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cauti con il suo uso. La nuova razionalità economica rese possibile ogni

esperimento e per qualche tempo si utilizzò addirittura la segatura del legno. Un

nuovo fronte di sperimentazione fu quello degli scarti di lavorazione del pesce,

con la farina di carne di balena, di merluzzo e d’aringa che presero il nome di

“guano di pesce”. Ma gli esperimenti non diedero gli esiti sperati: era

difficilmente digeribile e aveva un cattivo odore.

3 . La stalla–laboratorio

Il processo di sempre più spinta stabulazione si combinava, nel corso degli anni

’30, con un’intensificazione della ricerca e della sperimentazione scientifica. La

scoperta del fenomeno del rachitismo, malattia da carenza di vitamina D, legata

insufficiente irradiazione solare, portò gli scienziati a sperimentare l’uso di

alla

raggi ultravioletti artificiali. Si stabilì la convinzione che il latte di vacche esposte

alla luce solare, o alle lampade, fosse più ricco in fattore antirachitico di quello

proveniente da animali tenuti in stalla e non sottoposti a nessuna irradiazione. In

Italia furono i pulcini ad essere oggetto di queste sperimentazioni e si notò che il

gruppo irradiato presentava defecazioni più frequenti, ma che già dopo 6 giorni

essi si presentavano in condizioni normali. Nel frattempo anche i pulcini che si

erano ammalati guarirono con il trattamento ai raggi ultravioletti. Ovviamente gli

scienziati appresero anche la pericolosità di tali interventi, che provocavano cecità

o ustioni. Anche i raggi X vennero utilizzati sui pulcini e sembra che

distruggessero, nelle uova delle galline, i cromosomi maschili, accrescendo così la

produzione di galline e limitando quella dei galli, ma anche in questo caso i rischi

apparvero subito inquietanti.

Abbandonare le pratiche dell’alimentazione naturale per sistemi artificiali poteva

costituire occasione di profitti ma anche causa di fallimento economico ed era

sempre e solo valutato, come elemento di rischio, il lato economico. Non c’era

preoccupazione per gli eventuali effetti che i mutamenti nel sistema degli

allevamenti e nel regime alimentare degli animali. La scienza non prendeva in

considerazione gli effetti di lunga durata che le innovazioni alimentari potevano

avere sulla salute umana, essa si limitava a valutare gli effetti momentanei.

Nel corso degli anni ’30 la sperimentazione sugli animali divenne una pratica

ancora più diffusa e nacque la figura dello sperimentatore. Gli esperimenti

avevano come scopo la creazione di mangimi dotati della massima potenza

nutritiva possibile e si cercava di investigare sino a che punto si potesse portare il

processo di artificializzazione della vita animale. L’altro versante

dell’innovazione che colpì gli allevamenti riguardò la selezione delle razze e la

Per buona parte dell’800 le teorie di Lamarck e Darwin in materia

riproduzione.

di ereditarietà e selezione delle razze avevano influito sull’allevamento e, con la

convinzione che gli animali potessero essere modificati e migliorati dall’ambiente

esterno, vi era stata una maggiore cura degli animali per migliorarne prestazioni e

qualità. Con la scoperta di Mendel e dei meccanismi dell’ereditarietà venne

ridimensionato il peso dell’ambiente e si fece luce sulla definizione di razza, non

più pensata come manifestazione pura di individui, ma come razza-popolazione,

cioè risultato di un certo numero di linee originariamente pure.

La pratica dell’inseminazione venne eseguita per la prima volta (in Italia da

Lazzaro Spallanzani su una cagna) nel 1779. Essa aprì una nuova frontiera tecnica

negli allevamenti e diede un ulteriore impulso al processo di artificializzazione

dell’allevamento animale. Tale innovazione segnava una rottura con la precedente

pratica di allevamento e per la prima volta gli animali non si riproducevano

tramite il naturale accoppiamento sessuale, ma attraverso l’intervento

programmato dell’uomo e come al solito la sostituzione della natura con la pratica

artificiale veniva giustificata con le inefficienze della natura stessa.

