Il biennio rosso
Se la propaganda aveva fatto breccia quantomeno tra i soldati al fronte, le masse del fronte interno rimanevano sempre freddi verso lo stato: non giovò allo stato la diffusione della notizia di quanto accadeva in Russia tra i lavoratori e le famiglie, strangolate dalla fame, dalla crisi e dalla militarizzazione delle fabbriche. Troppo tardi il governo cominciò ad allentare la pressione: nel 1918 la richiesta a CGL e PSI di partecipare alla commissione istituita per affrontare i problemi economici e sociali non migliorò la situazione.
A nulla era valsa la predisposizione dei riformisti a collaborare col governo: trovarono sempre opposizione della maggioranza del partito e del sindacato. Il clima era chiaro: i propagandisti che giravano nelle campagne con lo scopo di risvegliare il sentimento patriottico dovevano travestirsi per non essere presi a sassate. La guerra, con i suoi morti e le sue epidemie (epidemia di spagnola nel 1918 in Veneto che falcidia la popolazione) e i suoi danni alle cose materiali, fa accrescere la rabbia del popolo rosso.
La guerra, col boom delle industrie e il crollo dell'agricoltura, ha aperto fratture profonde nella società lasciando le campagne alla fame. (Situazione economica: occorre comprare materie prime, carbone, combustibili dall'estero, mancano cibo e concimi. Serve, per comprare valuta pregiata e questa scarseggia. L'Italia si indebita pesantemente con USA e G.B al punto che le riserve auree del Regno sono trasferite a Londra a garanzia dei prestiti. L'inflazione è alle stelle ed esplode il carovita).
Le rivolte contro il carovita
In questa situazione in Liguria, Toscana, Milano e Roma esplodono rivolte contro il carovita. La popolazione va all'assalto dei forni, dei negozi, degli edifici pubblici, fa manifestazioni che sfociano in scontri con l'esercito e la polizia. Se non sono nuove queste situazioni di tensione, nuovi e più radicali appaiono gli obiettivi e i metodi di lotta così come è più vasta l'area di esplosione del conflitto. Alla Pianura Padana si aggiungono anche Lazio, Puglia, Marche, Sicilia. Nel centro sud, dove la situazione è peggiore, la lotta sfocia nell'occupazione delle terre.
I braccianti e salariati fissi, coloni e mezzadri, affittuari e piccoli proprietari dichiarano guerra alla grande proprietà. Chi occupa le terre si sente legittimato a farlo anche alle promesse che il governo aveva fatto dopo Caporetto, parlando di premi e terre: non è un caso che ad occupare le terre vadano proprio gli ex combattenti, organizzati dai socialisti, dai cattolici e dalle associazioni combattentistiche.
Significativo è l'approccio "leggero" del governo a questi moti. Addirittura nel settembre del 1919 il ministro dell'agricoltura Visocchi vara una legge che autorizza l'esproprio delle terre incolte o mal coltivate, legittimando di fatto la violazione della proprietà privata, ma questo non placa gli animi. Le occupazioni proseguono anche l'anno dopo: al sud i braccianti vanno nei campi a lavorare senza aspettare l'ingaggio e a fine giornata pretendono dai padroni il salario.
Nella primavera del '20 l'ondata di proteste scoppia anche, di nuovo, in Val Padana (Emilia e Veneto principalmente): si devastano le coltivazioni, le si invadono e si incendiano le case padronali. I padroni umiliati attaccano il governo Nitti, troppo tenero con i contadini. Nel 1920 cambia il ministro dell'Agricoltura: diventa il Popolare Micheli. In quello stesso anno il congresso del PPI ribadiva la proprietà privata, ma autorizzava l'esproprio dei campi mal coltivati o incolti per motivi di "utilità sociale".
Il tutto mentre i contadini delle leghe bianche cominciano a usare metodi simili a quelli dei contadini rossi: assaltano cascine che occupano e identificano con grandi bandiere bianche. Sono le ali estreme del PPI guidate dal deputato Guido Miglioli, teorico del populismo contadino, di fatto esterno all'alveo culturale del PPI, ma Sturzo non ha alcun interesse a fermarlo.
Il fronte delle fabbriche
Altrettanto caldo è il fronte delle fabbriche: nel 1919 i lavoratori avevano ottenuto le 8 ore. Ci sono scioperi a raffica. I padroni sono preoccupati soprattutto da quel che avviene in Fiat, dove i lavoratori, sul modello russo, cominciano a organizzare i primi consigli di fabbrica. Nel frattempo Gramsci e Tasca iniziano la pubblicazione della rivista "Ordine Nuovo" che influenza le ali estreme della FIOM, molto forte allora entro la CGL.
