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in assoluto. Comprende tre monologhi dei Magi, la scena del loro incontro, la visita ad Erode, un

adirato monologo del re e infine la discussione di Erode coi suoi dotti. Il frammento illustra bene la

tecnica del teatro medievale. La parola “auto” designava in quei secoli l’azione drammatica, nella

fattispecie di argomento religioso.

→ IL CANTAR DE MIO CID: STORIA, TEMI, METRICA E STILE meglio conosciuto come “El

Il poema narra le vicende del condottiero RODRIGO DÍAZ DE VIVAR,

Cid”, L’opera, di

al servizio del re Alfonso VI. È il grande ROMANZO EPICO della lett. castigliana.

cui non si conosce l’autore, è divisa in 3 parti e risale al XII secolo (1140 circa). Fu diffuso da

giullari e poeti erranti che si spostavano di luogo in luogo. Ci è arrivato attraverso un codice del

XIV secolo, copia di un altro del secolo precedente, conservato alla Biblioteca Nacional de Madrid.

l’antefatto: circa 50 versi che sono stati ricostruiti

In esso manca il primo foglio, contenente

attraverso la prosificazione del poema. Come ogni poema epico, il protagonista appare idealizzato,

infatti la sua figura storica è ambivalente.

STRUTTURA

Il poema è composto da 3733 versi. È diviso in tre parti: il canto dell’esilio, il canto delle nozze e il

Le caratteristiche formali del verso epico rispettano norme

canto dell’oltraggio. metrico-prosodiche

precise → struttura in LASSE che si collegano tra loro tramite rime assonanzate (che seguono cioè

i fonemi vocalici) e si raggruppano spesso intorno a una situazione o a un motivo. Ad ogni cambio

di assonanza cambia anche la lassa e si ha il passaggio ad un’altra scena. Questo tipo di struttura

viene in aiuto all’intreccio e ha una funzione Un’altra caratteristica formale è

mnemotecnica.

l’ANISOSILLABISMO: significa che non c’è un numero di sillabe fisso all’interno di ciascun verso.

Ogni verso è diviso da una CESURA centrale e quindi si scinde in DUE EMISTICHI. Emistichio =

mezzo verso. Nel poema predomina la misura ottosillabica, quindi avremo spesso degli emistichi

8+8. Dal punto di vista prettamente stilistico il poema epico si caratterizza per il FORMULISMO

ci sono dunque sintagmi fissi, formule ricorrenti pregne di significato e un forte uso della

DITTOLOGIA SINONIMICA (due elementi che hanno lo stesso significato). La tecnica narrativa è

NARRATORE ONNISCIENTE, ma c’è anche il discorso diretto, il

quella della DIEGESI con un deve seguire il principio della SINALEFE → un

dialogo tra i personaggi. La divisione delle sillabe

incontro vocalico che viene considerato come un’unica sillaba.

ES. SINALEFE: ALLÌ PIENSAN DE AGUIJAR AL | LÌ | PIEN | SAN | DEA | GUI | JAR

“LLORAR “BARBABELLIDA”, “LOS

ES. FORMULISMO: DE LOS OJOS”, INFANTES DE

CARRIÒN” “EN “PUERTAS

ES. DITTOLOGIA SINONIMICA: VISTAS O EN CORTES”, ABIERTAS E UÇOS

“SIN “ELLOS “LOS

SIN CAÑADOS”, PIELLES E SIN MANTOS”, AMAS A DÒS”, MANTOS E LOS

PELLIÇONES” diverso dallo spagnolo moderno: es →

Uso dei pronomi enclitici estàvalas

Il Duecento

Nel XIII secolo, mentre i poeti del mester de juglaría continuano a scrivere i cantares de gesta,

nasce, grazie a monaci anonimi, un genere letterario incentrato sulla perfezione formale e

sull’insegnamento morale, il mester de clerecía. Il suo principale esponente è Gonzalo de Berceo.

