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nostro tempo. Nel 1832, Leopold Ranke riprende un’opera precedente di Berthold Niebuhr e scrive

che lo sviluppo storico di un popolo avviene in funzione del suo genio nazionale: esiste un’omogeneità

della nazionalità tedesca e la necessità di realizzarne l’unità politica.

A guidare il processo di unificazione è la Prussia, che nel 1815, guidata dagli Hoenzollern, esce

rafforzata sa in funzione anti-francese sia in funzione anti-russa: mantiene la Pomerania, il

Brandeburgo e la Prussia occidentale, e guadagna la Pomerania svedese, la Bosnania, la Sassonia, la

Vestfalia e la Renania, con le città di Treviri, Colonia e Bonn. La Prussia orientale e la Prussia

occidentale non sono contigue: le separano l’Assia-Kassel, l’Hannover meridionale ed altri Stati. Da

questo momento i progetti della Prussia sono ricongiungere la parte occidentale con quella orientale,

procurarsi uno sbocco sul Mare del Nord passando per l’Hannover, e sostituirsi all’Austria nella guida

della Confederazione.

Il primo passo è la creazione di un’unione doganale della Prussia (1818), da realizzare con la riforma

tariffaria di Maassen, che prevede un regime di quasi libero scambio, con protezioni doganali solo per i

generi di lusso e quelli provenienti dalle colonie, senza tasse per le importazioni o i semi-lavorati –

affinché possano essere lavorati ed essere facilmente esportabili. In poco tempo la Prussia inserisce

all’interno dell’unione doganale un piccolo Stato che costituisce un enclave all’interno del suo

territorio, e negli anni ’20 vi entrano altri piccoli Stati contigui alla Prussia.

Nel 1828 la Prussia stipula un importante accordo doganale con l’Assia-Darmstadt, che diventerà un

modello per i successivi accordi con altri Stati e per la creazione dello Zollverein, la lega doganale del

1834. L’accordo prevede una tariffa esterna comune e una ripartizione dei proventi proporzionale alla

popolazione dei due Stati. Una clausola prevede che entrambi gli Stati abbiano il diritto di veto sulle

modifiche introdotte: dal punto di vista politico sono sullo stesso piano. La Prussia è disposta a fare

sacrifici economici per ottenere vantaggi politici: l’unione doganale è la prima tappa dell’unione

politica.

Nel 1828 iniziano ad allarmarsi altri Stati che rischiano di essere tagliati fuori dai commerci. La

Baviera e il Wurttemberg formano una lega doganale degli Stati del sud; a loro volta anche gli Stati

centrali formano una lega commerciale che passa per l’Assia-Kassel, in funzione anti-prussiana. Nel

1829 l’Assia-Kassel è in bancarotta e decide di entrare nella lega doganale prussiana: si ha il

ricongiungimento doganale delle due parti della Prussia. Altri Stati seguono il suo esempio, finché nel

1834 nasce lo Zollverein, la Lega doganale tedesca, non più prussiana. Essa ha una funzione politica,

perché abitua gli operatori a collaborare in un governo non ancora formalizzato, ma di fatto esistente.

Nel 1842 la Lega deve essere rinnovata e scoppiano delle tensioni riguardo al regime doganale da

adottare: viene scelto il protezionismo teorizzato da Federico List nel 1833. Nel frattempo la Prussia

continua nella sua azione di unificazione: costruisce delle strade che attraversano da nord a sud il

territorio tedesco e nel 1847 unifica le ferrovie all’interno dello Zollverein. Nasce anche il primo

giornale che si rivolge a tutta la popolazione tedesca. Gli Stati tedeschi smettono di intrattenere

rapporti commerciale con l’Austria e intensificano quelli con gli Stati del nord – con cui hanno

maggiore convenienza a commerciare.

Nel 1848-49 si pone l’alternativa tra la grande e la piccola Germania – che non comprende l’Austria.

Viene preferita la piccola Germania: Federico Guglielmo dapprima rifiuta la corona donata dal popolo,

ma la accetta quando gli viene offerta da un’assemblea di Stati.

Il processo di unificazione non è solo economico: la vera spinta all’unificazione tedesca viene

dall’esercito prussiano, condotto da Bismarck.

L’ESPANSIONISMO TERRITORIALE DEGLI USA

Nel 1787 gli Sati Uniti hanno la Costituzione federale e a partire dall’800 comincia una fase di

espansione: nel 1803 acquistano la Louisiana dalla Francia e nel 1819 la Florida dalla Spagna. In

questo momento viene definito il confine meridionale degli Stati Uniti sul Sabine River.

Il Texas rimane spagnolo, ma nel 1824, con l’indipendenza del Messico, diventa territorio messicano e

viene abolita la schiavitù. Tra gli anni ’20 e gli anni ’30 aumenta la presenza di coloni americani nella

zona del Texas, finché si arriva ad avere una maggioranza di presenza americana: nel 1836 questa

maggioranza decide di creare uno Stato indipendente dal Messico e di avere un regime schiavistico. Il

Texas riesce nel suo intento e subito dopo chiede l’annessione agli Stati Uniti, ma gli viene rifiutata

perché non c’era stato un accordo bilaterale con il Messico.

La vera ragione del rifiuto è che fino a questo momento sussiste un equilibrio tra gli Stati del nord – nei

quali domina la piccola proprietà contadina, sono particolarmente vivaci dal punto di vista

dell’artigianato e dell’industria, e dispongono di banche e infrastrutture – e gli Stati del sud – che

vivono sul latifondo, sulla coltura del cotone, e hanno un’organizzazione sociale che si basa sulla

schiavitù. Al momento della richiesta del Texas, al Senato americano siedono i rappresentanti di 13

Stati del nord e 13 Stati del sud: l’opposizione al Texas è in funzione del mantenimento dell’equilibrio,

con il suo ingresso gli Stati schiavisti del sud sarebbero in maggioranza. Il Texas chiede aiuto a Francia

e Gran Bretagna, che ne approfittano per stipulare accordi commerciali favorevoli; in realtà il Texas ha

bisogno di aiuti economici e chiede dei prestiti.

Nel 1842 il Messico sfrutta la situazione di difficoltà del Texas per tentare di riannetterlo. A questo

punto una missione diplomatica britannica propone una accordo che prevede un prestito al Texas in

cambio dell’instaurazione di rapporti privilegiati dal punto di vista commerciale. Gli Stati Uniti temono

che il cotone del Texas sia privilegiato al loro e che la Gran Bretagna possa esportare a basso costo in

Texas togliendo loro mercato e facendo penetrare negli Stati Uniti prodotti inglesi. Poiché la Gran

Bretagna ha già abolito la schiavitù negli anni ’30, gli Stati Uniti credono che succederà anche in Texas

e preferiscono annetterlo, piuttosto che perderlo.

Nel 1844 c’è la richiesta d’indipendenza dal Messico della California, in cui è presente una vasta

penetrazione di coloni americani. Gli Stati Uniti propongono al Messico di acquistare la baia di San

Francisco e di versare un indennizzo per il Texas. Nel 1846 scoppia la guerra, che termina nel 1848

con la vittoria degli Stati Uniti: con il trattato di Guadalupe-Hidalgo ottengono la California, il New

Mexico, l’Arizona, il Nevada e lo Utah.

Negli anni ’50 l’equilibrio viene mantenuto con la conquista di novi territori a ovest. Nel 1856 entra a

far parte degli Stati Uniti anche il Kansas.

La guerra di secessione americana

Nel 1858 il partito repubblicano fa una battaglia contro la schiavitù e quando Lincoln diventa

Presidente c’è un tentativo di secessione da parte degli Stati del sud, che dura dal 1861 al 1865. Il

tentativo di secessione è dovuto a questioni di politica economica, a cui si collegano questioni di

politica istituzionale: gli Stati del nord seguono una politica protezionistica – per crescere hanno

bisogno di fermare l’importazione di prodotti europei – mentre quelli del sud seguono una politica

libero-scambista – per vendere cotone a basso prezzo all’estero hanno bisogno che non ci siano

dogane. L’ingresso del Kansas fa perdere la parità al Senato agli Stati del sud, che alla Camera dei

rappresentanti sono già in minoranza per via della grande migrazione europea che fa aumentare la

popolazione degli Stati del nord, che sono più rappresentati anche perché non hanno schiavi. Con

Lincoln gli Stati del sud non possono più influire nelle decisioni di politica economica, oltre a rischiare

l’abolizione della schiavitù.

Nel corso della lotta gli Stati del nord hanno il vantaggi della presenza di porti, banche, vie di

comunicazione, ferrovie, industrie, simpatia internazionale – lottano per una causa giusta. Nel 1865

termina la guerra di secessione e si apre una fase di ricostruzione e ristrutturazione, in cui gli Stati

Uniti escono dalle relazioni internazionali e si dedicano al rafforzamento interno.

L’APERTURA ALL’OCCIDENTE DI CINA E GIAPPONE

La Cina è chiusa a tutti i commerci, eccetto quelli con la Gran Bretagna attraverso la Compagnia delle

Indie, ma solo a Canton e tramite il Co-Hong, l’intermediario. Nel 1833 la Gran Bretagna avoca a sé

rapporti commerciali con la Cina e invia un diplomatico per stabilire contatti col governo cinese,

sovrastando il Co-Hong, ma il governatore di Canton non gli concede udienza.