Nel 1920 il conflitto tra operai e padroni si inasprisce: lo "sciopero delle lancette" contro il ripristino dell'ora legale si trasforma in un braccio di ferro da cui la FIOM esce sconfitta: la FIOM in risposta presenta un pacchetto di rivendicazioni (12 giorni di ferie pagate, 40% di aumento salariale, indennità di licenziamento) che i padroni rifiutano, reagendo con la serrata dello stabilimento Alfa Romeo di Milano.
In risposta la FIOM ordina l'occupazione delle fabbriche, mentre la federazione degli industriali meccanici e metalmeccanici ordina la serrata di tutte le fabbriche: moltissime fabbriche sono invase dai lavoratori che mettono sul tetto una bandiera rossa. Nelle città il fenomeno delle occupazioni è più visibile che nelle campagne e sconvolge l'opinione pubblica che vede iniziare la rivoluzione.
Il governo sceglie inizialmente una linea di non intervento: Giolitti, tornato al governo dopo la crisi del governo Nitti, scommette sulla risoluzione pacifica della questione, convinto che socialisti e sindacalisti non daranno mai il via alla rivoluzione. Sarà la CGL a dargli ragione, decidendo di lasciare l'agitazione sul piano vertenziale economico: allora Giolitti si muoverà per andare a presiedere un'assemblea tra sindacati e padroni che troverà un accordo ponendo fine alle occupazioni delle fabbriche (aumenti salariali e forme di controllo operaio, mai attuate).
Lo stesso anno il congresso CGL ribadisce la linea non rivoluzionaria.
La promessa rivoluzionaria
Sotto il fascismo la fase del biennio rosso sarà ricordata come l'inizio della rivoluzione bolscevica evitata per un soffio grazie all'intervento dei fasci di combattimento. Ma il ruolo marginale del PSI rende chiaro che non c'era nessun piano rivoluzionario in corso e che vi fosse una maturità politica vera. Anche se le tendenze rivoluzionarie di parte del PSI sono chiare: basta ricordare il congresso del 1918 che stabilì un secco no a ogni forma di collaborazione coi governi borghesi, grazie all'affermarsi delle correnti rivoluzionarie su quelle riformiste esaltate dalla vittoria russa.
Nel frattempo però entro la CGL vincono i riformisti. Questo non frena l'esaltazione dei proletari il cui motto diventa "fare come in Russia". La fine della guerra è salutata dal PSI e CGL con il "manifesto dei lavoratori italiani" che incita alla lotta contro la borghesia, alla dittatura del proletariato e poi all'instaurazione del socialismo con la socializzazione dei mezzi di produzione.
E tutto questo nonostante l'opposizione di Turati e delle dirigenze sindacali: essi sanno di essere forti e apprezzati anche in una parte delle ale rivoluzionarie, e forse per questo sottovalutano i rivoluzionari credendo che l'ondata si sarebbe spenta da sola. Nonostante tutto i massimalisti fanno ben poco per convertire la rivolta in rivoluzione: nel 1919 indicono uno sciopero generale contro l'intervento dell'Intesa in Russia e Ungheria con una spedizione antibolscevica, a cui l'Italia non partecipa.
Nell'ottobre del 1919 si ribadisce la maggioranza entro il PSI dei massimalisti. Nel frattempo il PSI abbandona la II internazionale, ormai allo sfascio, per convogliare nella III fondata a Mosca nel 1919. Il buon risultato alle elezioni del 1919 conferma e rafforza l'operato dei massimalisti (si triplicano i seggi), assieme all'aumento degli iscritti e al peso interno alla CGL.
Ma la rivoluzione non scoppia neppure con le agitazioni del '20: il PSI chiama a raccolta tutti i compagni "dai campi e dalle officine perché il giorno della vittoria e della giustizia è vicino": in realtà non c'è nulla di organizzato, nulla di pronto, fossero anche solo le armi per dare il via all'offensiva. E gli operai nelle fabbriche occupate non hanno relazioni né coordinazione con i contadini che si rivoltano nei campi.
Tra gli operai i rivoluzionari fanno riferimento all'ala comunista che edita "Ordine Nuovo", ma la maggioranza ancora ascoltano le direttive CGL, la cui maggioranza è riformista. La CGL ribadirà chiaramente di non volere la rivoluzione a Milano il 9 Settembre, quando le dirigenze CGL e PSI (che chiede il salto di qualità) si incontrano per discutere il da farsi. La rivoluzione insomma, messa ai voti, va in minoranza. La direzione CGL offre le dimissioni scaricando sul PSI la scelta se fare o no la rivoluzione: il PSI rifiuta di assumersi tale responsabilità da solo.
La responsabilità della mancata rivoluzione, forse dovuta anche al fatto che il paese non era pronto, va data comunque non ai riformisti, ma ai massimalisti che dettero il gran rifiuto, compresi i comunisti che si sentivano troppo isolati e fragili. Rimane il fatto che, dopo anni di discussioni, mancava una reale strategia rivoluzionaria.
