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Riassunto esame Istituzioni di Sociologia, prof. Ravelli, libro consigliato Corso di sociologia, Bagnasco, Barbagli, Cavalli Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di istituzioni di sociologia della professoressa Ravelli, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente "Corso di sociologia", Barbagli, Bagnasco e Cavalli .
I capitoli riassunti sono: I. Le società premoderne. - II. Le origini della società moderna in Occidente. - Parte seconda: La trama del tessuto sociale. - III. Forme elementari... Vedi di più

Esame di Istituzioni di Sociologia docente Prof. M. Ravelli

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attore svincolato da ogni condizionamento esterno.

5. Teoria e ricerca empirica

In più o meno tutte le discipline scientifiche si genera una sorta di divisione del lavoro tra chi si dedica alla ricerca teorica e chi

invece è impegnato nella ricerca empirica. Questo processo è inevitabile, ma può produrre sia effetti positivi (l'elaborazione

teorica produce input per la ricerca empirica e riceve da questa conferme o smentite), sia negativi (teoria e ricerca proseguono

su strade separate). Parsons definisce teoria: corpus di concetti generalizzati, logicamente interdipendenti, dotati di un

riferimento empirico. Punto chiave è “dotati di un riferimento empirico”, infatti molte teorie sociologiche sono formulate a un

livello di astrazione tale da rendere difficile trattarle empiricamente. Si può dire che non è possibile sottoporre a prova empirica

una teoria, ma solo singole proposizioni da essa ricavate. La difficoltà di sottoporre a prova empirica teorie molto generali ha

indotto Merton a sostenere che la sociologia debba orientarsi verso la formulazione di teorie di medio raggio (teorie il cui

ambito di applicazione sia limitato a fenomeni specifici entro coordinate spazio-temporali definite). La ricerca empirica è

guidata dalla teoria se è costruita in modo da accertare l'esistenza di un nesso tra variabili che possono essere dipendenti

(fenomeni da spiegare) o indipendenti (fenomeni che li spiegano).

La statistica sociale (raccolta sistematica di informazioni quantitative sullo stato della popolazione e le sue condizioni di vita)

si può far risalire all'assolutismo illuminato del XVIII secolo. La raccolta di dati statistici è promossa e organizzata dalle

autorità pubbliche a fini amministrativi, ma essa fornisce informazioni di tipo sociografico di cui i sociologi fanno spesso uso.

Le ricerche su opinioni e atteggiamenti hanno in genere un intento prevalentemente descrittivo, cioè si cerca di esplorare quali

sono gli atteggiamento o opinioni prevalenti in una determinata popolazione. Successivamente ci si chiede quali sono i fattori

che spiegano perchè alcuni segmenti di popolazione mostrano una propensione per certi atteggiamenti e altri segmenti per altri

tipi. Se il ricercatore si fa guidare da ipotesi teoriche precostituite, è probabile che trovi solo quello che cerca, quindi egli

dovrebbe lasciar spazio alla possibilità di sorprendersi di fronte a casi inattesi. Questo “effetto sorpresa” è chiamato da Merton

“serendipity”. La formazione della società moderna

Le società premoderne

1. L'evoluzione delle società umane e il concetto di “cultura”

Gli ominidi sono comparsi sulla Terra da 2 a 3 milioni di anni fa. Probabilmente non avevano ancora sviluppato le corde vocali

per emettere suoni finemente articolati e la loro capacità cranica era ridotta, anche se usava qualche attrezzo rudimentale.

L'uomo di Pechino, vissuto tra 250 e 450 mila anni fa, era un esperto cacciatore e aveva già imparato a usare il fuoco.

Probabilmente comunicava emettendo suoni e facendo gesti non ancora organizzati in un vero e proprio linguaggio.

L'homo sapiens è apparso in Europa 42mila anni fa e aveva acquisito la capacità di produrre e usare il linguaggio, gli strumenti

ed il fuoco (elementi che distinguono la specie umana attuale dalle altre specie animali e di ominidi).

Gli etologi (coloro che studiano comportamento degli animali) sostengono che anche molte specie animali hanno

un'organizzazione sociale e cooperano tra loro. Le informazioni necessarie ad assicurare la riproduzione delle forme di

organizzazione attraverso generazioni sono trasmesse mediante il codice genetico. Anche alcuni comportamenti umani sono

dettati da informazioni nel patrimonio genetico, ma la specie umana ha sviluppato forme di organizzazione sociale che si

fondano soprattutto attraverso la comunicazione e l'accumulazione di informazioni trasmesse mediante processi di

apprendimento. L'insieme di queste informazioni è la cultura.