Tra il 1839 e il 1840, quando la Cina rende esecutive delle leggi che impediscono il commercio di

oppio, iniziano degli scontri diplomatici. Agli occhi degli Inglesi questo gesto rappresenta un affronto

agli interessi britannici: scoppia la guerra dell’oppio in difesa dei mercanti inglesi – il vero fine della

guerra è l’apertura dei mercati cinesi ai prodotti inglesi. La guerra va dal 1840 al 1842. Il conflitto dura

molto perché la Cina crede che la Gran Bretagna abbia intenzione di conquistarla, ma gli Inglesi

vogliono solo l’apertura i mercati. La Gran Bretagna manda una flotta che si concentra nel sud del

Paese: i Cinesi si trovano in difficoltà – la differenza tecnologica è molta ampia, la Cina si affida ancora

alle giunche di guerra.

L’imperatore, che viene dalla Manciuria ed è inviso a molti, viene messo in discussione; l’esercito

imperiale si divide in due: da una parte l’esercito delle province, non più sotto il controllo

dell’imperatore, dall’altro l’esercito imperiale propriamente detto. Del primo l’imperatore non si fida,

mentre del secondo ha bisogno a Pechino; alla fine cede e firma i Trattati di Nanchino (1842), o

Trattati ineguali, che prevedono:

 la diminuzione al 5% sulla protezione dei prodotti cinesi

 il permesso agli Inglesi di trattare con i singoli commercianti cinesi, senza il tramite del Co-

Hong

 l’apertura al commercio di altri 4 porti (Shangai)

 gli Inglesi non saranno più sottoposti alla giurisdizione penale cinese, ma a quella consolare

britannica (extraterritorialità)

 la Gran Bretagna acquista una piccola isola accanto a Canton, Hong-Kong

 qualsiasi facilitazione concessa dalla Cina ad altri Stati sarà concessa anche agli Inglesi

L’imperatore cinese concede trattati simili sono concessi anche a Francia e Stati Uniti, con l’intento di

metterli l’uno contro l’altro. A partire dal 1840 comincia la penetrazione cattolica in Cina, portata

avanti da Matteo Ricci. Le potenze cercano di ottenere degli appoggi attorno alla Cina (Nuova Zelanda,

Borneo, Hawaii), con la conseguenza di generare inevitabili scontri. In questa prospettiva lo Stato più

importante come trampolino di lancio per la Cina è il Giappone.

Il Giappone è chiuso ad influenze esterne dal 1637, da quando è sotto la guida dello Shogun. L’unica

possibilità di contatto con l’esterno è il porto di Nagasaki, a cui possono accedere solo gli Olandesi:

attraverso questo varco penetra la cultura europea. Il Paese è attraversato dal malcontento: da una

parte ci sono le élites che chiedono un’apertura verso l’Europa, dall’altra c’è chi si richiama alle

tradizioni giapponesi, calpestate dallo Shogun; entrambi si rivolgono all’imperatore.

A metà ’800 gli Stati Uniti, in avvicinamento alla Cina, si presentano davanti al Giappone con una

squadra navale e mandano una lettera allo Shogun, promettendo di tornare a prendere la risposta:

nella lettera c’è la richiesta di aprire il mercato agli Stati Uniti. Nel 1854 lo Shogun accetta la richiesta

degli Stati Uniti per evitare una guerra: a partire da questo momento si avvia un movimento contrario

alla shogunato. Negli anni ’60 ci sono le prime rivolte, sedate dagli Europei.

Nel 1868 c’è la Restaurazione Meiji con il governo illuminato di Mutsuhito e la caduta dello Shogun. Il

Gippone inizia a copiare dall’Europa: adotta il sistema scolastico europeo, crea un esercito, una flotta –

che viene dapprima costruita in Europa e dalla fine degli anni ’80 direttamente in Giappone. Soldati e

marinai sono istruiti dai migliori esperti del mondo: Inglesi per il mare, Tedeschi per la guerra,

Francesi per l’amministrazione.

La rivolta dei Taiping

In Cina l’imperatore è fortemente contestato (la Triade) e c’è la volontà di sostituirlo. Scoppia la rivolta

religiosa e politica dei Taiping. Viene proposta da un santone una rigenerazione della Cina che si

rifaccia al confucianesimo e al cattolicesimo, ma ha il sopravvento la parte politica. I motivi di

contestazione sono la crisi dell’artigianato cinese – gli stranieri vogliono essere pagati in oro, la

conseguenza è il deprezzamento della moneta in argento – e il cattivo raccolto del 1851 nel sud della

Cina – c’è carestia e si formano dei gruppi armati di contadini per difendere le loro terre. La rivolta

porta alla creazione di una nuova statalità a Nanchino guidata dai rivoltosi: la divisione tra nord e sud

indebolisce ancora di più la Cina e gli occidentali ne approfittano per allargare le zone di influenza.

L’espansione del Giappone

Dal 1873 il Giappone avvia un processo di rafforzamento militare con tendenze espansionistiche:

l’obiettivo è un ampliamento di carattere difensivo dei propri territori. Il Giappone non sarebbe al

sicuro senza il possesso delle isole che gli fanno da corona. Nel 1873 occupa le isole Bonin, senza

interferenze da parte degli Stati Uniti, e nel 1875 le Isole Ryukyu; con la presa delle Isole Curili si

completa il processo di conquista della cerchia di isole intorno al Giappone.

Il Giappone sospetta che possa provenire qualche attacco dal continente asiatico e inizia un’opera

espansionistica in quella direzione, verso la Corea – ricca di risorse agricole e minerarie –ma la Cina

cerca di contrapporsi. Il Giappone ipotizza la forza per conquistare la Corea ma ha paura di provocare

un dissesto in quell’insieme di armamenti di cui si sta dotando: è una campagna troppo ambiziosa per

l’esercito giapponese e si teme l’intervento russo. Nel 1873 si decide il reclutamento obbligatorio

nell’esercito, mentre si sta costruendo una flotta a cui collabora la Gran Bretagna in funzione anti-

russa. La flotta giapponese fa una dimostrazione navale davanti alla Corea e ottiene la firma dei

Trattati ineguali con la Corea, costretta ad aprirsi alla penetrazione commerciale giapponese, ad

abbassare le tariffe doganali e ad accettare il monopolio commerciale giapponese sul suo territorio.

Nel 1884 un partito formata da giovani coreani tenta un colpo di Stato in Corea a favore del Giappone

ma non riesce. A questo punto il Giappone firma una serie di trattati con la Cina per un possibile

intervento militare in Corea in caso di disordini. Nel 1894 il Giappone interviene militarmente, ma la

Cina si oppone e scoppia la guerra cino-giapponese, da cui i Cinesi escono sconfitti. La Cina tenta di

resistere e fa appello alla Russia, che non interviene perché frenata dall’azione diplomatica britannica.

Al momento della sottoscrizione della pace con la Cina, le acquisizioni giapponesi sono diventate

eccessive: il Giappone acquista una parte della Manciuria e l’isola di Formosa. Con il suo intervento, la

Russia ottiene una revisione dei trattati: la penisola mancese viene spartita con la Russia, che continua

la sua penetrazione in Manciuria fino alla guerra nel 1904 con il Giappone. Quest’ultimo ne esce

vittorioso perché la Russia ha problemi interni e decide di chiudere la guerra.

L’EUROPA TRA IL 1870 E IL 1890

Negli anni ’60 si completa il processo di unificazione tedesca sotto la guida prussiana: nel 1863-64 c’è

la guerra contro la Danimarca, nel 1866 contro l’Austria e nel 1870 contro la Francia di Napoleone III.

Nel 1870 la Germania occupa l’Alsazia-Lorena: quest’ atto viene percepito come una violazione del

principio di nazionalità. In Europa si diffonde un sentimento di precarietà e si teme che la guerra posa

ritornare. Lo Stato più forte è ancora quello che può dettare legge: quanto più uno Stato diventa forte

tanto più può avere successo nelle relazioni internazionali.

Uno dei fattori che fanno ritardare la guerra è l’abilità di Bismarck. Egli porta avanti un programma di

ampliamento dei territori prussiani: riesce nel suo intento ma nel 1870 capisce che la Germania deve

fermarsi perché è satura ed ha raggiunto quello che vuole, una posizione di preminenza in Europa.

Bismarck decide di rientrare all’interno dell’equilibrio europeo: può farlo perché in questo momento

gli Stati europei iniziano a rivolgersi all’esterno e intraprendono l’avventura coloniale. Bismarck

adotta una politica di alleanze: l’Alleanza dei tre Imperatori con l’Austria-Ungheria e la Russia.

La Russia non conosce i moti dell’Ottocento, ma aiuta l’Austria a sedare i disordini interni e fa fallire i

tentativi prussiani della piccola Germania. Esce dal 1848 in posizione centrale e lo zar Nicola I

intraprende una politica di potenza in direzione dei Balcani, che sono sotto l’Impero ottomano:

scoppia la guerra di Crimea. A fianco della Turchia si schierano la Gran Bretagna, che non vuole che il

Bosforo e i Dardanelli siano sotto controllo della Russia protezionista, la Francia, che ha interessi

commerciali e cerca l’alleanza della Gran Bretagna anche in altri scenari, e verso la fine del conflitto

anche l’Austria. L’ingresso dell’Austria fa venire meno l’interesse russo e lo zar si ritira.

