Le fonti e i luoghi di conservazione
Definizione di fonte
Cerchiamo di fare un elenco delle fonti per la storia contemporanea. È preferibile chiamarle in un altro modo, perché fonte è qualcosa che richiama alla sorgente, che invece spesso non c'è.
Fonte: i documenti scritti da cui trarre dati e testimonianze per la ricostruzione di un determinato periodo storico (De Mauro). È una definizione inadeguata. Se le fonti scaturiscono dalle domande, tutti gli oggetti possono essere considerati delle fonti. Marc Bloch: ogni epoca si sceglie le fonti che rispecchiano i propri bisogni. Da almeno cinquant'anni gli storici utilizzano fonti che nulla hanno a che vedere con l'essere scritte, come invece dice il dizionario.
Ricerca e autenticità delle fonti
Il ricercatore ha la necessità di utilizzare il più ampio ventaglio di fonti e non specializzarsi su un modo solo: tutte le fonti parlano a seconda delle domande che sono poste. È il rapporto che stabilisce il ricercatore con la fonte quello che ci interessa. Non bisogna considerare la fonte come oggetto della ricerca! Bisogna sempre accertare l'autenticità del documento e misurarne l'attendibilità: il falso interessa quanto il vero. Alcuni documenti autentici non sono attendibili: ad esempio, le dichiarazioni dei redditi. Utilizzare più fonti può aiutare proprio in questi casi.
Sergio Luzzatto dice che molto spesso gli storici si specializzano, come i medici, ma questo fa dubitare della validità della loro ricerca. Gli storici devono essere abituati a saltare e utilizzare fonti diverse. Interpretare un atto notarile richiede delle competenze, così come ne richiede interpretare un documento digitale.
Luoghi di conservazione
Conoscere la storia del luogo di conservazione può aiutare nella ricerca, perché si capiscono i motivi per cui quel documento è rimasto lì tutti quegli anni. Perché un quadro si trova in un museo? Da quando e assieme a quali altri? L'età contemporanea ha a che fare con i luoghi di conservazione: ci si rende conto dopo la Rivoluzione Francese che le cose sono cambiate nel potere politico, che quindi cerca di imbalsamare il passato. In Francia l'archivio di stato nasce alla fine del '700, e si diffonde l'istituzione grazie a Napoleone.
Importanza dei documenti
È utile domandarsi i motivi per cui un documento è sopravvissuto al tempo: anche questa è un'informazione per lo storico. Secondo Le Goff, anche solo il fatto che quella fonte ci sia è un fatto non neutrale. Il documento non è innocuo: è il risultato di un montaggio dell'epoca che lo ha prodotto e delle epoche successive che lo hanno conservato. Ogni generazione non solo cerca le fonti per documentare il passato, ma crea una serie di documenti che la rappresentino alle generazioni future. Conservare tutto significa non conservare nulla.
Archivi e relazioni tra documenti
Archivio: raccolta ordinata di documenti, luogo anche fisico (ma non necessariamente) di conservazione dei documenti. Gli archivisti considerano gli archivi solo se i documenti conservati hanno una relazione tra di loro e sono legati reciprocamente da un vincolo (necessario o determinato). Ciascun documento condiziona gli altri e gli altri sono condizionati da quel documento. Si può sintetizzare in due punti: l'archivio è un complesso di documenti e di relazioni fra i documenti.
Il web risponde a questi criteri? C'è una relazione tra i documenti che vi sono conservati? Molti archivi “tradizionali” stanno migrando sul web (www.michael.culture.org, progetto Michael): è stato finanziato un progetto europeo per mettere a sistema tutti gli archivi digitali presenti in Europa.
L'utilizzo della rete e il fatto che ci possano essere in rete degli archivi che lo storico può utilizzare, pone questioni enormi sull'opportunità, le potenzialità e i rischi di questa operazione.
Fonti digitali
Le fonti digitali hanno dei caratteri genetici che hanno a che vedere poco con le fonti “tradizionali”: le fonti digitali sono immateriali, hanno bisogno di una tecnologia di supporto che aiuti ad interpretare il sistema binario di cui sono composti. C'è la necessità di mettere assieme delle informazioni che aiutino un domani a interpretare quelle fonti. Le fonti digitali sono dinamiche, facilmente manipolabili: non si può stabilire quale sia l'originale. Le fonti digitali sono fragili, soggette a scomparire. Le fonti digitali sono veicolate dalla rete, che è per sua natura quanto di più volatile possa esistere (virtuale!), e all'interno della quale si trova di tutto: sovrabbondanza di fonti non significa che il compito sia più facile, anzi.
