Storia contemporanea
Cause della prima guerra mondiale
La Prima guerra mondiale nasce principalmente per la volontà degli stati di imporre la propria supremazia politica, territoriale e economica sugli altri. Questa supremazia era ricercata soprattutto dai paesi economicamente più forti e progrediti industrialmente. Essi avevano capito che la ricerca delle colonie e l’occupazione dei territori al di fuori dei propri confini diventava un grande vantaggio economico, in quanto permetteva di ricercare le risorse che non c’erano all’interno del proprio paese. Questo inoltre provocava anche un prestigio di tipo internazionale, dato che più territorio viene occupato al di fuori dei propri confini tanto più il paese diviene importante sulla scena internazionale. Ogni paese misura infatti la propria forza sull’imposizione del proprio modello e della propria ideologia sugli altri.
Ulteriore motivo è quello economico: la Prima guerra mondiale si basa sullo sviluppo economico e sulla modernità industriale, i quali hanno un’influenza determinante sugli esiti della guerra. I paesi dovevano dare prova di essere superiori anche sulle strategie militari e sulla modernizzazione tecnologica delle armi, per cui era molto importante l’uso di tecnologie belliche sempre più affinate e nuove. Di conseguenza i paesi con maggiore capacità economica trasformarono le loro industrie in industrie di armi, così da fabbricare armamenti tali da uccidere il maggior numero di persone.
Inoltre, rilevanti furono anche la presenza sempre maggiore dei sentimenti nazionalisti e dei patriottismi e l’idea che il conflitto potesse risolvere i problemi interni ai paesi.
Caratteristiche della prima guerra mondiale
La Prima guerra mondiale inizia nel 1914 e termina nel 1918. Si combattono due grandi schieramenti: la Triplice Alleanza, formata da Germania, Austria-Ungheria e Impero Ottomano, e la Triplice Intesa, formata da Russia, Gran Bretagna e Francia. Si scontrano quindi i paesi più potenti, che ricercano fortemente la propria supremazia sugli altri. Ciascun paese vuole infatti trarre un suo vantaggio dalla guerra: Regno Unito e Francia, pur essendo animati da forme di rivalità, si uniscono in nome di un nemico comune, ovvero la Germania, che voleva conquistare sempre più un’egemonia continentale, mentre l’Austria voleva salvare l’integrità del suo impero e la Russia espandersi territorialmente. Successivamente, l’Italia nel 1915 e gli Stati Uniti nel 1917 prendono parte al conflitto a fianco dell’Intesa.
Viene denominata la Grande Guerra perché per la prima volta la partecipazione dei paesi si allarga su scala mondiale (sono 21 i paesi che entrano in guerra), per il suo alto numero di partecipanti e di morti (fu coinvolta la popolazione civile oltre che ai soldati e si dovette ricorrere alla leva obbligatoria) e per la sua lunga durata. Si pensava infatti che il conflitto si potesse risolvere in poco tempo, ma al contrario durò 4 anni. Non solo non si erano mai visti eserciti così grandi, ma il loro potenziale distruttivo fu accresciuto dalle nuove tecnologie belliche sviluppatesi nell’era industriale. Le nuove armi che esordiscono in questo conflitto sono i fucili a ripetizione, le mitragliatrici, le bombe a mano, le granate e i carri armati. Le industrie dei paesi vennero quindi trasformate in fabbriche di armi: le vite di tutti i paesi furono riorganizzate per mandare al fronte nuove truppe, produrre sempre più velocemente armi e munizioni, equipaggiare ed alimentare gli eserciti.
La Prima guerra mondiale è inoltre una guerra di trincea, ovvero tunnel lunghi decine di chilometri scavati nel terreno che segnavano i confini di difesa di ogni stato. Tutto ciò si svolgeva in condizioni di vita al limite dell’umano. Nonostante questo, fu un’esperienza unificante: all’interno delle trincee si creò solidarietà tra provenienze e classi diverse. I momenti vuoti inoltre, mentre si aspettava l’attacco, venivano occupati da scrittura di lettere e canti di gruppo. La guerra segna anche l’avvio dell’emancipazione femminile: in assenza dei mariti chiamati alle armi, le donne assunsero il ruolo di capofamiglia, affiancando il lavoro di casalinghe a quello nelle fabbriche o nelle campagne, per mantenere sé stesse e la propria famiglia. In molte lavorarono come infermiere negli ospedali militari.