Nel 1873 vengono stipulati due trattati: uno austro-russo, cui aderisce anche la Germania, e uno russo-

tedesco. La Russia e l’Austria aspirano entrambe ad un’influenza nei Balcani: nel 1875 scoppia la

guerra balcanica, che si conclude nel 1878 con il Trattato di Santo Stefano e il Trattato di Berlino. La

Russia tenta nuovamente di occupare l’intera penisola balcanica a partire dalla Romania, ma viene

fermata dall’Inghilterra e dall’Austria. L’alleanza si sfalda e Bismarck cerca di ricostituirla. Nel 1881

l’alleanza viene ricostituita attraverso una serie di accordi bilaterali e nel 1882 Bismarck riesce ad

aggiungere anche l’Italia a questa serie di trattati. L’Italia si sente defraudata dalla Francia – la Tunisia

è diventata colonia francese – ma è fortemente in contrasto anche con la Russia e con l’Austria per

quanto riguarda i Balcani, e in particolar modo con l’Austria per la questione dei territori irredenti.

L’alleanza creata da Bismarck mira ad isolare la Francia per il timore di un suo tentativo di revanche:

la Francia non dichiarerà mai guerra alla Germania se rimane sola. Il nuovo imperatore Guglielmo II

conduce una politica estera opposta a quella di Bismarck e fa cadere l’alleanza con la Russia.

La Germania è lo Stato militarmente più potente in Europa. La flotta tedesca non è molta forte seppur

la Germania si affacci su due mari. Per quanto riguarda l’economia, è la forza emergente dell’Europa:

nel 1870 raggiunge la Gran Bretagna nella produzione di carbone; i settori più importanti sono la

siderurgia, l’industria meccanica e quella chimica.

La Gran Bretagna è l’altro grande Paese europeo. Non è legato ad altri Stati da alleanze perché vuole

essere libera. Ha la migliore flotta del mondo – che costituisce una forza sia militare sia economica –

ma un esercito limitato, perché si rifiuta di mettere in atto il servizio militare obbligatorio. Oltre

all’industria, un’altra importante risorsa britannica è il capitale, la forza finanziaria, il fatto che lo Stato

investa grandi capitali nel mondo. Le materie assenti in Gran Bretagna vengono prese nelle colonie e

poi ridistribuite a livello internazionale.

La Francia, seppur sconfitta, dal punto di vista del numero dei soldati è molta vicina alla Germania: c’è

solo una differenza di tattiche strategiche. È vivo un forte nazionalismo di carattere difensivo e anti-

tedesco che vuole recuperare l’Alsazia-Lorena. Non ha subito grossi danni dalla guerra franco-

prussiana dal punto di vista dell’economia: la sua economia continua a essere una delle migliori del

mondo, ma non è veloce quanto quella tedesca.

L’Italia ha appena raggiunto l’unità, è una potenza con un buon andamento demografico e territoriale,

ma dal punto di vista economico è alquanto arretrata. È uno Stato fragile e ancora molto diviso

all’interno: è attanagliato dalla questione meridionale, dal tentativo di rendere coeso un territorio

formato da un numero cospicuo di Stati diversi e dalla frattura fra laici e cattolici – che non

partecipano per lungo tempo alla vita politica italiana per i fatti di Roma.

L’Austria-Ungheria è un impero plurietnico: non riesce a trovare un modo per rafforzare il proprio

esercito e teme di trovarsi di fronte a disordini interni per un aumento delle tasse. Ha grandi obiettivi

di espansione.

La Russia è una grandissima potenza demografica con 75 milioni di abitanti, ma solo una parte di

questa popolazione è strutturata per l’esercito. I suoi motivi di debolezza sono la mancanza di

modernizzazione delle armi e delle vie di comunicazione.

Se la Germania riesce nel suo intento di mantenere l’equilibrio in Europa, ciò è dovuto al fatto che, da

una parte, le potenze europee si rivolgono all’esterno senza trovare ostacoli, dall’altro, gli Stati Uniti

hanno appena terminato la guerra di secessione e sono impegnati in un’opera di ricostruzione. La

maggiore preoccupazione proviene da un altro settore: il Giappone.

Alla fine dell’800 emergono delle voci favorevoli alle prime integrazioni di carattere pacifistico: nel

1887 Pratt costituisce l’Unione Lombarda per la Pace e l’Arbitrato Internazionale; nel 1889 si apre il I

Congresso internazionale dei delegati delle associazioni pacifistiche; nel 1889 nasce anche l’Unione

interparlamentare; nel 1899 e nel 1907 hanno luogo le Conferenze della pace a L’Aia.

Tali conferenze e associazioni si basano su questo concetto: se si vuole mantenere la pace servono due

presupposti, la progressiva diminuzione delle armi fino al disarmo e l’arbitrato – un complesso di

tribunali dove tutti gli Stati siano rappresentati e che possa garantire la pace attraverso l’applicazione

di un diritto.

Nel 1901 Angell scrive The Great Illusion.

I BALCANI E IL CASO DELL’ARMENIA

Alcuni territori iniziano a sollevarsi contro la dominazione ottomana, autoritaria e opprimente. I primi

ad ottenere l’indipendenza durante il periodo napoleonico sono i Serbi, ma già nel 1813 l’Impero

ottomano revoca le concessioni fatte in precedenza e dopo il Congresso di Vienna riprende la lotta per

l’indipendenza. Nel 1826 con la Convenzione di Ackerman viene creato un piccolo principato

indipendente.

In Moldavia e Valacchia, i Rumeni considerano l’inizio del processo d’indipendenza il 1821, quando

l’Impero ottomano sostituisce i gabellieri greci con quelli rumeni. Le Chiese rumena, bulgara e serba

cercano di sganciarsi da quella greca.

La Russia entra per cercare di avere un’influenza a favore di Moldavia e Valacchia – zone di produzione

del grano – e ottiene con il Trattato di Adrianopoli del 1829 che in Moldavia e Valacchia vengano creati

due principati pseudo-autonomi nel 1830.

Nel frattempo la Serbia riesce ad avere un’autonomia dagli Ottomani, ma deve mantenere guarnigioni

turche su suo territorio e deve pagare delle imposte al sultano.

Nel 1830 il processo di indipendenza dei Paesi balcanici è ormai pienamente avviato. Il Consiglio

imperiale diventa Consiglio dei Ministri (le Porte), a capo dei quali stanno i Visir (il Gran Visir è a capo

del Ministero degli Affari generali). Nel 1838 vien promulgato un atto in cui si garantisce la vita e la

proprietà a tutti i cittadini dell’Impero ottomano a prescindere dalla religione, ma non viene mai

applicato.

Nel 1848 in Romania, dove i due principi stanno governando in collaborazione con un’assemblea

formata dai boiari, i nobili proprietari fondiari, e dalle alte cariche ecclesiastiche, avvengono dei moti.

La Russia interviene in Moldavia e Valacchia nel 1853: ne nasce una guerra con gli Ottomani e la Gran

Bretagna interviene a difendere l’Impero ottomano per paura che la Russia possa arrivare agli stretti.

La guerra si chiude con la Conferenza di Parigi (1856): la Romania riesce ad avere una reale

indipendenza. L’Impero turco avvia nuove riforme: un prescritto da parte del sultano è l’unico modo

per partecipare alla Conferenza di Parigi. Il sultano garantisce la vita, la proprietà e la libertà religiosa.

Oltre a queste garanzie si chiede ai cittadini di non esprimere giudizi negativi nei confronti dei

cittadini non musulmani e si permette a tutti l’accesso ai pubblici uffici e alle scuole. Si hanno forti

poteste da due settori: da una parte, il settore nazionalista, per il quale c’è stata un’ingerenza indebita

delle potenze occidentali nell’Impero ottomano; dall’altra, il settore fondamentalista, che reclama il

diritto esclusivo di esercitare le libertà politiche da parte della Umma, la comunità dei credenti. Queste

opposizioni portano a due massacri, in Libano (cristiani maroniti) e in Siria: le popolazioni fino ad

allora sottomesse cominciano a reclamare l’applicazione dei loro diritti.

Anche nella parte austriaca dei Balcani, in Croazia, si stanno muovendo delle nazionalità, a partire

dall’azione di Luigi Gai, che recupera uno dei dialetti e lo rende lingua croata, crea una biblioteca, una

società editrice, delle opere in croato, ponendo le premesse per la nascita di un nazionalismo croato.

Nel 1875 si solleva l’Erzegovina, subito dopo la Bosnia, e la Russia interviene nuovamente. Il Trattato

di Santo Stefano prevedeva la creazione di una grande Bulgaria, ma il progetto viene respinto in una

conferenza internazionale guidata da Bismarck. Nel 1878 viene stipulato il Trattato di Berlino; in una

clausola la Russia pretende dalla Romania la Bessarabia. L’articolo 72 prevede una sorta di tutela

internazionale per l’applicazione dei diritti civili e politici. A partire da questo trattato si rafforzano le

opposizioni all’Impero ottomano.

Dal 1878 gli Armeni, fino ad allora sottomessi al patto fra Impero e non musulmani – difesa, sicurezza,

vita e proprietà a patto di tasse e sottomissione – in seguito alle nuove riforme che concede il sultano

chiedono di essere protetti dai soprusi dei Curdi. Le rivendicazioni non vengono ascoltate, il sultano

scioglie il Parlamento ma le proteste continuano. Non c’è più la volontà di sottomissione da parte di

questi Paesi e nascono le prime società segrete, anche in Russia.

