Storia contemporanea
Il concetto di storia contemporanea di per sé è un ossimoro perché la contemporaneità è solo il momento in cui si vive. Quando dovrebbe cominciare la storia contemporanea? E quando finirebbe?
Secondo Francis Fukuyama (autore di ispirazione marxiana ed hegeliana, per cui incentrato sui temi di tesi-antitesi-sintesi e del divenire), "L'uomo e la fine della storia", nel 1989 finì la storia intesa come da Marx, basata sull'idea di antitesi → tutto il mondo capitalista, democratico, libero mercato.
Sono state sviluppate infinite teorie sull'inizio della storia (che si sviluppano in momenti di cambiamenti forti): rivoluzione francese; Restaurazione; rivoluzione industriale (cambiano i tenori di vita); avvento dei mezzi di comunicazione (che rompe il nesso tra esperienza e realtà e cambia la configurazione dell'immaginario, e cambia l'economia perché non si acquistano più solo beni materiali); WWI (esperienza di qualcosa di mai visto prima); WWII; dopoguerra coi sistemi democratici e consumistici → siamo arrivati al punto di arrivo tracciato da Fukuyama.
In ogni caso gli storici partono da ciò che è stato, da quanto è successo nel passato; lo scopo dello storico non è quello di fare previsioni sul futuro (gli storici non sanno qual è il loro oggetto di indagine finché non è accaduto).
Solo la storia dà la consapevolezza delle infinite possibilità aperte al pensiero umano, cioè dà la precisa percezione di una cosa che si chiama libero arbitrio (Ortega Gasset: “noi siamo noi e la nostra circostanza”): quello che fa per noi la storia è una chiamata alla responsabilità. La verità storica si declina sempre al plurale, come a dire “le verità”.
L'Ottocento
L'Ottocento è un travolgente succedersi di mutamenti impressionanti e sorprendenti per l'epoca.
- Romanticismo; è la reazione, estremamente variegata, all'Illuminismo. Può essere elemento tanto di conservatorismo quanto di avanzamento, ed è disorientante perché è la reazione all'eccesso di razionalità e all'egemonia del mondo francese (per tutto l'Ottocento la Rivoluzione Francese è stata una presenza fissa). Il romanticismo portò un'idea di storia diversa da quella del secolo precedente perché presuppone uno sviluppo lento, tortuoso e tormentato (vedi Hegel e Marx), non certo l'idea di storia del Settecento come progresso illimitato. Ci fu un importante recupero del passato storico e soprattutto il recupero di un passato “romantico”, mitico → Hitler, la razza ariana, il folklore tedesco.
- Idea di nazione e patria; recuperate dalla rivoluzione francese, vengono richiamate ai miti fondanti, all'autodeterminazione dei popoli, alla creazione di uno Stato, alle tradizioni.
- Circolazione di idee mediante l'attività editoriale (nascita dei giornali popolari, ad esempio) che consente di comunicare anche al di fuori dei confini grazie al miglioramento delle comunicazioni, al telefono e al telegrafo, di merci (con conseguente allargamento del mercato) e delle persone mediante le ferrovie.
- Movimenti nazionali; nell'Ottocento parlare di movimenti nazionali vuol dire sconvolgere l'assetto geopolitico mondiale, perché vuol dire contrasto con gli stati multinazionali (pensiamo agli imperi europei come quello austro-ungarico). Entrarono in crisi anche gli stati regionali come quelli italiani. Il principio dinastico venne meno e con esso l'idea che ci si identifichi sulla base del re che ci governa (i Savoia, per esempio, cominciarono a mostrarsi e a farsi riconoscere come italiani). Questi movimenti furono un diretto sviluppo della rivoluzione e delle conquiste napoleoniche.
- Capitalismo; la Rivoluzione Industriale inizialmente non è industriale bensì agraria e manifatturiera perché sostanzialmente si attivarono le vendite delle terre che prima erano controllate da grandi potenze (come le confraternite religiose o gli ordini monastici). Ci furono nuove idee con cui coltivare e si creò una sorta di classe “imprenditoriale”, da feudale che era fino a quel momento: si cominciò a produrre per vendere. Minore fu la forza lavoro richiesta, e questa si riversò nelle grandi città (che si ampliarono – Zola, Dickens); i contadini si trasformarono da manovali a salariati (Marx).
