Gli anni del centrismo
Gli anni della ricostruzione: riforme e repressione
Il decennio successivo al 1948 fu caratterizzato da una sostanziale stabilità nella composizione politica dei governi, i quali si contrapposero frontalmente alle sinistre anche attraverso una costante repressione delle agitazioni sociali da esse sostenute. Tali agitazioni nascevano dai profondi squilibri generati dalla ricostruzione economica e dalla crisi del mondo agricolo. Ma esse furono anche promosse e accentuate per contrastare la politica complessiva dei governi. Fu per questo motivo che si arrivò alla scissione del movimento sindacale, la CGIL, che fin dalla sua rinascita nel 1944 era stato unitario.
Per sottrarsi all'egemonia esercitata in esso dalle forze social-comuniste e a un uso più politico che sindacale delle agitazioni stesse, prima le correnti cattoliche della CISL e poi quelle socialdemocratiche diedero vita a due diverse organizzazioni. Ma i governi svolsero anche un'importante azione di tipo riformistico avviando una serie di iniziative in campo economico e sociale per affrontare alcuni dei più gravi problemi che affliggevano la società italiana.
- Si tentò di affrontare la sempre più acuta crisi dell'agricoltura e la consistenza dei latifondi con la riforma agraria del 1950.
- All'arretratezza economica del Sud Italia si fece fronte con l'istituzione della Cassa per il Mezzogiorno nel 1950.
- L'elevatissima evasione fiscale portò alla riforma fiscale nel 1951.
La politica estera
Nel blocco occidentale, sul piano della politica estera, i governi operarono per un completo reinserimento del paese nel consesso internazionale, puntando a farsi accreditare all'interno del blocco occidentale. Già le scelte di De Gasperi e la sua vittoria elettorale nel 1948 andavano in questo senso, ma il passo decisivo che vinse le riserve degli inglesi nei confronti di una completa riabilitazione dell'Italia si realizzò per l'aggravarsi della tensione internazionale.
La sempre più radicale contrapposizione tra i blocchi favorì il consolidamento fra i paesi occidentali. In questa situazione, l'Italia chiese, e alla fine ottenne nel 1949, di poter partecipare all'alleanza atlantica. L'inserimento nella NATO e la contemporanea radicalizzazione della Guerra Fredda provocarono l'accentuazione delle pressioni, soprattutto americane, per un ridimensionamento della sinistra nella politica e nella società italiane.
Nello stesso tempo, l'Italia sostenne in modo attivo tutte le iniziative di rinascita europea. Tuttavia, l'Italia dovette attendere il 1955 per essere ammessa all'ONU (vi si opponeva l'URSS perché molte questioni riguardanti i paesi dell'Europa orientale non erano ancora state definite con il blocco occidentale) e per venire considerata un'alleata alla pari nell'ambito della NATO. Nel 1955, con l'installazione sul suo territorio delle prime basi militari della NATO, l'Italia poteva definitivamente considerarsi inserita nel blocco occidentale e accettato a livello internazionale: l'isolamento connesso alle sue responsabilità nella seconda guerra mondiale era finito!
La soluzione della questione di Trieste
Determinante per questa evoluzione fu la soluzione della questione di Trieste. Alla firma del trattato di pace, infatti, Trieste era stata improvvisamente posta sotto il controllo delle truppe angloamericane, mentre le zone circostanti verso l'Istria erano state assegnate anch'esse provvisoriamente alla Jugoslavia. La situazione non subì cambiamenti finché, alla fine del 1953, il nuovo capo di governo italiano, il democristiano Giuseppe Pella, non sollecitò con insistenza gli alleati a sbloccare la situazione.
Essi dichiararono allora di essere pronti a trasferire la loro autorità su Trieste all'Italia. Al rifiuto jugoslavo di accettare questa decisione si verificò una drammatica radicalizzazione che portò a manifestazioni e scontri fino alla mobilitazione di alcune divisioni dell'esercito. Iniziarono allora delle trattative diplomatiche dirette tra i due governi interessati e nell'ottobre 1954 venne raggiunto un accordo che prevedeva per Trieste l'amministrazione italiana e confermava per le zone circostanti la Jugoslavia. Solo nel 1975, con il trattato di Osimo, sarebbe stato formalizzato e riconosciuto reciprocamente il vero e proprio inserimento dei due territori nei rispettivi stati.
L'evoluzione democristiana
La politica italiana fino al 1953 fu dominata dal leader democristiano De Gasperi il quale, ininterrottamente a capo del governo dalla fine del 1945, fu il principale artefice del passaggio dell'Italia alla nuova fase storica. Fu in questi anni che la Democrazia Cristiana costruì quel radicamento nella società italiana (a partire dal mondo contadino e impiegatizio) che le avrebbe garantito la maggioranza relativa dei voti fino a quasi 50 anni. Nella sua proposta politica coesistevano i valori tradizionali cristiani (e il conseguente legame con l'associazionismo cattolico), alcune istanze liberaldemocratiche e la difesa di potenti interessi economici e corporativi.
In tal modo la DC venne a occupare un esteso spazio politico che oscillava tra destra e sinistra e che fu alla base della cosiddetta centralità democristiana. De Gasperi tentò di garantire la continuità della sua politica centrista facendo approvare una legge elettorale maggioritaria che assegnava ai partiti alleati che avessero superato il 50% dei voti un numero di parlamentari equivalente al 65%. In tal modo contava di assicurarsi una maggiore stabilità e di ridimensionare il peso delle sinistre. La legge - contestata dall'opposizione che la denominò legge truffa - non poté comunque essere applicata perché alle elezioni politiche del 1953 i partiti centristi alleati raggiunsero solo il 49%. La vecchia alleanza uscì dunque indebolita dalle elezioni e De Gasperi non ottenne più il consenso della DC per continuare a governare.
La successiva legislatura fu perciò caratterizzata da una maggiore instabilità: si succedettero diversi governi, alcuni costituiti da soli democristiani, altri aperti a liberali, repubblicani e socialdemocratici.
Una nuova visione economica e istituzionale
In quegli anni, tuttavia, stava emergendo nella DC un nuovo gruppo dirigente intorno alla segreteria di Amintore Fanfani. La strategia di questo gruppo si discostava da quella degasperiana soprattutto per le sue convinzioni in materia economica. Contro il tradizionale liberismo, tale corrente sosteneva la necessità di rafforzare l'iniziativa dello stato, che solo avrebbe permesso di guidare con efficacia gli interventi per risolvere le esistenti arretratezze e debolezze dell'economia nazionale. Questa politica si ispirava alla tradizione di interventismo statale che si consolidò negli anni '30.
Il primo esempio di questa politica programmatrice fu il Piano Vanoni (1954) dal nome del ministro che lo sostenne, che pianificava gli interventi statali fissando una serie di obiettivi prioritari di sviluppo per un periodo decennale. Analoghe importanti iniziative furono l'istituzione nel 1956 del Ministero per le Partecipazioni Statali, che doveva coordinare l'azione delle imprese possedute dallo stato e appartenenti soprattutto all'IRI, Istituto per la Ricostruzione Industriale fondato nel 1933.
Un'altra importante iniziativa fu la concessione del monopolio nelle estrazioni petrolifere nella Pianura Padana alla società statale ENI (1957) in polemica con le compagnie petrolifere estere.
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Storia contemporanea - L'età aurea del centrismo (1948 1953)
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