Intanto, il teatro spagnolo muove i primi passi con le rappresentazioni liturgiche. Ma questo è

soprattutto il secolo dominato dalla figura di re Alfonso X, il primo monarca realmente interessato

Riunendo attorno a sé i saggi dell’epoca, compone e dà impulso a una sconfinata

alla cultura.

opera enciclopedica di carattere storico, scientifico e legale. Sono i primi passi della prosa

castigliana.

MESTER DE CLERECÌA: SCUOLA, FONTI E FORME

È l’altro grande genere che ha segnato il medioevo ispanico. Era una scuola di poesia colta, dei

sec. XIII e XIV, sorta in opposizione al mester de juglaría, di più antiche origini, e definita per la

prima volta in una strofa del Libro di Alessandro (anonimo, XIII sec.), un poema di epica colta che

narra le vicende di Alessandro Magno. L’autore, sicuramente un chierico o un monaco assai colto,

si ispirò a fonti latine e francesi, e apre il poema con una quartina che rappresenta la definizione di

questa scuola poetica.

MESTER TRAIGO FERMOSO NON ES DE JOGLARÌA

MESTER ES SEN PECADO CA ES DE CLERECÌA,

FABLAR CURSO RIMADO POR LA CUADERNA VÌA

A SÌLLAVAS CUNTADAS CA ES GRANT MAESTRÌA.

(Il mio mestiere è bello, non è quello di juglaría;

è un mestiere senza peccato, perché è di clerecía:

parlare in versi rimati secondo la cuaderna vía,

a sillabe contate, è cosa di gran maestria).

All’interno di questa strofa sono racchiuse parole chiave per la comprensione e la definizione di

questo genere. Innanzitutto il nome, che deriva da CLERICUS, cioè da tutto ciò che è relativo ai

chierici (ponendo attenzione sul fatto che al tempo la parola designava i dotti in generale).

L’espressione “SEN PECADO” indica una poesia dai TEMI ELEVATI, per lo più RELIGIOSI, legata

“CUADERNA

alle regole metriche della VIA” (strofe quadruple appunto, QUARTINE MONORIME

DI VERSI ALESSANDRINI, ciascuno dei quali diviso in DUE EMISTICHI SETTENARI che

→ TETRASTICO MONORIMO) l’uso del

possono a loro volta dividersi in altre due sezioni e

Il “CURSO RIMADO” indica il verso “ritmato” di tipo romanzo, diverso da quello

linguaggio dotto.

latino e “A SÌLLAVAS CUNTADAS” fa riferimento alla conta delle sillabe, che fa capo alla DIALEFE

come principio OBBLIGATO della versificazione in caso di incontri vocalici; ne consegue un ritmo

Un’altra caratteristica di questo genere è il frequente uso dell’IPERBATO, un

più spezzato.

espediente che ricorda la sintassi latina poiché consiste nel posizionare un elemento sintattico in

un posto artificiale rispetto all’ordine della frase. Viene subito messo in contrapposizione al mester

de juglarìa poiché se ne distacca innanzitutto per la materia più elevata che tratta, e poi per essere

praticata solo da uomini colti.

La storia di questa designazione è comunque complessa e di volta in volta gli studiosi hanno

descritto la cosa in modo diverso:

SCUOLA POETICA → insieme di persone formate alla stessa maniera che praticavano la

- poesia in modo convenzionato (Deyermond e Lopez Estrada);

VERO E PROPRIO GENERE LETTERARIO →

- Salvador scrisse un articolo chiamandolo

“marbete” (etichetta);

TESI INTERMEDIA →

- è una scuola che sul piano formale si caratterizza per un

determinato tipo di versificazione.

Il luogo di formazione di questa scuola poetica potrebbe essere stato L’UNIVERSITÀ DI

PALENCIA, la prima università fondata in Spagna nel 1212 ca. Fu voluta dal vescovo Tello Téllez

de Meneses sotto il regno di Alfonso VIII, poco dopo la vittoria nella Battaglia di Las Navas di

quando il re chiamò dalla Francia e dall’Italia insegnanti

Tolosa, di varie arti e delle scienze,

mantenendoli a Palencia con stipendi elevati.

