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Storia contemporanea

Prof. Paolo Colombo

Cos'è la storia contemporanea?

È una contraddizione in termini, perché la contemporaneità è un termine legato al momento in cui viviamo, che però allo stesso tempo è un momento che è già passato. Ogni individuo ne ha però memoria.

Quadro generale dell'Ottocento

  • Il romanticismo è una reazione all'illuminismo, all'eccesso di razionalità. È un quadro variegato e a seconda delle aree geografiche si modifica, esiste infatti il romanticismo francese, tedesco etc. Può essere considerato sia un movimento di arretramento o, al contrario, di accelerazione velocissima, perché cambia fondamentalmente tutto. Da un certo punto di vista contiene i punti fondamentali del partito di destra. È considerata reazione alla rivoluzione francese (Napoleone e ideali della rivoluzione), temuta durante tutto l'800. La nozione di storia inizia a essere spiegata come uno sviluppo lungo e tormentato, opposto all'idea di storia lineare concepita dall'illuminismo. Sono gli anni di Marx con tesi, antitesi e sintesi. Vi è quindi recupero del passato mitico e dei popoli (vediamo Manzoni, W. Scott, etc), degli individui e delle nazioni (che devono essere a fondamento). Al suo interno vi è un recupero di idee settecentesche prettamente illuministiche, come per esempio l'idea di nazione (es. nascita Italia).

  • La circolazione delle idee, notizie e merci. Dagli anni 20-30 dell'800 ha inizio una rivoluzione sociale, con nuove fonti di energie etc, grazie alla rivoluzione industriale che ha permesso una svolta sostanziale in ogni ambito industriale. L'attività editoriale si anima e permette l'abbassamento dei prezzi dei prodotti, molto più che durante la rivoluzione francese. Anche le idee scientifiche si diffondono, l'acculturamento raggiunge livelli mai visti. La forma culturale e letteraria dell'800 è il romanzo, inventato in quegli anni: è una novità assoluta, è il romanzo popolare (a puntate, ogni tot settimane).

  • Movimenti nazionali. Cambiano sostanzialmente gli scenari politici; l'assetto geopolitico viene ad essere modificato: non esistono più Stati con più nazioni (Stato plurinazionale), si vuole infatti che ogni Stato abbia una sola nazione (es. impero austro-ungarico). Si mette in discussione il principio dinastico, non si è più Sudditi ma cittadini, questo grazie ai movimenti nazionali. Si recupera l'idea di nazione facendone qualcosa di diverso.

  • Il capitalismo. Forte collegamento con il nazionalismo, perché non si può realizzare nulla che non sia legato al capitalismo se non ho a disposizione un mercato ampio e nazionale. Il nazionalismo è una risposta a una esigenza economica di un mercato non frammentato. Tutto ciò si collega alla circolazione veloce dei beni, quindi necessario è un mercato nazionale. Ma come nasce il capitalismo? Siamo in piena rivoluzione industriale, che non inizia nelle industrie ma in agricoltura, tra '700 e '800:

    • Si dividono terre pubbliche in appezzamenti privati e coltivabili, che iniziano a rendere di più.
    • Nell'800 gli aratri sono molto più efficienti ed economici, la produttività agraria aumenta esponenzialmente.
    • Finisce l'autarchia, cioè l'indipendenza di un sistema economico dall'esterno, ottenuta cercando di produrre all'interno tutti i beni e servizi di cui si ha bisogno; questo era un tratto tipicamente medioevale. Si inizia a commerciare anche con aree vicine, così si iniziò a produrre molto di più, ma con molta meno forza lavoro. Questo comportò un avanzo di forza lavoro, che costrinse i contadini a spostarsi dalle terre agrarie verso la città, accettando anche salari bassissimi.
    • Urbanizzazione, comporta la formazione di una classe di disoccupati che diviene deposito delle necessità industriali. Si crea così il proletariato e si sviluppa il pensiero di Marx, che si impegnò ad interpretare il fenomeno.
    • L'esuberanza di manodopera viene ad essere assorbita dalle necessità industriali. Si inizia a lavorare a cottimo. La rivoluzione industriale si sviluppa sostanzialmente in Inghilterra, ricca di carbone (nuova fonte di energia, geomorficamente avvantaggiata), materie prime (ferro), cotone (proveniente dagli Stati del Nord America, dotati di flotte), lana (industria tessile). Si creano così le condizioni per un'economia di mercato, cioè la domanda e l'offerta. Partono i sistemi di borsa, nascono gli strumenti di comunicazione (il telegrafo, il telefono, etc). Nasce la divisione capitale-lavoro e con questo il capitalismo e la figura dell'imprenditore. Le grandi imprese si creano a partire dai grandi capitali, che in quegli anni iniziano a formarsi. Inizialmente è lo Stato ad essere il grande imprenditore, è il periodo della creazione del sistema stradale, postale, elettrico, ferroviario…
  • Il boom demografico. Aumenta la qualità di vita: si abbassa il prezzo del cibo, dei vestiti, la sanità e l'igiene migliora, muore meno gente (boom demografico -> andamento ciclico della demografia viene a variare rispetto al passato). In questo contesto si presentano nuove crisi economiche/finanziarie/speculative devastanti, come quella legata alle sovrapproduzione ed eccessi di investimenti. Queste crisi sconvolgono la collettività del tempo, che non capiscono che cosa stia accadendo.

