il giardinaggio rivolti ai bambini, valorizzazione delle piante o degli

animali selvatici che vivono nelle città. Il ritorno dei giardini operai sono i beneficiari di

questi fenomeni di ruralizzazione delle città, ma con un’importante dimensione

economica.

Gli huertos orgànicos comunitarios ( giardini biologici comunitari) assicurano una

produzione e una commercializzazione alternative di prodotti alimentari: forniscono alle

popolazioni lavoro e cibo, contribuiscono anche al risanamento dell’ambiente di zone

perturbane particolarmente degradate. Nelle bidonville, alcune migliaia di persone, prima

disoccupate, coltivano ormai per il proprio consumo e per la vendita. Questi fenomeni

testimoniano del fatto che in caso di crisi si ricorre all’agricoltura, unica attività

indispensabile alla sopravvivenza dell’uomo.

Folklore e patrimonio.

Molto presto, le coltivazioni sono diventate oggetto di “patrimonializzazione”, i musei si

sono sviluppati al ritmo della destrutturazione di queste società.

La definizione del folklore che Saintyves ricorderà sarà lo “studio della mentalità popolare

in una nazione civilizzata”. È in questo contesto che viene fondato in Francia, nel 1937, il

museo delle Arti e Tradizioni popolari, in un momento in cui la società contadina francese

è in declino. Attualmente esistono in Francia “600 musei e collezioni d’agricoltura” e

un’Associazione dei musei agrari e del patrimonio rurale.

Patrimonio naturale l’insieme dei beni materiali e immateriali a carattere naturale,

culturale o architettonico che vorremmo trasmettere alle generazioni future.

A fianco degli aspetti patrimoniali e di conservazione emerge una nuova dimensione,

quella dello sviluppo economico. Il patrimonio rurale è n modo di fare soldi, le spoglie

della società contadina vengono mercificate. Si venderà natura per esempio, con parchi

nazionali, feste,luoghi da visitare, artigianato ecc.

L’unico aspetto positivo di questa operazione risiede nel fatto che, anche se deformata,

una “memoria” della società contadina viene conservata. Per i contadini che rivendicano

un’agricoltura contadina si tratta forse di un modo di ritrovare delle abilità e un modo di

riavvicinarsi alla propria lunga storia.

Che cosa rimane dei contadini?

La popolazione contadina mondiale ammonta a più di 3 miliardi, più del 96% si trova nei

paesi del Sud del globo. Anche se ridotto e indebolito, quello famigliare rimane il modo di

produzione dominante in tutte le agricolture del mondo.

Generalmente il lavoro e la ripartizione dei compiti si inseriscono in rapporto di

reciprocità, anche se spesso le costrizioni imposte dal mercato o dei progetti di sviluppo

spingono alla concorrenza e al conflitto.

Le società agricole sono state e sono tuttora oggetto di ogni tipo di rappresentazione. Loe

culture contadine sono per la stragrande maggioranza orali e loro tracce si imprimono più

nei paesaggi o nei prodotti del loro lavoro, che sulla carta.

Fin dall’industrializzazione, la classe contadina costituisce materia di dibattito ideologico

ed è stata oggetto di un duplice discorso, denigrata dai detentori dell’industrializzazione e

della modernizzazione.

Erano considerati sporchi, ignoranti, non civilizzati parole sprezzanti di Karl Marx che

traducono lo stato d’animo dell’epoca.

La società contadina fu il pupillo di tutte le ideologie conservatrici anche se – e la Francia

di Pètain ne costituisce un esempio- questi stessi conservatori hanno lavorato come gli

altri, alla sua distruzione. Dopo i tentativi di “liquidazione”la società contadina è

diventata una sfida per la società.

Siamo agli antipodi di una società che valorizza il cambiamento, la crescita, il consumo, lo

sviluppo. Infine c’è l’ultimo contributo, quello dell’agricologia, per cui le società agricole si

caratterizzano per il modo in cui si relazionano con l’ambiente naturale.