Tuttavia ebbe vita breve, la mancanza di sostegno finanziario e la vicinanza dell’Università di

Salamanca fecero sì che chiudesse poco prima della fine del XIII secolo, probabilmente nel 1264,

momento in cui l’università fu definitivamente trasferita a Valladolid.

A questa scuola poetica, oltre al famoso Gonzalo de Berceo, appartiene anche l’Arcipreste de Hita,

che utilizzò la struttura formale di questo genere per il suo Libro de Buen Amor. Più tardi troveremo

anche l’opera di Pedro de Ayala, che viene considerato l’ultimo poeta del mester de clerecìa.

GONZALO DE BERCEO: VITA, OPERE, METRICA E STILE

Nell’ambito del mester de clerecía incontriamo il primo poeta identificabile nella storia della

letteratura spagnola, Gonzalo de Berceo. In netto contrasto con la tendenza all’anonimato del

Medioevo, Berceo dimostrò sempre una profonda volontà di render nota la sua identità,

fornendoci, all’interno delle sue opere, preziose notizie sulla sua vita. Sappiamo che nacque a

Berceo e fu educato prima nel monastero benedettino di San Millán e poi nell’UNIVERSITÀ DI

PALENCIA. Conosceva il latino, ma non abbastanza da scrivere in questa lingua: le sue opere

sono composte in un volgare ricco di arcaismi. Da alcuni documenti sappiamo che nel 1252 era

ancora vivo, ma non conosciamo la data esatta della sua morte. Berceo si dedicò a tre tipi di

opere: poemi agiografici, poemi dedicati alla Vergine Maria, poemi di svariati temi religiosi. Le vite

dei santi (tra le quali ricordiamo: Vida de San Millán de la Cogolla, Vida de Santo Domingo de

miravano a istruire attraverso l’esempio di

Silos, Poema de Santa Oria, Martirio de San Lorenzo)

personaggi che avevano praticato la virtù.

L’opera senza dubbio più significativa di Berceo è Milagros de Nuestra Señora (Miracoli di Nostra

Signora), composta da 25 narrazioni di miracoli fatti dalla Vergine Maria desunti da leggende

scritte in lingua latina (non si tratta di materiale originale). I peccatori presentati sono di vario

genere, quasi sempre figure maschili. Le uniche donne che incontriamo sono una donna incinta e

una badessa incinta. Il sentimento che traspare è quello della DEVOTIO MARIAE: la devozione,

l’adorazione nei confronti di Maria. Il tema della pietà mariana era molto diffuso nel Medioevo,

poiché Maria era considerata la perfetta intermediaria tra Cristo e gli uomini.

Sicuramente la sua opera aveva un intento edificante rispetto alla corruzione del clero, quasi

catechistica: sappiamo infatti che Berceo partecipò al Concilio Laterano IV del 1215 dove si parlò

della corruzione morale del clero.

→ LIBRO DE APOLONIO: FONTI, PERSONAGGI E TEMI

Poema anonimo spagnolo della prima metà del XIII sec., tra i più antichi e più belli del mester de

clerecía, narra le avventure di Apollonio di Tiro. È la versione castigliano-aragonese di un testo

latino dell’VIII secolo: l’Historia che fa capo anch’esso a un originale greco

Apollonii regis Tyri,

La trama e l’intreccio sono ben congegnati:

perduto. Apollonio Re di Tiro è perseguitato dal Re di

Antiochia perché ha svelato il suo amore incestuoso per la figlia. Ridotto in miseria a causa di un

naufragio, si rifugia presso Re Anchitrastes e, grazie alle sue doti di musico, conquista l’amore

della figlia Luciana e la sposa. Durante il viaggio di ritorno a Tiro Luciana dà alla luce una bambina,

Tarsiana, per poi morire apparentemente. Viene gettata in mare in una cassa e giunge ad Efeso,

dove torna in vita, ma ignara delle sorti del marito, decide di chiudersi in convento. Apollonio lascia

la figlia a Tarso e si rifugia in Egitto. La figlia cresce e, dopo essere rapita dai pirati, viene portata a

Mitilene dove diventa giullaressa. Lì giunge infine Apollonio, che però non la riconosce.

