INTRODUZIONE ALLA STORIA CONTEMPORANEA
3 domande da porsi:
1. Perché e in cosa la storia contemporanea si distingue dai periodi precedenti?
2. Quando finisce la storia contemporanea?
3. Cos’è la storia contemporanea?
La contemporaneità è ciò che in un’epoca ancora vive, è l’individuazione di ciò che è vivo in un’epoca. Il
rapporto presente-passato è la chiave per lo studio del passato, perché oggi ci interroghiamo sul passato sulla
base dell’esperienza (anche problematica) che abbiamo del presente. Una delle ragioni per cui si studia il
passato come qualcosa che ancora ci può fornire materiali di comprensione è il fatto che il tipo di
interrogazioni poste al passato cambiano di epoca in epoca. Si può poi pensare al presente come a
un’istantanea, un momento colto nell’attimo specifico, a cui il passato restituisce una dimensione dinamica.
Secondo Marc Bloch, la storia è la scienza degli uomini nel tempo: storia significa quindi studiare l’uomo
nella sua umanità calata nel tempo storico, quindi un’umanità in continuo mutamento.
Si tende generalmente ad avere un’idea di contemporaneità aperta, continuamente in movimento, non
avente una prospettiva conclusa dei suoi fenomeni. Quel che è importante tener presente è che si fanno le
periodizzazioni nella storia sulla base degli interrogativi che in un certo periodo vengono posti al
passato, quindi a seconda della domanda la periodizzazione tende a mutare. Quello che si ritiene
comunemente essere il momento di ingresso nella contemporaneità è la fase storica che si situa nell’ultima
parte del ‘700, nella fase di passaggio tra ‘700 e ‘800, perché proprio in quel momento si verificano degli
eventi e dei fenomeni ritenuti talmente di rottura rispetto ai precedenti da segnare una linea di demarcazione
tra un prima e un dopo: si verificano infatti la Rivoluzione Americana e quindi l’indipendenza delle 13
colonie inglesi nel nord America rispetto alla madrepatria, la Rivoluzione Francese, che ha il grande merito
di inaugurare il discorso sulla cittadinanza (non a caso il documento su cui convergono i principi della
Rivoluzione è la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino). Dopo secoli in cui tutti erano non
cittadini ma sudditi, siamo in presenza della rivendicazione dell’uguaglianza degli uomini contro un sistema
basato sulla ricchezza e sul privilegio. L’epoca contemporanea potrebbe per questo essere definita l’epoca
dei diritti, un tema che tra l’altro si dibatte ancora oggi. Il discorso sui diritti porterà poi nei 2 secoli
successivi a definire il concetto di democrazia, idea che, in quanto fatto storico, tende anche questa a
cambiare nel tempo. Nella seconda parte del ‘700 si verifica poi anche la Rivoluzione Industriale, da
intendersi come il fatto che a partire da quel momento l’uomo è in grado di produrre energia in modo
autonomo, di conseguenza può produrre di più rispetto a quanto le sole braccia umane potevano fare prima e
può quindi liberarsi dei meccanismi naturali (ex. può sottrarsi alla soggiogazione al ciclo naturale luce-buio).
Viene così alimentata un’idea che fino agli anni ‘70 del ‘900 resta centrale, cioè la cultura del progresso,
l’idea per cui l’homo faber con il suo operato può trasformare il mondo e la natura: si sviluppa dunque
un’idea quantitativa del progresso. Quest’idea sarà poi messa in crisi dalla crisi petrolifera degli anni ’70
del secolo XX, quando ci si trova a fare i conti con il fatto che il prezzo del petrolio al barile, fino ad allora
ritenuto una fonte di energia inesauribile, subisce un drastico rialzo a seguito della guerra del Kippur,
provocando il conseguente rialzo dei costi dell’energia; si ha a questo punto una prima percezione dei
pericoli del petrolio e della questione ambientale. Per questo negli anni ‘70 si afferma la cosiddetta cultura
del limite: si ha la percezione che la cultura del progresso ha fondamenta illusorie ed erronee, per quanto
possa aver dato, almeno apparentemente, risultati positivi e si comincia a pensare che il progresso umano e
l’uso delle risorse naturali hanno un limite. L’idea di progresso dovrebbe essere non quantitativa, ma
qualitativa.
