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Storia contemporanea - il regime fascista

Appunti di Storia contemporanea per l'esame del professor Macry. Gli argomenti trattati sono i seguenti: il regime fascista e il confronto con il modello di Stato liberale, le origini del fascismo, la logica politica di Benito Mussolini, il Convegno di Piazza San Sepolcro del 1919.

Esame di Storia contemporanea docente Prof. P. Macry

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Il regime fascista tenne a presentarsi come frutto di una rivoluzione che aveva segnato una profonda

rottura col passato, ma molti suoi critici, come più tardi la storiografia, videro in esso la

prosecuzione, conforme e con istituzioni diverse, di preesistenti rapporti sociali e un sostanziale

compromesso fra nuova e vecchia classe dirigente. Sviluppa un confronto tra stato liberale e regime

fascista in termini di continuità e contrapposizione.

Le origini del fascismo sono da ricercarsi nella stessa rivoluzione nazionale del periodo

risorgimentale , ovvero nell'affermarsi di quel capitalismo che realizzò un blocco di potere fra la

nascente borghesia mercantile e manifatturiera del Nord con la vecchia grande nobiltà feudale del

Sud. Ciò generò infatti un regime fortemente conservatore, il quale mantenne per decenni il governo

rendendo estranea da ogni partecipazione alla vita politica la stragrande maggioranza dei cittadini,

che erano poi all'epoca essenzialmente contadini. Elettori ed eletti erano dunque soltanto i borghesi

delle città e i proprietari delle campagne. In quanto alle libertà elementari di collegio, di assemblea,

di stampa, esse erano sottoposte a regolamenti di polizia limitati e oppressivi. La rivoluzione

liberale, lungi dal significare almeno la ridistribuzione delle terre dei feudi, si accaniva con estrema

violenza contro quei contadini che vi avevano prestato fede, e la fame di terra di quei contadini fu

saziata e spenta con il piombo dei fucili e con il ferro delle manette carcerarie. I contadini, che

costituivano allora la maggioranza delle classi sfruttate, chiedevano terra e lavoro; e i titolari li

schiacciavano con la forza, perché la forza fu e restò per la classe di potere lo strumento decisivo di

risoluzione di tutti i conflitti sociali e dunque anche del confronto politico. L'uso della violenza

come strumento di risoluzione dei conflitti sociali non fu perciò una scoperta, una trovata del

fascismo, anche se il fascismo ne fece sistema esclusivo e costante di governo. Le giornate milanesi

del 1898erano state già, ventiquattro anni prima dell'assunzione del potere da parte del fascismo,

parte l'impiego metodico

un'eccellente anticipazione di questa politica autoritaria. D’altra

dell'esercito contro le masse lavoratrici era anche un modo per inasprire ed esasperare fra gendarmi

e civili sentimenti di avversione e di ostilità, cosa che torna enormemente vantaggiosa ad un regime

: in tal modo, infatti, non c’è

oppressivo e antipopolare pericolo di fraternizzazione fra truppa e

cittadini e non vi sono, da parte dei soldati ,rifiuti di ubbidienza anche dinanzi agli ordini più

esecrabili e crudeli. Nel 1915 il popolo italiano fu lanciato in una guerra massacrante dalla

monarchia, dai grandi potentati dell'industria e della finanza, dai latifondisti e dagli intellettuali

borghesi, compresi giornalisti piegati al potere fra i quali primeggiava Mussolini, ex socialista,

all’epoca “Avanti”

interventista, assoldato dai potenti, il cui entrava in tutte le case della gente

perbene per diffondere un nazionalismo bellicista. Alla fine della guerra la situazione della classe

proletaria era peggiorata: dopo i lutti e le rovine della guerra impostagli, essa era ora disposta ad

una propria guerra, civile e riformatrice, che prendesse tutto ciò che la borghesia le aveva promesso

per convincerla all'ubbidienza nel corso della guerra imperialista , e poi per instaurare il potere dei

lavoratori come nella Russia bolscevica e ( Guai a parlane in Italia !!! ) comunista. Il popolo si

organizzava dunque nel Partito Socialista, nelle organizzazioni di casta, nei sindacati, nelle imprese

collettive, nelle Case del popolo. Il Partito Socialista non fu però mai all'altezza del compito che lo

aspettava proprio perchè confidava nella spontaneità del moto rivoluzionario, parlava di un

autonomo divenire della storia e, prendendo alla lettera l'espressione verbale della rivoluzione che

scoppia, attendeva. Attese infatti tre anni senza porsi alla guida delle grandi masse lavoratrici e

popolari. Mussolini invece pensava e agiva politicamente; e, mancato nel tentativo di ricollegarsi

con la classe operaia, mirò a farsi spazio fra i due schieramenti contrapposti dell'imminente scontro

tra le masse lavoratrici e la borghesia . Si volse dunque a un'area dove esistevano forze sociali

scomposte, oscillanti, instabili, i ceti medi che quali la guerra, tra inflazione e carovita, aveva

privato di modesti patrimoni, e le cui giovani generazioni erano state massacrate nelle grandi

imboscate fra trincea e trincea e adesso non si vedevano offrire alcuna prospettiva di raggiungere il

ruolo sociale cui ritenevano di avere diritto in cambio delle prove sofferte al servizio del Paese.

Questi giovani non volevano che tutto tornasse come prima, e non accettavano la proposta

egualitaria del socialismo che era contraria alle concezioni nelle quali essi erano stati educati e per

le quali avevano combattuto. Mussolini si mosse verso questi ceti: egli voleva ora che chi la guerra


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in storia
SSD:
Docente: Macry Paolo
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher foreveryoung1993 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Napoli Federico II - Unina o del prof Macry Paolo.

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