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Duce imperiale

«27 agosto 1936 [...] importante il primo incontro con Mussolini. Un colpo tremendo [...]. Pensavo di riprendere contatto sotto il suo segno. Ricordo di nelle membra smagrite; e d’essermi varcato la soglia tremando dinnanzi a quel tavolo. Non l’uomo, ritrovato pallido ma la statua stava dinnanzi a me. Dura, pietrosa statua, da cui una fredda voce uscì in martellanti parole: “Sono soldato e come fascista”. Contento di te, come una patente superflua per un seguace veterano; ma patente, che allontana, che fa sentire le distanze. Sarebbe bastato un muto gesto, uno sguardo d’uomo a uomo. Il dolore di quella sera rimarrà tra i memorabili della mia vita». BOTTAI, reduce dalla guerra d’Etiopia, era GIUSEPPE l’autore di questa accorata nota di diario, in cui descriveva la metamorfosi del duce dopo la riapparizione dell’impero sui colli fatali di Roma.

La pietrificazione della propria immagine, compiuta dal duce dopo esser diventato il fondatore dell’impero, fu percepita da molti suoi collaboratori, e appare tuttora evidente in fotografie e cinegiornali dell’epoca. Era come se l’ambizione mussoliniana di consegnare il fascismo e la propria fama all’eternità immortalandoli nella pietra, avesse investito la sua stessa figura, tramutandola in statua vivente. Non era soltanto un irrigidimento di pose marziali e scultoree, che Mussolini aveva sempre assunto quando si mostrava in pubblico, ma era la proiezione esteriore, probabilmente spontanea, di un mutamento interiore, che nel corso degli anni dopo la conquista dell’impero si accentuò quanto più Mussolini si andava distaccando dalla corte dei comuni mortali, per elevarsi nell’empireo dei grandi uomini della storia: una statua vivente, perché mito vivente, già proiettato nella leggenda dei secoli futuri, irraggiungibile nella gloria della sua solitaria grandezza.

«Sul culmine che ha raggiunto è ritornato il solitario dei tempi duri». Il duce era conscio di atteggiare la sua persona a statuario mito vivente, e ne era probabilmente compiaciuto. Lo prova la fotografia scelta per il nuovo volume dei suoi scritti e discorsi, pubblicato nel 1936, dedicato alla conquista dell’impero: una scultura raffigurante la sua testa, con l’elmo del guerriero e il volto irrigidito in una marmorea severità. Il confronto con le foto scelte per i volumi precedenti mostra con impressionante evidenza la metamorfosi avvenuta nel duce imperiale, con la pietrificazione della sua immagine.

Trasfigurazione mitica del duce imperiale

Alla trasfigurazione mitica del duce imperiale, la cultura italiana partecipò quasi unanime, incrementando un’attività di incensamento che era divenuta abito mentale e costume più che decennale, diffuso fra intellettuali, scienziati, filosofi, storici, artisti, architetti, militari, laici e religiosi. Dopo il 9 maggio, la glorificazione di Mussolini, attraverso la glorificazione della nuova romanità imperiale, dilagò senza freni. La «grande impresa compiuta ora dall’Italia titanica del Duce», fascista nel nome del Re Vittorioso per l’opera dopo 7 mesi «di aspra guerra, sotto la guida del genio infallibile e della volontà invitta di Lui», disse GUGLIELMO MARCONI al Senato il 16 maggio 1936, «conclude il ciclo ideale del Risorgimento e indica l’assunzione, da parte del nostro Paese, di più ardui compiti e di più alte responsabilità in un ambito di attività mondiale». Nella vittoria, aggiunse lo scienziato, «ha trionfato tutta l’opera assidua, molteplice, onnipresente del Duce durante 14 anni di Regime fascista; anzi, senza tale multiforme opera la vittoria non sarebbe stata possibile: alla più insensata e immorale coalizione che la storia abbia mai registrata, l’Italia ha opposto il suo indomito ardimento, la sua incrollabile unità, stringendosi intorno al Duce, sicura di Lui e per Lui».