La rivoluzione vera e propria scoppiò in GB cominciando a recintare terreni che prima erano liberi e sfruttando l'impresa tessile importando cotone dall'America e facendolo lavorare dai salariati. La disponibilità di ferro e carbone oltretutto fu un altro fattore di sviluppo per la GB perché permise la realizzazione di sempre migliori strumenti di produzione.
Per la prima volta emerse l'economia di mercato, che vuol dire legge di domanda e offerta e soprattutto possibilità di concentrazione produttiva in certe aree. Cominciarono a comparire i grandi capitali, che a differenza del passato venivano investiti; parallelamente cominciarono anche a verificarsi grandi crisi in virtù del fatto che si stava affrontando per la prima volta determinate situazioni (ad esempio scoppiò, per la prima volta nella storia, una crisi di sovrapproduzione - impalpabilità della situazione che non si riusciva a capire).
- Crescita demografica; questa si verificò non tanto in virtù dell'innalzamento della natalità quanto per la riduzione della mortalità a causa del mutamento delle condizioni di vita.
Il ruolo lavorativo delle donne nell'Ottocento
Secondo una ricerca del New York Times il 5.7% delle donne lavorano (e nessuna è al vertice) nel campo dell'alta tecnologia. Quello della donna lavoratrice è percepito fin da subito come un problema, perché esiste una versione implicita e causale della rivoluzione industriale che pone all'origine della donna lavoratrice il trasferimento della produzione dal nucleo domestico alla fabbrica: è quindi possibile la compatibilità tra femminilità e salario?
La donna può lavorare solo per brevi periodi della sua vita, e conseguentemente svolge soprattutto lavori sottopagati; il genere è quindi l'unica differenza che intercorre tra uomo e donna nel mercato del lavoro (le caratteristiche del mercato sono superflue). Alla base di ciò c'è la “dottrina delle sfere separate”, una visione molto particolare di divisione del lavoro: per i due generi ci sono distinte forme di divisione lavorativa.
Non è comunque vero che le donne lavorano qui per la prima volta (pensiamo a coloro che lavoravano come cameriere o balie presso famiglie più ricche), né che le donne stessero solamente a casa a fare “le mogli e le figlie” (lavoravano a cottimo).
L'inserimento delle donne nel mondo del lavoro significa che i datori di lavoro hanno deciso di risparmiare sul costo del lavoro: per questo l'associazione delle donne a certi lavori viene istituzionalizzata nel XIX secolo mediante un “discorso sociale”, la vulgata, e viene data per assiomatica (come oggi i rumeni che sono tutti delinquenti).
Ciò si lega a posizioni scientifiche molto elevate, teorizzate dagli analisti del tempo; diverse scuole di economia teorizzano l'idea del salario di famiglia (per cui se non ci fosse questo salario la “razza” di operai non sopravviverebbe alla prima generazione – Adam Smith).
Questo salario si presume che possa mantenere tutte le donne e i minori inseriti nell'ambito familiare (è come se un operaio single prendesse meno perché non ha famiglia da mantenere, mentre un operaio con famiglia prende più di quanto dovrebbe perché ha tutele di cui occuparsi). A questo punto si direbbe che il salario delle donne sia unicamente “di contorno”, in aggiunta.
I datori di lavoro contribuirono alla divisione sessuale del lavoro, creando condizioni affinché il lavoro delle donne risultasse indispensabile. Spesso gli imprenditori però non assumevano le donne pensando “di fare bene”, pensando che per la donna non fosse appropriato.
I sindacati erano tendenzialmente maschili, ma non per una questione di sessismo, ma perché il diktat di base è quello dell'uguaglianza e le donne sono concorrenti sleali, sono “krumiri”; oltretutto il luogo di lavoro non è né salubre né morale: il luogo ideale della donna è la casa.
Se le donne vanno a lavorare, in più, gli uomini falliscono la propria missione storica, non possono dunque permettersi questa impotenza.
Avvento della legislazione protettiva: far avanzare la legislazione sulla tutela delle classi più disagiate, in primis i minori e le donne. Queste non sono però pienamente protette e non hanno tutti i diritti, si pensa a una legislazione specifica che tuteli il soggetto femminile. Le donne lavorano però in situazioni non censite, nei posti più bassi; il risultato più sorprendente è quello di ottenere, paradossalmente, il rafforzamento e l'espansione della divisione sessuale del lavoro (questo perché il ruolo della donna è prevalentemente riproduttivo, non produttivo).