I fasci di combattimento
Nel marzo 1919 Mussolini fonda i fasci di combattimento raccogliendo attorno a sé le fasce più estreme degli arditi e dei futuristi, grazie alla fama che si è guadagnato sul fronte dei nazionalisti. E non ci sono dubbi che i loro primi nemici siano i socialisti, ancora divisi dalla frattura interventismo/neutralismo ormai giunta all'esasperazione.
Qui l'odio verso i socialisti è scatenato sia dalla rabbia per la vittoria mutilata sia dalla convinzione che essi abbiano sabotato la vittoria italiana (i socialisti sono ancora definiti i "traditori di Caporetto"). La forza dei movimenti socialisti esaspera i nazionalisti che sono una insignificante minoranza tra i lavoratori, che scendono in massa in piazza con le falci e martello e attaccano e irridono reduci, combattenti, nazionalisti.
Molti sono però i giovani, esclusi dalla guerra per l'età, che smaniano per dimostrare ai più grandi, il loro ardore nazionalista e il loro coraggio: sembra scritto per loro l'appello di Mussolini dalle colonne del "Popolo d'Italia" contro "l'imbecillità governativa e l'incoscienza del gregge dei tesserati", ribadendo che solo i nazionalisti hanno il diritto, in Italia, di parlare di rivoluzione, quella cominciata nel 1915, passata per la guerra e adesso in pieno svolgimento, quella rivoluzione nazionale in contrapposizione a quella internazionalista dei socialisti, rivoluzione da combattere con tutti i mezzi, legali e illegali.
Saranno queste le basi intorno a cui verrà scritto il programma dei fasci di combattimento, a Milano, a cui partecipano sindacalisti, anarchici, e socialisti transfughi dalle organizzazioni di classe e i nuovi adepti reclutati tra arditi ed ex combattenti. L'unica adesione di rilievo è quella di Marinetti che porta con sé alcuni futuristi.
Ma sarà la presenza giovanile quella più importante: molti fasci di combattimento si formano proprio ad opera degli studenti e hanno seguito nelle scuole e nelle università. Il ribellismo individuale tipico di chi ricerca un'identità da adulto, si è riversato nell'esperienza comune della guerra, il vincolo familiare si è spezzato con l'invio al fronte, ma anche per chi è rimasto a casa.
I giovani sono cresciuti di colpo acquistando una grande fiducia nelle proprie capacità che li porta a disprezzare tutto il vecchio mondo. Finita la guerra i giovani non accettano più l'autorità dei padri e dei maestri, non si crede più nell'infallibilità della loro parola: quasi un '68 antiautoritario. Il programma di Mussolini è confuso, ma attraente per i giovani che sentono parlare di cambiamento, patria, coraggio, eroismo, rivolta, per un'Italia più giusta e bella di quella che era stata fino ad allora. Per di più Mussolini promette di passare dalle promesse ai fatti.
Passano solo 20 giorni dalla fondazione dei fasci, che un corteo di nazionalisti a Milano si scontra con uno di socialisti: ne deriva una rissa gigantesca che finisce con l'incendio della sede dell'"Avanti". L'episodio, ricordato come il primo della guerra civile, sconvolge il popolo socialista che però non prende in seria considerazione i fascisti. Neppure un secondo scontro, novembre 1919, contro una manifestazione antimonarchica organizzata dal PSI risuona come campanello d'allarme. Il delitto di lesa maestà sfocia in un'aggressione contro i deputati socialisti a Roma: il PSI proclama uno sciopero generale che va avanti 3 giorni.
Si dà poco peso ai fasci anche perché alle elezioni del 1919 una lista di fasci di combattimento presentata a Milano ottiene pochissimi voti: il PSI milanese celebra un irridente funerale sui navigli, gettando nel naviglio un fantoccio di Mussolini. Per di più dopo Versailles l'entusiasmo patriottico va scemando e si diffonde solo una voglia di normalità dovuta alla stanchezza.
Lo sa bene Mussolini che infatti è freddo verso l'iniziativa di Fiume, che sa bene essere un fuocherello entro un incendio che va spegnendosi (D'Annunzio lo sospetterà di tradimento). Mussolini sa bene dall'esperienza nel PSI che senza una salda base di massa non ci si impone nella politica: le minoranze rivoluzionarie funzionano solo quando ottengono un obiettivo a breve termine, come è successo per l'interventismo.
Però Mussolini sa anche bene che c'è abbondanza nella società di un combustibile fatto di rabbia, paura, voglia di vendetta, risentimento che ora si è diffuso anche ai padroni umiliati dalle rivolte dei proletari. In Puglia nel 1920 alcuni gruppi di grandi possidenti imbracciano il fucile e si fanno giustizia da soli, approfittando della latitanza dello stato: a Gioia del Colle prendono a fucilate i contadini asserragliati in una masseria e fanno una strage, duramente condannata dai parlamentari PSI.