L’identificazione di Mussolini con il popolo italiano o, per meglio dire, l’identificazione del popolo italiano con il duce fu esaltata dalla propaganda in parole e in immagini più di quanto non fosse avvenuto in passato. L’immagine del duce divenne l’onnipresente filigrana dell’immagine del fascismo, dell’Italia, degli italiani e della romanità. Persino il volto della DEA ROMA nell’iconografia della nuova Italia imperiale fu mussolinizzato. Nessuno fra gli intellettuali massimi, mediocri e minimi aderenti al regime si sottrasse al culto del duce. Essi gareggiarono in lodi sperticate, per innalzarlo alla gloria dei più grandi eroi della storia, facendosi spesso eco l’uno contro l’altro nel celebrare la sua immortale grandezza quale novello Cesare dei tempi moderni. Scrivendo del genio militare di Giulio Cesare, un generale trovava modo di inneggiare alla «guida ferma e sicura del Duce del Fascismo, il cui genio cesareo ha fatto riapparire l’Impero sui colli fatali di Roma».

Anche GIOVANNI GENTILE, pur avendo molto contribuito in passato all’esaltazione carismatica del capo fascista, non sfuggì al nuovo entusiasmo mussoliniano dell’Italia imperiale. «Comincia una nuova storia d’Italia», annunciò il filosofo nel 1936: e l’iniziatore della nuova storia era il duce imperiale, assurto ormai, nella visione del filosofo, dal ruolo di eroe salvatore della nazione italiana a genio propizio alla salvezza dell’intera umanità, alla quale recava il verbo di una nuova civiltà.

Il culto della personalità

Fin dal suo avvento al potere, il culto della personalità aveva associato il mito del duce al destino di Roma. I più loquaci celebratori della gloria imperiale di Mussolini furono i cultori, esperti o dilettanti che fossero, di storia romana. Essi osannarono il duce come novello Cesare, novello Augusto, novello Costantino. Il direttore di una rivista che si fregiava fin dalla sua nascita nel 1925 del titolo di «Augustea», dichiarò nel genetliaco di Roma del 1938, che «quando lo storico futuro avrà bisogno, per definire l’altezza di Mussolini, di prendere a misura modelli classici, dovrà sommare al carattere e alle azioni di Cesare quelle di Augusto», mettendo in risalto la «meravigliosa coerenza che ci è nella nostra stirpe», confermata dalla «coincidenza delle linee psicologiche, del profitto interiore, vorremmo dire, dei due Cesari, con quella del Duce e del Fascismo».

LUIGI PARETI, uno fra i maggiori storici dell’antichità, sostenne che Mussolini era superiore ai menzionati imperatori, così come l’impero fascista era superiore all’impero romano perché «se le singole espressioni imperiali di Roma fascista, possono, naturalmente, richiamare ora Cesare, ora Augusto, ora Costantino; va subito notato che nell’opera Mussoliniana, non solo quelle tre grandi concezioni del mondo antico, appaiono per la prima volta sintetizzate, ma anche luminosamente superate, come richiede la nuova temperie storica, dominata da un nuovo genio creatore».

Con simili tributi, gli illustri antichisti non facevano che echeggiare le lodi al duce imperiale già cantate dai comuni pubblicisti più di un decennio addietro, quando, forse, neppure il duce pensava possibile la riapparizione dell’impero sui colli fatali. Nel 1927 un opuscolo edito da una casa editrice che si chiamava «Italia imperiale», aveva già asserito la superiorità imperiale di Mussolini, dichiarando «Benito emulo-superatore di Cesare e di Napoleone». Nel 1937, il volume “Mussolini e i Cesari”, pubblicato per la prima volta nel 1933, vantava già tre edizioni, dove erano illustrate le qualità del duce, per le quali egli era stato pari o superiore a Cesare, Augusto, Tiberio, Claudio, Nerone, Vespasiano, Tito, Traiano, Adriano, Antonino Pio, Marco Aurelio, Settimio Severo, Aureliano, Diocleziano, Costantino, Teodosio e Giustiniano. Con il duce imperiale, concludeva l’autore del libro, emulo fascista di Plutarco, si era compiuta la rinascita di Roma: «Gl’Italiani amano il loro Duce e lo identificano con l’Italia stessa e con Roma Imperiale».

Incensatori del duce imperiale furono anche esponenti della Chiesa, del basso e dell’alto clero. La conquista dell’Impero fu il momento di massima concordia fra la Chiesa e il regime, dal tempo della Conciliazione. Nel mito della nuova Italia imperiale pareva rafforzarsi, con reciproco consenso, la simbiosi fra fascismo e cattolicesimo, che molti cattolici fascisti auspicavano come naturale fusione d’idee e di spiriti convergenti verso la stessa meta, coniugando simbolicamente, nel segno di un nuovo destino missionario dell’Italia fascista, il nome di Roma col nome di Cristo.