Un coltivatore diretto che converte la propria produzione in agricoltura biologica si

avvicina al contadino. Un contadino che decide d’impiegare sementi geneticamente

modificate sta per trasformarsi in coltivatore diretto. Invece un operaio agricolo che aspira

a coltivare la terra riavvicinandosi alle pratiche culturali che rispettano l’ambiente è un

“futuro contadino”. Nei movimenti sociali apparsi negli ultimi anni (via Campesina,

movimento zapatista, movimento dei senza terra) si rivendichino valori che si definiscono

contadini.

Abilità e tecniche

Storia di una spoliazione.

Per migliaia di anni i contadini hanno vissuto i cambiamenti tecnologici avvenuti

nell’agricoltura,dal Neolitico all’era industriale, e hanno saputo innovare adattandosi a

ecosistemi molto differenziati.

Fino alla metà del XIX secolo le mutazioni hanno riguardato tutti i sistemi agrari, ma a

partire della rivoluzione industriale, le rivoluzioni contadine si sono concentrate

nell’Europa nordoccidentale e in Nord America, aggravando la disparità tra le varie

agricolture del mondo.

I saperi e le abilità contadini sono stati svalutati a favore di una cultura scientifica e

tecnologica monopolizzata da specialisti.

Dai saperi contadini all’agronomia.

I saperi si trasmettevano all’interno delle famiglie, dei gruppi, delle comunità.

Per portare a buon fine la trasformazione della natura, i contadini devono possedere

conoscenze in vari settori: geografia, botanica, biologia.

Questi rapporti tra uomo e ambiente si ritrovano in quasi tutte le comunità contadine del

mondo.

Per portare a buon fine la modernizzazione dell’agricoltura, è stato prima necessario

sminuire le conoscenze degli agricoltori.

Daniel Faucher mostra come tante innovazioni, provenienti sempre dall’esterno, siano

fallite all’interno di far cambiare il mondo contadino.

Progressivamente, il sapere della terra fu trasferito dalle fattorie alle scuole e alle

istituzioni specializzate. All’inizio, il contadino fu coinvolto nelle nuove ricerche.

Tra saperi tradizionali e saperi detti scientifici, due concezioni della natura si affrontano.

Per i primi la natura si inserisce in una visione del mondo nella quale l’uomo è parte

integrante della stessa.

Per la ricerca agronomica l’uomo può separarsi dalla natura grazie alla tecnologia e

dominarla.

Il sapere è hors sol. È una delle fonti dei numerosi insuccessi degli agronomi nei loro

tentativi di trasferire tecnologie o di applicare metodi di coltura inadatti agli ambienti

presi in considerazione.

L’agronomia è certo diventato un strumento di conoscenza, ma spesso anche un mezzo

per fare profitto. Strettamente legata alle industrie agroalimentari, che spesso la

finanziano,la ricerca agronomica partecipa attivamente a un processo di deterioramento

dei sistemi agrari.

I legami sempre più stretti che uniscono le industrie ai centri di ricerca agronomici fanno

della maggioranza dei ricercatori gli alleati delle politiche di distruzione della società

contadina.

Alcuni agronomi, in particolare quelli che lavorano sul campo, sono divenuti consapevoli

dei limiti della loro scienza e dei rischi che fanno correre agli ecosistemi. Riconoscono

l’importanza dei saperi contadini e la necessità di unire ricerca agronomica e conoscenze

tradizionali. Ma rimangono minoritari nel loro settore.

Avete detto progresso?

La modernizzazione dell’agricoltura si caratterizza per un’industrializzazione disuguale

dei processi di produzione e di trasformazione. Si farà, soprattutto nella sua ultima fase, a

tappe forzata nei paesi del Nord del pianeta. Questi, hanno preso coscienza che la loro

supremazia sul mondo non avrebbe potuto essere totale se non avessero controllato la

produzione alimentare.

Il ribasso dei prezzi agricoli sarà la prima causa dell’esodo rurale, il che ha permesso di

ripartire su una popolazione in calo redditi in ribasso. È stato necessario poi ridurre i costi

di produzione aumentando la specializzazione, la meccanizzazione, la “chimicizzazione”,

l’utilizzo della genetica, tutti imposti ai contadi che non hanno avuto voce in capitolo.