Il ruolo lavorativo delle donne dell'800

Un'indagine del 2014 del New York Times nel settore dell'alta tecnologia mostra che solo poche percentuali di donne occupano profili professionali prestigiosi. Ne è simbolo la foto delle code ai bagni durante un convegno Apple, in cui il bagno maschile risulta molto affollato e quello femminile deserto. Dove sono le radici di lungo periodo di questa tendenza? La donna lavoratrice viene percepita già nell'800 come un problema. C'è una versione implicita e causale della rivoluzione industriale, questa è data per certa e pone l'origine di questo problema nel trasferimento del nucleo domestico dalla casa a quello delle fabbriche. È possibile una compatibilità tra femminilità e salario? Prima di questo momento non era mai sorta questa problematica.

La donna comunque poteva lavorare solo per pochi periodi, in particolare dopo la pubertà ma prima del matrimonio, in cui veniva limitata dal vincolo domestico. Quando poi i figli lasciano la casa riprende a lavorare, ma sempre per poco tempo, fino alla vecchiaia. L'unico motivo di differenza tra uomo e donna nell'ambito lavorativo è una differenza di genere. La donna è diversa dall'uomo. Questa concezione è legata all'ideologia delle sfere separate che comporta la divisione del lavoro:

  • Donna in quanto tale è adatta a lavori casalinghi.
  • Uomo in quanto tale è adatto lavori di fabbrica.

Fino al momento in cui la donna poteva lavorare in casa così faceva, ma quando questa fase si concluse fu "costretta" a lavorare fuori casa. Alcune ricerche però dimostrano invece che già in passato le donne lavoravano fuori dalle case: governanti, tate, balie, cuoche… Secondo questi storici la rivoluzione industriale complica però le cose. Prima della rivoluzione industriale probabilmente la donna lavorava molto di più e più fuori casa. In quei casi la donna era completamente fuori casa in quanto si trasferiva nella casa dei datori. D'altra parte, però, con la rivoluzione industriale la donna può dedicarsi anche alla propria vita familiare. Storicamente le donne nella seconda parte dell'800 si inseriscono nel mercato del lavoro industriale. I datori hanno deciso di risparmiare sui costi, infatti le donne sono pagate meno. Quali tipi di lavoro svolgevano le donne? L'associazione delle donne a certi tipi di lavoro viene istituzionalizzata in questo tempo attraverso un discorso sociale e politico (luoghi comuni, giustificazioni), tanto da diventare assiomatica.

Il salario di famiglia, cioè l'idea che il maschio venga retribuito con un salario che supera quello che dovrebbe di per sé sostenere, perché deve mantenere tutta la famiglia, che tecnicamente è senza reddito; si presuppone cioè che debba mantenere moglie e figli. Adam Smith afferma che "se così non fosse la razza egli operai non potrebbe continuare dopo la prima generazione". Se una donna va a lavorare il salario che riceve sarà più basso perché sarà figlia, moglie, nonna di qualcuno, quindi di un uomo, il cui salario già la "comprenderà". Il suo salario è inferiore alla possibilità di sussistenza: le donne come singolo non sono prese in considerazione, di fatto le donne single erano poverissime. Per Marx l'uomo produce e riproduce, fa l'attività che dà valore. La donna fornisce con il parto la materia prima, la prole. Anche i teorici più avanzati del tempo ritengono che il salario familiare sia un obiettivo da raggiungere (anche i sindacati combattono per questo).

