I. Gli esordi virtuosi dell’agricoltura contemporanea
1. Una rivoluzione ecocompatibile
Nella campagne d’Europa l’età contemporanea si apre con una rivoluzione
Mentre il mondo dell’industria comincia
produttivistico-ambientale. a sfruttare su
larga scala l’energia non rigenerabile del carbone, l’agricoltura vive una storia
diversa. Al suo interno si tocca il culmine di un lungo processo che si afferma tra
700 e 800, la rivoluzione agricola (o rivoluzioni agricole come diceva la storico
Marc Bloch), che si fonda su una straordinaria innovazione agronomica, tutta
interna alla realtà materiale delle campagne, preparata da secoli di
sperimentazione degli agricoltori europei: l’introduzione delle leguminose e delle
foraggiere nella rotazione agricola. Le leguminose arricchiscono il terreno di
azoto, elemento fondamentale per la crescita del grano e in genere per lo sviluppo
di ogni pianta. Nelle loro radici (piselli, fave, lupino, trifoglio, ecc.) profilerano
l’azoto atmosferico arricchendo il terreno in cui crescono.
batteri che sintetizzano
Le leguminose, non solo fornivano le piante di azoto, ma miglioravano la struttura
del terreno, proteggevano la salute della coltivazione limitando la trasmissione di
malattie e parassiti. Terreni inselvatichiti furono colonizzati e resi nuovamente
fertili. Queste piante sostituirono la pratica del maggese: il non utilizzo di quella
parte di azienda agricola che nei sistemi di coltivazione di allora veniva lasciata a
riposo perché recuperasse la propria fertilità. Nessuna parte del campo veniva
lasciata inutilizzata: nasceva la coltura continua. Le leguminose erano anche
piante da foraggio e servivano per l’alimentazione del bestiame. La loro
coltivazione consentiva di allevare, all’interno dell’azienda, mucche e buoi che
prima erano costretti a vagare per prati e pascoli. Essi costituivano una doppia
ricchezza, producevano letame per fertilizzare il suolo e producevano latte, burro,
formaggio e carne: era l’affermazione della mixed farming, l’agricoltura mista,
che in Gran Bretagna conobbe le più significative affermazioni.
La crescita produttiva divenne rilevante e si può dire che la rivoluzione agricola
siano precipitati un insieme di ricerche, sperimentazioni, pratiche, dibattiti a cui
parteciparono, in modo diverso, contadini, scrittori, proprietari terrieri, scienziati,
botanici, tutti protagonisti di una ricerca continentale incessante alimentata da
prove, errori, scoperte che fanno dell’agricoltura europea la sede della più vasta e
prolungata sperimentazione tecnico-economica che si conosca. La riv. Agricola
ebbe luogo non tramite l’ingresso di elementi ed energia esterni, ma grazie al
potenziamento dei suoi elementi costitutivi, tramite la rigenerazione delle risorse
naturali, combinando in maniera più efficace quello che già si possedeva, che era
venuto selezionando nel corso dei decenni. Questo grande processo è avvenuto
non solo senza il saccheggio di risorse esterne, ma anche senza produrre danni
all’ambiente circostante. La riv. Agricola fu dunque una grande successo
economico su basi autorigenerabili e al tempo stesso un processo materiale
ecocompatibile.
2. Il circolo rigenerativo con le città
Lo sforzo dei contadini di rigenerare la fertilità della terra costituisce una
ineliminabile della storia dell’agricoltura. Essi utilizzavano tutto ciò
componente
che avevano a disposizione proveniente dal consumo quotidiano: cenere di legna,
fogliame ed erbe decomposti, rifiuti domestici, letame animale ed umano. Questa
pratica durerà a lungo ma un contributo al mantenimento della fertilità delle terre
era sempre venuto anche dalle città. In Italia, già dal Medioevo, le città
rifornivano le campagne di rifiuti e pochi erano i materiali organici e inorganici
rifiutati che non trovassero un impiego utile nelle terre agricole dei dintorni. I
centri urbani costituivano anche una macchina di produzione di deiezioni umane e
di liquami ed essi facevano parte da secoli della vita economica delle città, le
autorità pubbliche se ne occupavano con particolare impegno, sia ai fini del
controllo fiscale che dei vantaggi connessi allo sviluppo dell’agricoltura e al
miglioramento dell’igiene pubblica. La raccolta degli escrementi e dei rifiuti
troverà supporto dell’insegnamenti di un padre della chimica moderna, Justus von
Liebig. Di fronte all’intenso sfruttamento cui erano soggette allora le terre, egli
aveva compreso che la produzione agricola poteva continuare a produrre a quel
ritmo solo a condizione che essa rimanesse all’interno del grande circolo vitale.