Nel 1885 nasce il primo partito armeno, che chiede l’autonomia e si basa sulla volontà di creare una

coscienza nazionale armena. Le proteste armene culminano le 1894 in sommosse e rivolte aperte

contro la doppia tassazione e contro i soprusi, chiedendo la possibilità di avere armi per difendersi.

L’Impero ottomano risponde col massacro: la repressione di 22 giorni sfocia in qualcosa di più. Viene

formata una Commissione d’inchiesta per verificare la responsabilità degli avvenimenti: essa viene

attribuita agli Armeni che si sono rivoltati, e le potenze occidentali non intervengono.

Nel 1895 riprendono i moti: a Istanbul c’è la prima manifestazione pubblica di una minoranza

sottomessa. Gli Armeni fanno un corteo ma non riescono a portare le loro rivendicazioni direttamente

al sultano perché il corteo viene bloccato e si scatena un nuovo massacro.

Nel 1896 finiscono i massacri, che si sono perpetuati anche dopo che gli Armeni hanno chiesto la

tregua. La Gran Bretagna comincia a penare che sia l’ora di far cadere l’Impero ottomano e spartirsi il

territorio, ma non interviene per via dell’opposizione russa.

Nel 1897 c’è il tentativo della Grecia di annettere Creta, ma viene sconfitta in 11 giorni. La Macedonia è

un crogiuolo di nazionalità. Nei Balcani si vede una nuova frontiera in seguito all’allargamento dei

nuovi Stati nazionali. I piccoli Stati che si stanno per formare nei Balcani cercano a loro volta di creare

una ambito territoriale più vasto.

Gli occidentali, che hanno vissuto i moti nazionalistici del ’48, non ritengono tuttavia che gli Slavi

possano avere nazionalità. Tra il 1880 e 1890 l’Austria-Ungheria riesce a tenere a bada queste

nazionalità, anche con l’aiuto di Bismarck. Nel 1891, a ridosso della Triplice Alleanza, l’Austria riesce a

raggiungere un accordo con la Serbia: i due Stati si promettono neutralità reciproca in caso di guerre.

L’Austria ottiene che il sovrano della Serbia prometta di non firmare nessun atto o accordo con altri

Stati se non previo favore dell’Austria.

Il principe a capo della Romania è un Hoenzollern; egli cerca di sostituirsi alla Russia, che però ha

un’influenza sulla Bessarabia. Vengono stipulati degli accordi di neutralità in caso di guerra tra

Romania e Austria.

L’Austria ha un’influenza predominante anche in Bulgaria. Sul trono c’è Alessandro di Battenberg,

nipote dello zar; egli non riesce a contrapporsi al parlamento bulgaro, che vuole liberarsi della

presenza russa sul suo territorio e l’abdicazione di Alessandro. Il Parlamento rifiuta il sostituto

proposto dai Russi; diventa principe Ferdinando di Sassonia-Coburgo, tedesco, ufficiale ungherese,

molto legato all’Austria

Nel 1903 in Serbia c’è una sollevazione popolare contro il ripristino degli Obrenovic; sul trono sale la

dinastia dei Karadordevic. La Serbia è il fulcro di un nuovo Stato di carattere panslavista: spinge alla

sollevazione di tutte le altre popolazioni dell’Impero ottomano o sotto il controllo austro-ungarico,

come la Bosnia-Erzegovina. La risposta austro-ungarica è l’annessione nel 1908.

Nel 1908 scoppia la rivolta dei Giovani Turchi. Il Partito Unione Progresso si basa su due elementi

fondamentali: mettere fine alla teocrazia e passare al periodo di laicità dello Stato, e instaurare un

regime di carattere liberal-democratico. L’anno dopo c’è la controrivoluzione: i fondamentalisti non

accettano la scomparsa della teocrazia e i nazionalisti si fanno portavoce dei principi del panturchismo

– superiorità della razza turca, gli altri popoli devono staccarsi dall’Impero – e del turanismo – unione

di tutti i popoli di lingua turca, come l’Azerbaijan, con in mezzo l’Armenia. Viene formato un

Parlamento e nel 1909 gli Armeni si sollevano contro la rivoluzione nazionalista, ma vengono

nuovamente massacrati senza l’intervento straniero.

Subito dopo la guerra italo-turca, scoppiano le guerre balcaniche del 1912 e del 1913. I Paesi balcanici

approfittano delle difficoltà dell’esercito per chiedere riforme in difesa delle popolazioni cristiane della

Macedonia. Si crea un’alleanza, voluta dalla Russia, tra Grecia, Serbia e Bulgaria, che in tre settimane

riescono a vincere contro i Turchi; ma la vittoria non risolve i problemi. Si scontrano i nazionalismi: la

Bulgaria non accetta le proposte di compromesso della Russia e torna in guerra con la Serbia e la

Grecia. Anche la Romania entra nel conflitto contro la Bulgaria, sconfitta in sei settimane. La Grecia

ottiene parte della Macedonia e le isole dell’Egeo, la Serbia e la Grecia si allargano.

Nasce il principato dell’Albania, ma si scoppiano nuovi conflitti sui confini (zona dell’Epiro). In questo

momento la crisi balcanica è al centro della crisi europea.

Nel 1914 viene nominata una nuova Commissione: il sultano accetta gli osservatori occidentali che

obbligano l’Impero ottomano ad adottare delle riforme in Armenia. La Turchia capisce di essere debole

a chiede aiuto alla Germania, che invia un ispettore militare per lavorare al rafforzamento dell’esercito

turco non solo dal punto di vista della preparazione, ma anche delle infrastrutture.

Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, i Turchi possono sbarazzarsi degli Armeni, perché

nessuno si interessa più della loro situazione. Gli Armeni rispondono alla chiamata turca, ma le cose

precipitano a partire dalla sconfitta che i Turchi ricevano dalla Russia nel gennaio 1915 durante il

tentativo di marciare verso l’Azerbaijan. I Turchi ritengono gli Armeni responsabili del fallimento e

nel febbraio, durante una riunione segreta dei Giovani Turchi, viene deciso un piano di sterminio della

popolazione armena. Il programma prevede di:

 mettere fuorilegge le associazioni armene

 confiscare le armi

 istigare la violenza

 usare le forze armate

 sterminare gli uomini sotto i 50 anni, i preti e i maestri

 permettere la conversione di donne e bambini

 sterminare le famiglie dei fuggiaschi e non metterle in comunicazione con loro

 licenziare i funzionari armeni

 sterminare gli Armeni nell’esercito

 condurre le operazioni in diversi luoghi

 vigilare sulla segretezza di queste norme

Nell’aprile cominciano i rastrellamenti e a maggio viene promulgata la legge temporanea di

deportazione. Nel maggio 1915 viene emanato un nuovo atto temporaneo di espropriazione e confisca,

rimasto in vigore fino al 1920. I L N O V E C E N TO

LA I GUERRA MONDIALE

Nella I Guerra Mondiale si riconoscono due tematiche fondamentali: il passaggio dal sistema europeo

al sistema mondiale degli Stati; la crisi, il declino degli Stati sovrani nazionali che si erano affermati nel

corso dell’800. Tra la fine del secolo XIX e l’inizio del XX, lo sviluppo delle forze produttive dovuto alla

rivoluzione industriale fa sì che le dimensioni degli Stati nazionali, nella loro chiusura dovuta

all’adozione della via protezionistica, costituiscano un ostacolo al pieno impiego delle loro risorse.

Comincia una nuova gara selettiva fra gli Stati: non è più una gara europea, ma è mondiale. In questo

quadro emergono gli Stati che hanno una maggiore potenza a livello mondiale. La risposta a questa

sfida è l’imperialismo, l’espansionismo.

La Germania arriva tardi alla spartizione dei territori: alla fine dell’800 è lo Stato che ha una maggiore

potenza e sviluppo economico industriale e non accetta di essere relegata a potenza di secondo piano.

All’avvio della I Guerra Mondiale, la Gran Bretagna occupava a livello coloniale 28 milioni di chilometri

quadrati di territori per un totale di 375 milioni di abitanti; la Germania ne occupava 3 milioni per un

totale di 12 milioni di abitanti. La Germania doveva scegliere se rinunciare a essere una potenza

mondiale o se adottare una politica estera aggressiva.

La I Guerra Mondiale accelera le tendenze già in corso, come l’accentramento del potere (preminenza

dell’esecutivo sul legislativo), la priorità degli aspetti militari e la maggiore presenza dello Stato

nell’economia.

Il 28 giugno 1914 c’è la causa scatenante della guerra con l’attentato di Sarajevo in Bosnia: uno

studente bosniaco uccide l’erede al trono d‘Austria-Ungheria, l’arciduca Francesco Ferdinando e sua

moglie. Il governo asburgico attribuisce la responsabilità politica dell’attentato alla Serbia: da tempo

esistevano tensioni tra la Serbia e l’Austria.

