Il ritorno dei contadini
La terra sacra
Per millenni, le società hanno avuto con la terra un rapporto mistico e religioso. Il mito della Terra-Madre si ritrova in numerose civiltà. Spesso sono stati stabiliti legami tra la fecondità delle donne e la fertilità delle terre. Nella maggior parte delle società tradizionali, la terra appartiene agli dei e agli antenati. Tutto quello che capita alla terra capita ai figli della terra. Visione cosmologica induce delle relazioni particolari tra l’uomo e la terra.
Madjarian ne spiega le caratteristiche: legame concreto, l’indissolubilità, l’indipendenza, mediatore sociale, comunitario e religioso, assunto dalla terra. Il carattere sacro della terra induce rispetto e deferenza. Buona parte delle pratiche di coltivazione, oggi chiamate ecologiste, delle società tradizionali è spiegabile alla luce di questo rapporto. La valorizzazione delle terre fa parte degli obblighi ai quali sono sottoposti coloro che le ricevono.
Nascita della proprietà: la terra come mezzo di produzione
È stato lungo il processo che ha portato all’emergere delle condizioni sociali e politiche per la comparsa di una proprietà privata dei terreni. In molte società antiche il termine stesso di “proprietà” non esisteva. Per molto tempo una parte della terra è rimasta “bene comune”. In Inghilterra furono le leggi di enclosure, che li fecero scomparire tra il Settecento e la metà dell’Ottocento. Quattromila leggi furono promulgate allo scopo di recintare le terre e permettere la loro appropriazione privata.
La nozione di proprietà presuppone una dissacrazione della terra. A partire da questo momento acquisterà un valore d’uso (o piuttosto “abuso”) e soprattutto un valore di mercato. L’appropriazione privata delle terre contribuirà ampiamente all’allentamento dei legami di solidarietà che univano i membri di una stessa comunità. Finché le tecniche agricole costringevano gli uomini a lavorare insieme, questi legami perduravano. Poi la concorrenza per i terreni è diventata un argomento di divisione e di conflitto in tutte le campagne del mondo.
La dimenticanza della terra delle sue caratteristiche non mercantili si trova all’origine di alcune delle catastrofi ecologiche che conosciamo. Esiste un legame diretto tra lo stato della terra e l’uso che se ne fa.
La proprietà come ideologia
La questione della proprietà costituisce da tempo materia di dibattito. Questa nozione si è evoluta nel corso del tempo e non riveste lo stesso carattere in tutte le società. La “proprietà comunale”, nel senso di un uso comune ai gruppi sociali, sussiste in numerosi paesi d’Africa, d’Asia o d’America Latina. L’appropriazione privata di queste terre costituisce a tutt’oggi una questione essenziale.
Per i marxisti, la proprietà fondiaria è una delle forme dell’appropriazione privata dei mezzi di produzione. Tale analisi ha condotto la maggior parte dei paesi detti socialisti a nazionalizzare le terre allo scopo di eliminare questo “rapporto borghese” e a trasformare la “proprietà privata” in “proprietà pubblica” o di “Stato”. Tale distruzione della piccola proprietà di famiglia ha avuto conseguenze spesso catastrofiche per la produzione agricola. A Cuba, con la rivoluzione del 1959 ha provocato immediate carenze alimentari, le quali ancora oggi non sono state eliminate.
La questione della proprietà, tuttavia, è anche stata utilizzata per difendere i valori stabiliti. Da questo punto di vista, la Francia fa scuola. Jean-Luc Mayaud lontano dalle perturbazioni e dalle tentazioni della città, il contadino è capo nel suo mondo, capo della famiglia e capo del podere. È indipendente perché è proprietario e non può rinunciare alla sua libertà finché mantiene la sua proprietà.
Nel 1983, in Iran, il Consiglio costituzionale argomentò sul fatto che “la religione considera sacra la proprietà privata” in modo da annullare alcune leggi che davano ai contadini le terre delle grandi tenute. Si è passati all’era della proprietà sacra.
Lambert per lui quelli che chiamava i “contadini-lavoratori” non dovevano far causa comune con i grandi proprietari, ma unirsi ai proletari. Se prima ci si appropriava delle terre con gli uomini che ci vivevano, oggi lo si fa con l’insieme degli organismi viventi che vi si trovano. Così la nozione di proprietà privata applicata all’agricoltura raggiunge la sua fase ultima, perché ingloba la terra, gli uomini e tutti gli ecosistemi.