4. Piccolo è bello

A differenza di bovini, ovini, suini e caprini la domesticazione degli animali da

cortile era stata circoscritta all’interno dell’azienda. Nell’800, tuttavia, questo

ramo aveva raggiunto un rilievo economico a parte. La rapida crescita della

popolazione e la facilità di questa forma di allevamento ne avevano esteso la

diffusione e il commercio. (esempio. Nel 1793 Giorgio III costruì un reale

allevamento di polli nella Home Farm del Castello di Windosr e la Regina

Vittoria, nel 1843, l’aveva ampliato) Nel XX sec, nonostante le continue

innovazioni tecniche realizzate nel corso dei decenni, l’allevamento dei volatili

continuava a rimanere un ramo integrato dell’attività agricola. Gli esperti del

settore consigliavano vivamente di mantenere questa linea. L’allevamento degli

animali da cortile non ubbidiva a un progetto di totale assoggettamento ai processi

della meccanizzazione e della produzione intensiva. Edward Brown, uno dei

maggiori esperti del suo tempo, era consapevole delle ragioni dello scacco

cui portava l’allevamento forzato e i tentativi di superare dei limiti

biologico

venivano puniti in termini di elevata mortalità negli allevamenti. Nel piccolo

allevamento le probabilità di infezione erano ridotte ai minimi termini e si

riusciva subito, grazie al limitato numero dei capi, a dividere i malati dai sani

scongiurando la diffusione del male. L’allevamento intensivo non era quindi

soltanto più rischioso ma anche più costoso. La segregazione degli animali

impediva la realizzazione di tutte quelle piccole economie collaterali che

giovavano all’azienda. I polli liberi tenevano sotto controllo i parassiti,

fertilizzavano il terreno con i loro escrementi e si cibavano liberamente nei campi,

riducendo i costi dei mangimi supplementari.

5. Taylor nel pollaio

Ancora ai primi degli anni ’30, l’allevamento familiare costituiva il modello

prevalente della pollicoltura a livello mondiale. Una delle più fertili applicazioni

tecniche fu quella dell’incubatrice artificiale, una sorta di scatola riscaldata con

in grado di incubare uova in ogni periodo dell’anno, indipendentemente

lampade

dalle stagione e dal clima esterno, e con una capacità che andava da un centinaio

ad un migliaio di uova. Nascevano così imprese specializzate nell’incubazione di

uova e allevatori e veterinari selezionavano le specie migliori sia per la qualità

delle carni che per la capacità riproduttiva o di fornire uova. Questo fu favorito da

un’invenzione ingegnosa, il nido-trappola, che consentiva agli allevatori di

individuare le galline più produttive di uova, così gli scambi di informazioni tra

allevatori europei e statunitensi aumentarono, fino a creare un mercato mondiale

delle uova e del pollame.

Come per il bestiame bovino, anche l’alimentazione del pollame cessava di essere

una pratica libera per gli animali e diveniva parte di un processo produttivo

coordinato e pianificato: sempre meno alimenti provenivano dall’interno

dell’azienda e sempre più venivano acquistati mangimi animali specializzati.

realizzata una forma di “stabulazione

Nelle aziende più organizzate si era così

totalitaria” dei volatili.