Il 23 luglio l’Austria invia un ultimatum alla Serbia: la Serbia risponde garbatamente all’Austria,

accettando tutti punti dell’ultimatum tranne quello che prevede un’intromissione di funzionari

austriaci nell’inchiesta sul complotto: ciò andrebbe contro la sua sovranità, sarebbe una violazione

della costituzione. L’Austria si ritiene insoddisfatta e il 28 luglio dichiara guerra alla Serbia. Il giorno

dopo la Russia mobilita il proprio esercito; la Germania, alleata dell’Austria in forza della Triplice

Alleanza, invia un ultimatum alla Russia intimando la sospensione della mobilitazione. La Russia non

fa marcia indietro e il 1° agosto la Germania dichiara guerra alla Russia. Lo stesso giorno la Francia,

che ha con la Russia un’alleanza militare. molita le proprie forze armate. La Germania risponde con un

nuovo ultimatum indirizzato alla Francia. al quale segue la dichiarazione di guerra, non avendo la

Francia adempiuto a quanto c’era nell’ultimatum. La Germania invade il Belgio per muovere l’attacco

alla Francia. Il Belgio era neutrale. L’invasione è giustificata dalla Germania con un ultimatum al Belgio

nel qualche chiede la possibilità di passare dal suo territorio avendo avuto notizia di un imminente

attacco dalla Francia attraverso il Belgio. Il Belgio non accetta l’ultimatum e la Germania procede

invadendo il Belgio per portare l’attacco alla Francia. L’invasione del Belgio provoca una reazione da

parte della Gran Bretagna per ragioni ideali e motivi pratici – il Belgio sta al di là della Manica. La Gran

Bretagna ha rapporti tesi con la Germania e dichiara guerra prendendo spunto dall’invasione del

Belgio.

In Germania da tempo esiste il piano Schlieffen, dal nome del tedesco che ha elaborato questo piano di

guerra nella previsione in cui la Germania debba impegnarsi su due fronti contrapposti: la Francia da

una parte, la Russia dall’altra. Il piano prevede che la Germania debba portare subito l’attacco contro la

Francia, da abbattere rapidamente per spostare poi l’impegno contro la Russia, che si pensa disponga

di notevoli risorse ma sia più lenta a muoversi.

In Europa molti pensano che la guerra sarà breve; non manca chi ritiene che la guerra possa essere

persino utile come freno dei contrasti sociali. All’interno dei vari Stati si ha una mobilitazione

patriottica. Anche i socialisti nei vari Paesi si astengono da una dura opposizione. Una ferma

opposizione alla guerra viene da parte del papato, prima da parte di Pio X, che tuttavia muore una

volta scoppiata la guerra, e poi da parte di Benedetto XV, che non perde occasione per esprimere la sua

condanna nei confronti della guerra.

Le potenze dell’Intesa vedono la guerra come una reazione all’aggressività e all’espansionismo

tedesco, come scontro tra democrazia liberale e autoritarismo, come guerra per l’indipendenza dei

popoli e per l’affermazione del principio di nazionalità. Gli imperi centrali, e in particolare la Germania,

vedono invece la guerra come una risposta a un tentativo di strangolamento e alla negazione di una

posizione congrua nel contesto internazionale. Si ha un grande spiegamento di forze con l’impiego di

molti uomini, nuove possibilità sono offerte dagli sviluppi nei mezzi di trasporto, e le armi sono più

progredite, temibili, micidiali.

Inizialmente i Tedeschi ottengono successo in direzione della Francia: il governo francese lascia Parigi

di fronte all’avanzata tedesca e si trasferisce a Bordeaux. Nel frattempo i Tedeschi sconfiggono i Russi

nella battaglie di Tannenberg e dei Laghi Masuri.

Il 6 settembre i Francesi contrattaccano e riescono a spingere i Tedeschi su una linea più arretrata

dopo una settimana di combattimenti. I Tedeschi non riescono a reagire: falliscono il piano tedesco e

l’idea di guerra di movimento. Alla fine di novembre gli eserciti sono arrestati su un lungo fronte dal

Mare del Nord al confine svizzero. Dalla guerra di movimento si passa alla guerra di logoramento.

L’allargamento continua e nell’agosto del 1814 il Giappone dichiara guerra alla Germania, in seguito al

trattato del 1902 con la Gran Bretagna, e s’impadronisce delle colonie tedesche in Estremo Oriente. In

novembre la Turchia, legata alla Germania da un trattato segreto, interviene a fianco degli imperi

centrali. Nel maggio del 1915 l’Italia interviene a fianco dell’Intesa. In settembre la Bulgaria interviene

a fianco degli imperi centrali. Intervengono a fianco dell’Intesa anche il Portogallo (marzo 1916), la

Romania (agosto 1916), la Grecia (giugno 1917) e gli Stati Uniti (aprile 1917). Il conflitto si estende

agli imperi coloniali: ci sono battaglie nei continenti extra-europei. Si tratta effettivamente di una

guerra mondiale quale mai si è vista.

In un primo tempo l’Italia all’inizio resta neutrale. Dal 1882 l’Italia è legata all’Austria-Ungheria e alla

Germania dalla Triplice Alleanza. La Triplice è un accordo di tipo difensivo e l’Italia non viene

consultata prima dell’inizio della guerra. In Italia si accende presto un dibatto tra interventisti e

neutralisti: interventi sono gli irredentisti (che desiderano che l’Italia abbia i territori irridenti d

Trentino e Trieste), alcuni sindacalisti rivoluzionari, i nazionalisti e i liberali di destra (tra i quali

Salandra, Presidente del Consiglio, e Sonnino, Ministro degli Esteri dall’ottobre del 1914). Neutralisti

sono Giolitti e i liberali giolittiani (che ritengono l’Italia impreparata e pensano che riceverà dei

compensi per la sua neutralità), il mondo cattolico, i socialisti e i settori dell’industria. I neutralisti

hanno un maggior peso nella società e in Parlamento: numericamente sono la maggioranza. Gli

interventisti sono più chiassosi e ciò li fa sembrare più forti di quanto siano in realtà. Fin dall’inizio

l’Italia non è nettamente schierata a fianco della Germania.

Mussolini, socialista e direttore dell’Avanti, nell’autunno del 1914 passo tra gli interventisti anti-

tedeschi, ritenendo che la Germania sia un pericolo per il quale bisogna entrare in guerra a fianco

dell’Intesa e collaborare per sopraffarla. Mussolini viene destituito dalla direzione dell’Avanti e

cacciato dal partito. Nel novembre fonda Il popolo d’Italia, che si vale di finanziamenti francesi.

Il 26 aprile 1915 con l’avvallo del Re, Salandra e Sonnino firmano il Patto di Londra con l’Intesa, in

base al quale l’Italia entrerà in guerra a fianco dell’Intesa e in caso di vittoria otterrà il Trentino, il Sud-

Tirolo fino al Brennero, la Venezia-Giulia, l’Istria esclusa Fiume, parte della Dalmazia, il bacino

carbonifero di Adalia in Turchia ed eventuali altri compensi in campo coloniale. All’Intesa non costa

nulla promettere dei compensi all’Italia dai territori dei vinti. Il Patto di Londra resta segreto al

Parlamento. Ai primi di maggio Giolitti si pronuncia in favore delle trattative con l’Austria. Salandra

rassegna le dimissioni ma il Re le respinge mostrando fiducia in lui. Nel frattempo si svolgono delle

manifestazioni di piazza da parte degli interventisti, dando vita alle “radiose giornate di maggio”.

Il 20 maggio la Camera approva la concessione dei pieni poteri al governo col voto contrario dei soli

socialisti. Il 24 maggio l'Italia entra in guerra. A questo punto anche i socialisti si astengono dal

praticare una dura opposizione: formula “né aderire, né sabotare”. L’Italia si trova presto impegnata in

una guerra di trincea.

Alla metà del 1915 c’è una situazione di stallo, con molti morti. Nel 1915 gli unici successi significativi

sono ottenuti dagli Austro-Tedeschi contro i Russi, costretti ad abbandonare parte della Polonia, e

contro la Serbia, che viene invasa.

Il 1916 è un anno di grandi offensive militari: c’è l’offensiva tedesca contro la piazzaforte francese di

Verdun, la controffensiva inglese sulla Somme, ma non portano a risultati decisivi. In giugno c’è

l’offensiva austriaca contro l’Italia: la Strafexpedition, la spedizione punitiva contro l’Italia che è

passata al campo avverso. L’Italia non subisce perdite territoriali, ma nel Paese è presente una viva

impressione: cade il governo Salandra, nasce il governo di Paolo Boselli, governo di coalizione

nazionale comprendente varie forze politiche esclusi i socialisti. In maggio c’è la battaglia navale dello

Jutland tra la flotta inglese e quella tedesca: questa battaglia blocca ulteriormente la situazione perché

i Tedeschi da questo momento si fanno più prudenti. In giugno c’è un’offensiva da parte russa con il

recupero dei territori perduti. In agosto interviene la Romania a fianco dell’Intesa ma viene sconfitta.

In seguito alla guerra si diffonde il malcontento, si hanno episodi di diserzione e qualche caso di

ribellione, nonostante la severa disciplina che punisce questi episodi. Si fa uso dei gas, dei nuovi mezzi

di comunicazione, di automezzi corazzati, di aeroplani, di sottomarini. Anche l’agricoltura e

l’organizzazione risentono della guerra. I governi s’impegnano nella propaganda. Per tutti questi

elementi gli storici hanno parlato di guerra totale.

Il 1917 è un anno di svolta. In aprile entrano in guerra gli Stati Uniti contro la Germania. In agosto a

Torino c’è un’insurrezione, che viene repressa con dei morti. Anche all’interno dell’Impero austro-

ungarico sono presenti tensioni a causa delle diverse nazionalità. Il 1° agosto il papa Benedetto XV

emana una nota ai capi delle potenze belligeranti nella quale esprime una durissima condanna della

guerra e fa proposte di pace. Il Papa non giudica la guerra solo dal punto di vista morale, ma afferma

che è anche inutile perché incapace di risolvere i problemi internazionali; nella nota avanza un

progetto di soluzione della guerra, ma la nota non produce gli effetti sperati. In ottobre c’è l’episodio di

Caporetto: Austriaci e Tedeschi sfondano le linee italiane e penetrano nel Friuli; Diaz sostituisce

Cadorna al comando supremo dell’esercito italiano, che esprime una valida resistenza e riesce a

controbattere. Viene chiamata anche la leva del 1899 per dare nuova forza all’esercito. Venne formato

un nuovo governo presieduto da Vittorio Emanale Orlando.