L'appropriazione della terra
La proprietà della terra è ripartita in modo disuguale nel mondo. Si stima che in America Latina i due terzi dei terreni appartengono all’1,5% dei proprietari. In Africa l’insieme delle proprietà dei tre quarti dei contadini rappresenterebbe soltanto il 4% della superficie complessiva. Il numero dei contadini senza terra continua ad aumentare: oggi sono intorno ai 500 milioni.
La disuguaglianza risiede anche nelle dimensioni delle proprietà. Bisogna anche distinguere tra proprietà e podere, perché numerose terre accaparrate non vengono lavorate. Fonte di alimenti, di lavoro, di reddito, la terra è oggetto di lotte e di conflitti. Ancora oggi si muore per essa: centinaia di contadini vengono assassinati ogni anno in tutto il mondo in conflitti fondiari.
Concretamente esistono soltanto tre modi, oltre all’eredità ovviamente, per appropriarsi di nuove terre: la colonizzazione, la riforma agraria e il mercato.
La colonizzazione
La colonizzazione è l’esperienza in tutti i popoli che si sono insediati in terra straniera. Dal Neolitico ai giorni nostri, questa pratica è stata generalizzata sulla totalità del pianeta. Il termine colonia è un prestito dal vocabolario latino colonia che significa “proprietà rurale” ma anche insediamento di una zona controllata da Roma. Con le spedizioni europee in America Latina, Asia, Africa e Oceania, la colonizzazione ha assunto un’importanza senza precedenti. Il conseguente accaparramento delle terre ha tratto la propria legittimità esclusivamente dal diritto del più forte.
In Africa, America, Asia e Oceania, le strutture agrarie sono state modellate durevolmente dalla colonizzazione. L’indipendenza non ha sempre portato al recupero delle terre da parte degli autoctoni. Nei casi di sterminio delle popolazioni (Stati Uniti, America Latina, Asia e Oceania), i proprietari coloni hanno definitivamente acquisito i diritti sulle terre. Altre volte, l’argomento dell’efficienza è stato usato per perpetuare le proprietà coloniali. Molte piantagioni di prodotti tropicali sono nate da questo processo.
La colonizzazione è lungi dall’essere solamente un’esperienza del passato: ne esistono forme contemporanee. Un esempio di “spoliazione metodica” è quello della politica agraria condotta dallo Stato di Israele nei confronti della popolazione palestinese. La terra, e stranamente la terra agricola, è diventata un elemento chiave sia reale che simbolico.
Può anche esserci una colonizzazione “interna”. Così nel 1970 la dittatura militare brasiliana decise di “colonizzare” l’Amazzonia per rispondere alla crisi agraria del Nordeste. La colonizzazione privata sostituì rapidamente la colonizzazione pubblica, facilitazioni fiscali furono concesse alle grandi aziende, che intrapresero lo sfruttamento delle foreste e l’allevamento estensivo. Le conseguenze ecologiche e umane sulle popolazioni autoctone sono giudicate catastrofiche.
Nella colonizzazione è la terra come mezzo di produzione, ma soprattutto come territorio, che diventa un elemento chiave. Qui, l’attività agricola serve da supporto a una dominazione politica. Si accompagna sempre ad un abuso della terra: monocolture nei casi di colonizzazioni antiche, abusi dell’acqua, distruzioni di coltivazioni (Palestina), devastazioni ecologiche (Brasile, Indonesia). Ci si può legittimamente interrogare sui diritti che hanno tali coloni sui terreni che distruggono.
La riforma agraria
Riforma agraria: si tratta prima di tutto di una giustizia sociale. La necessità di una riforma agraria si fa sentire quando la disuguaglianza è troppo forte nella ripartizione delle terre o quando esistono terreni in stato di abbandono suscettibili di essere lavorati.
Ogni riforma agraria presuppone l’esistenza di un’autorità amministrativa e di una legislazione in grado di stabilire o di modificare il diritto di proprietà. Nel corso dell’ultimo secolo c’è stato un numero considerevole di processi di riforma agraria. Quasi tutti sono falliti.