Antinagora, il signore della città, la incarica allora di consolare il padre. Il poema si conclude con il

riconoscimento; infine Apollonio ritroverà anche Luciana per rientrare finalmente a Tiro. Il poema

presenta un tratto originale, compaiono infatti con esso nella letteratura spagnola temi estranei alla

tradizione: viaggi, naufragi, smarrimenti, riconoscimenti, morti apparenti, piraterie. Inoltre, troviamo

per la prima volta un quadro geografico ben più ampio e sconosciuto di quello epico.

→ LIBRO DE ALEXANDRE: FONTI, PERSONAGGI E TEMI

Anche questo è della prima metà del XIII sec., è anonimo e le sue fonti sono soprattutto

l’Alexandreis Roman d’Alexandre,

di Gautier di Châtillon e il ambedue opere francesi del XII

secolo. Il racconto segue grosso modo le vicende biografiche di Alessandro Magno, soffermandosi

soprattutto sulle vicende di tipo leggendario, con molte amplificazioni e molte moralizzazioni,

nell’intento di innalzare la vita dell’eroe a paradigma della vita cavalleresca. Il testo è un

ed ebbe grande diffusione per tutta l’antichità e il

apocrifo falsamente attribuito a Callistene

medioevo, con numerose versioni e revisioni.

→ POEMA DE FERNÀN GONZÀLEZ: FONTI, PERSONAGGI E TEMI

È posteriore agli altri due e composto probabilmente intorno al 1250 da un monaco di San Pedro

de Arlanza, presso Burgos. Rappresenta un esempio importante di collaborazione tra poesia

clericale e poesia epica: l’autore infatti, rielabora in quartine di alessandrini (il metro del mester de

(il metro dell’epica).

clerecìa) un più antico testo in lasse assonanzate La trama narra le vicende

del primo conte di Castiglia che, dopo aver venduto al Re Sancho il suo cavallo e il suo astore,

riesce ad ottenere la libertà delle sue terre, che aveva guadagnato lottando contro i Mori. Il poema

veicola in parte i valori della Reconquista.

LA PROSA CASTIGLIANA DEL XIII SECOLO: ALFONSO EL SABIO (ALFONSO X)

Prima del XIII secolo, non esisteva ancora una vera e propria uniformità linguistica in Spagna:

ciascun autore si esprimeva nella sua varietà idiomatica. È solo nel XIII secolo, e grazie

all’impegno di re Alfonso X, detto El Sabio, che il castigliano comincia a uniformarsi. Re di Castiglia

e Leòn tra il 1252 e il 1284, figlio di Ferdinando III, viene soprannominato “il Saggio” proprio per

l’opera culturale che realizza durante la sua reggenza. Pur essendo un re molto debole dal punto

di vista politico, a lui si deve la più grande opera di raccolta di testi del medioevo: un complesso di

lavori che rappresentano la summa della cultura castigliana del XIII secolo. Ricordiamo in

proposito: i Cantigas de Santa Maria (una raccolta di 400 poesie liriche in onore della Vergine), le

(un’opera legislativa), il (un’opera giuridica), i

Siete Partidas Fuero Real Tablas alfonsìes (trattati

astrologici) e soprattutto la Primera Crònica General de España (il primo libro sulla storia della

Spagna scritto in castigliano). Il re si circondava di molti collaboratori, i quali erano traduttori dal

latino, dal francese, dall’arabo e dall’ebreo; erano presenti anche poeti e musici. Alfonso X, in

realtà, non fa che continuare l’intensa opera di divulgazione culturale che aveva cominciato a

svilupparsi grazie alla SCUOLA DI TRADUTTORI DI TOLEDO, sorta per opera di Raimundo

arcivescovo francese di Toledo, sotto il regno di Alfonso VI, e dove confluivano molti studiosi

occidentali (Adelardo di Bath, Roberto di Chester, Gerardo di Cremona, Michele Scoto, Ermanno

Alemanno). Per questo motivo non è corretto attribuire la scuola di traduttori di Toledo solo al

L’eccezionalità dell’opera di Alfonso El Sabio risiede nel fatto che egli sia riuscito

periodo alfonsino.

a rispecchiare perfettamente l’immagine di quella che era la situazione culturale spagnola: una

compresenza di elementi cristiani, arabi ed ebrei.