I salari bassi presumono la minor produttività della donna, ma la dimostrano anche. Le pagano di meno perché producono di meno. La donna è un lavoratore imperfetto, per questo saranno nelle sfere lavorative più basse. Non tutti i lavori sono infatti a loro idonei. Per questo si creano delle categorie di mansione. A questo punto non c'entra più una questione di mercato, diventa infatti una questione sessuale. Esempio: ci sono ricerche che mostrano che in USA vengono sostituite le industrie di scarpe dalle suole chiodate a quelle cucite: perché le donne costano meno degli uomini. Ci sono condizioni di lavoro considerate "naturali" e altre meno. In realtà questi ambiti non sono naturali, ma sono indotti dai processi di socializzazione: le bambine fin da piccole sono educate all'istruzione per ambiti precisi.

Questo quadro deve essere analizzato anche da un punto di vista maschile: generazioni di maschi obbligati a guadagnare il salario di famiglia, tutto contava solo su di loro. È una grande responsabilità, è una sorta di "castrazione sociale". Si dà per assodato che alcuni lavori siano solo per donne e non per uomini, basti pensare al lavoro del segretario. I sindacati non proteggono le donne perché le considerano come concorrenti e non come alleate, perché sono lavoratrici sleali, sono pagate meno, sono fuori dal mercato. Il luogo della donna è la casa, vi è legato a questo un vero e proprio "elogio della casalinga". La donna casalinga è segno di rispettabilità anche per la classe lavoratrice: è segno delle grandi capacità lavorative dell'uomo, che riusciva a mantenere tutta la famiglia: uomo come pilastro sociale. Tutto ciò però confonde la donna sposata o tutelata da un maschio con le donne in generale. La condizione esistenziale della donna è l'essere sposata o tutelata. Non c'è spazio sociale o lavorativo per una donna diversa. La legislazione protettiva implica l'idea che le donne e i bambini siano deboli e senza diritti e per questi andavano tutelati. Tuttavia questa legislazione non interviene negli ambiti non censiti, cioè il lavoro in nero, dove principalmente la donna lavorava. Le donne restano nel loro luogo di casalinghe, dunque rimangono soggetti privi di valori economici.

Gli orari di lavoro diversificati furono un ulteriore rafforzamento della divisione sessuale del lavoro perché lo Stato sancisce come quello della riproduttività il ruolo primario della donna. La donna non è donna ma è solo riproduttrice di vita.

Dall'unificazione italiana alla mafia siciliana

Il 1860-1861 è la data formale dell'unificazione italiana. Nel 1870 con la breccia di Porta Pia c'è la presa di Roma. Segue il recupero delle famigerate terre italiane, le terre irredenti. Importante è l'estrema rapidità con cui avviene questo processo, dura infatti meno di due anni. Tra 1859 e 1861, con la seconda guerra d’indipendenza, ci si aspetta una guerra che dovrebbe portare il Piemonte, lo Stato Sabaudo e il Regno di Sardegna ad acquisire dei territori in Lombardia. Tuttavia dopo due anni il Regno di Sardegna diventa il Regno d’Italia con praticamente tutta l’Italia. In questo processo ci sono di mezzo le insurrezioni, i plebisciti, l’adesione al Regno di Sardegna, Vittorio Emanuele come re, i Savoia come dinastia e Garibaldi. C'è però una mancanza di continuità storica e mancano le vere e proprie elaborazioni delle ragioni di questa trasformazione. In merito a ciò vi sono posizioni contrastanti. Le caratteristiche del processo di unificazione sono quindi:

  • All'origine della costruzione dello Stato italiano vi è un deficit dell'elaborazione sociale e politica delle ragioni dell’unificazione.
  • È un’unificazione centralizzata (parte dal centro e arriva al centro) che produce un sistema centralizzato, autoritario e militare in doppio senso, perché viene da una guerra e perché sul fronte interno con, ad esempio, la lotta al brigantaggio. Vi è scarso dibattito sulle soluzioni da adottare e assenza di dibattito nelle sedi istituzionali, in primis il Parlamento (questo sembra essere una sorta di tratto genetico del sistema politico italiano).
  • Avviene con l'aiuto straniero. La seconda guerra d'indipendenza viene combattuta dall'esercito piemontese con l'aiuto di quello francese. Già questa fase in cui i francesi combattono con noi, ma poi anche l'unificazione d’Italia, avviene con il beneplacito della grande potenza europea dell'epoca che era l'Inghilterra.
  • Si fonda sull'ambiguità politica. Garibaldi è un Repubblicano che fa una campagna di guerriglia, ma che poi sposa la causa monarchica, pur restando Repubblicano, consegnando le terre a Vittorio Emanuele. In tutto ciò Cavour appoggia sottobanco Garibaldi. Un pezzo di meridione ha creduto al Garibaldi dittatore Repubblicano, ma le loro attese non furono rispettate.
  • Vi è il presupposto che il nuovo Stato si modellasse sul modello sabaudo, lo Stato Piemontese. Vittorio Emanuele si chiama infatti secondo re d'Italia, quando è evidente che però sia il primo. Era il primo re del Regno di Sardegna e vuole continuità diventando secondo re d'Italia. È il segno per cui lo Stato italiano ricalcava il regno di Sardegna. Il modello è quello piemontese, copiato da quello napoleonico della Francia e quindi il nuovo Stato sarà accentrato, a discapito delle autonomie locali. In periferia rimangono delle istituzioni che sono la longa manus del governo centrale, i prefetti.
  • Non ci sono alternative credibili al Piemonte. I primi italiani dieci anni prima, con la prima guerra d’indipendenza, lo avevano già capito. Garibaldi diventa infatti filo-sabaudo. Ci sono conseguenze durature di tutte queste caratteristiche. Una su tutte la mafia nel meridione.

Gli specialisti dicono che se si cercano le radici non troppo lontane del fenomeno mafioso si arriva a metà Ottocento. A quell'epoca stavano avvenendo cambiamenti registrati dalla lingua; la parola "mafia" si dice che arrivi dall'arabo marfù. A metà ‘800 si incomincia a registrare un interesse per la parola mafia e nel 1868 si trova sul dizionario: "mafia = neologismo per indicare l’azione, le parole o altro di chi vuole fare il bravo", bravo nel senso di coraggioso. Vi è dietro un retrogusto positivo. Ancora nel 1903 il mafioso è definito in termini positivi. Luigi Capuana definì mafioso ciò che era grazioso; mafiosa veniva chiamata una bella ragazza. Se la mafia fosse stata ritenuta sin dall’inizio negativa, ora non esisterebbe così come è. La diffusione di una concezione negativa della mafia deriva probabilmente da un dramma teatrale "I Mafiosi della Vicaria" del 1863 in cui si descrive la bella società palermitana e dove il mafioso è il bullo che ostenta la sua forza sociale. Filippo Gualterio, all'epoca prefetto di Palermo, nel 1865 dice che "la mafia in Sicilia è un complesso di piccole associazioni rette dalla legge della segretezza e dell'omertà che tendono a sostituirsi ai pubblici poteri nell'attuazione di una forma primitiva di giustizia".

Fattori storici di premessa alla mafia siciliana

La Sicilia è vittima di infinite conquiste dall'estero. I governi sono lontani ed assenti. Nasce quindi un diffuso sentimento di sfiducia nei confronti dell'autorità politica, un potere imposto e visto come lontano.

Fattori storici-economici

Il latifondo posseduto da poche famiglie nobili sopravvive molto più a lungo che altrove. Dal feudalesimo tante terre erano rimaste a pochi, che ostentano privilegi. Il Regno delle Due Sicilie ha abolito formalmente il feudalesimo a inizio ‘800, ma in realtà continua. Se vive la logica feudale, la terra è strumento di potere e fonte primaria di produzione. Quei pochi che hanno potere sono lontani dalla terra, perché si trasferiscono nelle grandi città siciliane dove vivono nel lusso e delegano quindi il loro controllo ad altri. Sulle loro terre fanno giustizia, ma non vi risiedono. Non c'è solo omertà in questo, ma anche un certo livello di ignoranza, di non acculturamento e di vita condotta ai limiti di sussistenza che rende impensabile qualcosa di diverso. Il proprietario del feudo delega qualcuno alla gestione del potere su quei terreni, è qualcuno che il contadino chiama padrone, i gabellotti: essi sono i primordi dei soggetti mafiosi. Esiste in Sicilia una s

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Michi1313 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Colombo Paolo.
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