Ma è un fatto possibile solo nell'arretratezza civile e politica del Sud: al Nord l'esasperazione è la stessa, ma la risposta non può essere questa. Così i padroni del Nord vedono nei fasci di combattimento una buona soluzione, fasci che nel frattempo hanno spostato la loro azione dalla città alle campagne proprio nel momento in cui, siamo nell'autunno del 1920, la grande mobilitazione socialista mostra segni di stanchezza (si segnerà un arretramento del PSI alle elezioni amministrative di quel periodo).
Ma nel novembre del 1920 c'è l'episodio più grave, proprio nella Bologna socialista. I fasci di combattimento locali avvertono i socialisti che impediranno loro, in tutte le maniere, di insediarsi a Palazzo d'Accursio, così quando il sindaco socialista si affaccia al balcone per salutare la folla i fasci iniziano a sparare. I socialisti, preparati alla cosa, cominciano a lanciare bombe e a sparare dalle finestre: è una strage, molti socialisti e un ex combattente. A Ferrara poco dopo si ripete un caso analogo.
Di certo è che l'opinione pubblica borghese guarda con simpatia le camicie nere, così come le autorità locali e gli agenti di polizia, mentre il governo resta immobile e il PSI si dimostra incapace di affrontare l'offensiva. Anzi i fatti di palazzo D'Accursio, che dimostrano che i socialisti non sono invincibili, fa moltiplicare consensi e militanti ai fasci. Mussolini lo capisce e agita in continuazione lo spettro della proletarizzazione forzata, che ovviamente colpisce chiunque ha qualcosa da difendere: impiegati, insegnanti, liberi professionisti, artigiani, commercianti che non hanno alle spalle nessuna organizzazione vedono finalmente qualcuno difendere con forza i loro interessi.
Alla forte disoccupazione si dà, come ricetta, il ritorno forzato delle donne a casa. Insomma di tutto la colpa è dei socialisti (Nenni se ne rende conto e colpevolizza il PSI di non aver guardato anche ai ceti medi, le cui paure e frustrazioni ora rimpinguano le file dei fasci). Tra il '20 e il '21 i fasci diventano da 100 a 800, contando tra le fila molti ex combattenti la cui esperienza di guerra è assai utile nella strategia mussoliniana. Sono insediati principalmente nelle città, da cui partono a bordo di camion per le spedizioni punitive in campagna che devono essere rapide e devastanti per non dare tempo al PSI di organizzarsi.
L'obiettivo è sempre la Camera del Lavoro, o la sezione del PSI o della cooperativa, di cui si bruciano tutti gli arredi con un falò purificatore. Guai a chi non si toglie il cappello quando passano i fasci e guai a chi indossa qualcosa di rosso, guai a chi tenta di ribellarsi. 726 sono le sedi distrutte in un anno di squadrismo fascista. Le armi e i camion sono forniti dai padroni. Sindaci e amministratori sono bastonati, minacciati, costretti a bere l'olio di ricino: ogni atto di resistenza è ricambiato con una reazione dilagante dei fasci in tutto il territorio interessato.
I fasci hanno tutti la stessa organizzazione: sono gruppi piccoli o piccolissimi guidati dai Ras, capi assoluti locali. Mussolini si trova in difficoltà a mantenere la leadership dei fasci, che comunque non ha nessuna intenzione di limitare o bloccare.
Giolitti e l'illusione della parlamentarizzazione del fascismo
Nel 1920 torna al governo Giolitti, dopo la crisi del governo Nitti che non ha retto alle pressioni di nazionalisti e socialisti. Giolitti forma una salda maggioranza imbarcando nel governo personalità forti come Croce e Labriola, assieme a due esponenti del PPI. Concede al PPI l'introduzione dell'esame di stato nelle scuole secondarie e la parità dei diritti per le organizzazioni sindacali cattoliche. Accontenta persino il PSI rivoluzionario aumentando le tasse di successione e avocando allo stato i sovraprofitti di guerra.
Ricomincia il governo da mediazione esasperata di Giolitti, ma i liberali ormai non hanno più...
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Riassunto esame Storia contemporanea, prof. Barcella, libro consigliato Il Novecento, Sabbattucci, Vidotto
-
Riassunto esame Storia contemporanea, prof. Del Zanna, libro consigliato Storia contemporanea, Sabbattucci, Vidotto
-
Riassunto esame Storia contemporanea, Prof. Landolfi Francesco, libro consigliato Il mondo contemporaneo , Sabbattu…
-
Riassunto esame Storia Contemporanea, prof. Conti, libro consigliato Ottocento e Novecento, Sabbattucci, Vidotto