In ogni caso, si ritiene che la data d’inizio convenzionale della storia contemporanea sia il 1789, da
intendersi sempre non per l’anno in sé, ma per quello che si porta dietro. Ogni periodizzazione ha confini
elastici e ogni data è più un simbolo, un luogo cronologico in cui ricadono processi e mutamenti precedenti e
successivi. Secondo poi diversi punti di vista, la storia contemporanea si fa continuare fino ai giorni nostri o,
1
più spesso, si fa finire con il 1989-1991, anni rispettivamente della caduta del muro di Berlino e della
dissoluzione dell’URSS.
Ai giorni nostri è stata teorizzata una separazione per quanto possibile netta tra ‘800 e ‘900, connotato
ognuno da una tale omogeneità interna da poter essere distinti l’uno dall’altro: l’800 è il secolo della pax
britannica, il secolo lungo, che, dopo il drammatico ciclo di guerre della Francia napoleonica, non è privo di
guerre, ma quelle che si verificano sembrano più contenute (ex. guerra di Crimea, guerre di indipendenza
italiane, guerra angloboera, guerra civile americana), non deflagrano in un conflitto tale da coinvolgere molti
soggetti statali. In questo secolo non si ripete quindi la cosiddetta guerra totale, che coinvolge tutta la
società, una guerra che si sa quando inizia ma non quando finisce. Nel testo Della Guerra Clausevitz,
cercando di definire il concetto di guerra, afferma che essa nella sua essenza tende a rispondere alla legge
dell’estremo, tende alla totale distruzione dell’avversario e quindi si avvera poche volte nella storia:
l’esempio più vicino a lui di guerra totale è costituito dalle guerre di Napoleone, che ha vinto perché ha fatto
1
la guerra con un esercito di popolo, non di coscritti . La sconfitta di Napoleone e la fine della sua guerra
totale, che aveva costituito una minaccia mortale per tutta l’Europa, sanciscono l’avvento della Gran
Bretagna come nuova potenza: l’800 realizza un’egemonia inglese che garantisce che le guerre siano
contenute, che siano perlopiù guerre di gabinetto, decise dai monarchi per raggiungere certi obiettivi. In
realtà l’800 non è poi tanto un secolo di pace se si va a vedere l’intensità della violenza che si scatenava sui
campi di battaglia: infatti risalgono proprio ai conflitti armati di questo periodo l’introduzione di armi e
2
tattiche quali il cannone , le trincee nella guerra di Crimea, le mitragliatrici nella guerra civile americana, la
guerra di guerriglia nel contesto della guerra angloboera in Sudafrica, basata su attacchi veloci e brevissimi
ad opera dei boeri grazie alla loro profonda conoscenza del territorio. Dopo un’iniziale difficoltà la risposta
degli inglesi fu quella di bruciare praterie e fattorie, rinchiuderli nei campi dove morirono di malattie e fame,
adottando un sistema repressivo non diverso da quello tedesco durante la seconda guerra mondiale, un
approccio che farà sì che il numero di morti civili sarà superiore ai soldati. L’intensità della violenza si
riscontra anche nelle guerre nei territori coloniali: l’800 è anche il secolo della grande espansione coloniale
europea (si conta che le terre controllate dagli europei in questo secolo furono circa il 96/97% dei territori
del pianeta). La trasformazione del mondo nel grande spazio coloniale degli europei produce una
trasformazione del modo di intendere il colonialismo, così da rendere necessaria la nascita di un nuovo
termine e di un nuovo concetto, quello di imperialismo: non si tratta più di colonialismo nel senso di
fondare basi commerciali e colonie per lo sfruttamento e lo scambio commerciale, ma nel senso che i
territori d’oltremare diventavano parti della madrepatria e così potevano essere più facilmente e direttamente
controllati (ex. l’Algeria figura tra i dipartimenti della Francia; Vittoria imperatrice delle Indie). A quel punto
la sfida tra i paesi europei è tra chi riuscirà a mantenere quei grandi imperi.
L’800 era stato anche il secolo dei nazionalismi: si erano realizzate numerose unità nazionali (Grecia,
Belgio, Germania, Italia) che ora potevano competere con gli imperi (zarista, ottomano, austro-ungarico)
mentre cercavano di rafforzare la propria potenza e colonizzare il proprio spazio interno (ex. attraverso
espansione delle comunicazioni).