Dumont parlava della modernizzazione delle campagne come di un “arretramento

irrazionale”.

Dalle diversità alla specializzazione.

La specializzazione nell’agricoltura si è sviluppata su scala globale. Prima regionale,

prima nazionale, oggi è diventata internazionale. Lo sviluppo dei trasporti ha trasformato

il contadino, in dispensatore di qualche prodotto per il mercato.

La specializzazione ha contribuito ad accentuare le disuguaglianze tra contadini.

Con essa, intere regioni si dedicheranno alle monoculture, con il malcelato scopo di

aumentare i redimenti.

In numerosi regioni gli equilibri degli ecosistemi dipendono dalla complementarietà tra

coltivazione e allevamento (policoltura- allevamento) o dalle combinazioni di colture.

Questo permette di mantenere la fertilità dei suoli a minor costo, di lottare contro la

maggior parte delle malattie, di garantire al contadino una determinata sicurezza.

Nell’agricoltura tradizionale c’era un’ampissima varietà di produzioni e di specie.

In Francia negli anni Settanta in seguito ad un accordo concluso con gli Stati Uniti, le

coltivazioni di foraggio tradizionalmente destinate a nutrire il bestiame furono sostituite

dal mais e dalla soia. Il mais da insilamento, frutto di un seme ibrido che l’agricoltore deve

comprare ogni anno, diventò la panacea in materia di alimentazione delle mucche. Intere

regioni si specializzano in questa produzione, provocando danni ambientali considerevoli.

Il paesaggio punteggiato di siepe e alberi diventa una pianura tetra. Risultato, i suoli si

erodono sotto l’azione del vento e della pioggia, perdendo i minerali e la materia organica

che costituiscono la ricchezza del suolo.

Dall’altra parte dell’Atlantico la monocultura della soia si traduce in una deforestazione

selvaggia e distruzioni considerevoli dei suoli.

Dal lavoro umano alla meccanizzazione.

Le campagne si svuotano dei loro uomini e si riempiono del rumore delle macchine. La

meccanizzazione ha anche considerevolmente aumentato la dipendenza energetica

dell’agricoltura. Con la macchina ricorre un’energia non rinnovabile,a prezzi che non

controlla.

Per tanto tempo i contadini hanno costruito i propri attrezzi e per molto più tempo li

hanno riparati e il fatto che vivessero vicini permetteva ai contadini di intervenire sulle

modifiche tecniche. Con la meccanizzazione, perderanno questo controllo.

Passare dal lavoro con i cavalli, praticato fin dalla notte dei tempi, alla trazione

motorizzata è un grande sconvolgimento. Rispetto al lavoro a mano è un miglioramento

considerevole. Il parco macchine agricole continuerà a svilupparsi. I fabbricanti si

sforzeranno di far svolgere il maggior numero di compiti agricoli alle macchine e

lavoreranno senza sosta per perfezionarle.

Se i rendimenti a breve termine aumentano in maniera esponenziale, queste macchine

condurranno a lungo andare a un indebolimento della protezione dei suoli e delle colture:

le attrezzature sempre più pesanti compattano i terreni; possono danneggiare le piante e

spesso non permettono più di recuperare i sottoprodotti dei raccolti.

Dai prodotti naturali ai prodotti chimici

L’industria chimica penetrerà in due settori della produzione agricola: la fertilizzazione e

la lotta contro malattie e parassiti delle piante e degli animali.

All’indomani della seconda guerra mondiale, le industrie chimiche legate all’armamento

sono alla ricerca di una riconversione e l’agricoltura ne offre un’opportunità.

Benché abbiano beneficiato relativamente poco della meccanizzazione agricola, i paesi del

Sud del mondo sono stati largamente incoraggiati a utilizzare prodotti chimici. La

rivoluzione verde, che si è sviluppata negli anni Sessanta, esigeva l’importazione di semi,

concimi, pesticidi, erbicidi, aumentando così la dipendenza di questi paesi. Di fatto, i

benefici per le multinazionali saranno enormi. Quanto ai contadini, arriveranno al punto

di non sapere neanche più cosa mettono sulle loro terre, cosa danno alle loro bestie.