Non è il soggetto produttore che definisce se il documento è pubblico o privato, bensì la funzione di quel documento: una lettera al presidente della repubblica parte come lettera privata, ma diventerà ben presto un documento pubblico.
Obiettivo della ricerca storica
Il fine della ricerca storica è costruire conoscenza storica, dal momento che la storia è un processo di interazione tra lo storico e l'oggetto dello studio. Lo storico non ricompone la storia, ma la fabbrica. Per Bloch la storia è una pellicola sfocata che non riusciremo mai a mettere a fuoco. Tolstoj dice che se si mettesse assieme le testimonianze di tutti i soldati di una battaglia, non si avrebbe comunque la battaglia. La testimonianza di un soldato che racconta la guerra non è la guerra, ma è comunque necessaria per avere la guerra.
Spesso si usa a sproposito la parola revisionismo: la storia è revisionismo costante. Si ritorna sui documenti, si pongono altre domande, diverse da quelle che hanno posto quelli passati prima di me. Non c'è nulla di più anti-storico del manuale di storia: serve per creare delle coordinate. Il manuale serve per navigare su un mare, ma non saprò mai cosa c'è sotto. Ma i manuali possono essere essi stessi delle fonti (ad esempio, come i manuali di storia trattano l'argomento dell'emigrazione?).
Gerarchia tra le fonti
C'è una gerarchia tra le fonti? Ovviamente no. Chi fa la ricerca deve aver presente una sua gerarchia personale tra le fonti, ma non vuol dire che le fonti siano una più importante dell'altra o, ancora peggio, una più vera dell'altra. Non esistono fonti primarie e secondarie: secondo la maggior parte degli storici si possono considerare fonti primarie i discorsi istituzionali, mentre le biografie di chi ha fatto il discorso sono secondarie. I discorsi di Robespierre alla Convenzione sono una fonte primaria per uno studio sulla rivoluzione francese, ma se l'intento della ricerca è la storia della storiografia sulla rivoluzione francese, la fonte primaria diventa il libro di Fourier. Le fonti primarie e secondarie si differenziano solo per una questione temporale, e non per una questione di maggiore o minore importanza.
Storia e memoria
(Enzo Traverso, Il passato: istruzioni per l'uso) Storia e memoria nascono da una stessa preoccupazione e condividono uno stesso obiettivo: l'elaborazione del passato. Esiste una gerarchia? La memoria è una matrice e la storia è una narrazione, una scrittura del passato secondo modalità, regole e strumenti. La storia segue le regole di un mestiere, di un'arte, di una “scienza”. La storia cerca di rispondere alle domande che si pone la memoria. Bisogna però tenere conto delle differenze: il termine memoria viene inflazionato, a volte è persino usato come sinonimo di storia. La memoria è fortemente amplificata dai media e spesso orientata dai poteri politici, che influenzano la costruzione di una memoria collettiva, creando un'ossessione commemorativa.
Il passato viene trasformato in una memoria collettiva, selezionato e reinterpretato secondo le convenienze politiche, gli interrogativi etici del tempo attuale. Questo porta al “turismo della memoria”, alla “reificazione del passato”: la trasformazione del passato in oggetto di consumo. Lo storico è spesso spinto a partecipare a questo processo e rischia di farsi condizionare, a volte anche involontariamente. Il passato viene spesso estetizzato e neutralizzato per renderlo redditizio: non è un'invenzione delle società contemporanee, c'è sempre stato. Hobsbawm l'ha chiamato “invenzione della tradizione”, la memoria diventa il vettore di una religione civile con uno suo sistema di valori, credenze, simboli, rituali e liturgie.
I francesi parlano di “dittatura della testimonianza”: viviamo nell'era del testimone, il cui ricordo è prescritto come un dovere civico. Il testimone è sempre più visto come la vittima e meno come un eroe: i sopravvissuti alla Shoah sono al centro delle attenzioni ora molto più che qualche anno fa. Nella maggior parte dei casi diventano loro malgrado delle icone viventi, sono spesso collocati in una posizione che potrebbero non avere voluto, o che non hanno scelto, o che non sempre corrisponde al desiderio o al bisogno che avevano loro di raccontare la loro esperienza. Lo storico deve utilizzare queste testimonianze, ma deve riuscire a tenersi distaccato, a non correre il rischio che questo susciti empatia nello storico.
