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Introduzione

La nostra grossa, grassa contraddizione al giorno d’oggi è che produciamo più cibo di quanto sia mai accaduto nella storia dell’umanità, eppure più di una persona sulla terra ha fame. L’inedia di 800 milioni coincide con un altro primato della storia: gli affamati sono sopravanzati dal miliardo di abitanti sovrappeso del pianeta. Le popolazioni sovrappeso e quella affamata sono strettamente collegate attraverso le catene di montaggio che portano il cibo dai campi alle nostre tavole. Le multinazionali che ci vendono il cibo, interessate esclusivamente al profitto, influenzano e impongono il modo in cui mangiamo e in cui pensiamo al cibo, vincoli che si palesano appena mettiamo piede in un fast food. Le nostre scelte non sono nostre persino in un supermercato, bensì dallo strapotere delle multinazionali del cibo.

L’India ha distrutto milioni di tonnellate di granaglie, ha permesso che il cibo marcisse nei silos mentre la qualità degli alimenti mangiati dagli indiani più poveri sta peggiorando per la prima volta dall’indipendenza del 1947. Nel 1992, l’ingresso in India dei produttori di bevande analcoliche e delle multinazionali del cibo all’interno di un’economia fino a quel momento protezionista. Nel giro di un decennio l’India è diventata la patria della più alta concentrazione di diabetici.

Negli Stati Uniti, nel 2005, 35,1 milioni di persone non sapevano come procurarsi il cibo perché povere, nel contempo un aumento del diabete e una quantità di cibo in commercio mai vista prima.

Ogni cultura ha avuto, in una forma o nell’altra, un’immagine del corpo come libro mastro su cui è riportato il catalogo dei nostri vizi privati. Oggi è possibilissimo che la gente che non si può permettere di mangiare a sufficienza diventi obesa, i loro fisici sfasciati dalla miseria metabolizzano e immagazzinano male il cibo.

Mentre i nuovi cibi naturali s’insinuano pian piano nella nostra dieta, ogni anno l’industria alimentare aggiunge decine di migliaia di nuovi prodotti sugli scaffali, alcuni dei quali diventano elementi indispensabili che dopo una generazione rendono impossibile immaginare la vita in loro assenza. È la dimostrazione di quanto possa essere limitata la nostra fantasia gastronomica. E anche il fatto che non siamo del tutto sicuri del come o dove o perché certi cibi finiscano nel nostro piatto.

Paradiso perduto

La scelta di coltura di quasi tutti gli agricoltori è strettamente vincolata al genere di terra che possiedono, al clima, all’accesso ai mercati, al credito e una serie di ingredienti visibili e invisibili nella produzione alimentare. Il Sud globale comprende le nazioni più povere. Il business dell’agricoltura è limitato, alla fine della fiera, dal gioco del mercato. Il mercato punisce le scelte sbagliate con la miseria. Man mano che la serie di scelte degli agricoltori è minimizzata, gli altri (i potentati, le multinazionali, i governi) espandono il proprio impero di opzioni.

A proposito di Joe

Il risultato immediato dei bassi nelle campagne è l’autosfruttamento causato dal panico. Nestlè, una multinazionale di caffè, può dettare le condizioni di fornitura ai suoi piantatori, mugnai, esportatori, e importatori, ognuno dei quali viene sfruttato al massimo (senza aumento ad esempio della paga dei contadini).

Uno schema a clessidra

Ci sono milioni di agricoltori e braccianti che coltivano miriadi di tipi di frutta e verdura tropicali per l’esportazione e vivono fuori dei paesi più ricchi al mondo. La procedura di spedizione, lavorazione e consegna a lunga distanza richiede enormi capitali, più grande è un’ azienda e più muove trasporti e logistica, meno costoso le risulterà rimanere sul mercato. In patria e in sedi come l’Organizzazione mondiale per il commercio queste multinazionali spingono i governi verso un ambiente economico favorevole alle loro attività. I trattati commerciali sono una delle tante strategie con cui i governi aiutano le corporation attestate nel punto più stretto della clessidra del sistema alimentare. Oltre a questo, se un investimento all’estero sembra azzardato c’è sempre l’aiuto di un’agenzia per il credito all’esportazione finanziata con fondi pubblici, oppure la Banca mondiale ad aiutare a reggere direttamente il rischio, anche convincendo un paese a sostenerlo.