Relazioni fra Chiesa e Regime Fascista

L’avvicinamento fra Vaticano e fascismo, iniziato dopo la marcia su Roma, aveva avuto come terreno d’incontro il comune odio verso il liberalismo, la democrazia, il relativismo, l’individualismo, il materialismo, il socialismo e il comunismo. La conciliazione fra CHIESA e REGIME FASCISTA era avvenuta passando sul cadavere del regime liberale, nella reciproca convinzione di essere alleati in una comune crociata contro la modernità perversa che aveva avuto origine dalla rivoluzione francese. Tale convinzione, tuttavia, poggiava sull’equivoco di una reciproca strumentalizzazione: la CHIESA, pensando di avvalersi del regime fascista per riconquistare la sua totale egemonia sulla società; il REGIME FASCISTA, pensando di avvalersi della Chiesa per consolidare nella medesima società il dominio totalitario della sua organizzazione. Tensioni e conflitti non erano mancati fra la Chiesa e lo Stato totalitario, quando l’equivoco della reciproca strumentalizzazione urtava su questioni che l’una e l’altro consideravano di propria esclusiva competenza, come l’educazione delle nuove generazioni, ma l’arte del compromesso aveva impedito che degenerassero in guerra aperta, come era accaduto nel 1931. I motivi di concordia e di collaborazione fra cattolicesimo e fascismo parvero rafforzarsi durante la conquista dell’impero. Il Papa era stato contrario alla guerra, e aveva pregato per la pace, pur auspicando che «le speranze, le esigenze, i bisogni di un grande e buon popolo» fossero soddisfatti. Ma fra il clero il mito dell’impero fece egualmente sentire il suo potere di seduzione.

L’aggressione all’Etiopia fu benedetta come una crociata missionaria per l’espansione del cattolicesimo. Il cardinale SCHUSTER, arcivescovo di Milano, fece udire la sua voce nel coro delle lodi mussoliniane, innalzandola sopra tutte le altre voci di vescovi e parroci, che nei mesi della campagna coloniale esaltarono la missione cristiana associandola alla conquista fascista dell’impero. All’ascesa del fascismo al potere il cardinale attribuiva un significato «eminentemente religioso, scoprendo nel fatto politico la mano della Provvidenza di Dio, che mentre risparmiava alla sede del ‘successor del maggior Pietro’ nostra di orrori delle settimane rosse, preparava da lungi il Concordato lateranense e disponeva gli animi alla redenzione dell’Etiopia dalla schiavitù e dall’eresia, dell’anticorinnovamento cristiano Impero romano».

Il 1 novembre del 1936, il cardinale accolse a Milano il fondatore dell’Impero. Il duce venne un discorso in Piazza Duomo, parlando da un palco allestito davanti al sagrato del Duomo, con addobbi dai quali si stagliavano scintillanti fasci littori. Al di sopra del palco e del duce, grandeggiava una vistosa preghiera augurale: «Gesù Re dei secoli dona anni lunghi e vittoriosi all’Italia e al suo Duce perché la civiltà del mondo tragga luce perenne da Roma cristiana».

Pochi mesi dopo, il 26 febbraio 1937, iniziandosi per volontà del duce le celebrazioni del bimillenario di Augusto, il cardinale Schuster volle parlare alla Scuola di mistica fascista, fondata a Milano nel 1930 da giovani che s’ispiravano al verbo del duce per elaborare una visione mistica della vita e della politica, come fondamento della nuova civiltà che il fascismo si accingeva a donare al mondo intero. L’arcivescovo evocò, con parola ispirata, le condizioni di Roma dopo le Idi di marzo paragonandole alle disastrose condizioni dell’Italia dopo Caporetto «con l’indebolimento dell’autorità statale di fronte ai partiti cozzanti fra di loro»: «come la ‘Divina Mens’ aveva inviato Ottaviano a salvare Roma, disse Schuster, «così anche in Italia sorse l’Uomo provvidenziale di genio il quale salvò lo Stato, fondò l’Impero, e diede alla coscienza degli italiani la più perfetta unità nazionale in grazia della pace religiosa». Quindi, con un dotto argomentare, l’alto prelato illustrò ai mistici fascisti come si era attuato il disegno provvidenziale, che concesse ad Augusto di unificare l’impero nella pace universale al fine di creare «la condizione più propizia all’opera universale ed unificatrice della Chiesa cattolica».