2. Le società di cacciatori-raccoglitori

Alcune di queste società sono vissute in isolamento e sono giunte fino quasi ai giorni nostri. Per studiare questo tipo di società

si può ricorrere a 3 tipi di fonti: ricerca archeologica (studia reperti di civiltà scomparse), ricerca antropologica (studia le

società che sono sopravvissute fino all'epoca moderna) e i resoconti dei viaggiatori che hanno incontrato queste società. Per

sopravvivere, queste società attingevano al patrimonio di risorse offerto dalla natura. Una caratteristica fondamentale di queste

società è il nomadismo: quando le risorse erano scarse, si spostavano. Società erano in genere molto piccole e vivevano in una

dimensione temporale del “giorno per giorno”. C'era una divisione sessuale del lavoro: raccolta femminile, caccia maschile.

L'unità sociale di base era la famiglia nucleare, composta da genitori e prole. Più famiglie costituiscono una banda: gruppo

autosufficiente dal punto di vista produttivo, ma non riproduttivo, infatti spesso la banda è un gruppo esogamico (matrimoni

vietati tra membri di una stessa banda). Le bande che si intrecciano in questo modo sono tribù, gruppo essenzialmente

endogamico.

Durkheim scrive “le forme elementari della vita religiosa” sulle tribù degli aborigeni australiani. I membri di queste tribù si

riconoscono come appartenenti allo stesso gruppo, parlano la stessa lingua e spesso si ritengono discendenti da un capostipite

comune. In questo caso la tribù corrisponde al clan. Il mito della comune origine trova rappresentazione simbolica in un

oggetto (totem) che può raffigurare qualsiasi elementi tratto dall'ambiente.

La società di caccia e raccolta sono fortemente egualitarie, anche se ci sono differenze per gruppi di età: donne diventano

adulte quando sono in grado di procreare, uomini quando sanno cacciare una preda di certe dimensioni; i vecchi non sono

sempre rispettati perchè in questa società conta più la forza che l'esperienza. Il capo banda è il cacciatore più coraggioso, ma

non gode di privilegi particolari. Le tribù hanno spesso un vero e proprio capo (solo quando si tratta di attaccare o difendersi da

tribù vicine sul piano militare). Una figura che gode di prestigio e privilegi è lo sciamano: uomo con capacità che gli

consentono di entrare in contatto col mondo degli spiriti e neutralizzarne gli influssi negativi. Egli è soprattutto un guaritore.

Per studiare una società bisogna osservare alcune cose fondamentali: modi in cui si procura mezzi di sussistenza e

distribuzione tra i membri; modi in cui assicura la riproduzione; forme delle relazioni sociali; struttura delle disuguaglianza;

credenze religiose.

3. Le società di coltivatori e pastori

L'uomo deve disporre di una notevole capacità di astrazione, deve poter pensare ciò che non c'è più e ciò che non c'è ancora.

L'uomo ha sviluppato questa capacità, senza la quale non è possibile la coltivazione, molto lentamente attraverso l'osservazione

concreta dei fenomeni. La società di coltivatori è una società di orticoltori, cioè non usano l'aratro. Il passaggio da caccia e

raccolta a coltivazione si colloca tra il 10000 e il 6000 a.C. e viene indicato come “rivoluzione neolitica”. Gli orticoltori non

furono più costretti a spostarsi continuamente alla ricerca di cibo: finché il suolo era produttivo, potevano restare sullo stesso

territorio. Si iniziarono a costruire recinti per tenere lontani gli animali selvaggi, le abitazioni divennero più solide e si

iniziarono a usare nuovi materiali. Quando si rompeva l'equilibrio tra popolazione e risorse, era necessario che una parte della

popolazione si spostasse su un altro territorio, e così i villaggi tendevano a moltiplicarsi. La spinta all'espansione poneva

spesso diversi villaggi in competizione, infatti non è raro trovare tribù in cui la coltivazione è lasciata alle donne perchè gli

uomini si dedicavano alle attività militari. Il capo villaggio è generalmente un capo militare. Le eccedenze di un dato prodotto

possono essere scambiate con le eccedenze di un villaggio vicino. I matrimoni avvengono prevalentemente tra persone dello

stesso villaggio ma è proibito sposare parenti stretti (tabù dell'incesto). Queste società sono meno egualitarie di quelle di

cacciatori e raccoglitori, ma comunque generalmente non si formano gerarchie stabili.