La prima riforma agraria del XX secolo ha avuto luogo in Messico, in seguito alla rivoluzione del 1910. La ley de ejidos sancisce la “proprietà sociale” della terra che viene redistribuita in modo comunitario a gruppi di contadini, nel tentativo di riavvicinarsi alle forme ancestrali di appropriazione della terra. La legge di Riforma agraria del 1992, elaborata sulla scia della firma del NAFTA (North American Free Trade Agreement, Accordo di libero scambio nordamericano), sancisce la fine della redistribuzione delle terre e la privatizzazione del ejido.
Altre riforme agrarie, principalmente nei paesi del Sud del mondo, hanno fatto seguito ai processi di decolonizzazione. Quasi sempre hanno agito in una duplice prospettiva: quella di segnare la fine della proprietà coloniale (si è parlato di “restituzione”) e quella di gettare le basi di un nuovo “sviluppo”.
Le riforme agrarie si sono sempre trasformate in uno strumento al servizio dello “sviluppo economico”. Questo spiega perché sono fallite. Raramente rispondono ai bisogni della società contadina. Si sono limitate ad assicurare il più fretta possibile al comparto agricolo un eventuale profitto accaparrato di altri settori. Questi insuccessi aprono una questione: sapere se si può separare la proprietà della terra dal suo uso e dai suoi utenti.
Il mercato
Con la proprietà privata si è costituito un mercato della terra che è stato sempre fortemente regolamentato. La Banca Mondiale farà ricomparire la Riforma agraria che in alcune istituzioni era scomparsa, la fa comparire sotto una nuova formula, la “riforma agraria assistita dal mercato” sia nei paesi in cui vengono realizzati dei processi di decollettivizzazione (in particolari paesi dell’Europa dell’Est), sia nei paesi del Sud del globo. Si tratta di applicare alla terra il dogma dell’eccellenza del mercato.
Si tratta di “dinamizzare” il mercato fondiario. Contrariamente alla riforma agraria diretta dallo Stato, che è centralizzata e coercitiva, questa vuole essere decentralizzata (dirigono le autorità locali) e volontaria. Tale riforma è stata sperimentata in un primo tempo, a partire dalla metà degli anni Novanta, in Brasile, in Colombia e in Sudafrica; una sua sperimentazione è in corso nelle Filippine, Guatemala, Honduras e Malati. Si è conclusa, secondo la Banca Mondiale stessa, con un fallimento. I piccoli contadini si sono ritrovati fin dall’inizio indebitati e impossibilitati a rimborsare le somme.
Questa politica della Banca Mondiale, accolta in modo molto favorevole dai grandi proprietari che vedono in essa un mezzo per sbarazzarsi a poco prezzo di terre poco produttive, riscatta gli Stati dall’impegno di una vera riforma agraria. Infine, contrariamente alla volontà ostentata, questa riforma ha facilitato l’accesso alla terra di gruppi sociali che non l’hanno mai lavorata. Si assiste attualmente all’ingresso di grandi aziende multinazionali sul mercato fondiario. Cercano in particolare di acquisire spazi con una forte biodiversità, zone che potrebbero conoscere uno sviluppo turistico (ad esempio attorno alle spiagge) o una speculazione immobiliare (come le periferie della città).
Gli (ab)usi della terra
Le terre agricole
La terra presenta delle proprietà fisiche e sociali. L’elemento che principalmente la caratterizza è il fatto che si tratta di un “mezzo di produzione” che non può essere spostato. Questa sua “immobilità” fa sì che essa sia condizionata da fattori locali come il clima, la disponibilità di acqua e più in generale l’ambiente ecologico. D’altra parte, i suoli possiedono delle proprietà fisiche e chimiche. Ma come afferma Reboul, il suolo agricolo è prima di tutto un prodotto sociale. Sono le pratiche di coltivazione, le piante selezionate, i metodi di lavoro, i sistemi di ammendamento che ne determinano la fertilità.
È l’ambiente sociale, economico e politico che configurerà l’utilizzo delle terre. Gran parte dei latifondi nel mondo è poco coltivata o non lo è proprio. Si stima che in certi paesi africani le terre fertili non utilizzate siano maggiori di quelle lavorate. Mentre alcuni latifondi del Brasile o dell’Argentina, a lungo rimasti a maggese o usati per l’allevamento intensivo, danno luogo a una produzione intensiva (in particolare di soia) destinata all’esportazione. Al contrario, le politiche dell’Unione Europea o degli Stati Uniti hanno messo a maggese migliaia di ettari per lottare contro la sovrapproduzione.