Ogni essere vivente consuma della materia minerale che deve essere restituita alla
sua origine se si vuole che la vicenda produttiva continui, altrimenti lo
sfruttamento della terra , entro breve tempo, condurrà alla sterilità. L’agricoltura
duratura era perciò quella che riproduceva il circolo delle sostanze nutritive,
capace di riportare alla terra ciò che ad essa veniva sottratto sottoforma di prodotti
agricoli. Liebig si batte con determinazione affinché le deiezioni urbane non
venissero disperse e per questo oggetto delle sue critiche erano i sistemi fognari in
via di realizzazione in alcune grandi città europee. In tutte le città d’Europa questo
materiale era destinato all’agricoltura dei dintorni, ma anche all’esportazione nelle
colonie e veniva trattato come un qualunque articolo di commercio. Dunque,
l’antica pratica di fertilizzazione cittadine delle campagne si venne a cumulare
alla riv. Agricola in corso, rafforzandone il carattere produttivo.
3. La fertilità d’oltremare: il guano del Perù
I coltivatori si trovavano a dover fronteggiare una domanda crescente di beni
agricoli da parte delle industrie e delle città. Il bisogno di sempre nuovi concimi
per innalzare la produttività della terra e poterla sfruttare con intensità era quindi
quotidiana delle campagne. Ai primi dell’800 il geografo e naturalista
la febbre
Alexander von Umboldt aveva scoperto e portato in Europa il guano peruviano.
Esso era costituito dagli escrementi e dai resti fossili che gli uccelli marini
avevano depositato lungo i 2500 km di costa del Perù e sulle isole vicine. Erano
disponibili anche altri giacimenti di guano ma ciò che rendeva superiore quello
peruviano era il clima secco delle coste. Non pioveva quasi mai e il guano non
soffriva dilavamenti, restava un concentrato di sostanze secche, conservando
inalterati i suoi contenuti di azoto e fosforo. Il guano era solubile e
immediatamente assimilabile dalle radici delle piante. La Gran Bretagna,
massimo consumatore europeo di questo concime, ne importava ogni anno
quantità considerevoli ma il guano era un articolo che si prestava largamente alla
frode: al momento del carico delle navi lungo le coste le possibilità di alterare la
misura ufficiale del guano da parte dei caricatori peruviani era sempre alta e il
tonnellaggio era sempre molto inferiore al caricamento effettivo. Irregolarità che
poteva essere attenuata solo a condizione di un ulteriore controllo sul personale di
vigilanza, che però avrebbe complicato ulteriormente le operazioni di imbarco a
causa del suo costo elevato.
La Gran Bretagna importava guano da dove poteva ma fu una parentesi di pochi
anni, visto che gli agricoltori inglesi mostrarono di preferire il peruviano, di
qualità superiore.
A metà degli anni ’70 la grande corsa al guano si era conclusa per l’esaurimento
dei giacimenti più importanti e più facili da raggiungere, per l’aumento dei prezzi,
dovuto sia a scelte del governo peruviano che alla crescita della domanda
internazionale e per l’uso sempre più diffuso di fertilizzanti sostitutivi, sia
che chimici, che durante la fine dell’800 si erano diffusi nelle campagne
organici
inglesi e nel resto d’Europa. Si chiudeva così un ciclo importante per l’agricoltura
inglese che era giunta al limite della Graubbau, lo sfruttamento intensivo della
terra. In misura ridotta rispetto al passato, il guano venne ancora
commercializzato e impiegato nella campagne e mantenne un ruolo sempre più
limitato nella crescente gamma dei fertilizzanti a disposizione degli agricoltori.