Domesticazione di piante e di animali sono processi che si sono sviluppati parallelamente, infatti i coltivatori sono stati quasi

sempre anche degli allevatori. Le popolazioni che vivono in aree poco adatte alla coltivazione hanno trovato nell'allevamento

la fonte principale della loro sussistenza, e queste sono società caratterizzate da nomadismo, che seguono i greggi nei loro

spostamenti stagionali alla ricerca di acqua e pascoli. Ma raramente le società pastorali hanno l'allevamento come unica fonte

di sussistenza: alcune praticano qualche forma di coltivazione, altre stabiliscono contatti con società di coltivatori e scambiano

i prodotti.

4. La nascita delle società di agricoltori

6000 anni prima dell'era cristiana, iniziò a diffondersi in Medio Oriente e Asia Minore un'innovazione tecnologica: aratro, che

consente di incidere molto più in profondità il terreno e di rivoltare la zolla. Presto ci si accorse che l'aratro poteva essere

trainato da animali, quindi, con lo stesso numero di ore si poteva coltivare una superficie molto maggiore. Di conseguenza ci fu

un enorme aumento della produttività agricola e l'agricoltura iniziò a produrre un surplus (quantità di prodotti alimentari

eccedenti quella necessaria per mantenere in vita i produttori e le loro famiglie). In questa situazione è facile che si formino dei

gruppi che non partecipano direttamente alla produzione del cibo che consumano, e perchè ciò avvenga sono necessari 2

presupposti: i produttori devono essere motivati a produrre più di ciò che serve per sé e famiglia; devono essere disposti a

trasferire parte del frutto del proprio lavoro ad altri. Realizzazione di questi presupposti è stata facilitata dal fatto che

parallelamente all'agricoltura, si è sviluppata in Egitto e Mesopotamia la teocrazia (governo divino). Il potere è concepito come

diretta emanazione di Dio, a cui appartiene la terra. Il tempio è la casa di Dio e quindi amministra le terre. In queste società i

sacerdoti sono spesso astronomi (capaci di leggere nel movimento degli astri i tempi opportuno per lo svolgimento delle varie

operazioni connesse al ciclo agricolo). All'interno del tempio nasce la scrittura. Secondo Childe, nei magazzini del tempio i

prodotti venivano conservati i contenitori, e il funzionario doveva saperne il contenuto e altre informazioni. Per ricordarsi

utilizzò un sistema di segni e così nacque la scrittura cuneiforme. Nacque allora la professione dello scriba. Attorno al tempio

si formarono vere e proprie città. In queste società c'erano disuguaglianze tra gli uomini. Le città erano più differenziate delle

campagne. Al vertice c'era il monarca, poi cerchie del culto, governo, amministrazione e specialisti che svolgono lavori

manuali. C'è separazione tra lavoro manuale e intellettuale: nasce disprezzo per quello manuale. Più una società è differenziata

e complessa e più c'è bisogno di ordinamenti: 1° sistema di leggi conosciuto è codice di Hammurabi, re di Babilonia. I regni

entrano in competizione per il controllo del territorio (fonte di ricchezza), quindi crescente importanza dell'organizzazione

militare.

5. Le società agrarie dell'antichità greco-romana

Società agrarie nate sulle rive del Mediterraneo. Hanno sviluppato una particolare forma di scrittura (fonetico-alfabetica),

adatta alla composizione e trasmissione di testi. Con i filosofi greci nasce la teoria sociale, come riflessione autonoma di una

particolare categoria di persone (intellettuali) che si dedicavano prevalentemente all'educazione delle nuove generazioni.

La popolazione contadina era composta da: contadini indipendenti (coltivatori della terra di cui erano proprietari); affittuari

(privi di terra, coltivavano pagando tributi al proprietario); schiavi (coltivavano terre altrui dietro la mera sussistenza). Il

rapporto cittadini-contadini non è un rapporto di scambio ma politico: la città consuma il surplus che preleva fiscalmente dalla

campagna.

Le forme di governo delle città-stato greche oscillano tra la monarchia e la tirannide (governo di uno solo) e la democrazia (il

governo del popolo), passando attraverso varie forme di oligarchia (il governo di pochi).