Così, concluse il cardinale, mentre «l’Augusto Pontefice Pio XI spedisce i missionari sino agli ultimi confini del mondo a predicare Gesù Cristo Salvatore Universale, le legioni italiane rivendicano l’Etiopia alla civiltà e, bandendone la schiavitù e le barriere, vogliono assicurare a stesi popoli ed all’intero civile consorsio il duplice vantaggio della cultura imperiale e della fede cattolica, nella comune cittadinanza romana. ‘DIfelle ROMA ONDE CRISTO È ROMANO’ (Purg. XXXII, 102)». Il verso dantesco «onde Cristo è romano», citato dall’arcivescovo di Milano per esaltare la missione provvidenziale della Roma antica rinata nella romanità fascista, ebbe grande fortuna nella nuova Italia imperiale. Divenne il motto dei cattolici che nel mito della nuova Roma volevano fondere più intimamente CATTOLICESIMO e FASCISMO, a maggior gloria della fede cattolica e della Chiesa. Con lo stesso motto e lo stesso proposito, l'ISTITUTO DI STUDI ROMANI - fondato nel 1925 con lo scopo di elaborare e diffondere, insieme con gli studi scientifici, il culto della romanità cattolica e fascista - organizzò nei primi mesi del 1936 un ciclo di conferenze sulla romanità, al quale parteciparono alti prelati della Chiesa.

Il ciclo iniziò il 6 febbraio con una conferenza intitolata «Il sacro destino di Roma» tenuta dal cardinale Eugenio Pacelli, all’epoca segretario di Stato di Sua Santità. Roma, disse il cardinale, era «una parola di mistero, come mistero è il destino di Roma, città eterna, non tanto per i secoli che tanta del passato, come per quelli che aspetta dall’avvenire [...]. Se come scrisse il suo più grande storico, il velo delle favole poetiche ne copre le origini, si perdona all’antichità che, mescolando le cose umane con le cose divine, abbia voluto rendere più augustei i primordi della città [...]. Ma la Provvidenza, che interna il mondo [...] ordinò e preparò il popolo e la città di Roma per un fine che supera il naturale accorgimento e, occultamente operando, le indirizza le inconsce intenzioni delle lotte e delle vittorie umane».

Forse era solo una coincidenza, ma parlando del mistero di Roma e del suo destino provvidenziale, il cardinale Pacelli pareva fare eco ad analoghe parole «sul mistero di Roma, sul mistero della continuità di Roma», che il duce aveva pronunciato oltre un decennio prima in Campidoglio, nel 1924, quando gli era stata conferita la cittadinanza romana. Mai più, negli anni successivi, parlando dell’universalità di Roma imperiale, il duce avrebbe attribuito all’avvento dell’impero e della civiltà romana ad «una intelligenza suprema», pur insistendo sulla sacralità di Roma. La sacralità di Roma derivava, secondo il duce, da 3 differenti eventi storici: «Roma è sacra, perché fu capitale dell’Impero e ci ha lasciato le norme del suo diritto e le sue reliquie venerabili e memorabili che ancora ci commuovono quando balzano ad ogni momento dalla terra appena frugata. Ma poi è sacra ancora perché è stata la culla del cattolicesimo». Infine, concludeva il duce, «Roma ha un carattere sacro, anche perché qui fu portato il Fante Ignoto, simbolo di tutti i sacrifizi di quattro anni della nostra guerra vittoriosa e ancora bisognerà ricordare che sul Campidoglio, sul colle sacro dell’umanità, c’è un’Ara che ricorda i caduti della nostra rivoluzione!». E alla nuova Roma mussolinea, il duce rivendicata un nuovo attributo di sacralità, derivato dal fascismo stesso, come espressione di una terza epoca della romanità, dopo la ROMA DEI CESARI e la ROMA DEI PAPI. Per il duce, la sacralità conferita a Roma dal cristianesimo era un elemento aggiuntivo, e neppure predominante, nella sacralità intrinseca della romanità.

La consacrazione della continuità spirituale fra la Roma antica e la Roma fascista fu suggellata solennemente un anno dopo la riapparizione dell’impero a Roma, con una grandiosa mostra aperta nella capitale il 23 settembre 1937 per celebrare il bimillenario de

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Ingegneria civile e Architettura ICAR/18 Storia dell'architettura

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher tatiana1988 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'architettura e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma Tor Vergata o del prof Beltramini Maria.
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