L'unificazione italiana
Il primo elemento di cui tenere conto è l'estrema rapidità con cui avvenne questo processo. Ciò che ne deriva è una sostanziale mancanza di continuità storica (si verifica dunque una rottura netta).
Questo unificazione ha determinate caratteristiche:
- È centralizzata
- Autoritaria
- Militare
In questo processo c'è una sostanziale assenza di dibattito, in particolare in merito alle soluzioni istituzionali; l'esempio più evidente è lo Statuto Albertino. Presupposto del nuovo Stato è che si modelli sull'impronta sabauda (Vittorio Emanuele II). Il modello istituzionale che viene importato è quello napoleonico, che è assolutamente centralizzato (eredità dell'assolutismo).
Il problema è che, atto tipico della unificazione italiana, in un simile sistema istituzionale si discute fuori dalle sedi di governo, e questo è un problema che ci porteremo avanti fino ai giorni nostri.
L'unificazione è poi condotta militarmente con l'aiuto dello “straniero” (per usare il gergo ottocentesco) francese, e successivamente grazie alla Prussia; l'aiuto francese era dato in funzione dell'ottenere il centro Italia, magari Napoli, espansionismo francese. Sono però i plebisciti che rovinano i piani di Napoleone III.
Tutto ciò avviene in un quadro diplomatico che è sostanzialmente controllato dalla grande potenza degli anni, quella inglese: la diplomazia inglese guarda con favore alla nascita dell'Italia (vedi Garibaldi a Marsala).
Questa unificazione si basa su un'ambiguità politica: pensiamo a Garibaldi, che attua metà dell'unificazione italiana su un'ambiguità → il Meridione ha grossissime aspettative su Garibaldi, pensando che possa dare spazi di autonomia che sono secoli che vengono richiesti.
C'erano però alternative allo Stato sabaudo? Il Piemonte è quasi una scelta obbligata perché è l'unico Stato con un apparato militare e industriale abbastanza sviluppato da poter effettivamente condurre una simile operazione. Oltretutto ha anche bisogno di un mercato; si attinge a una dimensione romantica, mitica, che riparte dai Vespri Siciliani e da cui si può partire per procedere in questa direzione (al punto che tagliano le loro origini, cedendo Nizza e Savoia, per proporsi sempre più come “italiani”).
Ci sono conseguente durature di ciò? Il modello sabaudo viene esportato in una realtà in cui ancora c'erano rapporti sociali personali, ancora di origine feudale, e con una gestione del potere tutt'altro che razional-legale; il Piemonte esporta però qualcosa di completamente diverso.
Storia della mafia
Etimologia della parola “mafia”: origine araba maias (sfacciato, prepotente); cava di pietra (maha) dove si nascondevano i fuorilegge; marfud participio passato di “rifiutato”. Alla parola mafia (metà dell'800) viene indicato un neologismo per indicare azioni e parole compiute da chi vuol fare il “bravo” (un po' alla Manzoni, lo spavaldo, il coraggioso). Nel 1903 mafioso è “valente, eccellente”; all'origine paradossalmente ha accezioni positive.
Luigi Capuana in una conferenza del 1894 riferisce “mafioso” a qualcosa di bello, squisito, gentile; mafioso è qualunque oggetto che diremmo essere chic. Giuseppe Rizzotto, I mafiusi de la Vicaria, 1863, descriveva l'onorata società palermitana: qui il mafioso è il “bullo, il bravaccio”. Filippo Gualterio, prefetto di Palermo, nel 1865 disse che “in Sicilia mafia è un complesso di piccole associazioni rette da regole di società e omertà che tendono a sostituirsi alle autorità nell'esercizio della giustizia in forma primitiva”.
Tra il 1200 e il 1800 l'Italia, Sicilia in primis, è soggetta a conquiste che si succedono rapidamente, così che in linea di massima questo produce un diffuso sentimento di sfiducia nei confronti di un potere imposto perché quel potere è percepito come lontano e tutto sommato disinteressato a quanto accade.
