FASCISMO DI PIETRA
di EMILIO GENTILE.
(Appunti e riassunto dettagliato di Tatiana C.)
(Prologo; Capp. 1-9; NO Cap. 10; Epilogo)
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INDICE.
Prologo. Parole, pietre, miti. Pagina 4
1. Porca Roma. Pagina 10
2. Mussolini antiromano. Pagina 24
3. Nuova romanità. Pagina 36
4. Il rigeneratore. Pagina 56
5. Roma mussolinea. Pagina 78
6. Sui colli fatali. Pagina 96
7. Duce imperiale. Pagina 106
8. La capitale del futuro. Pagina 122
9. I Romani della modernità. Pagina 142
Epilogo. Quel che resta del mito. Pagina 150
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PROLOGO. PAROLE, PIETRE, MITI.
Il «FASCISMO DI PIETRA» è la vistosa e indelebile impronta che il regime
di Benito Mussolini ha lasciato sul suolo italiano.
Nei monumenti, negli edifici, nelle strade, nelle piazze di antiche città
d’Italia, come nelle città nuove fondate dal duce, si è materializzata una
concezione dell’uomo, della vita e della politica che negli anni fra le due
guerre mondiali sembrava prossima a diventare, nel mondo moderno, il
modello di una nuova civiltà imperiale, che pretendeva di essere universale
come universale era stata la civiltà romana nel mondo antico.
nel MITO DI ROMA e dell’IMPERO
Il FASCISMO condensava la sua
visione del passato, del presente e del futuro.
Pertanto non si comprende il fascismo e la storia del fascismo se non si
comprende l’origine fascista della romanità e dell’impero.
e la natura del mito
Analizzare questo mito e ricostruirne la storia nei suoi aspetti essenziali, è
stato lo scopo di questo libro.
ROMA e IMPERO furono le parole più frequentemente usate nella retorica
fascista.
Furono espressione di miti che sedussero:
a) laici e cattolici,
b) civili e militari,
c) menti semplici e menti elette,
durante i mesi della guerra d’Etiopia
specialmente e nelle giornate della
dell’impero
«riapparizione sui colli fatali di Roma», quando fecero
convergere attorno alla figura del duce il consenso pressoché unanime della
popolazione e delle grandi istituzioni del paese, dalla monarchia alla Chiesa
cattolica.
9 MAGGIO 1936 fu l’apoteosi
Il del duce, celebrata nello scenario di una
Roma che era stata profondamente trasformata, in 14 anni di regime
totalitario, dalle nuove costruzioni urbanistiche e architettoniche del
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«fascismo di pietra», che materializzò in simboli perenni i miti della cultura
fascista.
Uno storico di grande valore ha scritto che lo STATO TOTALITARIO ERA
IL REGNO DELLA PAROLA.
Egli intendeva dire, con ciò, che il fascismo era stato il prodotto di una
fabbrica del vuoto nel campo delle idee, e aveva riempito il suo vuoto
ideologico con altisonanti espressioni verbali.
Non sempre, tuttavia, gli storici di valore esprimono giudizi validi per
comprendere la storia.
Uno scrittore, altrettanto valente, ha detto che le parole sono pietre. E come le
pietre, le parole possono essere usate per costruire o per distruggere, per
difendere o per lapidare. Le parole sono pietre, e lo sono soprattutto quando
esprimono un mito, una credenza che interpreta e definisce il significato della
vita. Le parole che esprimono un mito suscitano entusiasmo, possono incitare
ad agire per il bene come per il male: in quest'ultimo caso, le parole che
esprimono un mito possono diventare pietre micidiali, perché muovono gli
uomini alla lotta e indicano i nemici da combattere e annientare, affinché il
mito trionfi.
Il FASCISMO fu regno della parola?
Può darsi. Ma le parole del fascismo erano pietre e miti che influirono per
venti anni sul destino di milioni di persone.
ROMA e IMPERO erano parole-pietre, parole-mito, con le quali fu soppressa
la libertà degli italiani e la libertà e la vita di quanti, in Africa e in altri paesi
europei, dove il fascismo fece guerra, non vollero rinunciare alla loro libertà
per assoggettarsi alla gloria della nuova Roma imperiale.
E per queste parole, ROMA e IMPERO, che erano pietre e miti, il fascismo
continuò a combattere ininterrottamente dal 1935 fino alla sua disfatta,
sfociata in una guerra civile fra italiani.
Il FASCISMO, nel campo delle idee, fu il prodotto di una fabbrica del vuoto?