È proprio in questo ambito che nasce la PROSA CASTIGLIANA: la prima opera di prosa scritta in

castigliano è la Fazienda de Ultra mar (XII sec.), scritta sotto il regno di Fernando III, che si

presenta come una sorta di guida per il pellegrino che va in Terra Santa. Un altro filone narrativo è

rappresentato invece da Calila e Digna, che risale ad un testo indiano antico che arriva in Europa

attraverso traduzioni in medio persiano, arabo e infine in latino. È una favola animalesca con

intento didattico e morale, in cui due dei molti personaggi sono due linci, Calila e Digna, che danno

appunto nome al libro.

→ complesso di circa 2500 leggi raccolte in 7 parti, da cui l’opera prende il titolo:

Siete Partidas la

dottrina cristiana e il diritto canonico, i sovrani e la legislatura delle università, le procedure

giudiziarie, il matrimonio/famiglia/rapporti sociali, il commercio, testamenti ed eredità, il diritto

penale. Sono il risultato di un lavoro che era cominciato sotto Fernando III e che verrà completato

l’opera è propriamente legislativa, anzi, essa è più che altro

ufficialmente nel 1265. Solo in parte

un grande inventario del reale, poiché raccoglieva spiegazioni, disposizioni, riflessioni e citazioni.

Sappiamo inoltre che le Partidas saranno promulgate solo da Alfonso XI nel 1348, in un testo

riveduto e infine emendato.

Il Trecento

Oltre alle opere di Juan Ruiz Arcipreste de Hita e Pedro de Ayala, che continueranno la tradizione

del mester de clerecìa, questo secolo vede soprattutto la nascita di un nuovo grande genere

narrativo in prosa: il ROMANZO CAVALLERESCO. Una figura chiave nella comparsa della prosa

castigliana è Juan Manuel, nipote di Alfonso X, che scriverà la prima opera di rilevanza letteraria.

Nel frattempo, la poesia epica spagnola attraversa un periodo di decadenza, soprattutto perché la

Reconquista è finita e il popolo non è più attratto da racconti sulle imprese di eroici guerrieri. È

degna di nota, però, un’altra opera sul Cid chiamata Las Mocedades de Rodrigo (La Gioventù di

Rodrigo), dove si narrano le avventure fantastiche della gioventù dell’eroe castigliano e il cantare

Infantes de Salas, che narra la tragica discordia tra la famiglia di Gonzalo Gustioz, padre dei sette

infanti, e del cognato Ruy Velàsquez, che li fece uccidere tutti.

LA PROSA CASTIGLIANA DEL XIV SECOLO: GRAN CONQUISTA DE ULTRAMAR E

CAVALLERO ZIFAR

La prosa castigliana comincia con due grandi opere che inaugurano la nascita del ROMANZO

CAVALLERESCO: la più antica sembra essere la Gran Conquista de Ultramar, scritta

probabilmente alla fine del XIII sec. e si presenta come una grossa raccolta di materiale di

provenienza francese. Il nucleo narrativo ruota intorno alla storia delle crociate di Guglielmo di Tiro,

d’Antioche,

unita a trascrizioni delle chanson de geste del ciclo delle crociate (Chanson Conquête

de Jérusalem, Chétifs, ecc). Vi è narrata inoltre la biografia di Goffredo di Buglione e la storia del

Cavaliere del Cigno, anch’essa di epica francese. Il Libro del Cavallero Zifar, scritto

probabilmente da un chierico toledano, rappresenta invece il PRIMO ROMANZO ORIGINALE. La

sua struttura si può dividere in tre parti narrative:

le peripezie di Zifar, di sua moglie e dei suoi due figli, l’esilio, la separazione e la loro

- riunione dopo che Zifar diventa re di Menton;

il figlio cadetto Roboàn vuole guadagnarsi l’onore, e in questa sezione troviamo gli

- ammaestramenti che gli dà il padre;

- Roboàn parte e dopo varie avventure cavalleresche diventa imperatore di Tigrida.

