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Storia contemporanea sintesi (1848-1948)

Moti del 1848

Le potenze avevano concordato, nel 1815, un sistema di alleanze che, grazie ai congressi internazionali, riuscì a reggere bene nel quindicennio successivo a Waterloo. Fra 1820 e il 1831 l'Europa fu scossa da episodi rivoluzionari innescati dalla richiesta di un nuovo patto fra monarca e sudditi (costituzione) o dalla ricerca di una patria (nazionalità). Le due fasi dei moti ebbero origine da un forte elemento scatenante a valenza internazionale e utilizzarono forme di mobilitazione politica in larga misura influenzate dal modello francese. Fallirono tutti a eccezione dell'insurrezione greca contro l'Impero ottomano e quella belga contro il dominio olandese. La vicenda europea si mosse dunque lungo questi binari: tenuta dell'equilibrio delle potenze ed esplosioni rivoluzionarie.

L'elemento saliente che caratterizza le relazioni tra le diverse aree del mondo nella prima metà dell'800 è costituito dalla progressiva espansione dell'egemonia europea sull'intero pianeta. L'elemento di forza su cui si fondava il dominio mondiale dell'Europa va ricercato essenzialmente nell'incommensurabile superiorità del suo sistema economico e del suo patrimonio tecnologico, rispetto a quelli degli altri continenti. Solo negli Stati Uniti erano visibili i segni di un incipiente processo di industrializzazione e dell'affermazione dell'azienda agraria capitalista; nel resto del pianeta imperavano ancora modelli di sviluppo arcaici.

A partire dal 1830 l'Europa conobbe un quarantennio di eccezionale sviluppo economico, che affondò le sue radici nell'estensione della rivoluzione industriale ad altre regioni del continente e in un ulteriore salto di qualità delle capacità produttive e tecniche del sistema manifatturiero. La Gran Bretagna svolse il ruolo di guida della locomotiva europea, nel 1850, in Inghilterra, era presente quasi il 60% dell'intera capacità produttiva del continente. Lo sviluppo economico continentale si fondava su due fenomeni distinti: il consolidamento dell'egemonia inglese e la crescita ancor più rapida degli altri paesi coinvolti nel processo di industrializzazione. La ricchezza veniva prodotta sempre più nell'area nord-occidentale del continente, dove le materie prime (ferro e carbone) e la società (i nuovi imprenditori borghesi e le masse operaie disponibili a lavorare in fabbrica) consentivano all'industria di mettere salde radici.

Moti in Francia

In agricoltura, al contrario di quanto era avvenuto nel settore industriale, le tecniche erano rimaste più arretrate e la capacità produttiva scarsa. Bastarono allora due cattivi raccolti per provocare in tutta Europa una grave carestia. I prodotti agricoli cominciarono a scarseggiare e il loro prezzo a salire vertiginosamente, gettando nella miseria il proletariato. I magazzini delle industrie si riempirono di merci che rimasero invendute e molte fabbriche furono costrette a chiudere i battenti.

Il regno di Luigi Filippo d'Orleans si era basato su un precario equilibrio di forze tra classi aristocratiche, grandi magnati della finanza e borghesia industriale. Con la crisi economica questa condizione venne meno e l'opposizione borghese, organizzata soprattutto nel movimento bonapartista, cominciò a premere con maggior forza per ottenere, attraverso l'allargamento del diritto di voto, una più vasta rappresentanza alle camere. In sostanza emergeva la profonda distanza che separava una società civile che, pur fra contrasti e contraddizioni, marciava verso la modernità, e una società politica ancora troppo ristretta e incapace di dare effettiva rappresentanza al paese.

Fu in occasione di una manifestazione dell'opposizione, il 22 febbraio del 1848, che Parigi insorse. In meno di tre giorni il potere orleanista cadde. Il governo provvisorio proclamò la repubblica e pose al centro della sua azione l'allargamento dei diritti politici e i problemi del lavoro. Venne introdotto il suffragio universale maschile, fu eliminata la pena di morte per i reati politici, fu abolita la schiavitù nelle colonie, fu fissata in dieci ore la giornata lavorativa, fu garantito il diritto al lavoro. In realtà, le cose non andarono secondo i piani dei democratici e dei socialisti. Essi avevano sottovalutato alcuni avversari; il nascente mondo borghese dell'impresa e della finanza si guardava bene dal sostenere la modernizzazione politica radicale dei repubblicani, temendo che le politiche sociali promesse dal governo provvisorio si traducessero in un esperimento socialista; dall'altro, le campagne e le province del paese erano persuase che, attraverso la rivoluzione, si sarebbero drenate risorse a vantaggio della capitale. In effetti, per finanziare le misure contro la disoccupazione di massa, il governo provvisorio aumentò del 45% le imposte dirette, per lo più pagate dai contadini. Toccati nella tasca e spaventati dallo “spettro del comunismo” gli elettori rurali optarono in massa per i candidati monarchici e moderati, che risultarono prevalenti alla Costituente. Battuti alle elezioni i socialisti e i radicali puntarono ancora una volta sulla sollevazione popolare contro il nuovo governo moderato, ma la rivolta parigina del 23 giugno venne sedata nel sangue.