Può darsi. Raramente, tuttavia, una fabbrica del vuoto ha prodotto una così
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d’ideologia
vasta colata pietrificata, come quella lasciata dal fascismo nella
capitale d’Italia: una pietrificazione ideologica che inizia col FORO
ITALICO, già FORO MUSSOLINI, scorre lungo il corso del Tevere, Via
della Conciliazione, la CASA DEL MUTILATO, Piazza Augusto Imperatore,
già Via dell'Impero, l’area
attraversa con la Via dei Fori imperiali,
archeologica fra Piazza Venezia e il Colosseo, si dirama nella CITTÀ
UNIVERSITARIA e nel quartiere della GARBATELLA, per sfociare poi
nella glaciale, metafisica architettura del mito fascista della romanità, iniziata
quando il regime stava ormai per avviarsi al crollo finale.
Il MITO FASCISTA DELLA ROMANITÀ è stato argomento di vari studi,
il suo significato, cioè l’origine,
ma la natura, il contenuto e lo scopo di
questo mito, è stato ed è ancora da molti frainteso.
È frainteso specialmente quando si considera il culto della ROMANITÀ
null’altro che:
a) l’espressione grottesca della fabbrica fascista del vuoto
ideologico,
b) una vacua esibizione retorica delle velleità imperiali del duce,
c) la prova manifesta della natura antimoderna del fascismo,
che si illudeva di far risorgere la ROMA e i ROMANI dell’antichità
nell’Italia e negli italiani del XX secolo.
molti storici affermano che l’uomo
Ancora oggi nuovo, che il fascismo
voleva creare, era una replica del legionario romano [uomo collettivo
organizzato; cittadino-soldato].
Altri considerano il mito fascista della ROMANITÀ come una conferma del
provincialismo di una politica culturalmente arretrata, nutrita di umanesimo
retorico. Si tratta di giudizi che derivano da una scarsa conoscenza della storia
effettiva del connubio fra ROMA e FASCISMO, e da interpretazioni
superficiali o polemiche del mito fascista della romanità, che impediscono di
comprenderne la natura e il significato storico.
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IN QUESTO LIBRO si è cercato di delineare la storia del connubio fra
in tutto il suo corso, dall’inizio
ROMA e FASCISMO, seguendola alla fine,
di analisi una distinzione nell’atteggiamento
assumendo come criterio del
fascismo verso la Roma reale, la Roma antica e la nuova Roma imperiale che
il duce intendeva costruire e in gran parte costruì.
Il FASCISMO non nacque con il culto di Roma.
Nel PROGRAMMA FASCISTA DEL 1919 il nome di ROMA non compare
e non vi è alcun riferimento alla romanità, né vi si parla di impero di nuova
civiltà imperiale.
la ROMANITÀ, l’IMPERO
ROMA, sono ignorati anche nel PROGRAMMA
DEL 1920.
Inoltre, il fascismo delle origini ODIAVA la Roma reale del suo tempo. Fu
Mussolini a innestare nel fascismo nascente il mito di Roma. Quando
giunsero al potere, i fascisti avevano adottato il mito di Roma, ma
continuavano a detestare la Roma reale, la città e i suoi abitanti.
la marcia su Roma fu l’inizio
Per il duce e per i fascisti, di una lunga marcia
contro la Roma reale per trasformarla al fine di costruire la Roma fascista.
Il disprezzo verso la Roma reale diede impeto alla furia distruttiva, con la
quale il duce imbracciò il piccone per abbattere quanto più poteva della Roma
dell’antica Roma e all’edificazione
esistente e far spazio alla riesumazione
della Roma fascista, vagheggiata come capitale di una nuova Italia imperiale
di una nuova civiltà universale.
Nella storia di Roma pochi individui hanno avuto, come Mussolini, il potere
personale per distruggere e ricostruire interi quartieri della città allo scopo di
realizzare una nuova Roma secondo le ambizioni della propria
immaginazione.
ROMA fu il luogo principale dove il «FASCISMO DI PIETRA» realizzò, con
il maggior impegno, originalità ed efficacia, la rappresentazione dei miti
e nell’assetto
fascisti negli edifici pubblici, nelle vie nei monumenti
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capitale, avvalendosi dell’opera
urbanistico della entusiasta dei principali
e artisti italiani dell’epoca.
architetti
La nuova Roma costruita dal fascismo era la prefigurazione simbolica della
nuova Italia e della nuova civiltà imperiale, che il fascismo, ispirandosi a un
mito della romanità, aveva l’ambizione
rinnovato di creare attraverso
l’esperimento totalitario.
Per Mussolini e il fascismo, ROMA era sinonimo di ITALIA, di IMPERO e
di CIVILTÀ.
Il mito fascista della ROMANITÀ era un mito proiettato verso il futuro, verso
la creazione di una nuova grande Italia a opera di una nuova razza di italiani
che dovevano essere i Romani della modernità.
