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Il rigeneratore

«Sin dai giorni della mia lontana giovinezza, Roma era immersa nel mio spirito che di Roma ho sognato e sofferto, e di Roma ho sentito tutta la nostalgia. Roma! E la semplice parola aveva un rimbombo di tuono nella mia anima. Più tardi, quando potei peregrinare fra le viventi reliquie del Foro e lungo la Via Appia e presso i grandi templi, potente mi accadde di meditare sul mistero di Roma, sul mistero della continuità di Roma.»

Con queste parole, pronunciate in Campidoglio il 21 aprile 1924, quando gli fu conferita la cittadinanza romana, Mussolini dichiarò il suo amore per Roma, dandogli il vigore di un’antica, costante e tenace passione. Due anni dopo, dall’ufficiale ‘Dux’, biografia scritta dalla sua intima amica e collaboratrice MARGHERITA SARFATTI (che, secondo alcuni, sarebbe stata maestra di romanità a Mussolini, ignorante d’arte e di architettura), i lettori apprendevano Benito scriveva su libri e quaderni, e incideva sulla corteccia degli alberi e sui banchi di scuola, il nome di Roma: «Roma è per lui, la mamma e l’amorosa; scriveva quella parola, sempre la stessa, dai 10 ai 16 anni, con frenesia. Forse era ‘una voce’, come ‘le voci’ che udiva Giovanna nel verziere di Domrémy. Come la pastorella di Lorena, il contadinello di Romagna doveva chiamare all’armi e operar prodigi ‘per la grande pietà’ d’Italia.»

La precocità dell’amore di Mussolini per Roma, con allusione a una mistica predestinazione evocata dal confronto con Giovanna d'Arco, non risulta confermata da nessun documento o testimonianza attendibile sui suoi anni giovanili. È però possibile che l’adolescente Mussolini, studente in un collegio a Forlì diretto dal fratello di Giosuè Carducci, si sia appassionato al mito di Roma attraverso la lettura del poeta che inneggiava alla Roma pagana. Soltanto in un’occasione, nei suoi più tardi scritti giovanili, si trova traccia di un richiamo alla romanità. Si tratta di un articolo sul poeta tedesco Augusto von Platen, pubblicato il 3 luglio 1909, quando Mussolini lavorava come giornalista a Trento.

L’articolo esordiva evocando il fascino che l’Italia aveva esercitato nel corso dei secoli sulle «anime superiori»: «Dopo essere stata per molti secoli meta di agognata conquista alle orde barbariche, l’Italia è stata ed è meta al pellegrinaggio reverente di tutti i grandi geni del nord. Alla madre mediterranea, a quella che il buon vecchio Plinio chiama: ‘omnium terrarum alumna et parens, omnium terrarum electa, una cunctarum gentium in toto orbe patria’, si sono volti, spinti da un irresistibile sentimento di nostalgia, i creatori delle altre nazioni d’Europa. Laggiù brilla ancora il faro della civiltà. Volger di secoli e mutar di fortune non l’hanno spento. Roma, come ai tempi del buon Augusto, è ancora la città verso cui muovono uomini di tutte le patrie, e chi ama Roma deve amare l’Italia.»

La singolarità di questo accenno alla romanità è la sua connessione a una celebrazione dell’Italia, fatta da Mussolini ricordando gli scrittori e i poeti stranieri che ne furono innamorati: «Da Byron a Goethe, da Musset a Lamartine, da Klopstock a Schiller, da Shelley a Wagner, da Nietzsche a Ibsen... la patria comune del genio fu ed è l’Italia.»

Forse può apparire altrettanto singolare per un socialista rivoluzionario, che si professava antinazionalista e internazionalista - e che pochi giorni prima della pubblicazione dell’articolo citato aveva dichiarato che i socialisti non avevano patria e dovevano negare la patria per unificare l’umanità - scrivere un elogio dell’Italia del proprio tempo perché non somigliava più all’Italia definita da Metternich «espressione geografica» e da Lamartine «terra dei morti»: «L’Italia attuale va perdendo le caratteristiche di un cimitero. Dove un tempo sognavan gli amanti e cantavan gli usignoli, oggi fischiano le sirene delle officine. L’Italia accelera il passo nello stadio dove le Nazioni corrono la grande Maratona della supremazia mondiale. Gli eroi hanno lasciato il posto ai produttori. Dopo aver combattuto si lavora. L’aratro feconda la terra e il piccone sventra le vecchie città.»