La costituzione conservò il suffragio universale maschile, prevedeva l'elezione di un'unica camera e attribuiva il potere a un presidente della repubblica eletto direttamente dal voto popolare. Un mese dopo si tennero le elezioni presidenziali: i due candidati delle sinistre socialista e radicale uscirono sconfitti, come pure il candidato della borghesia repubblicana moderata. Raccogliendo i voti della provincia cattolica e dei contadini, la destra riuscì a far eleggere alla presidenza Luigi Carlo Napoleone che impresse un indirizzo autoritario e poliziesco alla Seconda Repubblica. Pochi anni dopo, nel 1851, Luigi Napoleone avrebbe fatto sciogliere le camere per trasformare il suo mandato presidenziale in dittatura decennale; ancora un anno ed egli avrebbe realizzato la restaurazione dell'impero, assumendo il titolo di Napoleone III.

La rivoluzione europea

Il processo rivoluzionario messo in moto dagli avvenimenti di Parigi dilagò nell'impero austriaco e nella Confederazione germanica. La crisi economica e al malcontento popolare per i bassi salari e la disoccupazione si sommavano le aspirazioni indipendentistiche delle diverse nazionalità dell'Impero e le tensioni nazionalistiche dei liberali tedeschi. Il problema sociale assunse minore importanza che in Francia: maggior peso rivestirono le rivendicazioni patriottiche dei popoli oppressi.

Il 13 marzo, a Vienna, una rivolta capeggiata da elementi borghesi mise fine al pluridecennale potere di Metternich. L'anziano cancelliere fu costretto a dimettersi, mentre l'imperatore Ferdinando concedeva la costituzione. Pochi giorni dopo, la rivolta cominciò a toccare altre regioni dell'Impero, assumendo i caratteri di una vera e propria insurrezione dei popoli contro la dominazione asburgica: il 15 marzo fu la volta di Budapest e Praga; il 17 marzo venne proclamata la Repubblica veneta; il 18 marzo scoppiarono a Milano i moti delle “cinque giornate”, che costrinsero gli austriaci ad abbandonare la città.

La rivoluzione esplose in Germania, dove Berlino fu teatro per quattro giorni di aspri combattimenti tra rivoltosi e forze dell'ordine. Il 17 marzo Federico Guglielmo IV, re di Prussia, dovette accettare la convocazione di un'assemblea costituente. Così, nel maggio del 1848, prese avvio un'assemblea nazionale tedesca per decifrare l'organizzazione e l'assetto del futuro Stato. Ma già dopo le prime battute, sia nell'assemblea costituente sia in quella nazionale emersero contrasti insanabili tra diversi e contrapposti orientamenti politici. Quest'insieme di contrasti provocò una situazione di crisi.

Negli organismi politici sorti all'indomani delle rivolte emergevano i contrasti tra le diverse componenti che le avevano promosse e che facevano capo a divergenti orientamenti politici. In primo luogo c'era un orientamento liberal-costituzionale, che a Vienna e a Berlino chiedeva istituzioni parlamentari rappresentative, governi fondati sulla sovranità popolare, libertà civili e politiche. Si manifestavano poi tendenze nazionalistiche che richiedevano in Germania l'unificazione delle svariate realtà politiche esistenti, in Boemia e in Ungheria l'indipendenza dalla monarchia sovranazionale asburgica.

C'erano infine correnti più radicalmente democratiche e socialiste, analoghe a quelle che si manifestarono in modo particolare a Parigi, con la richiesta di interventi in difesa dell'occupazione e dei livelli di vita degli operai di fabbrica, contro il potere della proprietà e i meccanismi che producevano crisi industriali.