In Francia un allevatore aveva messo a punto un dispositivo per l’ingrasso

forzato, la gavanese, un bocchino con rubinetto che veniva inserito nel gozzo

degli animali. Il processo di artificializzazione spinta della vita dei polli non fu né

facile né indolore. La clausura forzata e totale dei volatili ebbe effetti sulla salute

degli animali e i pulcini furono i primi a subire conseguenze: la mancanza di luce

solare, di libertà nel procacciamento del cibo determinavano avitaminosi che

causavano malattie e morti. Quando gli animali sono liberi di vagare su spazi

sufficientemente ampi provvedono da sé ai bisogni organici di fattori vitaminici e

in pratica raramente accade che insorgano in loro quadri di avitaminosi come

quelli che si determinano in condizioni sperimentali. Fra il 1937-39 gli studiosi

vennero a capo della causa di una grave malattia, diffusa nei pollai industriali, il

“pollo pazzo”, causato da carenza di vitamina E. A tutti questi problemi non si

rispose con il tentativo di ridare spazi di naturalità agli animali, ma con un

ulteriore artificializzazione dell’allevamento. Fu la scoperta delle vitamine e la

loro produzione farmacologica a segnare un’ulteriore svolta nel processo di

stabulazione forzata dei polli e dopo la II guerra mondiale la scoperta degli

antibiotici trasformò definitivamente l’alimentazione animale in un processo

industriale meccanizzato. Questa innaturale forma di allevamento si è quindi resa

possibile grazie alla medicalizzazione della vita animale.

III. Trionfo e declino dell’agricoltura industriale

1. Un’avanzata incontenibile

Dopo la II guerra mondiale le politiche agricole hanno permesso all’Europa di

diventare autosufficiente in derrate alimentari ed esportatrice netta di tali prodotti.

La produzione cerealicola ha quasi triplicato grazie al miglioramento delle

varietà, ai trattamenti fitosanitari e all’impiego quasi ottimale dei concimi. Uno

storico francese, Paul Bairoch, ha usato l’espressione “III riv. Agricola” per

definire i vasti e radicali processi di trasformazione tecnica e produttiva che hanno

investito l’agricoltura e l’allevamento animale dal dopoguerra a oggi. I risultati

più clamorosi di tale trasformazione sono rappresentati dai dati che riguardano la

produzione unitaria della varie derrate agricole: è aumentato sia il numero di

animali in termini assoluti che la loro produzione di carne, latte, uova ma anche la

produttività del lavoro. Grazie allo sviluppo tecnico della macchinizzazione e alla

sua diffusione nelle campagne, le ore di lavoro necessarie crollano dopo la II

guerra mondiale. È soprattutto la diffusione della mietitrebbialegatrice a rendere

rapida una delle più lunghe e faticose operazioni dell’attività agricola. Anche la

diffusione di potenti trattori, di mungitrici meccaniche e di macchine per la

raccolta hanno progressivamente sostituito il lavoro umano e rese più spedite

molte operazioni prima eseguite manualmente.

2. Energia dalle piante o per le piante?

Il successo dell’agricoltura industria è legato a un continuo e sempre più estremo

processo di artificializzazione della vita biologica che innalza la soglia di rischio

dell’impresa economica e della salute del consumatore, trasforma la qualità in

quantità massificata e scadente, richiede un consumo crescente e dissipatore di

energia esterna mai verificato nel passato. Non è dunque da mettere in discussione

quanto è stato realizzato, ma il come e il che cosa. La crescita delle produzioni

dell’impiego massiccio e crescente di concimi

agricole europee è figlia soprattutto

artificiali riversati nella terra nel corso dei decenni. Esibita come un mirabolante

incremento della fertilità del suolo, al contrario essa è l’esito di un gigantesco

processo di trasferimento di sostanze inorganiche, sottratte a varie miniere, e

utilizzate nelle campagne d’Europa come supporto artificiale per la produzione di

piante e prodotti.