È talmente grande lo sforzo bellico della prima guerra mondiale che l’Europa intera esce dalla guerra come
un territorio distrutto (mentre prima la Germania, ad esempio, aveva visto la guerra come l’occasione per
farsi valere contro Gran Bretagna, Francia e Russia). La Grande Guerra segna la fine dell’Europa come
forza sovranazionale che aveva fatto del mondo il proprio spazio coloniale; il conflitto può essere
considerato come una faglia storica interna alla storia contemporanea che apre la storia del ‘900 e ne
inaugura la definizione di secolo breve, secolo che inizia con il 1914-17, quindi con l’inizio della Grande
1 L’esercito napoleonico fu il primo esercito di leva della storia a difendere lo spazio dei propri diritti, tanto duramente conquistati
con la rivoluzione, a combattere affinché fossero tutelati: avevano per questo una motivazione a combattere che altri soldati non
avevano.
2 Napoleone, genio dell’artiglieria, aveva bisogno di cannoni da poter trasportare nelle sue campagne in giro per l’Europa, per cui
iniziò a far costruire cannoni non più come pezzi interi, ma progettati come una serie di pezzi producibili serialmente, in modo da
poter far sostituire parti velocemente e da poter così assorbire i danni bellici più facilmente. Si diffuse così una concezione
tecnologica della produzione delle armi. 2
Guerra o con l’entrata in guerra degli Stati Uniti e soprattutto la Rivoluzione bolscevica, e termina con il
1989.
L’epoca in cui gli storici vivono condiziona la loro visione sul passato.
Gli storici del secondo ‘900 hanno a lungo indagato su quanto le caratteristiche del processo di unificazione
hanno influito sul destino successivo dell’Italia. Dopo la Grande Guerra si ha l’avvento del fascismo, che,
costituitosi con il Manifesto di San Sepolcro nel 1919, arriva al potere in un modo sorprendente per l’epoca
con la Marcia su Roma del 1922, a seguito della quale il re richiama Mussolini a Roma e lo nomina capo del
governo, e resta al potere fino al luglio 1943, quando il re, una volta passata la votazione di sfiducia contro
Mussolini, nominò capo di governo Badoglio. È interessante notare come il re stia all’inizio e alla fine del
fascismo: la presenza del re dietro Mussolini pone il problema del rapporto tra le strutture del potere
dello stato. Infatti mentre il re rappresenta l’unità nazionale del paese, la sua inscindibilità, la comunità
nazionale, la stabilità per eccellenza, il fascismo si presentava come un partito rivoluzionario, che intendeva
scardinare le strutture tradizionali.
Il fascismo non si intende però generalmente come evento storico, ma anche come ideologia: sono
numerosissimi in Europa i regimi che si ispirarono e hanno caratteristiche analoghe a quelle del fascismo,
come il Terzo Reich tedesco, la dittatura franchista in Spagna, l’austrofascismo del Fronte Patriottico in
Austria, il Partito delle Croci Frecciate di Szalasi in Ungheria. Il fascismo non è quindi solo un pezzo della
storia italiana dal 1922 al 1943, ma si propone anche come un progetto politico; ha una grande portata di
innovazione politica e un carattere di rottura, com’è dimostrato dalla conquista violenta del potere come
non era mai accaduto, dal rivolgersi alle masse, assunte come soggetto di riferimento.
Ora, a posteriori il fascismo è stato visto in modi molto diversi. Ad esempio alla Consulta del 1945
Benedetto Croce definì il fascismo come un’invasione degli Hyksos: il fascismo aveva arrestato,
congelato la storia italiana per un ventennio, interrompendo un percorso, quello liberale, di crescita e
miglioramento costante del paese, che era iniziato con l’unità. Alla sua visione si contrappone quella di
Ferruccio Parri, uno dei comandanti militari della Resistenza italiana, secondo cui la storia non si può
concepire per pezzi e il fascismo non si può eliminare; esso è stato invece l’autobiografia della nazione, il
prodotto della storia italiana precedente al fascismo, è qualcosa che è maturato grazie alle caratteristiche
stesse della storia italiana. Ne consegue che è impensabile per la storiografia italiana del periodo 1945-80
distinguere nettamente tra ‘800 e ‘900, perché la storiografia di allora si è impegnata a cercare la genealogia
del fascismo a partire dalle radici liberali, che hanno la loro origine appunto nell’800.