Traverso: la percezione del passato del testimone è importante, poiché laddove lo storico vede solo la tappa di un processo, il testimone può cogliere un avvenimento sociale. La memoria, a differenza della storia, è poco attenta alle comparazioni e alle contestualizzazioni. La memoria non ha bisogno di prove per il suo detentore e non è mai fissa, per il suo carattere soggettivo. La memoria è una continua selezione e revisione del passato. “Il passato è pieno di frane. Ci sono posti talmente belli che torniamo ogni anno a riverniciarli, e alla fine finiscono per non assomigliare più per niente a quello che erano”.
Oggi interessano più le vittime (gli internati militari) degli eroi (partigiani). La memoria è orientata da poteri pubblici e politici. Traverso (Il passato: istruzioni per l'uso) dice che si arriva all'ossessione commemorativa, che è iniziata da una crisi della tradizione all'interno della società contemporanea. Benjamin distingue tra esperienza trasmessa e vissuta: la prima si perpetua quasi naturalmente da una generazione all'altra, forgiando le idee. La seconda è il vissuto individuale, fragile, volatile ed effimero. L'esperienza vissuta è un tratto tipico della modernità, con il ritmo della vita urbana, della società di massa e dell'universo mercantile. L'esperienza trasmessa è tipica delle società tradizionali, quella vissuta delle moderne. La modernità è caratterizzata dal declino dell'esperienza trasmessa, un declino segnato simbolicamente dall'avvento della I GM.
Benjamin dice che con la I GM comincia a manifestarsi un processo che non si è più arrestato: la gente tornava dal fronte ammutolita, non più ricca ma più povera di esperienza comunicabile.
Prima Guerra Mondiale
E' cesura? Stefan Zweig, Il mondo di ieri. Aiuta a contestualizzare: “L'Europa era innamorata di se stessa” e si considerava centro del mondo. Si pensava che il progresso dell'Ottocento potesse non avere fine, si arrivava da una stagione senza guerra. L'Europa stava esportando la guerra, che si fa nelle colonie. Improvvisamente tutto quello che succede ai confini si trasferisce nel cuore dell'Europa: la pace universale non è mai esistita, si intende sempre il proprio posto.
Perché, quindi, si parla di guerra come medicina del mondo? L'immagine che arriva da Zweig non è quello di una società malata – ma è a tratti un'apparenza, altrimenti non c'è risposta possibile -. Se ci spostiamo dalla visione di Zweig e ci avviciniamo agli artisti (impressionisti, musica sinfonica, decadentismo), l'immagine appare più problematica: Munch... Traverso li chiama “segnalatori di incendio” (Auschwitz e gli intellettuali): alcuni intellettuali sono segnalatori di incendio, avevano capito prima cosa stava succedendo.
La montagna incantata, T. Mann. Si può pensare alle nevrosi di fine ottocento, agli uomini senza qualità: Zweig lo scrive, “il vero evento decisivo della nostra giovinezza fu vedere come nell'arte si andasse preparando qualcosa di più passionale, più problematico e più coraggioso di quello che era piaciuto ai nostri genitori e al nostro ambiente”. “Quegli sviluppi nel campo estetico erano soltanto prodromi di trasformazioni ben più essenziali (...), che avrebbero trasformato il mondo della sicurezza”. “Il nuovo secolo voleva un nuovo ordine, un nuovo clima. Il primo di questi movimenti di massa fu il socialismo”.
La politica inizia ad utilizzare gli scienziati sociali e le loro ricerche, talvolta manomettendo il senso e il messaggio di alcune ricerche: ad esempio, lo spazio vitale. Si inizia a parlarne alla fine dell'800: è uno spazio che i paesi si creano, a scapito, nell'800, delle colonie. Si trovano spazi vitali alla periferia dell'impero; con l'inizio del '900 lo spazio vitale viene cercato all'interno dell'Europa. A questa idea partecipano anche gli intellettuali, gli artisti italiani.