In gennaio del 1918 Wilson presenta i suoi 14 punti: abolizione della diplomazia segreta, libertà di

navigazione, eliminazione delle barriere doganali, riduzione degli armamenti, reintegrazione del

Belgio, restituzione dell’Alsazia e della Lorena alla Francia, rettifica dei confini italiani secondo il

principio i nazionalità ecc. L’ultimo punto prevede la nascita di un organismo internazionale con

compiti di tutela della pace: la Società delle Nazioni. Nel marzo la Russia, dopo aver firmato un

armistizio con gli imperi centrali, stipula la pace di Brest-Litovsk (3 marzo). La pace è particolarmente

dura: ha il ruolo di indurre gli imperi centrali a impregnarsi contro di esse le forze dell’Intesa. Agli inizi

del 1918 la situazione tra le due parti in guerra è piuttosto di equilibrio. Da fine marzo si ha un

rinnovato impegno tedesco in direzione della Francia, ingaggiando anche le forze rese disponibili dopo

l’abbandono della Russia.

In giugno viene un attacco austriaco sul Piave ma viene respinto. Alla fine di luglio c’è l’inizio del

definitivo contrattacco dell’Intesa. A questo punto si sente il peso dell’auto degli Stati Uniti. Alla fine di

settembre cede la Bulgaria, in ottobre l’Impero turco e l’Austria-Ungheria. L’Italia sconfigge l’Austria

nella battaglia di Vittorio Veneto e il 3 novembre viene firmato l’armistizio di Villa Giusti. In Germania

l’Imperatore fugge e l’11 novembre i delegati del governo provvisorio firmano l’armistizio di

Rethondes. In Germania, Austria e Ungheria nascono degli Stati repubblicani.

Nel gennaio del 1919 a Versailles si aprono i lavori della conferenza di pace. Alla conferenza di pace

partecipano 32 Paesi, con l’esclusione dei vinti, ma le potenze principali sono quattro: Gran Bretagna,

Stati Uniti, Francia e Italia. La Francia, sotto la presidenza di Clemenceau, vuole l’annichilimento della

potenza tedesca e un risarcimento da parte della Germania. La Gran Bretagna e gli Stati Uniti sono

soddisfatti dell’esito della guerra ma sono contrari all’annientamento della Germania per motivi di

equilibrio. L’Italia viene presto relegata in posizione marginale.

Il 28 giugno viene concluso con la Germania il trattato di Versailles, che i Tedeschi chiamano diktat

perché viene loro imposto senza la possibilità di dire la propria. Esso prevede la restituzione alla

Francia dell’Alsazia-Lorena, alla Polonia dell’Alta Slesia, di una striscia della Pomerania e della

Posnania (un corridoio polacco che termina con Danzica, città libera), viene stabilita la perdita delle

colonie e viene inoltre deciso che la Germania dovrà pagare le riparazioni di guerra, ridurre le forze

armate e smilitarizzare la zona del Reno, che sarà presidiata per 15 anni da truppe inglesi, francesi e

belghe. Il 10 settembre viene conclusa la Pace di Saint-Germain con l’Austria, che subisce una notevole

riduzione del proprio territorio. Il 27 novembre vene stipulato il trattato di Neuilly con la Bulgaria, cui

viene imposto la cessione di alcuni territori. Il 4 giugno del 1920 è la volta del trattato del Trianon con

l’Ungheria, che perde dei territori, viene condannata al pagamento di riparazioni e alla limitazione

delle proprie armate.

Le cause della I Guerra Mondiale

Freud, nelle sue considerazioni sulla guerra, scrive che la I Guerra Mondiale ha due peculiarità: è una

guerra totale – coinvolge tutto il mondo, tutti i ceti sociali, non è una guerra di eserciti, ma di popoli,

una guerra che chiede agli Stati di mettere in campo tutte le risorse disponibili – e decreta la fine

dell’illusione positivistica – l’800 presuppone che il principio di nazionalità pacificherà le relazioni

internazionali, che il progresso della scienza, della democrazia, della cultura, della civiltà costituirà una

garanzia contro il ripresentarsi delle guerre.

In campo storiografico, si scontrano due interpretazioni: la prima sostiene che la causa della guerra sia

stata l’aggressività, il militarismo e l’espansionismo della Germania di Guglielmo II e della sua alleata

Austria-Ungheria, che la I Guerra Mondiale sia lo scontro tra tendenze liberal-democratiche da una

parte e burocratico-assolutistiche dall’altra, e che la I Guerra Mondiale sia fatta per applicare

l’autodeterminazione dei popoli; l’altra tendenza sostiene che la causa della guerra sia l’atteggiamento

della Francia e della Gran Bretagna che ostacolano qualsiasi possibilità espansiva della Germania e

quindi creano una sorta di accerchiamento degli imperi centrali.

La Germania di Guglielmo II è certamente un Paese aggressivo. Nel 1891 la Lega Pangermanistica

proclama l’espansione dello Stato tedesco su due linee: quella all’interno del continente, dei Paesi in

cui si parla tedesco (Austria-Ungheria, Olanda, Lussemburgo, Boemia, Estonia, Lettonia), e quella verso

l’esterno, di stampo economico. L’influenza tedesca in Asia Minore (Baghdad), nell’America del Sud e

in certe parti dell’Africa (Marocco, Africa centrale) si va a scontrare con presenze preesistenti, quella

francese e quella inglese. Nel 1898 c’è un primo accordo tra Germania e Gran Bretagna per dividersi le

colonie di Belgio e Portogallo: la parte a sud del Mozambico e dell’Angola con la foce dello Zambesi alla

Gran Bretagna, quella a nord alla Germania. L’accordo non viene applicato, ma tra il 1913 e 1914

questo accordo viene ripreso: la Gran Bretagna è favorevole a dare una possibilità di espansione alla

Germania, contrariamente alla Francia. Quest’accordo, che doveva preludere a un altro accordo per la

conferimento del Congo belga alla Germania, decade perché la Francia blocca il progetto.

Per portare avanti una politica di questo tipo alla Germania serve un grande esercito: l’esercito tedesco

diventa ben presto il più potente d’Europa. Viene rafforzata anche la flotta tedesca: nel 1898 viene

messo in atto un programma di aumento del numero di navi da guerra (22 navi tedesche contro le 147

britanniche). In due anni le navi tedesche diventano 50; nel 1912 la Germania arriva ad avere due terzi

delle navi da guerra britanniche. Questa politica viene percepita come militarista, espansionistica ed

aggressiva.

A partire dal 1913 la Germania comincia a votare i crediti necessari per l’aumento delle forze militari

(crediti di guerra), sulla base di una assunto militare: il Pano Schlieffen prevede che la Germania dovrà

combattere su due fronti, quello francese e quello russo.

In seguito all’adozione del Piano Joffre, il piano militare francese difensivo, anche la Francia vota i

crediti di guerra e aumenta il servizio di leva obbligatorio da un anno a tre anni. In questo momento

l’Austria-Ungheria si è indebolita in seguito alle guerre balcaniche: nel 1914 non ha ancora provveduto

a migliorare il suo esercito. Lo stesso vale per la Russia: la Duma promette di approvare i crediti di

guerra scaglionandoli in tre anni. Il Belgio capisce che la sua neutralità potrebbe essere violata e

ricostruisce l’esercito. Vengono formati anche un esercito olandese e un esercito svedese. Solo la Gran

Bretagna e l’Italia non fanno niente: in Gran Bretagna il Parlamento non è d’accordo al rafforzamento

militare perché sarebbero tolti dei finanziamenti all’economia, la vera potenza inglese; l’Italia sa di

dover ristrutturare l’esercito ma non ha i fondi per farlo.

Considerare la I Guerra Mondiale come lo scontro tra tendenze liberal-democratiche e burocratico-

assolutistiche non è esatto – la Russia non è una potenza liberal-democratica – e nemmeno che essa sia

fatta per l’auto-determinazione dei popoli – nei Balcani l’autodeterminazione dei popoli non è

conclamata: non si tratta di nazionalità, ma di nazionalismo; il principio nazionalistico poi non vale per

le colonie.

La seconda interpretazione storiografica, quella dell’accerchiamento, è vera, ma si tratta di un’altra

lettura di origine tedesca. Fisher scrive nel 1965 “Assalto al potere mondiale”: la I Guerra Mondiale è lo

scontro fra gli imperialismi nella nuova prospettiva mondiale, come esigenza dei mercati e capitali

diversi, gli Stati sono diventati troppo piccoli e hanno bisogno di nuovi spazi. La I Guerra Mondiale è la

ridefinizione degli equilibri fra gli Stati nel momento di passaggio dal sistemo europeo al sistema

mondiale degli Stati.

Quelle che vengono definite come le cause della I Guerra Mondiale sono in realtà motivi di scontro

sopiti che vengono riportati alla luce con lo scontro fra gli imperialismi e che da soli non avrebbero

mai portato alla guerra: sono le cause occasionali.