Il suolo agricolo può anche essere distrutto. Si stima che 25 miliardi di tonnellate di terre agricole vadano perse ogni anno. L’intensificazione e l’industrializzazione della produzione agricola contribuiscono largamente ai fenomeni di distruzione e desertificazione.
L’allevamento hors sol comincia a imporsi nei paesi europei a partire degli anni Settanta. Gli animali vengono ammazzati in edifici appositamente allestiti e nutriti con alimenti che non sono prodotti all’interno dell’azienda agricola. Per la loro alimentazione i primi allevamenti hors sol di maiali erano ancora legati alla terra. Poi le fabbriche di alimenti per il bestiame hanno fornito la totalità del cibo. Oggi si riesce anche a fare a meno della paglia, ultimo legame con la terra: viene sostituita da un graticcio di cemento traforato.
Si stima che, per l’alimentazione del bestiame, l’Europa utilizzi nei paesi del Terzo Mondo una superficie pari a sette volte la propria estensione. Qui non è richiesto nessun titolo di proprietà, l’appropriazione è il frutto di un rapporto di dominazione.
La concorrenza sulle terre
Finché è esistito un legame che si potrebbe dire “organico” tra città e campagne, cioè fino alla metà del XIX secolo, i rapporti tra l’agricoltura, le piccole industrie e l’artigianato non si ponevano strettamente in termini di occupazione dello spazio. L’industrializzazione è realizzata grazie alla rivoluzione energetica, allo sviluppo delle vie e dei modi di comunicazione, all’innovazione tecnologica. La FAO stima che un milione di ettari di terra coltivabile venga perso ogni anno per via delle attività industriali e urbane.
La reversibilità, cioè la trasformazione di terre “industrializzate” in terre agricole, è praticamente nulla.
Più recentemente sono gli agenti inquinanti che rendono interi spazi inadatti all’agricoltura. Più nei paesi del Sud del mondo, le terre agricole rese inutilizzabili dalle guerre. In un modo meno drammatico, le trasformazioni di uno spazio di lavoro (per i contadini) in uno spazio per il tempo libero (per i cittadini) sconfina ancora una volta nel territorio agricolo.
La concorrenza sulle terre potrebbe essere considerata senza conseguenze visto che l’aumento considerevole della produttività agricola dovuta all’industrializzazione permette di utilizzare una superficie minore. Tuttavia l’impennata sconsiderata dei prezzi dei terreni penalizza l’agricoltura e conduce all’intensificazione della produzione. Il modo in cui una società sceglie di utilizzare le sue terre dice molte cose circa la natura di tali scelte.
Per un superamento della questione della proprietà della terra
Le rivendicazione dei popoli autoctoni sul suolo e sul sottosuolo delle loro terre pongono la questione dell’origine del possesso in ogni angolo della terra. Questo dilemma sembra insolubile, a maggior ragione perché risalendo nel tempo si arriverebbe a dei “proprietari” che non lo sarebbero, perché la proprietà non esisteva.
La funzione sociale della terra: usi e stili di vita
Così la terra non può essere ridotta alla sua sola funzione economica, quella che sembra esserle conferita dalla proprietà. È quello che hanno capito i movimenti di contadini che chiedono delle terre per vivere. Nel 1984 nasce, nel Sud del paese, l’MST (Movimento dei senza terra) che intraprende azioni di occupazione dei campi e lunghe marce per sensibilizzare l’insieme della popolazione riguardo le sue rivendicazioni.
Durante le prime riforme agrarie, c’era un accordo sul fatto che l’atto di proprietà doveva accompagnarsi a crediti, corsi di formazione e materiale. Attualmente, i movimenti di contadini senza terra rivendicano un approccio globale che tenga conto delle condizioni di produzione e di consumo. Via Campesina, movimento che raggruppa milioni di piccoli agricoltori, fattori, mezzadri e contadini senza terra in tutto il mondo, ha lanciato il 12 ottobre 1999, una campagna mondiale a favore della riforma agraria. L’accesso alla terra diventa così un mezzo per mostrare che la classe contadina può aprire nuove vie nell’agricoltura del futuro.
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