L’impegno statale a combattere la povertà, è stato alimentato storicamente dal terrore di quello che le formazioni politiche organizzate intorno alle masse di poveri urbani affamati e arrabbiati potevano infliggere ai ricchi metropolitani. L’attuale sistema alimentare è un compromesso tra diverse domande e ansie, tra le multinazionali che cercano il massimo profitto nel cibo, i governi preoccupati dai disordini, oppure ogni tanto da una disfatta elettorale, e i consumatori metropolitani. Rimangono fuori le comunità rurali, che sembrano soffrire in silenzio. Eppure sono loro a tracciare la strada che può portare a un sistema alimentare nuovo e diverso. Lo fanno per necessità, perché stanno morendo.

Vari modi per essere liberi

Nessuno trova assurde le elegie campestri quanto la gente che sta morendo nelle comunità di campagna. Ora che le loro terre sono finite in mano alle banche tra sequestri e ipoteche, i suicidi tra i contadini di tutto il mondo sono schizzati alle stelle. Il sistema alimentare è un campo di battaglia, anche se pochi hanno un’idea di quanti morti e feriti ci siano stati. I consumatori si sono trovati soltanto di recente alle prese con il problema del mangiar sano, mentre i contadini combattono da tempo contro il soffocamento delle loro libertà, una battaglia che dura ancora oggi.

Il sistema alimentare non abusa soltanto dei contadini. Anche i consumatori sono vittime del potere mercantile delle multinazionali. Per noi è diverso, noi possiamo influenzare il mercato, anche se limitatamente, portando altrove il nostro portafogli. Le comunità organizzate lottano per un tipo più profondo di scelta.

Un’autopsia rurale

Nella vecchia fattoria c’era una moglie

La città, attuale domicilio della maggioranza della popolazione mondiale, decide anche per la campagna, però la campagna risponde. L’India, agli occhi degli stranieri, è il paese in cui sono finiti tutti i posti di lavoro, una terra-piena di forza di lavoro altamente qualificata e pronta a sgobbare per un tozzo di pane. I contadini tendono a suicidarsi, ma le famiglie rimaste senza terra devono affrontare giorno dopo giorno la minaccia della morte per fame (in India, in Cina, in Sri Lanka, Australia, Stati Uniti, Regno Unito).

Favole distorte

In India capita che le vedove attutiscono il disastro cedendo le terre di famiglia al fratello del marito morto, che poi tratterà la moglie e figli come schiavi. Quando le famiglie ottengono uno sgravio del debito possono permettersi di pagare i creditori, ma il debito non verrà mai azzerato. Sono molte le mani che spingono le madri in città a fare la domestica, la manovale e qualche volta la schiava del sesso. Se i suicidi delle donne si parla poco è perché anche la loro esistenza è stata amputata e perché le persone non possono lamentarsi perché stando ai dati del governo, la quantità di poveri in India sta diminuendo. La favola che parla di un’India “sfolgorante” esige che i poveri scompaiono.

P. Sainath, instancabile studioso e pluripremiato narratore delle campagne indiane, ha ripercorso il tragitto che ha trasformato i poveri delle comunità rurali in altrettanti personaggi fittizi. Oggi i dati ufficiali sulla povertà in India ruotano attorno al 27%, un calcolo accurato basato sulla normale quantità di calorie, 2400 al giorno, colloca tre quarti di popolazione sotto la soglia di povertà. Circa la metà di un miliardo di persone è stata sottratta alla povertà semplicemente spostando un’asticella e strombazzando una prosperità presente e futura. E così che si tramanda la favola dell’India “sfolgorante” con una versione ufficiale della povertà che contraddice i fatti.

Salpando verso i debiti

La regola aurea, valida negli Stati Uniti quanto in India, è la seguente: i contadini che si ammazzano sono stati falcidiati dai debiti. L’indebitamento nasce dall’impulso imprenditoriale. Spinti verso i raccolti pronta cassa dal governo, i contadini adottano piante che possono comprare e vendere sul mercato: cotone e arachidi e in minor misura riso e canna da zucchero. Negli anni novanta, il blocco aiuti ai poveri delle campagne ha iniziato a sgretolarsi.

Dopo la disperazione

Krrs, uno dei più grandi movimenti al mondo, fondato negli anni '80 sul principio della fiducia nei propri mezzi, federa milioni di contadini dello stato. Reddy è anche riuscito anche a ridurre in maniera particolare i suicidi.