Nel 1973 lo studioso americano David Pimentel, insieme ad altri ricercatori, mise

a punto un’importante ricerca sulla produzione del mais. Il gruppo studiò, per la

prima volta, gli input di energia immessi nella produzione del granturco

americano in termini di carburante per muovere le macchine agricole, per

produrre concimi, diserbanti, pesticidi e di corrente elettrica per azionare i vari

dispositivi. Al tempo stesso fu messo a punto il calcolo della produzione di

energia realizzata tramite la raccolta del mais. Si scoprì che, mentre l’immissione

di quantità di energia per sostenere la produzione crebbe di 3 volte, quella ricavata

dalla resa del mais crebbe poco più di 2 volte. L’energia impiegata si mostrava

quindi maggiore di quella prodotta, trasformando l’agricoltura in consumatore

deficitario di tale risorsa. Se si volge lo sguardo all’allevamento animale il

tra energia investita e prodotti diventa ancora più elevato: nell’ultimo

rapporto

mezzo secolo il triplicarsi della produzione animale è stato ottenuto moltiplicando

per dieci volte la massa di energia impiegata.

3. Un’altra scienza

Nell’introduzione all’edizione francese del 1844, della sua opera più impegnativa

sull’agricoltura, von Liebig dichiarò che era ormai grazie alla chimica se

l’agricoltura avrebbe fatto dei progressi. La scoperta secondo cui le piante si

nutrono delle sostanze che nel terreno sono ridotte allo stato minerale, ha fatto

apparire sufficiente fornire loro, tramite i fertilizzanti chimici, questi elementi e

l’industria chimica ha fornito, per tutto il corso del XX sec, una straordinaria

varietà di concimanti artificiali. La fertilità della terra, un tempo considerata

condizione complessa del mondo organico, diventò una variabile dipendente

dall’industria chimica. Furono svolti, nei primi decenni del XX sec, studi e

ricerche che ponevano al centro dell’attenzione proprio quella realtà che la

chimica tendeva a rimuovere: l’humus. Esso favoriva l’utilizzazione delle

sostanze minerali del suolo ponendole in uno stato assimilabile e accelerando così

la vegetazione. Non soltanto rendeva più leggeri e facilmente coltivabili i suoli,

ma assorbiva sostanze nutritive.

Lo scienziato inglese Albert Howard spiegò che le malattie delle piante erano

conseguenza delle condizioni di carente vitalità del terreno e individuò il segreto

per contrastarle nella costante restituzione ad esso di sostanze vegetali e animali.

Rudolf Steiner fu il fondatore della’agricoltura biodinamica. Nelle sue lezioni

sull’agricoltura, tenute nel 1924, elaborò una concezione della pratica agricola che

si connetteva ad una più generale visione cosmologica della vita, l’antroposofia.

Nelle sue concezioni gli elementi apertamente esoterici convivono con profonde

critiche all’agricoltura e all’allevamento dei suoi tempi.

L’agronomo Ehrenfried Pfeiffer, nel 1938, raccolse in un volume i risultati di

agricole condotte in varie regioni d’Europa e degli

decenni di studi e di pratiche

Stati Uniti, con il titolo “La fertilità della terra”. La sua ricerca muoveva critiche

alle pratiche sempre più intensive di allevamento degli animali. I vistosi

incrementi nella produzione del latte che si andavano realizzando nei grandi

allevamenti avevano come esito sempre più diffuso la sterilità delle mucche e il

dilagare degli aborti. Una mucca, con un’alimentazione intensiva, poteva produrre

quantità di latte massimali ma queste comportavano uno sforzo unilaterale

nell’organismo: la produzione di latte è parte dell’attività sessuale. L’incremento

su un versante voleva dire diminuzione su un altro e ne derivava quindi un

indebolimento degli organi sessuali. C’è sì una maggiore produzione di latte, ma

in compenso aborti epidemici, parti difficili, sterilità, tutte condizioni non

riscontrabili nelle aziende condotte in dimensioni familiari secondo pratiche e

metodi biodinamici. Secondo Pfeiffer, un terreno agricolo non poteva aumentare

senza limiti la propria produzione, la sua capacità produttiva non si trovava in

diretto rapporto con la concimazione, era anch’esso un essere vivente e come tale

era sottoposto alle leggi del mondo organico. Esso ha una capacità produttiva

ottimale determinata da molti fattori: la composizione minerale, lo stato delle

sostanze organiche, lo stato fisico, il clima, l’ombreggiatura, la vicinanza o meno