Moti del '48 in Italia

La questione della nazionalità italiana era formalmente sul tappeto dal 1831, da quando la Giovine Italia di Mazzini, era nato il primo movimento politico orientato verso l'unità della penisola. La Giovine Italia produsse educazione politica in senso italiano e creò un'opinione nazionale diffusa soprattutto fra gli studenti e gli artigiani dell'Italia. Il programma mazziniano non prevedeva solo il conseguimento dell'unità nazionale: si trattava di un progetto politico complesso d'intonazione democratica e repubblicana.

Di conseguenza, a partire dalla fine degli anni trenta, dal tronco mazziniano si staccarono frange d'individui persuasi della necessità della nazione, ma ostili a una piena democratizzazione del paese. Le sommosse e le rivolte che anche in Italia si svilupparono nel 1848 sono la conseguenza dei moti rivoluzionari parigino e viennese, ma testimoniano anche del processo di crescita compiuto dal movimento liberale che, nel biennio precedente, aveva preso nuovo slancio. Fu il Regno delle Due Sicilie a inaugurare la fase “rivoluzionaria”.

Ferdinando II aveva conservato i metodi del sovrano assoluto, procurandosi il biasimo dell'opinione pubblica europea. E proprio a Palermo si verificò una vasta sollevazione popolare che spinse il sovrano a concedere la costituzione. Questo avvenimento produsse in tutti gli Stati italiani grandi aspettative. A Torino le pressioni popolari per ottenere una costituzione analoga a quella napoletana si fecero assai intense e Carlo Alberto concesse lo stato. Il granduca di Toscana aveva già provveduto in febbraio; il 14 marzo sarebbe stata la volta del papa. Esse prevedevano una doppia camera, una vitalizia e una elettiva, un esecutivo nelle mani del re, un elettorato estremamente ristretto e il riconoscimento dei diritti individuali fondamentali. Gli Stati italiani arrivavano alla costituzione conservando un ritardo di 18 anni rispetto al modello più avanzato di Parigi (la carta democratica del '48).

I domini austriaci erano così circondati non più da Stati satellite sottoposti alla politica dell'impero, ma da monarchie costituzionali nelle quali il peso dei gruppi liberali era sempre più forte e la struttura dello Stato assoluto in parte superata. Appena si sparse la notizia che a Vienna era scoppiata una sommossa liberale, la popolazione veneziana, sempre più insofferente nei confronti del dominio austriaco, insorse e liberò delle prigioni due noti patrioti, Daniele Manin e Niccolò Tommaseo, che si posero immediatamente alla testa dell'insurrezione popolare e proclamarono la repubblica, dopo aver costretto gli austriaci ad abbandonare la città. Immediatamente la notizia si propagò nel Lombardo-Veneto e giunse a Milano. Qui la popolazione diede vita a violente manifestazioni antiaustriache, che si trasformarono in combattimenti estesi a tutte le vie della città. In cinque giorni le truppe imperiali furono sconfitte. Mentre anche altri centri lombardi insorgevano contro la dominazione austriaca.

Mentre si svolgevano i combattimenti nelle vie del capoluogo lombardo, esponenti influenti dell'aristocrazia e della borghesia liberale si rivolsero a Carlo Alberto perché intervenisse, mettendosi alla testa del movimento antiaustriaco. I liberali moderati, che guidavano i governi cittadini sorti dopo le sommosse, pensavano infatti che solo con l'intervento di un esercito regolare si potesse conferire stabilità ai successi conseguiti e dare il colpo di grazia al dominio imperiale in Italia. Spinto da queste sollecitazioni e dal timore che nel Regno di Sardegna si potessero verificare fatti analoghi a quelli di Milano e Venezia, Carlo Alberto dichiarò guerra all'Austria il 23 marzo 1848. L'entusiasmo dei liberali costrinse i sovrani della Toscana e di Napoli, nonché il papa stesso, a inviare contingenti di truppe per dare aiuto all'esercito sabaudo. Dopo i primi successi la condotta militare del conflitto suscitò molte perplessità nei volontari e nei governi.

Inoltre, l'eccessiva fretta con cui Carlo Alberto puntava all'annessione della Lombardia al suo regno non solo creò fratture all'interno del fronte rivoluzionario, ma insospettì gli altri sovrani, che temevano il rafforzamento della monarchia piemontese. Uno dopo l'altro, a cominciare da Pio IX, ritirarono le truppe, indebolendo così le possibilità offensive dell'esercito. A Custoza, il 25 luglio, il grosso delle truppe piemontesi venne sconfitto e Carlo Alberto fu costretto a ritirarsi lasciando Milano nelle mani degli austriaci. Il successivo armistizio determinò una crisi del movimento liberale, aggravata anche dalla repressione dei moti insurrezionali nel Regno delle Due Sicilie, dove Ferdinando II di Borbone aveva compiuto un colpo di stato sciogliendo il parlamento liberale e nominando un governo filomonarchico.