Nei paesi del Sud del globo, la “chimicizzazione” solleva problemi ancora più gravi.

Spesso i contadini non hanno accesso alla composizione dei prodotti e il Terzo Mondo fa

da “immondezzaio” per concimi e pesticidi vietati nei paesi del Nord del pianeta. Le

conseguenze ecologiche di questa diffusione mondiale di decine di migliaia di sostanze

chimiche nella natura si fanno sempre più sentire.

Dalle sementi contadine agli OGM.

Tradizionalmente, il contadino ha praticato un lavoro di selezione delle proprie piante,

conservando le sementi migliori per utilizzarle l’anno successivo. All’inizio del XIX secolo

i gentlemen –farmers inglesi cominciano a mettere in pratica le prime selezioni di semi

delle piante.

Nel XX secolo, la comparsa della tecnica detta degli “ibridi” costringe l’agricoltore a

comprare dall’industria i semi che prima produceva autonomamente. Il potere dei

contadini ormai viene considerato un “privilegio”. La maggior parte degli aiuti per gli

agricoltori, in particolare quelli europei, è condizionata dall’utilizzo di sementi

“perfezionate”, ovvero provenienti da industrie sementifere.

Con l’introduzione dei “semi ad alto rendimento”, l’impoverimento genetico dei paesi sia

del Nord che del Sud è cresciuto. E ciò aumenta in proporzione la dipendenza dei

contadini nei confronti dei fornitori di sementi e sostanze chimiche. L’arrivo delle sementi

perfezionate, ibride e commerciali,ha spazzato via tante produzioni agricole minori che

permettevano alle regioni di colmare i tempi morti tra i raccolti.

La tappa successiva è lo sviluppo di organismi geneticamente modificati (OGM) dalle

biotecnologie. Il lancio sul mercato, nel 1994, dei primi prodotti nati dall’ingegneria

genetica, è stato preceduto da vent’anni di ricerca, e ciò spiega le pressioni che le aziende

esercitano per garantire la redditività di tale investimento. La tecnica di fabbricazione

degli OGM si basa sull’inserimento nella pianta di un gene che le conferisce particolari

qualità. Fino ad ora la maggior parte delle modifiche genetiche ha riguardato piante in

grado di resistere agli erbicidi o ai pesticidi.

Per gli agricoltori la dipendenza cresce, visto che devono comprare a caro prezzo sia le

sementi che le sostanze che le accompagnano.

Quanto alle biotecnologie, esse permettono alle industrie produttrici dei semi e a quelle

chimiche di completarsi per ampliare il mercato. Nel complesso queste tecnologie

provocano l’impoverimento genetico, perché causano una riduzione considerevole delle

varietà coltivate e lavorate.

Per i contadini significa: più dipendenza, costi più elevati, impoverimento genetico,

aumento dei rischi sanitari e ambientali. Inoltre, la “biopirateria”, i “furti” commessi dalle

imprese che privatizzano specie naturali, costituisce una minaccia per il futuro della

biodiversità.

Dai prodotti della fattoria agli elementi funzionali.

Tradizionalmente, gran parte dei prodotti agricoli veniva trasformata dal contadino stesso:

abbattimento degli animali, preparazione di conserve, trasformazione dei prodotti

latticini- caseari, essiccatura.. Le industrie alimentari, sotto forma di piccole unità, si sono

prima insediate in zone rurali, assicurandosi così un accesso immediato alle produzioni

agricole. Poi i fenomeni di concentrazione hanno fatto sparire le industrie.

Attualmente l’industria agroalimentare è diventata una delle più potenti del mondo.

L’industrializzazione in campo alimentare comporta una sempre minore persistenza del

prodotto agricolo d’origine in quello confezionato finale.

Quasi tutti i prodotti che fanno da materia prima per le industrie agroalimentari sono

oggetto di prescrizioni normative.