Con l’arrivo del guano in Europa per la prima volta le fonti della rigenerazione
della fertilità del suolo erano venute da un ambito esterno dalle campagne, che
non faceva parte della materia appartenente al ciclo riproduttivo dell’agricoltura
ma aveva dimostrato la possibilità di una fertilizzazione di grande potenza ed
effetto immediato e al tempo stesso aveva indicato un’alternativa: quella di poter
reperire quantità inesauribili di fertilizzante.
4. Entra in scena la chimica
Negli anni ’40 dell’800 Boussingault in Francia, Von Liebig in Germania e Lawes
in Gran Bretagna giunsero ad elaborare le formule chimiche per produrre concimi.
Furono i fondatori della teoria mineralogica, un’interpretazione dei meccanismi
che presiedono al nutrimento al nutrimento delle piante. Contrariamente ai
sostenitori della teoria unica (i quali ritenevano che le piante si nutrono delle
sostanze organiche contenute nel terreno) essi misero in evidenza che alla crescita
delle colture provvedevano definite sostanze minerali: azoto, fosforo e potassio.
Non era l’humus che andava rigenerato nel terreno, occorreva riammettere nel
suolo gli elementi minerali che lo sfruttamento agricolo tendeva ad esaurire.
Lawes, seguendo gli insegnamenti di Liebig, produsse i primi perfosfati
commerciali. La Gran Bretagna cominciò la produzione chimica di essi attraverso
la lavorazione di coprolite, materiale fossile derivante dallo sterco e dalle ossa di
uccelli. Tale industria fu poi sostituita da una produzione che si fondava su una
nuova materia prima, non più di natura organica: le rocce fosfatiche, disseminate
soprattutto in due isole del Pacifico, Ocean e Nauru. Esse erano quasi totalmente
composte da fosfati e, nel giro di un secolo, vennero sconvolte, costringendo le
popolazioni ad abbandonarle e a trasferirsi nelle isole vicine. Le operazioni
comportavano il disboscamento della vegetazione e la rimozione del primo metro
e mezzo di terreno, lasciando una landa desolata sulla quale non poteva più
crescere nulla.
Alla produzione di potassio contribuì la scoperta di alcune grandi miniere a
Stassfurt, in Germania nel 1861. Qui nacque la prima grande industria europea dei
concimi potassici. Tra gli anni ’70 dell’800 e i primi del ‘900 si impose
all’attenzione una nuova sostanza minerale: il salnitro del Cile. Il nitrato di sodio
venne acquistato in grandi quantità dalle industrie chimiche europee. Al tempo
stesso un nuovo sussidio chimico per incrementare la presenza di azoto nei terreni
agricoli venne trovato sotto forma di solfato di ammonio, un sottoprodotto che si
nel 1870 presso l’industria del gas cittadino. Più tardi, venne
rese disponibile
realizzato l’azoto di sintesi destinato a dominare la scena per tutti i decenni
successivi.
L’industria manifatturiera, soprattutto quella alimentare, era stata osservata con
interesse dagli agricoltori come fonte di approvvigionamento di materie
fertilizzanti: gran parte degli scarti della produzione costituiva ottimo materiale
concimante. Perfino l’industria siderurgica divenne fonte di concimi, le scorie di
dell’acciaio, ricche di fosforo, entrarono a far
Thomas, risultato della lavorazione
parte dei concimi minerali. In Italia anche gli scarti dell’industria conciaria
venivano consigliati per la fertilizzazione della terra. Dunque, l’agricoltura
europea a continuato a guardare al problema della rigenerazione della fertilità con
una mentalità incline al riciclo. Mentalità che ha caratterizzato in parte anche
l’attività industriale del XIX sec. I concimi chimici non erano sporchi e
maleodoranti come il letame, erano facilmente trasportabili e leggeri, avevano un
efficacia immediata e si potevano trasportare al negozio. L’agricoltura fondata
sull’autorigenerazione dei proprio elementi costitutivi era tramontata. Da
produttrice autonoma di ricchezze, l’Europa si trasformava in agente di
sfruttamento di minerali non rinnovabili, inaugurando così il ciclo di sfruttamento
dissipativo delle risorse non rinnovabili sulla Terra.