6. La società feudale

Il feudo è un'unità territoriale sulla quale governa un feudatario, in virtù di un'investitura ricevuta da un signore di un rango più

elevato. Il feudatario è generalmente un cavaliere che è tenuto a prestare in caso di necessità aiuto militare al signore dal quale

ha ricevuto il feudo. Il feudatario ha il potere di amministrare la giustizia e di richiedere prestazioni alla popolazione servile

che vive sul suo territorio. La popolazione servile si divide in 2 categorie: servi della gleba (contadini in condizione di servitù)

e servi domestici. Le origini della società moderna in Occidente

1. L'idea di “mutamento”

Nessuna società è in sé statica o dinamica: ciò che cambia è la velocità del mutamento, che può essere molto lento (e quindi

quasi impercettibile nell'arco della vita media di un uomo), oppure molto accelerato. Tra il XVI e XIX secolo, le società

europee entrano in un'epoca di mutamento sociale accelerato.

2. Le trasformazioni nella sfera economica: la nascita del capitalismo

Il concetto di capitalismo è stato formulato per la prima volta in modo compiuto da Marx. Il modo di produzione capitalistico

si distingue da quelli che lo hanno preceduto per il fatto che in esso dominano i detentori del capitale che pongono al loro

servizio il lavoro salariato. Per capitalismo si intende un determinato sistema economico con alcune caratteristiche: è

un'organizzazione economica di scambio, in cui collaborano, uniti dal mercato, 2 diversi gruppi di popolazione: i proprietari

dei mezzi di produzione e i lavori nullatenenti; essa è dominata dal principio del profitto e dal razionalismo economico.

Quadro di staticità dell'agricoltura feudale inizia a infrangesi dal XVII secolo. Spinta che mette in moto il processo proviene

dalla crescente domanda di manufatti e derrate(es. nascita recinzioni per aumento domanda di lana). I protagonisti di questo

processo sono essenzialmente riconducibili a 2 classi: la piccola nobiltà terriera e i contadini benestanti. Questi si trasformano

in capitalisti agrari, che, a differenza dei signori feudali, hanno tutto un interesse ad introdurre innovazioni nella coltivazione e

nell'allevamento per aumentarne la produttività e quindi per accrescere i profitti. Nasce così l'agricoltura moderna.

Sul ruolo del commercio nel passaggio dal feudalesimo al capitalismo c'è un dibattito. Alcuni credono che il vero fattore di

disgregazione dei rapporti economici feudali sia la formazione di un ricco ceto di grandi mercanti e la creazione di un mercato

di dimensioni mondiali. Altri credono che le attività mercantili di per sé non sono incompatibili con l'economia feudale e

possono lasciarne inalterata la struttura. Spesso il capitalismo mercantile ha preceduto e creato le condizioni per il capitalismo

industriale, mentre in altri casi ciò non è avvenuto. Il lavoro a domicilio costituisce un'importante forma di transazione

all'impresa capitalistica. Il mercante girava per i villaggi di campagna portando con sé materia prima e attrezzi per la filatura e

tessitura. Distribuiva ciò nelle case contadine, spiegava come doveva essere svolta la lavorazione e si impegnava a ritirare il

prodotto finito dietro il pagamento di un compenso in denaro. Gli imprenditori sono essenzialmente degli innovatori, ma per

esserlo devono affrontare le ostilità dei ceti aristocratici ed ecclesiastici che vedono nell'attività economica volta

all'accumulazione del profitto qualcosa di immorale. L'innovazione garantisce a chi l'ha introdotta un vantaggio, ma ogni

innovazione è destinata a diffondersi e quindi a non essere più tale. Questo processo, chiamato distruzione creatrice, induce

l'imprenditore a ricercare sempre nuove innovazioni. Il capitalismo speculativo non è ancora capitalismo nel senso moderno

del termine, infatti la massima aspirazione dei ricchi mercanti era quella di vivere nel lusso, mentre l'imprenditore razionale

non è orientato al consumo e ai piaceri della vita ma mira a reinvestire il profitto nell'impresa.

3. Le trasformazioni nella sfera politica: la nascita dello Stato moderno

Il mondo feudale è un mondo di poteri locali. La guerra era l'occupazione principale dei signori feudali; il loro potere e la loro

ricchezza dipendevano essenzialmente dall'ampiezza del territorio e dal lavoro delle popolazioni che riuscivano a sottomettere.