di un bosco… tutti elementi che condizionano la capacità produttiva biologica. Il

terreno, considerato quale organismo vivente, non può essere forzato a produrre

oltre un determinato limite senza determinare alterazioni gravi e controproducenti

anche sotto il profilo economico. È la stessa potenza chimica ad essere la

maggiore debolezza e l’agronomo Podolinsky rammentava che i concimi chimici

non erano veleni, ma che si rendevano disponibili in una forma esterna

all’organizzazione naturale e ciò poteva essere pericoloso. Quando l’azoto è

acquisito dall’azoto immagazzinato dell’humus, la pianta non ne prenderà mai

troppo e mai troppo velocemente. La pianta non può far fronte al volume di azoto

che viene introdotto e ne è letteralmente inondata. Una certa quantità è assimilata

e trasformata in proteina, la rimanente non viene assimilata per nulla e si

trasforma in nitrito e sotto questa forma diviene velenoso. Questi problemi hanno

spinto sempre più studiosi a cercare strade alternative più rispettose degli equilibri

naturali e delle dinamiche proprie della vita organica. Sono sorte quindi scuole e

pratiche agricole, come la permagricoltura, una forma estrema di coltivazione che

abolisce qualsiasi intervento di modificazione del contesto naturale in cui si

svolge l’attività agricola.

In Francia, studiando l’humus, Andrè Birre ha illustrato i vantaggi economici,

biologici e ambientali della sua conservazione: ritenzione e circolazione

dell’acqua, circolazione d’aria, accrescimento del calore e assorbimento dei raggi

solari, riserva di sostanza azotate e carbonate. La sua conservazione costituisce

che fornisce all’attività agricola, in

quindi un valore economico per i vantaggi

termini di risparmio di energia, acqua, fertilità e salubrità.

L’elemento che è alla base della vita delle piante, l’azoto, oggi costituisce

un’agente di distruzione della vita biologica e la nuova condizione di artificialità

dunque costringe a trovare rinnovati e faticosi equilibri, in sostituzione di quelli

naturali alterati: ciò porta ad alti costi e innalza la soglia di rischio ambientale,

fino a degradare sempre più la qualità del prodotto finale.

4. L’agricoltura industriale in un vicolo cieco

Dopo la II guerra mondiale si fanno strada processi di divisione del lavoro che

inducono l’attività produttiva a forme sempre più spinte di specializzazione e

intensificazione. L’allevamento si trasforma in una branca industriale autonoma,

soggetta a regole sempre più rigide di incremento della produttività. Gli allevatori

non producono più foraggi per gli animali ma debbono acquistarli da ditte

industriali che producono mangimi. L’agricoltura, a sua volta, diventa un settore

distinto che trova ormai solo all’esterno tutti i fattori fondamentali per l’attività

produttiva e i concimi chimici diventano gli unici elementi di fertilizzazione della

terra. Ora tutto si compra sul mercato sotto forma di prodotto industriale, ottenuto

con materie prime non rigenerabili, e consumando petrolio per la sua

fabbricazione. Man mano che i concimi industriali sono diventati l’unica fonte di

fertilizzazione sono emersi inconvenienti ed effetti imprevisti, come il fenomeno

della mineralizzazione del suolo. Ripetute di anno in anno, le concimazioni

minerali distruggono la vita organica del terreno, rendendo il campo sempre più

duro, simile al residuo organico di un’attività industriale. La distruzione

dell’humus rende sempre più artificiale la vita delle coltivazioni e le spinge a

diventare sempre più dipendenti dalla concimazione chimica, ma l’uso dell’azoto

rende inette le piante a procurarselo da sé o a produrlo. Ridotto a massa

incoerente e senza vita, il suolo agricolo viene disgregato e trascinato dalle piogge