QUESTO LIBRO narra la storia del connubio fra ROMA e FASCISMO con
le parole degli stessi protagonisti, del duce e dei fascisti, degli architetti e
degli artisti che furono artefici del «fascismo di pietra», accompagnandole
con i commenti di osservatori e testimoni contemporanei.
dell’ULTIMO CAPITO, l’autore
Nella composizione si è avvalso
dell'espediente di una licenza narrativa, immaginando il duce che trascorre le
ore notturne, in un giorno durante la Seconda Guerra Mondiale, riflettendo sul
MITO DI ROMA e sugli effetti dell'esperimento totalitario per creare i
d’invenzione,
ROMANI DELLA MODERNITÀ. Se la narrazione è frutto le
citazioni testuali sono tutte originali, tali da conferire all’invenzione stessa un
alto grado di verosimiglianza.
La storia raccontata IN QUESTO LIBRO è stata originariamente pensava per
l’autore ha affidato l’efficacia
immagini, e alle immagini, specialmente,
persuasiva della sua interpretazione del mito fascista della romanità.
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1. PORCA ROMA.
I fascisti che il 28 OTTOBRE 1922 si accingevano a marciare sulla capitale
per conquistare il potere avevano un profondo disprezzo per la ROMA
REALE, la città e i suoi abitanti.
Nel NOVEMBRE 1921 [III Congresso dei Fasci di Combattimento il 07-11-
1921; Fasci di Combattimento fondati il 23-03-1919], quando i fascisti vi si
erano radunati per il CONGRESSO NAZIONALE che doveva decidere sulla
loro movimento in partito, l’accoglienza
trasformazione del della popolazione
era stata: a) indifferente,
b) diffidente,
c) sprezzante o
d) apertamente ostile,
anche se i partiti della borghesia liberale e conservatrice cui si erano alleati i
non numerosi fascisti romani, avevano conquistato il governo della città nelle
elezioni amministrative dell’autunno del 1920, e avevano sorpassato i partiti
di sinistra nelle elezioni politiche del maggio successivo.
Nei giorni del CONGRESSO, i fascisti circolarono per la capitale «in un
ambiente freddo o nemico», come ammise Mussolini.
Lorenzo, l’ostilità
Nei quartieri popolari e operai, come San era molto forte.
A Roma era stato costituito e operava attivamente un movimento antifascista
un’organizzazione
in difesa del proletariato, gli «ARDITI DEL POPOLO»,
paramilitare, pronta a combattere lo squadrismo con le sue stesse armi.
I fascisti romani avevano già fatto esperienza dell’avversione che li
circondava pochi mesi prima del congresso, quando avevano cercato di far
proseliti ingiungendo in vari mercati il ribasso dei prezzi: invece di sostenere
i fascisti, ricordava nel 1927 uno dei capi squadristi del Lazio, la gente li
«ostacolò con ogni mezzo e parecchi furono in quel giorno i feriti, i contusi,
gli arrestati [...]. Roma era città difficilissima».
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Nella capitale, il fascismo aveva difficoltà ad attecchire.
A Roma c’erano:
a) nazionalisti,
b) arditi,
c) e futuristi,
che vi avevano fondato alla fine del 1918 un partito politico con un organo
intitolato «Roma Futurista»; e per un paio di anni nella capitale avevano
operato vari circoli di avanguardia, con manifestazioni artistiche e teatrali che
dissacravano il culto della tradizione ed esaltavano il nuovo orgoglio italiano
rinvigorito dalla guerra.
Ma i fascisti romani non erano riusciti a diventare un movimento
com’era
predominante, avvenuto ai fascisti nelle province della Valle Padana
e della Toscana. E scarsa era stata la loro azione durante le agitazioni del
«biennio rosso» nella capitale.
ROMA, chi c’era?
a) ARDITI DEL POPOLO, movimento antifascista in difesa del
proletariato;
b) ROMA FUTURISTA, partito fondato nel 1918 dai Futuristi;
c) SEMPRE PRONTI, movimento nazionalista con squadre di
camicie azzurre.
La borghesia romana non dovette attendere la loro iniziativa per contendere la
piazza ai socialisti: nell’OTTOBRE 1920, alla vigilia delle elezioni
costituzionali aderenti all’Unione
amministrative, i partiti nazionale avevano
compiuto un pellegrinaggio all’Altare della Patria dove giurarono di
combattere il bolscevismo per l’«onore di uomini e di italiani, per le
tradizioni meravigliose e pure del nostro Paese, per le glorie nuove degli eroi
recenti, per le morti e i dolori di guerra, per le ansie di 40 milioni di fratelli».