La guerra mondiale sul fronte italiano, dall’entrata in guerra alla fine
La Prima Guerra Mondiale scoppia nel 1914, ma l’Italia entra in guerra solamente nel 1915: il primo anno ricopre una posizione neutrale, sebbene appartenesse alla Triplice Alleanza. Riguardo l’ingresso in guerra, la popolazione era divisa tra interventisti e neutralisti. I primi, che sono la maggioranza, vedevano la presenza degli irredentisti, dei futuristi e dei nazionalisti, che volevano che l’Italia divenisse un grande impero, che si completasse l’unificazione nazionale e che si ampliassero i possedimenti coloniali. I neutralisti invece erano rappresentati dai socialisti, dai cattolici, dai liberali giolittiani, che ritenevano che l’Italia non fosse pronta per il conflitto e che l’ingresso in guerra non fosse necessario.
L’Italia quindi, inizialmente neutrale, fa leva poi sul patriottismo, in quanto in caso non avesse preso parte alla guerra sarebbe stato considerato un paese inferiore, non degno di calcare la scena mondiale. Il patriottismo fu infatti la leva di mobilitazione degli interventisti, e fu quello che prevalse tra il popolo. Si riteneva inoltre che attraverso la guerra si potesse far ripartire l’economia, ma soprattutto distrarre i cittadini dai problemi interni allo stato.
Nonostante la volontà neutralista del Parlamento italiano, Salandra e Sonnino, rispettivamente capo del governo e ministro degli esteri, firmarono il 26 Aprile 1915 il patto di Londra con Francia, Inghilterra e Russia. L’Italia entra quindi in guerra con l’Intesa, con la promessa della riconquista delle terre irredente (Trentino e Friuli), Istria (tranne Fiume) e la Dalmazia. L’esercito italiano era però molto impreparato e numerose sconfitte si susseguirono, tra cui la più nota a Caporetto, in cui il Friuli fu perduto e l’esercito italiano dovette arretrare sino al Piave. Nel popolo si alimenta sempre più la contrarietà alla guerra, che aveva portato a insoddisfazione e stanchezza, ma soprattutto a inflazione, carestie, instabilità e debiti. Nonostante l’Italia uscì vittoriosa dalla guerra, lo stato era in una situazione di grave crisi e il malcontento popolare era sempre più alto. L’Italia ottenne dalla guerra il Trentino, il Sud Tirolo, Trieste e Istria. Questa vittoria fu denominata da D’Annunzio la “vittoria mutilata”: non vennero unificate le “terre irredente” e l’Italia non riuscì ad ottenere Fiume.
Conseguenze mondiali della prima guerra mondiale
La fine della Prima guerra mondiale stabilisce il crollo della civiltà occidentale ottocentesca. La guerra infatti può essere vista come evento spartiacque tra i due secoli, vera cesura tra due epoche storiche. Da essa ne deriva anche l’egemonia e dominio dei paesi vincitori e un forte ridimensionamento dei paesi sconfitti: i trattati di pace firmati a Versailles dai paesi vincitori imponevano forti sanzioni ai paesi vinti, senza possibilità di discuterle. Il principale obiettivo della Francia era infatti quello di annientare la Germania, per soppiantarla come stato egemone in Europa, e l’Inghilterra la assecondò.
La pace punitiva impose alla Germania di restituire l’Alsazia e la Lorena alla Francia, prevedeva l’assegnazione della regione carbonifera della Saar alla Francia e la spartizione delle colonie tedesche tra Inghilterra e Francia. La Germania fu anche costretta a pagare una cifra molto alta come riparazione dei danni di guerra. Il trattato di Versailles quindi contribuisce in modo decisivo a indebolire la Germania. Tutto ciò fa sì che nasca in Germania rancore e volontà di rivincita, ai quali consegue un tentativo di rivalsa che la condurrà alla scelta di un regime autoritario.
Il risultato della guerra fu anche un ampliamento dell’insoddisfazione. La guerra non ha infatti portato i risultati sperati, ha solamente aperto nuove questioni interne. Questa condizione di crisi fa sì che sia necessario un governo forte, che si realizza nel totalitarismo.
Inoltre, la Prima guerra mondiale determina anche la leadership degli Stati Uniti: essi con il loro intervento si pronunciano come nuovo protagonista sul piano economico (vendettero armi per oltre 2 miliardi di dollari) e su quello politico, con il loro modello di democrazia liberale che verrà abbracciato da più nazioni al termine del conflitto. Si estinsero poi l’impero tedesco, l’impero austro-ungarico, l’impero ottomano e l’impero russo, generando diversi stati nazionali che ridisegnano completamente la geografia politica del paese. Il mondo da questo momento sarà diviso in due schieramenti: i paesi liberali come la Francia che accettano il modello americano, e i regimi autoritari, forme di governo guidate da un unico partito e un unico uomo, il cosiddetto “uomo forte”.