Per gli agricoltori sotto contratto, ogni deroga alle norme imposte si traduce in perdite.

L’alimentazione industriale fa perdere agli alimenti le loro qualità nutritive.

Le conseguenze dell’industrializzazione dell’agricoltura.

Numeri forniti dalla FAO durante la seconda metà del XX secolo la produzione agricola

si è moltiplicata per 2,6 ma con disuguaglianze fortissime.

“Vincitori” e… “vinti”.

Se la percentuale della classe contadina nella popolazione tende a ridursi con lo sviluppo

economico, è anche perché gran parte dei compiti che i contadini intraprendevano è stata

assorbita dal comparto agroindustriale. In realtà interi settori, vivono di agricoltura.

Sarebbe un vero e proprio terremoto economico se questa scomparisse.

I contadini sono in realtà dei grandi “vinti”. Le condizioni di lavoro dell’agricoltore

modernizzato sono spesso diventare più faticose di prima: profonda solitudine, giornate

di lavoro più lunghe per garantire la maggior redditività possibile dell’attrezzatura,

comparsa di nuove malattie professionali (in particolare derivate dall’uso delle sostanze

chimiche), incidenti sul lavoro legati al materiale, intensificazione dell’attività…

La lettera di Lee condensa quello che hanno subito e subiscono tuttora i lavoratori della

terra in tutto il mondo: indebitamento, incertezze riguardo al futuro, assenza di

prospettive, pressioni molteplici esercitate dai tecnici, finanzieri, mercati, multinazionali.

Le conseguenze per l’alimentazione.

Il fulcro della propaganda delle industrie alimentari è rappresentato dall’igiene e dalla

salute. I prodotti trasformati nella fattoria, che avevano nutrito generazioni di uomini e

donne, sono diventati sporchi per la salute. Alcune malattie esistevano precedentemente,

ma sono stati l’intensificazione della produzione e lo sviluppo degli scambi a trasformare

tali patologie, tutto sommato banali, in catastrofi. Le condizioni dell’allevamento hors sol

sono propizie alle malattie che vengono eliminate soltanto con l’uso massiccio di

antibiotici e farmaci, che finiranno poi nel piatto del consumatore. I consumatori pagano

con la propria salute un’alimentazione a basso costo.

Nei paesi del Sud del mondo, le industrie alimentari hanno soprattutto tentato di creare

un mercato modificando le abitudini nutritive della popolazione. (ad esempio caso

Nestlè).

L’alimentazione “all’occidentale”impone, in particolar modo nelle città, riducendo così gli

sbocchi delle produzioni locali.

Le conseguenze per l’ambiente.

Gli inquinanti chimici si trovano nell’aria e nell’acqua. Gli effetti già conosciuti dei

pesticidi incidono sul sistema riproduttivo umano.

Quanto alle monoculture, impoveriscono o addirittura distruggono i suoli e

contribuiscono al depauperamento genetico del pianeta. Anche l’irrigazione ha

conseguenze spesso catastrofiche. Ma nell’ultimo secolo le tecniche moderne si sono

sviluppate attraverso le costruzioni di dighe e la deviazione di corsi d’acqua. Inoltre il

petrolio a buon mercato ha reso possibile la diffusione generalizzata di pompe sempre più

potenti che esauriscono progressivamente le falde acquifere sotterranee.

Dai benefici della “routine”.

Come abbiamo visto, il contadino è stato, ed è a tutt’oggi, specialmente nei paesi del Terzo

Mondo, definito “abitudinario”. In effetti è proprio grazie a loro che la biodiversità ha

potuto conservarsi in tanti luoghi del pianeta, che saperi e pratiche colturali hanno potuto

trasmettersi. La “routine” è una vera e propria forma di resistenza. Per Daniel Faucher, il

primo a definirla “si tratta di una forma di resistenza passiva che si ostina nelle pratiche

abituali, qualunque sia la forza degli argomenti che le si possa opporre. È un rifiuto di

accogliere, una sorta di occlusione dello spirito.

Gli agroecologi si sono appoggiati sui contadini sovente marginalizzati.