Le 3 sezioni di questo romanzo corrispondono rispettivamente alla tradizione dei romanzi come

quello di Apolonio nella prima parte (per essere governata dal caso), la tradizione didattica nella

seconda parte e il romanzo cavalleresco vero e proprio nella terza.

→ JUAN MANUEL: OPERE, TEMI E TECNICHE NARRATIVE

Don Juan Manuel (1282-1348), principe castigliano, è considerato il prosatore di spicco del XIV

secolo. Le parentele importanti (il nonno è Fernando III e lo zio è Alfonso X) gli aprono la strada a

una formazione culturale molto ricca. È ricordato anche per aver introdotto il concetto di autore

come proprietario intellettuale dell’opera: aveva depositato i suoi testi in un luogo sicuro, dove

potevano essere copiati e tramandati, il monastero di Pañafiel, da lui stesso fondato. Purtroppo,

invece, tutte queste opere sono andate perdute e conosciamo soltanto: la Cronica Abreviada (un

riassunto della Crònica General de España scritta da Afonso X), il Libro de la Caza, il Libro del

Caballero y del Escudero, il Libro del los Estados, il Libro de los castigos o consejos, detto anche

“libro infinito”, e il famosissimo Libro de los enxemplos del Conde Lucanor e de Patronio,

→ scritto nel 1335 e pubblicato nel 1575

conosciuto più semplicemente come El Conde Lucanor

con questo titolo, è una collezione di 50 exempla con le rispettive direttive morali. In ogni racconto

il Conte Lucanor chiede al suo fedele consigliere Patronio dei suggerimenti su come vivere e

governare; Patronio gli risponde sempre con una favola, con racconto che allude al problema e da

questo il Conte ne deve trarre una morale. In questo è evidente l’influenza dei racconti orientali e

delle favolo di Esopo e Fedro.

L’opera è rivolta alla nobiltà dell’epoca (di cui Juan Manuel fa parte): l’interesse dell’autore non è

teorico ma pratico, ovvero l’applicazione di virtù quali: l’astuzia, la prudenza, ecc.

→ JUAN RUIZ, ARCIPRETE DE HITA: IL LIBRO DE BUEN AMOR (STORIA, FONTI, FORME,

METRICA, STILE)

“El Arcipreste de Hita” è nato nel 1284 e morto nel 1350, ma quel poco che

Juan Ruiz, detto l’unica

sappiamo della sua vita lo desumiamo dalla sua opera, che conosciamo, scritta tra il 1330 e

il 1343: si tratta del Libro de Buen Amor, uno degli ultimi esempi del mester de clerecìa.

Nell’opera infatti si notano le innovazioni del genere, sia tematiche che formali: l’abbandono della

cuaderna vìa in favore di versi più irregolari e la scelta di trattare temi profani, come le relazioni

religiose. L’autore apre infatti la sua opera con

amorose, senza però abbandonare le tematiche

1

questa copla :

LAS DEL BUEN AMOR SON RAZONES ENCUBIERTAS

TRABAJA DO FALLARES LA SUS SEÑALES CIERTAS

SI LA RAZÒN ENTIENDES O EN EL SESSO ACIERTAS

NON DIRÀS MAL DEL LIBRO QUE AHORA REFIERTAS.

(Quelle del Buen Amor sono ragioni nascoste

sforzati di trovare i suoi segnali sicuri

se intendi le parole o se indovini il senso

non parlerai male del libro che adesso critichi).

Si presenta dunque come un’opera ambigua, dal messaggio occulto, che va interpretato. Dal punto

di vista stilistico, è composta da più di 7000 versi carichi di forte simbolismo, preceduti da un

1 Strofa.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lingue, culture, letterature, traduzione
SSD:
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher lovetheater di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura spagnola e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Tomassetti Isabella.

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