È stato il Wto ad ammazzare Lee Kyun Hae? La politica del Wto gioca sul ruolo finanziario. I contadini fanno debiti, pignorano le proprie terre, sperando di saldare i debiti che però si fanno sempre più grandi fino al suicidio dei contadini per non perdere l’onore di vedere i beni di famiglia pignorati dalla banca si tolgono la vita. La globalizzazione del mercato ha trasferito il controllo dell’agricoltura dalle mani dei contadini a quelle di chi può influenzare il mercato stesso.

Qualche contadino viene spinto. Il mercato non è sempre influenzato dalle forze di mercato, cioè la domanda e l’offerta. Insorgendo contro l’appropriazione illegale della loro terra, o soltanto levando la voce contro le ingiustizie che gli si parano di fronte, i gruppi di contadini di tutto il mondo diventano bersaglio delle milizie locali e nazionali, pubbliche e private, spesso impunite. Eppure nonostante la repressione, i movimenti contadini si stanno ampliando. Nel complesso i contadini stanno rispondendo al fuoco.

Nafta in Messico, prototipo del Wto, è stato allargato all’agricoltura del governo locale nonostante i consigli in senso contrario del governo statunitense.

Sei diventato messicano

In Messico, l’epicentro del disagio, gli slogan per il suicidio di Lee sono stati incendiari, slogan con scritto “Siamo tutti Lee” e “Lee non è morto, è stato il Wto ad ammazzarlo”. Slogan importante: “Lee sei diventato messicano”. Le sue lotte contro il libero scambio, la sua mancanza di libertà in regime di mercato e la sua disperazione dopo la bancarotta erano tanto familiari al Messico che poteva essere messicano anche lui. In quanto patria del Nafta, il North American Free Trade Agreement, il Messico è stato pioniere degli esperimenti liberomercantili, soprattutto nel settore agroalimentare.

Nafta e dopo

Il North American Free Trade Agreement, il Trattato nordamericano per il libero scambio, cioè l’unione economica tra Messico, Stati Uniti e Canada, è stato la madre di tutti gli accordi liberomercantili. Anche se non è stato il primo in assoluto (l’Unione europea era da tempo un’aerea di libero scambio), il Nafta è stato il primo a mescolare due paesi ricchi con uno nettamente più povero. Non solo: il Nafta prevedeva nello specifico gli interscambi agricoli, ponendo la sussistenza dei poverissimi messicani contro i settori agricoli più produttivi e più sussidiati del mondo.

La logica dell’accordo commerciale: la scintilla del benessere avrebbe scavalcato il confine portando libertà, imprenditoria e dolce vita da un paese dall’alto potenziale di combustione in un altro meno igneo. Grazie al più facile accesso ai finanziamenti e alle consulenze, gli agricoltori più ricchi se la sono cavata, alcuni si sono persino arricchiti con il Nafta. Però, per la maggior parte dei contadini poveri, il Nafta è stato una brutta batosta (quando erano più lontane dal confine e nel benessere, le piccole fattorie se la sono passata veramente peggio), questo perché il loro prodotto principale è stato trattato con un misto di disprezzo, ignoranza, e incompetenza durante i negoziati.

Questo prodotto, responsabile del 60% della terra coltivata in Messico nei giorni in cui si concludevano le trattative, fonte di sussistenza per tre milioni di agricoltori e per l’8% della popolazione, era il mais. Il Messico è la culla della biodiversità mondiale del mais. È qui che è nato e dove oggi si coltivano normalmente 40 diverse varietà addomesticate, assieme a centinaia di altre ancora esistenti. Resta un alimento di prima necessità, oltre che fonte di identità e comunità.

Era chiaro sin dall’inizio che la coltivazione del mais sarebbe stata duramente colpita dalla liberalizzazione commerciale. Il prezzo cui gli agricoltori statunitensi vendevano il loro granturco era nettamente più basso dei costi di produzione. Con l’avvento della liberalizzazione dei traffici era ovvio che il mais Usa, finanziato dal governo, avrebbe avuto effetti devastanti sul tenore di vita dei più poveri all’interno dell’economia rurale messicana. Il costo di produzione del granturco in Messico era decisamente più alto di quello sussidiato negli Usa. Eppure il Nafta è stato approvato dai governi da entrambi i lati del confine.

I segnali non erano favorevoli. Praticamente sin dai primi passi del Nafta, entrato in vigore il 1 gennaio 1994, il peso messicano è crollato, con una svalutazione del 42% sul dollaro. Nonostante un balzo iniziale, il prezzo reale del mais per i contadini messicani è costantemente precipitato dall’avvento del trattato. Però i contadini non hanno reagito coltivando meno mais, anzi la quantità è aumentata.