Dalla constatazione della vitalità dell’italiano moderno, scaturiva una previsione: «L’Italia si prepara a riempire di sé una nuova epoca nella storia del genere umano.»

Il giovane Mussolini condivideva con i giovani de «La Voce» la fede nella conquista di un nuovo primato italiano, spirituale e culturale, così come condivideva, nella polemica contro Roma capitale, la denuncia dell’abisso «incolmabile» che separava «rappresentanti e rappresentati, parlamento e nazione», «due organismi che non si comprendono e vivono avulsi l’uno dall’altro», come scriveva nel 1908: «il paese che lavora, che evolve; il paese che cerca attraverso la mala politica delle classi dirigenti di migliorare se stesso e di rendere l’aere più puro; il paese nuovo, libero, conscio della missione dei popoli che si riaffacciano alle scene della storia; il proletariato infine che eleva faticosamente con lotte e dolori il livello della sua vita spirituale e fisica, non può sentirsi rappresentato da quell’accozzaglia di parrucconi dalle idee ammuffite come l’ambiente di Montecitorio.»

Tuttavia, anche se, come taluni suoi apologeti hanno sostenuto, l’adolescente Mussolini nutrì una passione per la romanità, come certamente la nutrì per l’italianismo, tale passione non fu tanto ardente da indurlo a recarsi nella città eterna, a peregrinare fra le «viventi rovine» della Roma antica. Risulta, infatti, che Mussolini avrebbe fatto il suo primo viaggio a Roma solo nel novembre 1912, per partecipare alla riunione della direzione del partito socialista, dopo il suo successo al congresso socialista di Reggio Emilia, nel luglio di quello stesso anno, e poco prima della nomina a direttore dell’«Avanti!». Per analoghi motivi, Mussolini tornò a Roma nel marzo e nel luglio dell’anno successivo, e di nuovo nel gennaio 1914. E vi tornò ancora nell’aprile 1915 per le manifestazioni interventiste. E, di nuovo, ma occasionalmente, nell’immediato dopoguerra, per riunioni e manifestazioni del movimento fascista.

Dopo l’elezione a deputato, nel maggio 1921, i suoi viaggi nella capitale divennero più frequenti per partecipare alle sedute della Camera. Ma di tutti questi soggiorni a Roma, Mussolini non ha lasciato alcun racconto, impressione, commento o ricordo sul suo primo incontro con le vestigia della Roma antica. Margherita Sarfatti, nell’edizione inglese della sua biografia (ma la notizia non compare nell’edizione italiana), afferma di aver accompagnato Mussolini a girare per i musei di Roma e i Fori, ma non specifica se ciò accadde prima o dopo la marcia su Roma.

Da altre testimonianze attendibili sappiamo, però, che l’avversione di Mussolini per Roma continuò a manifestarsi per qualche tempo anche dopo l’assunzione al potere. Talvolta, con qualche collaboratore, il duce si scagliava contro «questa Roma pettegola e nemica», come la definiva nell’estate del 1923: «Io ti dico che in questa Roma, che non ci ama, esistono ben 45 focolai di antifascismo. Io li ho individuati.» Ma in pubblico, il linguaggio era diverso, sebbene non privo di ambigue risonanze, quando contrapponeva l’avversione dei fascisti per la Roma reale al loro amore per la Roma antica, o per l’ideale Roma capitale agognata dai patrioti del Risorgimento.

Per esempio, nel marzo del 1923, parlando ai mutilati, Mussolini volle ricordare che le colonne marcianti su Roma «confluivano con un sentimento che io conoscevo, con un sentimento assai affine a quello che dovevano avere certi popoli di altre epoche, che si precipitavano verso la città eterna. Un sentimento di rancore e di infinito amore; di rancore perché vedevamo in Roma non soltanto la Roma dei secoli, ma una Roma di abbietti politicanti, di burocrati tardigradi, di mestieranti e di affaristi.»

Accanto allo sdegno, aggiungeva il duce, c’era tuttavia «l’infinito amore per questa città dalle origini lontane e misteriose, uno dei centri dello spirito in tutte le epoche della storia, popolata di 4 milioni [sic!] di uomini al tempo di Augusto, da poche migliaia nei tempi oscuri del Medioevo, mentre oggi si avvia a diventare il cuore potentissimo della nostra vita mediterranea.»