Il processo di unificazione in Italia avviene al di là e oltre le masse popolari, quindi le masse non si
riconoscono nello stato italiano, anzi, forse lo percepiscono come ostile, nemico. E le masse continuano a
restare escluse dalla dialettica politica anche dopo l’unità: poteva un paese di questo genere essere fino in
fondo una struttura che avviava il paese alla costruzione di un regime democratico? Evidentemente no,
perché le scelte venivano fatte da ristrette élite sulla base dei loro interessi. Di fronte poi alla necessità di
colonizzare il proprio spazio interno, di rafforzarsi in quanto stato si è fatto ricorso a un modello ricalcato su
quello francese, basato su un forte accentramento, attuato grazie alla presenza di prefetti che
rappresentano lo stato nelle zone periferiche dello stato stesso e che si fanno carico di una serie di oneri
come lavori pubblici e questioni di ordine pubblico, redigendo alla fine di ogni mese un rapporto su ciò che
è avvenuto in quel lasso di tempo in un determinato paese. I prefetti diventano quindi una figura chiave nelle
singole città, uno strumento in mano al governo (ex. di Giolitti come di Crispi) per tenere sotto controllo
quel che accade in periferia.
Ci si aspetterebbe che il fascismo, che si pone come un partito di rottura, una volta salito al governo cerchi
di rivedere l’organizzazione amministrativa dello stato e porsi criticamente rispetto alla figura del prefetto
(soprattutto se si considera la complessità del percorso di formazione prefettizio, che faceva sì che i prefetti
in carica fossero già nell’età adulta e si fossero formati tutti in epoca liberale). In realtà accadrà il contrario: 3
3
nel 1927, dopo le leggi Fascistissime del 1925 Mussolini in quanto capo del governo firma una legge in cui
si dà ancora più potere e controllo sui territori dello stato italiano ai prefetti: ne consegue che i fascisti al
potere si appoggiano alle basi dello stato liberale (quindi non hanno stravolto l’organizzazione dello stato
precedente) e poi accentuano quanto già fatto in precedenza, l’uso dei prefetti per controllare la vita politica
locale. Ma bisogna dire che la vita politica locale non esiste più a causa dei provvedimenti inclusi nelle leggi
fascistissime, o meglio, la vita politica locale è il fascismo; inoltre, avendo eliminato l’elettività delle
cariche, la figura del sindaco viene sostituita da quella del podestà, scelto tra i migliori fascisti, che svolge le
funzioni di sindaco, giunta e consiglio comunale insieme, e nelle province da quella del rettore provinciale,
affiancati poi dal federale, il segretario del partito fascista locale. A questo punto si può capire come
attraverso il prefetto, che è quanto di più tradizionale ci fosse nell’amministrazione dello stato italiano,
Mussolini abbia bisogno di controllare non solo e non tanto la periferia, ma soprattutto i suoi, dei quali
chiaramente non si fida ( indicatore delle lotte intestine al fascismo). Ne viene fuori un paradosso: i
fascisti si trovano a reggere l’Italia attraverso i prefetti liberali cosi come i governi successivi al fascismo
utilizzeranno i prefetti formatisi in epoca fascista fino almeno agli anni ’60 – ’70.
Dato quindi che l’interrogazione sul fascismo spingeva l’800 dentro il ‘900, poiché si studiava l’800 per
individuare le matrici di quanto successo nel ‘900, era impensabile per gli storici dell’immediato dopoguerra
attuare una separazione netta tra questi due secoli, come invece poi hanno fatto gli storici odierni.
3 Queste leggi sciolsero tutti i partiti non fascisti, vietarono la costituzione di partiti, lo sciopero, la libera espressione e la libera
stampa, prevedevano una dura condanna per chi osasse attentare alla vita del duce o del re. 4
RIVOLUZIONE FRANCESE
La fine della rivoluzione francese viene generalmente identificata come inizio dell’età contemporanea, della
cosiddetta epoca dei diritti. Si tratta di un evento di portata enorme, che sovverte l’ordine sociale, politico ed
istituzionale esistente e rompe equilibri determinati nei secoli. Introduce anche un nuovo ordine del tempo, nel
senso che si ha una brusca interruzione del passato intenzionale: infatti la rivoluzione si pone come un
evento che intende prefigurare un futuro diverso, più giusto; si voleva cambiare il mondo dei privilegi e della
disuguaglianza in un mondo di giustizia e uguaglianza, come era efficacemente affermato nella Dichiarazione
dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, con la quale gli uomini non sono più sudditi, non hanno più un
4
ruolo subordinato, ma diventano cittadini di una nazione (principio di cittadinanza , sorta di riassunto di
quello che la società è e di quel che vorrebbe essere). Uno dei principi cardine della rivoluzione francese è
5
l’
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.