Rivoluzione russa e stalinismo
Cause e caratteristiche della rivoluzione di febbraio
La Rivoluzione russa consiste nel sovvertimento del regime zarista e nella successiva formazione della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa, che diventerà poi l'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS). Lo scopo della Rivoluzione è proprio quello di destituire lo zar a favore di una gestione del potere da parte del popolo.
Nel 1917, durante la Prima guerra mondiale, l’Impero russo era stremato e logorato dalla guerra: l’esercito non era preparato e gli armamenti erano molto arretrati, gravi sconfitte si susseguivano, il numero dei caduti e dei feriti fu altissimo. Le condizioni del popolo si aggravavano sempre più anche a causa della scarsità dei generi alimentari, dovuta alla produzione agricola diminuita per effetto della chiamata alle armi dei contadini.
Data questa situazione, il regime zarista non fece nulla per migliorarla. Si crea quindi un malcontento generale che porta a una crescita del divario tra gli zar e il popolo. Si alimenta sempre più un desiderio di ribellione e si susseguono molti scioperi, per culminare nel 1917 con la rivoluzione di febbraio. Questa rivolta scoppiò a Pietrogrado e vide insieme contadini, operai e parte della borghesia. I militari non si opposero ma aiutarono i manifestanti. Non solo a Pietrogrado si svilupparono rivolte, ma anche nelle periferie: i soldati disertavano, i contadini occuparono le terre dei grandi proprietari e gli operai scioperavano nelle fabbriche. La rivoluzione di febbraio porta alla deposizione dello zar e all’istituzione di un governo provvisorio legittimato dalla Duma. Un ruolo importante però è ricoperto anche dai soviet, ovvero consigli di persone appartenenti alla stessa categoria, soprattutto operai e soldati, nei quali prevaleva maggiormente il partito menscevico. Il governo provvisorio infatti era in realtà molto debole e i soviet divennero l’unica autorità riconosciuta dal popolo. Il governo proseguì però la guerra e non risolse la condizione di crisi del popolo, ma, nonostante ciò, fu appoggiato dai soviet. I menscevichi persero quindi la loro influenza nel paese. Crebbe così la forza dei bolscevichi, guidati da Lenin. I menscevichi sopportavano un approccio graduale al socialismo, mentre i bolscevichi ritenevano che bisognasse agire con una rivoluzione.
La rivoluzione bolscevica di ottobre e le sue conseguenze
Lenin, tornato dall’esilio, scrisse le “Tesi di aprile”, in cui affermava la volontà di opporsi al governo provvisorio, l’urgenza dell’uscita dalla guerra e la necessità della nazionalizzazione delle terre, con l’instaurazione di una società comunista. Secondo Lenin occorreva passare subito alla fase in cui gli operai e i contadini prendono il potere. I consensi per i bolscevichi aumentarono sempre più, fino a ottenere la maggioranza all’interno dei soviet. A questo punto Lenin, che era convinto che non si potesse avere una transizione pacifica alla società comunista, giudicò fosse giunto il momento della presa violenta del potere. L’insurrezione avvenne nell’ottobre del 1917, con i bolscevichi che occuparono i punti nevralgici della capitale, tra cui il Palazzo d’Inverno, e presero il potere. Questa ribellione venne chiamata rivoluzione d’ottobre. Non fu tentata una forte resistenza contro gli insurrezionalisti. I bolscevichi istituirono quindi il Consiglio dei Commissari del Popolo e il congresso dei soviet proclamò la repubblica sovietica. Le prime misure attuate dal governo di Lenin sono la pace immediata, il controllo operaio sulle fabbriche, la nazionalizzazione delle banche e delle ferrovie, la confisca delle terre e la loro assegnazione ai contadini. Riguardo alla pace, Lenin firmò la Pace di Brest-Litovsk, con cui la Russia cedeva Finlandia, Polonia, Ucraina e parte della Bielorussia.