Nel 1924, tuttavia, ogni rancore verso Roma sembrava scomparso dall’animo del duce. Egli ora dichiarava di amare moltissimo la capitale, più della stessa Milano, come disse a un ammiratore inglese del fascismo: «Dapprima Roma borghese non mi piacque, ma questa è una città che ci penetra ed assimila. Essa è la più bella e splendida capitale del mondo.»

In realtà, nessun cambiamento era avvenuto nella fisionomia urbana, umana e sociale della città, subito dopo la marcia su Roma, tale da giustificare l’improvviso innamoramento del duce, rispetto al periodo in cui, prima da socialista poi da fascista, aveva lanciato improperi contro la mediocre capitale politica di un’Italia meschina e imbelle. Nulla era cambiato: ad eccezione, ovviamente, del governo del paese e del governo della città. Ma era un’eccezione gravida di importanti e straordinarie conseguenze per il futuro di Roma e per il futuro dell’Italia, anche se pochi, dopo l’ascesa del fascismo al potere, si resero conto che in Italia si stava attuando un esperimento nuovo di dominio politico, messo in opera da un partito-milizia che pretendeva di incarnare la volontà della nazione, arrogandosi il monopolio del potere per imporre a tutti gli italiani la propria volontà al fine di realizzare la grandezza della nazione.

Una delle manifestazioni più clamorose di questo atteggiamento, insieme al perpetuarsi della violenza squadrista contro gli avversari, fu l’esaltazione dell’avvento di Mussolini al governo come un evento epocale nella storia d’Italia, celebrato nel 1923 con l’emissione di un francobollo e di una moneta in oro da 100 lire, recanti il simbolo del partito fascista, il fascio littorio, trasformato in simbolo della nazione.

La foggia del simbolo fascista però era mutata, sia per essere più simile al modello originario del fascio dei littori, sia per fugare ogni traccia della tradizione repubblicana, simbolizzata dal fascio con l'ascia in cima, ereditato dalla rivoluzione francese. In realtà, col pretesto di rendere filologicamente più corretto il fascio littorio del fascismo, il duce iniziata la «fascistizzazione» del simbolo romano, con l’avallo di eminenti antichisti.

Alcuni di essi deplorarono la riapparizione del «fascio littorio nei tempi della rivoluzione francese, in cui, in odio al passato feudale e dispotico, si vollero collocare in onore i vetusti simboli di Roma, perché servissero, con stridente, a illustrare l’incongruenza di idee demagogiche, quegli simboli, tra i quali il primo posto spetta al berretto frigio, alludente invero, non già ad un’ordinata e consapevole libertà di popolo, ma ad una tumultuosa e prava licenza di plebaglia.»

Era pertanto merito del duce, asseriva PERICLE DUCATI, vicedirettore dell’università di Bologna, aver «impugnato eroicamente» il fascio littorio in «tempi fortunosi, turbolenti e vili, che straziarono la nostra Italia», per farla risorgere «nel nome dell’alma Madre, di Roma». «L’Italia riprende così col simbolo littorio per volontà di un Duce romano la missione gloriosa di Roma», ripeté un decennio più tardi un valente archeologo, GIULIO QUIRINO GIGLIOLI. Con il fascismo, il fascio littorio divenne simbolo di autorità, disciplina, gerarchia: ma proprio in questo significato, la pretesa fedeltà alla tradizione di Roma era smentita, sia pure involontariamente, dagli stessi apologeti del «Duce romano», quando scrivevano che il fascio littorio, nella Roma antica, simbolo «augusto e terribile [...] del diritto di vita e di morte e del potere, conferito dal popolo e esercitato in nome del popolo, dava al popolo sicurezza e libertà. ‘Assertori di libertà’ erano i littori e di essi si servivano gli antichi per compiere la cerimonia della liberazione dello schiavo».

Invece, nel fascismo al potere, il fascio littorio e il richiamo alla romanità divennero emblemi di un regime che menava vanto della distruzione della libertà dei cittadini, professandola come un’affermazione della sua nuova, moderna romanità.