La guerra nacque perché un gruppo di nazioni decisero di imporre il proprio ruolo dominante all'interno dell'Europa: c'era necessità di ridefinire i ruoli. È una guerra per l'egemonia politica ed economica in Europa: alcuni stati cercano di imporre anche una visione del mondo, è anche una guerra ideologica e culturale, per alcuni aspetti. In realtà, le differenze tra i paesi non erano così evidenti come i paesi stessi cercarono di far credere. Il nemico “barbaro” è solo propaganda di guerra, Vienna, Parigi e Berlino non erano così diverse. Le dimensioni culturali vanno nella direzione di una retorica e una propaganda di guerra.
Ci sono cause legate al processo di industrializzazione (dimensioni, intensità e durata della guerra): ha permesso che la guerra fosse così lunga e con quell'intensità. Non si può però dare troppo peso a questo, perché nessuno alla vigilia aveva idea di quanto sarebbe durata la guerra: non bisogna rischiare di ragionare sempre con il senno di poi. Alcuni stati pensavano che la guerra sarebbe durata il meno possibile: dare peso all'industria non avrebbe avuto molto senso.
Diplomazia e propaganda
Il primo cortocircuito vero fu quello della diplomazia, che non riuscì a tenere il ritmo e i tempi: tutti gli stati europei si dichiararono guerra dicendosi costretti a farlo, perché minacciati o aggrediti. Tutti i grandi paesi costruiscono la loro propaganda sull'idea di essere stati attaccati dal nemico. Questa costruzione porta alla fine della guerra a trovare il colpevole: chi è il capro espiatorio? La Germania. Tutti i paesi sono concordi nel dire che il paese aggressore è stata la Germania, ma lo fanno alla fine della guerra.
La Germania viene condannata a pagare per questo: per la prima volta nella storia un paese è condannato a risarcire una cifra lasciata in bianco. La Germania e l'Austria tennero un atteggiamento più aggressivo, ma la corsa alla guerra fu di tutti i grandi paesi europei, che si mossero tutti nella stessa logica di potenza. Bisogna capire i mutamenti causati dalla I GM per capire il Novecento: la I GM è una cesura, uno spartiacque. I protagonisti l'hanno vissuta come esperienza incomunicabile, anche gli scrittori di professione: l'esperienza aveva degli elementi incomunicabili. Fu una guerra completamente nuova, che generò uomini nuovi.
Altre guerre, nel passato, hanno avuto una dimensione altrettanto importante (guerra dei Trent'anni): la I GM ha alcuni aspetti che non si ritrovano. Il numero di paesi coinvolti, la dislocazione del potenziale in un arco di tempo così breve.
Che idea avevano gli austriaci dell'erede al trono? Era una persona apprezzata? Com'è stata accolta la notizia del suo assassinio? Le risposte ci aiutano a capire che le ragioni della guerra non sono da cercare lì.
Implicazioni umane e geopolitiche
Per la prima volta c'è un impiego di materiale anche umano senza precedenti: la Russia è il paese che ha mobilitato più persone, la Germania ha il numero maggiore di vittime militari (non c'è collegamento diretto con l'impreparazione militare, quindi), per un totale di 2 milioni di vittime sul totale di 10 milioni sui 41 mesi di guerra. I paesi alleati mobilitano il doppio delle persone degli imperi centrali; per la prima volta si ha un numero consistente di feriti e mutilati.
Alla fine della I GM non troviamo più i quattro grandi imperi: l'Impero austro-ungarico è polverizzato e si trova ad avere una grande capitale in un piccolo stato. La Prussia diventa una repubblica, l'imperatore è costretto all'esilio in Danimarca. L'impero turco è ridimensionato (già da alcune guerre precedenti). L'impero zarista non c'è più.
Alla fine della I GM c'è una nuova grande potenza sullo scenario, e non è più una potenza europea: c'è chi ha parlato di secolo americano (Zunz). Gli USA sono i vincitori economici della guerra.
Situazione italiana tra il luglio '14 e il maggio '15
Fallimento delle diplomazie che causano una guerra mondiale: perché? La velocità delle comunicazioni è una novità assoluta: questa velocità prende le diplomazie in contropiede, perché i tempi prima erano molto più lunghi e non tutti sanno usare i nuovi mezzi di comunicazione. La maggior parte dei generali appartiene ad una generazione ottocentesca, cosa che li metterà in difficoltà: la loro formazione li porta ad avere atteggiamenti di diffidenza nei confronti dei nuovi strumenti.
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