e anche il suolo che rimane è gravemente impoverito. A metà degli anni ’80 il

direttore generale della FAO denunciava il fatto che lo sfruttamento del suolo al

di là delle sue naturali possibilità si manifesta in una diminuzione della

produttività e talvolta attraverso varie forme di disgregazione. L’assenza di humus

accelera al tempo stesso la circolazione dell’acqua e aumenta il potere migratorio

dei minerali solubili non utilizzati dalle piante e dei diversi altri prodotti chimici

che residuano dai trattamenti delle colture. Molti residui dei concimi vanno prima

o poi a finire da qualche parte, spesso nelle acque dei fiumi e laghi, determinando

il fenomeno dell’eutrofizzazione, con proliferazione a dismisura delle alghe,

soprattutto all’azione del fosforo. Spesso i residui di nitrati, soprattutto

dovuta

quelli di azoto, finiscono col contaminare le falde idriche, con gravi danni alla

salute di animali e uomini (negli ultimi tempi essi sono sospettati di avere effetti

cancerogeni sugli uomini). Così la pratica agricola, che ha bisogno di acqua, è al

centro di un paradosso: è la sua maggiore consumatrice ma è ne anche la

principale fonte di avvelenamento.

Nel 1984 un’istituzione internazionale, la World Bank, ammetteva nel World

Development Report di quell’anno, l’esistenza della prova che il prolungato uso

di fertilizzanti chimici può far diminuire la fertilità del suolo. Negli ultimi anni il

consumo dei concimi chimici nei paesi economicamente più avanzati si è

arrestato o è sensibilmente diminuito, soprattutto perché gli agricoltori hanno

raggiunto il punto in cui l’uso di maggiori sostante fertilizzanti non porta effetti

apprezzabili sulla produzione. Le colture attuali sono fisiologicamente incapaci di

assorbire molti altri nutrienti.

La possibilità di poter utilizzare questi fertilizzanti ha spinto gli agricoltori ad

abbandonare progressivamente le tradizionali rotazioni agrarie. Così la terra, da

elemento vivente che nutriva le piante, è diventata solo il supporto materiale su

cui le piante stesse poggiano.

Un altro fenomeno rilevante che le aziende agricole si sono trovate a contrastare

negli ultimi decenni è stato il proliferare di erbe infestanti. La soluzione più

agevole è stata trovata in un’arma chimica, vale a dire nei diserbanti. Le erbe che

disturbano la coltivazione vengono tolte di mezzo con veleno sintetici sempre più

raffinati e sofisticati.

5. Gli antiparassitari che generano i parassiti

La progressiva scomparsa di boschi intorno ai terreni agricoli e la pressione della

caccia avevano ridotto la tradizionale presenza degli uccelli insettivori nelle

campagne. Inoltre, la diffusione delle monocolture, non tollerava la presenza di

cespugli, erbe, arbusti e siepi nei terreni destinati alla produzione di derrate, ma

tale alterazione ha comportato anche lo svuotamento dell’habitat della sua

tradizionale complessità biologica e l’annientamento degli insetti, che fino ad

allora avevano tenuto sotto controllo le infestazioni dei parassiti. Le piante sono

state dunque progressivamente separate dalla vita naturale della campagna e

trasformate in isolati fattori della produzione industriale. Tale nuova condizione

ha reso bene presto le coltivazioni preda di parassiti sempre più agguerriti,

numerosi e infestanti. Per la verità, alla base delle malattie delle piante, si ritrova

in genere un’alterazione delle condizioni del terreno grazie al crescente impiego

di concimanti sintetici, che hanno cancellato lo strato dell’humus dai suoli delle

campagne europee. L’azione dei concimi aveva anche creato una nuova

condizione di stimolo e di alimentazione al proliferare dei parassiti infestanti delle

colture. A partire dal 1939 alcuni scienziati cominciarono a comprendere e a

dimostrare che l’azoto era il responsabile dello sviluppo crescente dei fitofagi

delle agricolture industrializzate. L’azione dell’azoto nel terreno bloccherebbe

alcuni oligoelementi alterando così la fisiologia delle piante e producendo effetti

patologici anche sul bestiame allevato con erbaggi da coltivazioni intensamente

azotate, così le bestie, in genere, si ammalano di ipoglicemia, diventano sterili,

oppure impazziscono.