Nella nuova foggia, ricalcata sull’antica, all’indomani della marcia su Roma, il fascio littorio fu il simbolo dell’ambizione del partito fascista alla conquista del monopolio del potere politico e alla sua identificazione con la nazione.

Con questo esplicito intento, il duce promosse imponenti cerimonie per celebrare, il 28 ottobre 1923, il primo anno di governo fascista, con riti marziali che intendevano ammonire minacciosamente gli antifascisti e gli italiani tutti, e far capire che l’avvento del fascismo al potere, fondato come era sulla forza della milizia, non era revocabile attraverso le procedure legali di uno stato parlamentare.

«Noi», disse Mussolini il 24 ottobre 1923, «teniamo Roma non per nostra ambizione, non per il nostro profitto, non per miserabile vanità di persone. La teniamo e la terremo contro chiunque. La terremo fino a quando l’opera che abbiamo iniziata non sia completa, fino a quando tutte le opposizioni più o meno meschine e miserabili non saranno infrante per sempre.»

«Spirito totalitario» definì questo atteggiamento prepotente e bellicoso del fascismo, l’antifascista liberale Giovanni Amendola, commentando le cerimonie per l’anniversario della marcia su Roma. Ebbe così origine un nuovo termine del linguaggio politico, «totalitarismo», che fu subito usato dagli antifascisti, e successivamente dai fascisti, per definire il metodo di adozione adottato dal fascismo, fin dalla marcia su Roma, per soggiogare gli italiani alla sua volontà, sottoponendoli a un esperimento di rigenerazione individuale e collettiva.

Per Mussolini, punto di partenza e componente essenziale dell’esperimento totalitario era la rigenerazione della Roma reale. Egli voleva trasformare la città «che sonnecchiava sotto le cure di una burocrazia sorda di orecchie e di cervello», per farla diventare la grande capitale moderna di una nuova Italia imperiale: «Pensiamo di fare di Roma la città del nostro spirito», aveva detto Mussolini il 20 settembre 1922, «una città, cioè, depurata, disinfettata da tutti gli elementi che la corrompono e la infangano, pensiamo di fare di Roma il cuore pulsante, lo spirito alacre dell’Italia imperiale che noi sogniamo.»

Da quel momento, per il duce, Roma e Italia s’identificarono, nel bene e nel male, nella realtà e nel simbolo, nella celebrazione del passato, nella polemica contro il presente, nella visione del futuro. E attraverso l’identificazione fra l’antica Roma e la nuova Italia, il fascismo sanciva la propria pretesa di essere, in quanto movimento che rigenerava lo spirito romano, il partito destinato a guidare l’Italia alla conquista di un nuovo impero. La nuova romanità fascista divenne il modello per costruire la nuova italianità fascista.

«Roma è veramente il segno fatale della nostra stirpe, Roma non può essere senza l’Italia, ma l’Italia non può essere senza Roma. Il nostro destino di popolo ci inchioda alla storia di Roma. Noi prendemmo Roma per redimere ed innalzare l’Italia; Roma per purificare, noi terremo Roma solidamente fino a che il nostro compito non sarà totalmente compiuto. E state tranquilli, o cittadini, state tranquilli, o voi legionari delle camicie nere, che l’opera sarà continuata. Sarà continuata con una tenacia fredda, oserei dire matematica e scientifica.»

Dal 1923 al 1926, in concomitanza con la distruzione del sistema liberale e la fondazione del regime fascista, molti furono i richiami di Mussolini al mito di Roma, che valsero a completare la sua personale elaborazione della nuova romanità fascista.

Dopo l’ascesa al potere, ogni traccia di disprezzo antiromano scomparve dagli scritti e dai discorsi del duce: furono anzi frequenti le sue pubbliche dichiarazioni di ammirazione per la capitale e gli attestati di stima per i suoi abitanti. Nelle parole di Mussolini presidente del Consiglio, subito dopo la marcia su Roma, la capitale appariva già redenta e trasformata, come per miracolo, in una città attiva e moderna. Di tale trasformazione, il duce volle rendere consapevole la stessa popolazione romana: «Roma», disse al popolo dell’Urbe il 9 aprile 1924,

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Ingegneria civile e Architettura ICAR/18 Storia dell'architettura

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher tatiana1988 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'architettura e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma Tor Vergata o del prof Beltramini Maria.
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