Gli Stati europei, comportandosi secondo la regola dell’equilibrio degli Sati, vedono che la Germania si

comporta come una potenza egemonica e intervengono nel contrapporsi insieme ad essa:

emblematiche sono le due crisi marocchine. Nel 1905 la Germania decide di intervenire in Marocco

opponendosi al fatto che la Francia possa rafforzarsi e chiede la convocazione di una conferenza

internazionale per decidere gli spazi. Durante la Conferenza di Algeciras le ragioni della Germania

vengono sostenute solo dall’Austria-Ungheria e gli altri Stati bloccano il tentativo espansionistico

tedesco. Nel 1911 la Francia occupa Fez e la Germania manda un incrociatore ad Agadir per indicare di

essere disposta a una guerra. Gli altri Stati cercano una soluzione diplomatica pur contrastando la

volontà tedesca di espandersi in Marocco: la Germania chiede che le venga dato il Congo francese in

cambio, ma solo una piccola parte le viene concessa.

Dopo il 1913 e le guerre balcaniche, la Germania e l’Austria-Ungheria credono che non ci siano più

spazi di espansione se non attraverso una guerra. A questo punto entrano in gioco altri fattori: il

fattore militare, con i crediti di guerra; i giornali, che fomentano l’opinione pubblica, rassegnandola al

fatto che la guerra scoppierà.

Le strategie della I Guerra Mondiale

La I Guerra Mondiale comincia come una guerra breve (guerra di sfondamento), ma ben presto si

trasforma in una guerra di chiusura (guerra di logoramento), infine diventa una guerra di diversione,

con il tentativo di introdurre qualche novità che possa far pendere la bilancia da una parte o dall’altra

(lo sfondamento del fronte greco a Salonicco e l’ingresso di nuovi Sati nella guerra).

La guerra lunga comporta per l’Italia la concessione delle terre ai contadini per guadagnare il loro

appoggio, una maggiore partecipazione dello Stato nell’economia, l’aumento delle imposte e l’uso della

tecnologia per creare consenso.

Le battaglie più importanti sono quelle di dissanguamento, come Verdun nel 1916, che ha portato a

tantissimi morti, ma a nessun risultato evidente per entrambe le parti. Nel 1917 si ha la battaglia delle

Fiandre, nel 1918 la battaglia di San Quintino, con la Francia e la Gran Bretagna che vogliono vincere la

guerra prima che gli Americani riescano ad avere un peso determinante.

Il blocco economico iniziato dalla Gran Bretagna è inviso a tutti i paesi neutrali e anche agli Stati Uniti,

portando quasi ad una rottura tra i due Stati, fino a quando non vengono colpite anche le navi

americane dai Tedeschi, che passano alla guerra sottomarina. La Germania pensa di distruggere la

flotta in sei mesi e in effetti reca grandissimi danni alla Gran Bretagna, ma porta anche all’ingresso

degli Stati Uniti nella guerra. L’ingresso degli Stati Uniti, il 2 aprile 1917, può essere visto come il

passaggio dal sistema europeo al sistema mondiale degli Stati.

La I Guerra Mondiale non risolve il problema degli equilibri e del passaggio dal sistema europeo a

quello mondiale: l’Europa non è più il centro del mondo, ma gli Stati europei non si accorgono del

cambiamento e pensano che si possa riprendere con le vecchie strategie e le vecchie politiche.

LA SOCIETÀ DELLE NAZIONI

L’Europa si presenta alla guerra come il centro del mondo dal punto di vista industriale e finanziario,

ma ne esce perdendo il suo ruolo egemonico. Nel 1917 non ci sono solo le due rivoluzioni russe (quella

liberale e quella leninista) e la Caporetto italiana, ma nell’aprile c’è anche l’ingresso degli Stati Uniti in

guerra. Alla fine della I Guerra Mondiale Dehio scrive che non si tratta più ricostruire l’ordine europeo,

ma di costruire un ordine mondiale.

Gli Stati europei con il Trattato di Versailles affermano come principio cardine della storia futura

l’autodeterminazione dei popoli, ma il principio dell’equilibrio non è più sufficiente a mantenere la

pace: allora nasce la Società delle Nazioni, costituendo una grande rivoluzione nell’ambito delle

relazioni internazionali; d’ora in poi esse non si baseranno più solo sul rapporto fra gli Stati, ma su un

diritto internazionale che sarà considerato l’interesse comune. Si tratta della formalizzazione di una

serie di progetti utopistici che si hanno a partire dal ’600 in Europa e che prevedevano la creazione di

un’associazione di Stati, un’assemblea di rappresentanti, con il potere di redimere le controversie e

garantire la pace; chi non avesse seguito le decisioni dell’assemblea, sarebbe stato sanzionato – si era

pensato alla creazione di un esercito internazionale, oppure solo a sanzioni economiche o morali.

La Società della Nazioni non è un’invenzione solo di Wilson, ma è anche il frutto dell’incontro di due

filoni di pensiero: quello francese (Léon Bourgeois) e quello inglese (Lord Robert Cecil). La Società è

formata da un’assemblea, all’interno della quale ogni Stato ha diritto di voto e di veto e le cui

deliberazioni devono essere prese all’unanimità, e un consiglio. Alla Società non partecipano né gli

Stati sconfitti (Germania), né la Russia e gli Stati Uniti. La Società non ha un potere esecutivo.

Bourgeois chiede di creare un esercito internazionale per mettere in pratica le decisioni della Società,

ma gli viene rifiutato: le decisioni trovano applicazione nella buona volontà degli Stati.

Già nel 1918 Luigi Einaudi avanza una critica alla Società della Nazioni che si basa sulle osservazioni

che riguardano il dogma della sovranità dello Stato e la necessità di superare la sovranità assoluta

degli Stati. È il primo a sottolineare il fatto che la Società sarà uno strumento dietro cui potranno

muoversi i fautori della guerra: crea una falsa illusione, dà false speranze e impedisce di trovare i

mezzi adatti che porteranno alla pace. Einaudi scriverà la stesa cosa dopo la II Guerra Mondiale

criticando l’ONU, che costituisce una riproposizione degli stessi limiti contenuti nella Società delle

Nazioni, lasciando intatta la sovranità assoluta degli Stati. Secondo Einaudi, la I Guerra Mondiale, che

aveva come scopo l’unificazione europea, rappresenta un fallimento.

IL NAZISMO

Il Meinkumpf (La mia battaglia) è il testo nel quale Hitler espone inequivocabilmente le proprie idee:

esse si fondano sul razzismo e sulla concezione della superiorità della razza ariana, che vede negli

ebrei i primi nemici; è presente anche l’idea della necessità di uno spazio vitale della Germania verso

est. Questo test non mette sufficientemente in guardia contro il pericolo costituito da Hitler: si pensa

da parte di molti che egli non metterà mai in atto i propri progetti.

Nel 1923 Hitler compie un tentativo di colpo di stato a Monaco, in un momento particolarmente

drammatico per la Germania, che versa in una situazione di gravissima difficoltà economica, spingendo

persone come Hitler e Ludendorff a tentare un’azione di forza; il complotto viene represso.

Fino al 1929, del resto, il partito nazional-socialista è poca cosa: è un movimento di stampo

nazionalistico che fa uso della violenza ma ha scarso seguito e ottiene pochi voti alle elezioni. Nel 1929

scoppia la grande crisi economica mondiale e si assiste a una radicalizzazione della politica, con una

crescita dei favori verso le ali estreme: i nazisti trovano un terreno più fertile per la loro causa e nelle

elezione del settembre 1930 fanno un balzo in avanti. Con il peggioramento della crisi economica

cresce il numero degli aderenti al partito nazista e aumentano le violenze e gli scontri, con parecchi

morti.

Nel marzo 1932 si tengono le elezioni per la presidenza della Repubblica. Viene rieletto Hindenburg,

ma Hitler, che è uno dei candidati, ottiene molti voti. Per il governo è difficile avere una maggioranza

stabile. Nel luglio e nel novembre 1932 si tengono due successive elezioni politiche nelle quali i nazisti

risultano il primo partito.

Il 30 gennaio 1933 Hitler ottiene incarico di guidare il nuovo governo, nel quale i nazisti hanno 3

ministeri su 11. I conservatori pensano di utilizzare il nazismo e di poterlo tenere sotto controllo.

Nonostante le violenze e le forme improprie di pressione, Hitler è andato formalmente al potere

legalmente, con il consenso non solo popolare, ma anche dell’esercito, della burocrazia e degli

industriali. In poco tempo egli distrugge la Repubblica di Weimar e costituisce un regime totalitario.

Il 27 febbraio 1933 la sede del parlamento subisce un incendio, per il quale viene arrestato un

comunista olandese semi squilibrato. Prendendo spunto da questo incendio viene condotta una grande

repressione contro il partito comunista e vengono adottate eccezionali misure limitative della libertà.

Nelle elezioni del 5 marzo 1933 i nazisti ottengono il 44% dei voti. Il parlamento appena eletto

approva una legge che conferisce al governo pieni poteri, compreso il potere di legiferare e, se

necessario, di scostarsi dalla costituzione o di modificala. Presto i partiti e i sindacati vengono sciolti.

In luglio una legge proclama che il partito nazional-socialista è l’unico partito legittimo. In novembre si

tiene una nuova consultazione elettorale su lista unica.