Questo è un mondo in cui c'è incomunicabilità e difficoltà di comprensione. “Peggio dei beduini”, dicono dei siciliani e dei meridionali in genere i piemontesi - cit. Farini. Tutto l'Ottocento, con poche eccezioni, era ancora un mondo agricolo; il sud Italia ancora di più perché sopravviveva il latifondo gestito da poche famiglie baronali ancora di origine feudale, non è arrivato il vento della rivoluzione che ha scardinato questa situazione (il Regno delle Due Sicilie ha abolito solo all'inizio dell'Ottocento il latifondo, ma ha continuato a esistere per molto), hanno conservato con ciò una serie di poteri, concessioni, autonomie, libertà, svincolandosi dal potere centrale perché sulle loro terre esercitano il loro potere.
Ma queste famiglie abitano nelle città, e di certo da lì non si muovono per andare nei latifondi, delegano (per comprendere la situazione basti pensare per esempio ai Malavoglia di Verga).
Che attaccamento alla terra ha il bracciante? Non c'è quel legame che unisce il contadino alla terra (e che giustificherà e che consentirà lo sviluppo di situazioni come la rivoluzione francese in cui, per esempio, si costituisce un esercito nazionale si combatte per la patria, per difendere qualcosa a cui si tiene; in Sicilia tutto ciò non c'è).
In Sicilia esiste ancora una forte stratificazione sociale (ceto baronale lontano, disinteressato e che drena risorse; ceto medio; classe contadina), in cui la classe media si costituisce grazie alla mediazione tra baroni e strati inferiori (questa classe media è quella dei cosiddetti “gabellotti”, dal nome del contratto gabella con cui può gestire e far fruttare le terre del barone e trattenerne una parte delle rendite).
La mafia in origine non è un movimento politico, non è un'associazione a delinquere e con scopo di lucro ma è un fenomeno sociale. Chi mantiene l'ordine sui territori sono i gabellotti, e sono i baroni in primis a pretendere che ciò avvenga. La base sono i contadini, per niente felici della loro condizione, e questo spiega i continui movimenti insurrezionali del mondo contadino siciliano, in linea di massima senza cognizione politica o ideologica ma solo spinta dall'esasperazione; sono i gabellotti, non lo Stato, che reprimono ciò almeno fino al 1870. Il gabellotto diventa il “nascente borghese” e il futuro mafioso come lo intendiamo ora.
Due sono gli elementi da considerare nell'analisi della mafia: il ruolo di mediatori dei gabellotti e la questione della doppia morale (secondo molti studiosi l'origine del fenomeno mafioso coincide col momento in cui si sovrappose il sistema statale basato sul monopolio della forza legittima a una realtà ancora fortemente legata a una logica feudale). Tale legame si traduce non soltanto in una organizzazione del lavoro agricolo latifondista, ma anche in aspetti morali ed etici (qui la doppia morale), ovvero i sistemi di valori, le credenze, come ci si muove in quella società, si sviluppa un modo di pensare feudalistico che si appella alla solidarietà, alla segretezza, all'onore, ai rapporti personali, alla protezione (omaggio feudale, io sono tuo uomo).
Questi legami sono forieri di clientelismo e rifiuto dello Stato perché c'è frammentazione del potere tra tanti signori, che chiedono autonomia al re chiedendo di poter amministrare il potere per conto proprio. Fedeltà tra vassallo e re (logica per cui si viene in aiuto nei momenti di aiuto) è un elemento costitutivo dei valori della società.
Al momento dell'unificazione italiana si creò attrito tra le aspettative dello Stato e la realtà sicula: Henner Hess, studioso del fenomeno mafioso, chiama ciò questione della doppia morale, per cui la mafia sarebbe entrata in questo spazio creato dalle due morali (quella statuale e quella subculturale), si inserisce in questo momento di forte instabilità e si propone come garante della sicurezza e dell'ordine al posto dello Stato che non sa come garantire ciò, e lo fa solo con la legge marziale (legge Pica → repressione del “brigantaggio”). C'è quindi la tendenza a non interpellare la giustizia normale per risolvere situazioni di contrasto o di ordine pubblico (giustizia vendicativa di tipo medievale); sfiducia nei confronti delle istituzioni.
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Appunti Storia contemporanea - prof. Paolo Colombo
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