I democratici e i repubblicani trovarono invece in questo fallimento nuove conferme alle loro idee e ripresero l'iniziativa politica. Tutti gli stati italiani furono percorsi dalle agitazioni dei democratici che diedero vita in Toscana a un governo provvisorio e nello Stato pontificio le pressioni dei democratici costrinsero alla chiamata al governo di Pellegrino Rossi, un conservatore illuminato, che puntava a una vasta riorganizzazione politico-amministrativa dello Stato, urtò contro la ferma opposizione degli esponenti conservatori e del clero, risultando per altro limitato rispetto alle aspettative dei rivoluzionari, che chiedevano provvedimenti di carattere democratico. La situazione precipitò quando Rossi venne assassinato dai rivoluzionari radicali e il papa abbandonò la capitale. Dopo poche settimane fu eletta a suffragio universale un'assemblea costituente che il 9 febbraio 1849 proclamò la fine del potere temporale del papato e la fondazione della Repubblica romana, con a capo un triumvirato che risultava composto da Giuseppe Mazzini, Carlo Armellini e Aurelio Saffi. La riscossa democratica si rivelò però senza prospettive, in quanto la mutata situazione internazionale favoriva la ripresa delle forze conservatrici.

La crisi della rivoluzione in Europa

Le divergenze tra forze moderate e forze progressiste fecero fallire negli stessi mesi anche le rivoluzioni in atto in Germania e nell'impero asburgico. L'assemblea nazionale tedesca oscillò a lungo tra due progetti di unificazione nazionale; uno fondato sulla supremazia austriaca; l'altro, che escludeva l'Austria dalla nazione tedesca, basato sull'egemonia prussiana. Alla fine il re di Prussia Federico Guglielmo IV rifiutò la corona che gli veniva offerta dai costituenti e l'idea di sovranità popolare contenuta in questa proposta.

Nel frattempo, in Austria, il nuovo imperatore Francesco Giuseppe costituiva un esercito per invadere l'Ungheria, sfruttando le rivalità tra i diversi gruppi nazionali dell'Impero per porre fine alla tenace resistenza degli ungheresi alla dominazione austriaca. In questa situazione internazionale, caratterizzata dal riflusso del movimento rivoluzionario, si svolse la resistenza dei democratici in Italia. E fu proprio sotto la pressione dei democratici che riprese il conflitto austro-piemontese, il cui esito fu la disfatta di Novara, il 23 marzo 1849, e la conseguente abdicazione di Carlo Alberto in favore di Vittorio Emanuele II. La sconfitta conferì nuove possibilità d'iniziativa ai conservatori. In Toscana i grandi proprietari e il clero, con l'appoggio delle masse contadine e grazie all'intervento di un corpo di spedizione austriaco, riuscirono ad abbattere il governo democratico, richiamando dall'esilio il granduca.

La vittoria di Luigi Napoleone in Francia accelerò la fine della repubblica romana, mentre l'Austria stava stringendo il cerchio intorno a Venezia, dove malattie e fame avevano ridotto ormai al minimo le possibilità di resistenza. Per assicurarsi l'appoggio dei moderati cattolici e del clero francese, il nuovo presidente francese decise di reinsediare al potere con la forza Pio IX. Venezia cade con l'onore delle armi il 2 agosto 1849.

Stati-nazione

Dopo le rivoluzioni del '48, le relazioni fra gli Stati europei furono caratterizzate da instabilità, durante il quale si assistette a un ridimensionamento della potenza austriaca, alla formazione di nuove entità nazionali come l'Italia e la Germania, al consolidamento dell'egemonia inglese. Le grandi nazioni borghesi e industriali divennero il centro catalizzatore, mentre le potenze economicamente più arretrate si avviarono verso un inarrestabile declino. In molti stati europei la borghesia imprenditoriale e finanziaria si era di fatto affermata come un elemento centrale delle classi dominanti, mentre l'aristocrazia terriera e i ceti possidenti avevano perso l'egemonia politica. Gli interessi della borghesia si imposero, il liberismo sostituì il controllo statale del mercato, la monarchia costituzionale prese il posto di quella assoluta. Anche il nazionalismo cessò di essere l'incubo dei gruppi dominanti e divenne la nuova ideologia con cui si cercò di dare omogeneità alle compagini nazionali. La spinta all'unificazione nazionale degli Stati italiani e tedeschi trovò degli interlocutori nei governi francese e inglese.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

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