In Messico, quando è crollato il prezzo del mais, il messaggio che tanti contadini hanno ricevuto è stato quello di essere stati abbandonati: il governo si lavava le mani dei suoi impegni nei loro confronti e quindi conveniva escogitare un’altra maniera di nutrire se stessi e le proprie famiglie. Il metodo che hanno scelto per affrontare il crollo dei prezzi è stato quello di coltivarne di più. Chi poteva aumentare la produzione l’ha fatto, ma molti sono caduti durante il percorso (suicidi). Non erano certo i produttori i vincitori annunciati della partita della liberalizzazione dei commerci, anzi c’è un nucleo concettuale del libero commercio che prende di mira i produttori. Costringendo quello che si presume essere un piccolo numero di produttori a competere tra di loro, il prezzo di quanto producono crolla. Pochi (i produttori) guadagnano di meno, e il mercato ridistribuisce i vantaggi ai molti (consumatori) che adesso possono comprare merci un po’ più convenienti.

Nel Sud globale, la liberalizzazione degli scambi è stata accompagnata assai di rado da meccanismi funzionanti per la redistribuzione dei benefici ai poveri, o per fornire una riqualificazione significativa o una rieducazione a chi è rimasto senza lavoro sulla scia delle novità di mercato. L’era degli accordi commerciali è stata anche l’era della crescente disuguaglianza, persino il mondo quando diventa più ricco, la maggior parte della povera gente viene lasciata indietro. Con il crollo del prezzo del mais, possiamo pensare che chi abita in città e ha un minimo di reddito possa comprare più a buon mercato. Sono proprio loro, i consumatori, quelli che dovrebbero trarre maggiore beneficio dalla magia della concorrenza liberomercantile. Purtroppo non sono in tanti a mangiare mais crudo. Di norma il granturco viene lavorato in qualche modo. In Messico il piatto tradizionale è la tortilla, che tradizionalmente viene fatta a mano dalle donne. Quando il prezzo del mais è crollato, ci si sarebbe immaginati che l’avrebbe fatto anche quello delle tortillas. Invece no.

Con la nascita del Nafta si è visto addirittura un aumento. Nel gennaio 1994 il prezzo medio di un chilo di tortillas viaggiava attorno al mezzo peso. I tanti produttori non sfamano direttamente la massa di consumatori urbani, bensì vendono a pochi operatori. Sono gli intermediari, e non direttamente i consumatori, ad avvantaggiarsi dell’iniziale caduta dei prezzi del mais.

In Messico l’utilizzo principale del mais è la produzione di tortillas, e nel loro mercato di grossisti sono solo due. Insieme, Gimsa e Minsa controllano il 97% del mercato industriale della farina di granturco. La Gimsa, che significa il 70% della lavorazione industriale della farina in Messico, è proprietà della Gruma SA, una multinazionale messicana con 2,2 miliardi di dollari di fatturato (nel 2004) più nota negli Stati Uniti, dove domina il mercato delle tortillas, come Mission Foods. Il governo ha deciso di ridurre le misure di previdenza per i poveri, che garantivano tortillas e altri generi di base a prezzo calmierato nei negozi statali. Con questa falcidia dei sussidi, le famiglie povere erano costrette a spendere sempre di più in generi alimentari, e con i prezzi alle stelle i più colpiti sono stati gli indigenti.

Grazie a Nafta, 1,3 milioni di messicani sono stati costretti a lasciare le loro terre, e l’alluvione di forza lavoro nelle città ha causato un crollo del 10% nelle paghe nel settore industriale. Il Nafta è stato propinato al Messico con il pretesto delle merci più a buon mercato per i consumatori e sotto la bandiera dell’efficienza portata dal mercato. Se ha sostanzialmente fallito in questo e ha avuto conseguenze amare per i poveri.

Granturco solo per i ricchi istruiti negli Stati Uniti in una manciata di istituti d’élite. Negli anni '70-'80, una nuova schiera di economisti iniziò a farsi strada nei ranghi del governo messicano. La più importante di queste modifiche è stata l'adozione di politiche che avrebbero aumentato l'integrazione con l'economia globale, portando a sfide significative per il settore agricolo e per le comunità rurali.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia Contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Bevilacqua Piero.
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