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Un analogo rito fu ripetuto il 21 MAGGIO del 1921, alla vigilia delle elezioni
politiche, con la partecipazione dei fascisti.
elettorale dei partiti d’ordine, l’organizzazione
Il successo di leghe
d’impiegati
antibolsceviche e studenti pronte a intervenire in caso di sciopero
pubblici servizi e l’attiva
nei presenza di un consolidato movimento
nazionalista con le sue squadre di camicie azzurre, i «SEMPRE PRONTI»,
ostacolarono il proselitismo fascista.
NAZIONALISTI e FASCISTI a Roma, come nel resto del paese, erano
concorrenti nella competizione per arrogarsi il privilegio di essere considerati
l’avanguardia militante della nazione.
Nel fascio romano c’erano urti frequenti fra
MONARCHICA, favorevole all’alleanza
a) una tendenza con i
nazionalisti e i partiti costituzionali, e
b) una tendenza repubblicana radicale o rivoluzionaria.
La commossa e solenne cerimonia della TUMULAZIONE DELLA SALMA
DEL MILITE IGNOTO NELL’ALTARE DELLA PATRIA, sotto la statua
della DEA ROMA, il 4 NOVEMBRE 1921, con la partecipazione di centinaia
di migliaia di persone, dimostrò che la borghesia della capitale era patriottica
senza essere fascista.
Un giovane squadrista toscano, che fu nella capitale per il congresso fascista,
fascismo in Roma non c’era
annotava nel suo diario: «Di neppure a
parlarne». Gli stessi fascisti romani provavano disagio nei confronti dei
camerati delle altre province: «Difficile fascismo, quello di Roma» ricordava
20 anni dopo GIUSEPPE BOTTAI, uno dei personaggi più illustri del
fascismo romano, «di questa città, che era ad un tempo il bersaglio e la mèta;
era la città vituperata e la città agognata; era la città contro cui si doveva
combattere e la città per cui si combatteva».
Il fascismo che era «dentro la città contro cui si polemizzava e si marciava
era veramente un fascismo paradossale, arduo. E noi abbiamo sofferto,
volta, non solo il colpo dell’avversario,
qualche ma il dileggio degli stessi
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amici, dei nostri stessi camerati, tanto la nostra posizione era delicata e
sottile».
La decisione di tenere a Roma il TERZO CONGRESSO DEI FASCI DI
COMBATTIMENTO, facendo convergere nella capitale migliaia di
squadristi dalle altre province, era un gesto di sfida, una dimostrazione di
forza e un tentativo di conquista.
Per boicottare il congresso, i ferrovieri romani avevano proclamato uno
sciopero, al quale seguì subito uno sciopero generale ordinato dal comitato di
difesa proletaria. Ciò non impedì ai fascisti di raggiungere la capitale: erano
circa 10.000 la mattina del 7 NOVEMBRE, quando il congresso aprì i suoi
lavori. «Mai Roma aveva visto fino allora tante camicie nere in giro per la
città a gruppi e gruppetti rumorosi e spavaldi», ha raccontato nelle sue
memorie un fascista, che era allora studente di liceo nella capitale.
Portate «da treni guidati da ferrovieri fascisti, le squadre seguivano alle
squadre, e dall’Esedra a Via Nazionale, era un incanalarsi di piccoli cortei
con gagliardetti e fanfare sgangherate che alzavano al cielo stonatissime
al centro squadroni dell’Alta
note, mentre giù dal tunnel del Tritone calavano
Italia con certi manganelli in mano, da farsi il segno della croce. E il mare
nero aveva saturato il centro, sì che i quiriti si sentivano affogare fra tutte
quelle nappe, quelle cravatte nere svolazzanti, quei ciuffi di capelli che
sbucavano dai fez, quelle fiamme ornate di macabri teschi».
Cantavano gli quadristi il loro inno «Me ne frego»: «Me ne frego di morir /
di Giolitti / e del sol dell’avvenir
me ne frego / [...] Me ne frego del Questore
/ del Prefetto e anche del Re»; e insultavano con i loro motteggi i governanti:
A Roma c’è un porco. Che è questo porco? Bonomi. Lo metteremo in una
pignatta, figlio di una vacca, che brodo ci farà».
La Roma per bene, osservando questo spettacolo, commentava disgustata
«Ma sentite, commendatore, sentite! Che volgarità! Che gente!».
L’atteggiamento spavaldo dei fascisti e il loro congresso non servirono affatto
romana verso il Fascismo; d’altro
ad accrescere le simpatie della popolazione
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canto, i fascisti erano piovuti a Roma da ogni provincia d’Italia e nel
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