A partire dagli anni ’30 una varietà sempre crescente di prodotti di sintesi è stata

messa in commercio dall’industria chimica per fronteggiare funghi, acari, afidi,

ecc.. sempre più presenti nelle campagne. L’impiego di tali armi trova però dei

limiti nei fenomeni di resistenza e di mutazione che i parassiti riescono a

sviluppare nel tempo. I pesticidi utilizzati distruggono al tempo stesso anche i

predatori naturali degli insetti infestanti, donando alla lunga una minore

protezione alla pianta. Ma il fenomeno paradossale è che gli antiparassitari di

sintesi non uccidono, ma alimentano i parassiti. Francis Chaboussou documentò

spesso a base di azoto, uccidono nell’immediato funghi e

che i diserbanti,

parassiti, ma determinano un’azione di modificazione nella fisiologia delle piante,

che egli chiama “trophobiose”. Sotto l’azione di tali preparati i tessuti delle piante

si arricchiscono di amminoacidi e di glucidi che attirano gli insetti, creando una

condizione di proliferazione e infestazione come mai si era determinata in tutta la

precedente millenaria vicenda dell’agricoltura. Ne consegue la necessità di usare

mezzi duri, come antiparassitari, insetticidi ed erbicidi fortemente attivi e tossici.

Ma il fenomeno il fenomeno più inquietante è la nascita di nuove e sempre più

temibili malattie come componente “normale” dell’attività agricola, virus che si

propagano da una pianta all’altra in forme contagiose. Ad esse non si riesce a

rispondere se non con la distruzione “terapeutica” delle coltivazioni. Chaboussou

mette in luce verità clamorose e prove documentarie che mandano a gambe

all’aria decenni di scienza ufficiale, rivelando un regime di doppia verità nella

scienza contemporanea. Da una parte economisti agrari, agronomi, chimici che

continuano ad alimentare la cultura dell’agricoltura industriale, dall’altra un

ristretto numero che mostra il vertice di assurdità scientifica ed economica su cui

si è venuta a posizionare l’agricoltura del nostro tempo. Chaboussou non è un

agitatore ambientalista, ma un direttore onorario di ricerche presso l’Institut

National de Recherche Agronomique francese e si interroga che tipo di scienza è

ha sorretto finora l’uso dei pesticidi di sintesi. Si interroga inoltre

mai quella che

come si possa credere che il rovesciare ogni anno masse di prodotti chimici sul

terreno non possa portare nessun effetto sulle piante e sull’intero habitat.

Oggi l’uso di pesticidi si rende sempre più necessario e continuativo per salvare le

piante dai mille parassiti che le vogliono divorare, così l’allontanamento del cibo

dalla vita non può essere più completo. I pesticidi non costituiscono però

un’invenzione gratuita e malefica degli uomini. Per secoli i contadini hanno

dovuto difendere i loro raccolti, ma i pesticidi oggi si rivelano come il prodotto di

una scienza brutalmente strumentale, che non è stata capace di prevedere gli esiti


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flaviael

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Storia Contemporanea, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente La Mucca è Savia: Ragioni Storiche della Crisi Alimentare Europea, Bevilacqua. Si analizzano i seguenti argomenti: gli esordi virtuosi dell’agricoltura contemporanea, il tentativo di rigenerazione della fertilità da parte dei contadini, il guano del Perù, la ricchezza produttiva e il benessere animale, le cause della crisi alimentare europea.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in storia medievale, moderna e contemporanea
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia Contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Bevilacqua Piero.

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