II. UNA NUOVA ERA DELLA DOMESTICAZIONE
1. Ricchezza produttiva e benessere animale
La possibilità, grazie ai foraggi coltivati in rotazione, di allevare gli animali
all’interno dell’azienda, spinge gli agricoltori a dotarsi di strutture per rendere
stabile la presenza degli animali. Ora le bestie non sono più affidate ai pastori, che
le portano in giro in cerca di pascoli, ma stanno sul campo, dando vita a un nuovo
ramo di attività produttiva che diviene una fonte aggiuntiva di reddito.
Il bestiame garantiva il letame per fertilizzare la terra, il latte da consumare
fresco, e così burro e formaggi da vendere all’esterno. Perfino dopo la
macellazione gli animali procuravano altro reddito, grazie alle loro pelli vendute
alle industrie conciarie e alle ossa, utilizzate per produrre materiali fertilizzante.
Questa consapevolezza della fonte di ricchezza che gli animali costituivano
spinge gli agricoltori-allevatori ad un atteggiamento di cura, protezione e
valorizzazione. Le stalle si diffondevano sempre più numerose nelle aziende e i
criteri con cui venivano costruite diventavano più rigorosi. I progressi compiuti
dalla scienza veterinaria divennero precetti diffusi. Diventava sempre più evidente
che molte patologie fossero legate alle condizioni igieniche, all’alimentazione e
alle condizioni di vita: i proprietari moltiplicavano le loro cure ed erano
consapevoli di quanto l’allevamento avesse modificato la naturale resistenza degli
animali non più lasciati al pascolo brado. La domesticazione aveva apportato in
essi delle modificazioni profonde che li rendevano eccessivamente sensibili ai
cambiamenti di temperatura. Anche l’alimentazione doveva essere accurata. La
sempre più spinta stabulazione delle mandrie comportava un’alterazione dei ritmi
biologici, modi di vita, qualità degli alimenti cui gli animali erano abituati da
millenni. Lo sforzo di conservare un equilibrio con le leggi della natura fu
costante per diversi decenni. Diversi autori consigliavano di spostare il bestiame
da un pascolo all’altro, cominciando con quello di qualità inferiore per poi andare
gradualmente in quello migliore. La stalla era un male necessario, un
compromesso per avere vantaggi produttivi ma era risaputo che i prodotti ottenuti
da animali che avevano vissuto in pascoli liberi fossero superiori in qualità a
quelli ottenuti da animali alimentati in stalla. La stabulazione era necessaria ma se
si esagerava ne conseguivano gravi danni. Con essa si tolgono quasi totalmente
tutti quegli elementi che sono indispensabili alla salute degli animali, quali aria, la
luce, il moto ed anche la pioggia. Per questo questi elementi potranno essere
Consapevoli dell’innaturalità della stabulazione, tecnici e
ridotti ma non aboliti.
allevatori cercavano di compensare gli svantaggi recuperando con accorgimenti
tecnici gli elementi più importanti dell’antica naturalità perduta. La condizione di
pascolo libero restava il punto più importante da cercare di riprodurre nelle
condizioni di vita artificiale.
2. L’alimentazione “razionale”
La condizione di equilibrio raggiunta dall’allevamento stabulare venne minata, sul
finire dell’800, dall’ossessione di un’alimentazione sempre più ricca da fornire
agli animali, considerati sempre più macchine produttive da sollecitare con tutti i
mezzi possibili. La condizione fondamentale perché gli animali forniscano il
massimo prodotto al più buon merc
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