L’ambiente, ovvero gli equilibri degli ecosistemi, si trova gravemente minacciato. I

contadini perdono il proprio impiego, l’alimentazione del pianeta non è assicurata, la

salute di quelli che riescono a mangiare è in pericolo. Generalmente si vanta “l’efficacia”

dell’agricoltura industriale che permette di produrre molto, e a basso costo. Se ci si

accontenta della produttività apparente l’agricoltura industriale è più “efficace”. Se però si

introducessero altri fattori, specialmente l’energia, le unità di risorse chimiche o il

rinnovamento degli agroecosistemi, si giungerebbe a risultati molto diversi. Con la crisi

ecologica del nostro pianeta, queste considerazioni sembrano indispensabili. Purtroppo

non succede. I paragoni tra agricoltura industriale e tradizionale vengono sempre istituiti

in base a criteri puramente economici: scarti di produttività, rendimenti. Il “resto” cioè la

vita della gente, le culture, non viene mai considerato. Se si tiene conto dell’insieme delle

risorse, l’agricoltura tradizionale è più produttiva di quella industriale.

In effetti, i sistemi classici utilizzano la complementarietà delle colture e se anche ogni

singola quantità prodotta è bassa, la produzione totale è spesso superiore nei casi di

policoltura rispetto ai casi di monocoltura.

IV PRODUZIONE E SCAMBIO.

Dall’autosussistenza al mercato globalizzato.

Unica attività indispensabile alla vita, la produzione agricola è al centro delle strategie

vitali per l’umanità, per alimentarci abbiamo bisogno di organismi viventi: di piante e, in

misura più ridotta, di animali.

La fine dell’autosufficienza.

Oltre alle coltivazioni alimentari, il contadino si occupa anche di quelle di rendita.

Originariamente, gli scambi contadini erano fondati sul baratto, poi il denaro si è imposto

e i “mercanti” sono diventati intermediari indispensabili.

Tutte le politiche condotte fin dagli anni Ottanta, “liberalizzazione” dei mercati,

programmi di adeguamento strutturale della Banca Mondiale e del Fondo Monetario

Internazionale, ingresso dell’agricoltura nell’Organizzazione Mondiale del Commercio,

hanno contribuito a distruggere l’autonomia dei contadini e delle nazioni.

Con la specializzazione, alcune terre sono state interamente dedicate alla coltivazione per

la vendita. Le monoculture sono in concorrenza con i prodotti alimentari in termini di

risorse (terra, acqua) e di lavoro. Ciò che vale per un contadino vale anche per un paese e

la capacità di nutrire la propria popolazione, di essere autosufficiente, è garanzia di

autonomia. Autonomia come il fatto di poter scegliere quello che produce e , prima ancora

di produrre ciò che gli permette di nutrirsi.

I produttori che riescono a beneficiare di prezzi garantiti lavorano con un rischio

largamente inferiore. Un paese che può imporre i propri prodotti e i propri prezzi a un

altro è sicuro di conquistare i mercati locali.

La dipendenza esiste anche per quelli che esportano,perché devono assolutamente

vendere le proprie eccedenze: così il 25% del reddito agricolo degli Stati Uniti proviene

dalle esportazioni. I paesi del Sud del mondo dipendono anche in misura maggiore dal

proprio export. È con la colonizzazione che i paesi dominati hanno perso il sistema di

autosussistenza che li caratterizzava. Le coltivazioni di rendita allora insediate, hanno in

gran parte determinato le dipendenze alimentare nella quale questi Stati si trovano

attualmente.


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ninja13

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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Storia contemporanea per il corso del professor Bevilacqua con analisi dei seguenti argomenti: il ritorno dei contadini, i contadini e l'agricoltura in età contemporanea, l’avvento della concimazione chimica e delle macchine in agricoltura, lo svuotamento delle campagne in Europa e Stati Uniti nel corso del Novecento, l’eliminazione del latifondo, i contadini del Sud del mondo.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in storia medievale, moderna e contemporanea
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ninja13 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia Contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Bevilacqua Piero.

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