Successivamente, Lenin cambia la direzione del potere, ponendolo nelle mani esclusivamente dei Soviet, ovvero un governo che tiene insieme operai, sindacati di operai, il popolo e i rappresentanti del popolo. Con i soviet si crea quindi un governo collettivo voce delle classi popolari. Le prime azioni compiute dal governo Soviet sono: il riconoscimento dei contadini come proprietari della propria terra, la sostituzione della polizia con una milizia composta soprattutto di operai, la completa separazione tra stato e Chiesa con il riconoscimento del matrimonio civile e del divorzio, la regolamentazione dell’orario di lavoro con l’introduzione della giornata lavorativa di otto ore, e l’istituzione dei tribunali del popolo.
La situazione russa però andava sempre peggiorando. Dal 1918 al 1920 ci fu una violenta guerra civile scatenata da coloro che si opponevano al governo bolscevico. Inoltre, ci fu una grande carestia, che i bolscevichi cercarono di risolvere con requisizioni sui contadini. Essi istituirono anche una spietata polizia politica, la Ceka, che contribuiva a istituire un regime del terrore. La crisi economica si faceva sempre maggiore, con un’arretratezza industriale e agricola. Si assiste anche a un irrigidimento politico: i bolscevichi raggiunsero il monopolio del potere e della politica con il partito comunista, il PCUS, che diventò partito unico. Nel 1922 inoltre Lenin, unendo Russia, Bielorussia e Ucraina, forma uno stato federale con il nome di Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS). Per risolvere la crisi il governo bolscevico varò la NEP, una nuova politica economica che abolì le requisizioni, ridusse le tasse del 40% e reintrodusse il commercio ai privati. Con essa la società sovietica entrò in una fase di ripresa, ma non permise comunque l’uscita della Russia dalla sua arretratezza.
La figura di Stalin e le caratteristiche del totalitarismo stalinista
Alla morte di Lenin, nel 1924, si crea una lotta per la successione nel gruppo dirigente bolscevico. Egli viene inizialmente sostituito da una direzione collegiale di cui facevano parte Trotskij e Stalin, fino a quando quest’ultimo non prende il potere. Stalin, il cui nome significa “acciaio” in russo, era il segretario del partito. Nato in una famiglia povera, di origine georgiana, partecipa alla rivoluzione russa. Consapevole di non essere abile politicamente, avanza nel partito con la pratica della calunnia contro i suoi avversari politici. Egli teorizzò lo sviluppo socialista in un paese solo: affermava così che la rivoluzione dovesse bastare alla Russia stessa, senza esportarla nei paesi più avanzati. Stalin era malvisto da Lenin a causa della sua personalità egocentrica.
Quando Stalin prende il potere, dopo aver emarginato tutti i suoi avversari politici, egli pone fine alla NEP e pianifica i cosiddetti piani quinquennali. Essi avevano come obiettivo l’accelerazione dell’industrializzazione e la collettivizzazione dell’agricoltura. Grazie ad essi la produzione industriale raddoppiò, fino a far sì che l’URSS diventò la terza potenza industriale del mondo. Nasce così la figura dello stacanovista, ovvero colui che lavora con efficienza, talvolta anche eccessiva. Dall’altro lato però, la collettivizzazione forzata dell’agricoltura, che costrinse i contadini a riunirsi in aziende statali, portò a un declino della produzione agricola e a una forte repressione contro i kulaki. In questo modo i contadini sono resi dipendenti dello Stato, i beni da loro prodotti sono dello stato. Il tenore di vita del popolo è sempre molto basso.
La piena assunzione del potere da parte di Stalin avviene nel 1929, con l’instaurazione della dittatura staliniana. Lo stalinismo si caratterizza per la concentrazione dei poteri: il potere politico, quello economico, quello militare e quello giuridico ricadono tutti nelle mani di Stalin. Inoltre, Stalin applicava una forte censura su ogni mezzo di comunicazione. Altra caratteristica importante di questo regime è il culto della personalità: Stalin diviene un punto di riferimento per il popolo, viene venerato e celebrato come orgoglio del paese, anche se non si mostrava molto al pubblico.
Stalin ottiene il consenso garantendo una casa a tutti i cittadini e distribuendo a ognuno una tessera alimentare con cui comprare beni di prima necessità, così che ognuno ha le stesse possibilità di acquisto. Inoltre, fa sì che l’istruzione sia obbligatoria a tutti, garantendo un livello di alfabetizzazione comune, e rende la sanità pubblica, con ospedali efficienti e moderni. In più, assicura anche a tutti un posto di lavoro. Stalin attuò anche una strategia di propaganda con la realizzazione di grandi opere come ferrovie e canali.
Lo stalinismo si caratterizza non solo per un capillare sistema di controllo ma anche per un grande uso della propaganda, con l’obiettivo di mantenere il consenso e il controllo sulla popolazione.
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