Nel 1933 viene firmato il concordato tra la Germania e la Santa Sede. La chiesa di Pio XI mira a

tutelarsi di fronte al regime nazista, che ha caratteri tutt’altro che cristiani. Il regime nazista, da pare

sua, può mirare a fini di consolidamento attraverso il concordato. Questo concordato non viene presto

rispettato da Hitler e i cristiani vanno incontro a persecuzioni.

Nella notte tra il 30 e il 31 luglio 1934 (“notte dei lunghi coltelli”) reparti delle SS, squadre di difesa

della nuova milizia creata da Hitler, massacrano i dirigenti delle SA, reparti d’assalto che sono stati il

braccio armato del nazismo e che ora Hitler teme.

Nell’agosto del 1934, alla morte di Hindenburg, Hitler diventa capo dello Stato e unitamente continua

ad essere cancelliere: nasce il terzo Reich, ossia il terzo impero, dopo il Sacro Romano Impero e quello

fondato nel 1871.

Il nazismo, da una parte, usa sistematicamente la violenza, dall’altra cerca di promuovere il consenso

procedendo all’organizzazione della gioventù e della cultura, facendo uso dei mezzi di comunicazione

di massa, della radio. Su tutto prevale il capo, Hitler, capo dello Stato, del Governo e del nazismo. Viene

condotta un’azione contro gli ebrei attraverso una propaganda antisemita, ma non solo: nel settembre

1935 le Leggi di Norimberga tolgono agli ebrei la parità dei diritti e proibiscono matrimoni tra ebrei e

non; al di là delle leggi, si verifica una crescente emarginazione di fatto degli ebrei. La notte tra il 9 e il

10 novembre è la “notte dei cristalli”, così chiamata per le vetrine infrante dei negozi di ebrei. A II

Guerra Mondiale iniziata, la soluzione finale, che prima prevedeva solo la deportazione degli ebrei, ora

ne implica lo sterminio. L’azione nazista per la difesa della razza colpisce non solo gli ebrei: si procede

anche alla soppressione dei malati mentali, alla sterilizzazione per i portatori di malattie ereditarie,

vengono perseguitate varie minoranze o religiose o culturali. Per il nazismo la razza occupa un posto

centrale, come per il fascismo italiano la cosa più importante è lo Stato.

È presente anche un’opposizione al nazismo, ma rimane debole perché efficacemente combattuta dal

nazismo stesso: l’opposizione viene soppressa con spietatezza e con prontezza attraverso un vasto

apparato repressivo, e non riesce a far sentire la sua forza. Nel marzo 1937 il papa Pio XI promulga

l’enciclica Mit brennender Sorge, scritta in tedesco perché si capisse meglio in Germania, ma il governo

tedesco cerca d’impedirne la diffusione; opposizioni al nazismo sono presenti anche in ambito

protestante.

Con il nazismo l’economia tedesca ha una sensibile ripresa: si verifica una crescita produttiva e una

diminuzione della disoccupazione. In politica estera Hitler riporta la Germania al ruolo di protagonista

attivo con comportamenti spregiudicati, favorito dal consenso che viene attivamente promosso dalla

propaganda. Già negli anni ’20 si erano manifestate tendenze autoritarie in Europa: l’avvento del

nazismo dà ulteriore impulso a queste tendenze.

Nella riunione di Stresa vengono confermati gli accordi di Locarno e ci si pronuncia a sostegno

dell’indipendenza dell’Austria, mentre l’Unione Sovietica prende misure difensive. Hitler rimilitarizza

la Renania di propria iniziativa contro il parere dei suoi generali, i quali temono la reazione delle altre

potenze, ma non c’è: la Società delle Nazioni esprime solo la sua condanna. Nel 1936 scoppia la guerra

civile spagnola, nella quale l’Italia e la Germania aiutano i franchisti. L’Austria vene annessa all’Impero

tedesco (“Anschluss”). Hitler mira anche all’annessione dei Sudeti. Il primo ministro inglese

Chamberlain si adopera per trovare una soluzione di compromesso. Alla fine di settembre 1938 a

Monaco si svolge un incontro dei rappresentanti delle potenze europee (Francia, Gran Bretagna, Italia

e Germania) e viene accettato un progetto di annessione alla Germania del territorio dei Sudeti.

La Gran Bretagna e la Francia allestiscono una rete di alleanze in opposizione all’aggressività tedesca

per difendere la Polonia: Hitler da lungo tempo ha indicato come spazio vitale per la Germania i

territori verso est. Intano si avvia quel processo di avvicinamento tra Italia e Germania. Nel maggio

1939 Hitler assicura verbalmente a Mussolini che non ci sarà ancora guerra per due o tre anni. Il 1°

settembre 1939 le truppe tedesche invadono la Polonia dando così l’avvio alla II Guerra Mondiale.

LA II GUERRA MONDIALE

Il 1° settembre 1939 le truppe tedesche invadono la Polonia. Il 3 settembre la Gran Bretagna e la

Francia dichiarano guerra alla Germania. L’Italia proclama la non belligeranza, non la neutralità: l’Italia

non è neutrale, ma è legata alla Germania, soprattutto dal Patto d’Acciaio. L’Italia però è impreparata

per affrontare la guerra e per questo rimane inizialmente fuori, proclamando la propria non

belligeranza, il che significa che l’Italia è schierata ma per il momento non partecipa direttamente alla

guerra.

La guerra scoppia con l’attacco tedesco alla Polonia, che ben presto viene occupata dai Tedeschi.

L’Unione Sovietica s’impadronisce delle regioni orientali della Polonia, secondo le clausole segrete del

patto Ribbentrop-Molotov (23 agosto 1939). Il 30 novembre l’Unione Sovietica attacca la Finlandia per

questioni di rettifica dei confini: la Finlandia deve cedere, tuttavia resta indipendente.

Nell’aprile 1940 la Germania attacca la Danimarca e la Norvegia che soccombono. Fino al maggio del

1940 in Occidente non si combatte la guerra: Gran Bretagna e Francia hanno già dichiarato guerra alla

Germania ma la situazione resta ferma, tanto che c’è chi ha parlato di “strana guerra”. Nel maggio del

1940 la Germania invade Belgio, Olanda e Lussemburgo; punta sulla Francia, così come era avvenuto

all’inizio della I Guerra Mondiale.

La Francia, da tempo, temendo la Germania, aveva costruito una linea di fortificazioni al confine tra

Francia e Germania: la linea Maginot. Ma questa linea si mostra insufficiente e viene aggirata dalla

Germania. Le difese francesi vengono sfondate e i Tedeschi riescono ad avanzare. Un corpo di

spedizione inglese e molti militari francesi e belgi vengono chiusi in una sacca e a Dunkerque riescono

ad imbarcarsi per trovare rifugio oltremanica. I Tedeschi avanzano ancora ed entrano a Parigi. In

Francia, divenuto Presidente del Consiglio Philippe Petain, cerca l’armistizio con la Germania, mentre

da Londra De Gaulle invano incita a continuare la lotta a fianco degli alleati. L’armistizio tra Francia e

Germania viene firmato il 22 giugno a Rethondes, nella stessa cittadina dove i Tedeschi avevano

dovuto firmare l’armistizio alla fine della I Guerra Mondiale. Parte della Francia si trova sotto

occupazione tedesca, parte costituisce la Repubblica di Vichy. In Francia ha fine la Terza Repubblica,

nata nel 1870. Il Parlamento affida a Petain il compito di elaborare una nuova costituzione. La

Repubblica di Vichy occupa la parte centro-meridionale della Francia. Il governo di Vichy si riduce a

una posizione di subalternità nei confronti della Germania, un esempio di regime collaborazionista nei

confronti della Germania nazista.

Nel giugno del 1940 entra in guerra l’Italia. L’Italia è ancora debole militarmente, ma Mussolini vuole

entrare in guerra. Sono i successi della Germania a far sì che Mussolini voglia l’ingresso dell’Italia nella

guerra. La Germania ha ottenuto già notevoli successi e la sua marcia prosegue. A Mussolini pare che la

fine della guerra sia imminente, e abbia certamente come vincitrice la Germania. Mussolini afferma

cinicamente che basta avere qualche migliaio di morti da sbattere sul tavolo della pace. L’Italia porta

l’attacco alla Francia, che è già vinta e sta per firmare l’armistizio con la Germania: nonostante la

Francia sia sulla via della sconfitta, l’Italia riesce a vincere con scarsi risultati, mostrando la sua

inefficienza. Mussolini, pensando che la guerra finirà presto, vuole condurre una guerra parallela a

quella tedesca, cercando di mettere mano su altri territori per mettere meglio il piede vanti in vista

delle decisioni che verranno prese poi alla fine della guerra. Ma la flotta italiana subisce sconfitte nel

Mediterraneo e falliscono le iniziative italiane in Africa settentrionale e in Grecia. Nell’aprile 1941 c’è

la caduta dell’Africa orientale italiana. L’Italia non è in grado di condurre una guerra parallela e la

Germania interviene con proprio successo e vantaggio.

Dal maggio 1940 intanto in gran Bretagna è a capo del governo Churchill, sostenitore di un

orientamento intransigente nei confronti della Germania, della necessità di continuare la guerra fino

alla vittoria. Hitler progetta l’invasione della Gran Bretagna con la cosiddetta Operazione Leone

Marino. A partire dall’estate del 1940 e per tre mesi sono portati attacchi aerei dalla Germania contro


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Matdan

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze internazionali e diplomatiche
SSD:
Università: Genova - Unige
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Matdan di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Genova - Unige o del prof Preda Daniela.

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