Questo sistema di rapporti di potere durò fino a quando le lotte e le guerre non fecero emergere come vincitore un potere

capace di sottomettere i poteri concorrenti. Si venne ad instaurare un monopolio della violenza legittima, cioè il diritto

esclusivo di usare la forza da parte del potere sovrano. L'instaurazione di questo monopolio è il presupposto della formazione

dello Stato moderno. Ci fu la creazione di grandi eserciti per la difesa del territorio e il perseguimento di politiche

espansionistiche nei confronti di altri Stati. Questi eserciti non erano più composti da guerrieri che provvedevano

autonomamente al loro equipaggiamento, ma da soldati e ufficiali selezionati, equipaggiati e stipendiati dallo Stato. Le

crescenti spese pubbliche, in particolare quelle militari, imponevano un cambiamento dei meccanismi di prelievo fiscale.

Parallelamente al monopolio militare e al monopolio fiscale se ne instaura un 3°: il monopolio monetario. In epoca premoderna

circolava una grande quantità di monete diverse. Ciò non facilitava gli scambi e neanche la regolarità delle entrate statali

perchè era difficile controllare le contraffazioni. Lo Stato avocò così a sé il diritto di battere monete. Un altro potere che, anche

se non specifico dello Stato moderno, trova in esso la sua massima realizzazione, è il monopolio dell'amministrazione e della

giustizia: non è legittimo farsi giustizia da sé quando si ritiene di aver subito un torno, è lo Stato a garantire la protezione

giuridica. Questi 4 monopoli costituiscono il nucleo centrale del concetto moderno di sovranità. Il potere diventa legittimo

quando chi obbedisce lo fa perchè ritiene che chi comanda abbia il titolo per farlo.

I diritti di cittadinanza che si affermano con le rivoluzioni inglese, americana e francese presentano dei caratteri nuovi. Essi

diventano prerogativa degli individui in quanto membri del popolo che è il depositario della sovranità dello Stato. Viene

introdotto il principio della separazione dei poteri e nasce l'idea di Stati di diritti (forma di organizzazione politica in cui tutti

gli organi dello Stato sono vincolati al rispetto della legge). Ciò è reso possibile dalla costituzione, cioè una legge suprema a

cui è sottoposto il rapporto tra governanti e governati. In questo modo i diritti dei cittadini costituiscono un limite del potere

dei governanti.

4. La cultura della modernità

Con l'avvento della società moderna il riconoscimento della libertà di autorealizzazione dell'individuo diventa un valore

dominante. Quello che inizia ad essere apprezzato in un essere umano sono le caratteristiche che lo distinguono e che ne fanno

un esemplare unico. La posizione che una persona occupava nella società era in modo prevalente determinata dalla sua origine

e anche se non mancavano fenomeni di mobilità sociale si può dire che gli status ascritti (acquisiti con la nascita) prevalessero

sugli status acquisiti (in base a meriti e capacità). I valori di uguaglianza e libertà sono alla base dell'affermazione del valore

dell'individuo. Uguaglianza significa che tutti gli uomini hanno alla nascita uguale dignità e uguali diritti. Libertà significa

autonomia e indipendenza nel governare la propria esistenza, avendo come unico vincolo il rispetto della libertà altrui.

In campo religioso, la religiosità individuale prende il sopravvento sulla religiosità di chiesa: quello che conta è il rapporto

immediato tra individuo e divinità.

Accanto all'individualismo, anche il razionalismo è una componente essenziale della modernità. Alla fede come fonte di verità

si sostituisce la ragione, sulla quale gli esseri umani possono fare affidamento per diventare padroni del proprio destino.

La trama del tessuto sociale

Forme elementari di interazione

2. Azione, relazione, interazione sociale

Per azione sociale si intende un agire che sia riferito al comportamento di altri individui.

“Teorema di Thomas”: una situazione definita dagli attori come reale, diventa reale nelle sue conseguenze. Es. se si sparge la

voce che una banca è in difficoltà, anche se non è vero, i risparmiatori ritirano i soldi e così va in difficoltà veramente.

2 o più individui che orientano reciprocamente le loro azioni stabiliscono una relazione sociale. Esse possono essere stabili e

profonde oppure transitorie e superficiali. Le relazioni sono spesso cooperative (orientate a raggiungere fini comuni o

compatibili), ma esistono anche quelle conflittuali (riguardano azioni orientate dal proposito di affermare la propria volontà

contro quella di altri).

L'interazione sociale è il processo secondo il quale 2 o più persone in relazione tra loro agiscono reagendo alle azioni degli

altri. Con l'interazione si realizza, si riproduce e si cambia nel tempo il contenuto di una relazione.

3. I gruppi sociali e le loro proprietà

Un gruppo sociale è un insieme di persone con alcune caratteristiche: membri sanno di formare un gruppo (senso di

appartenenza); comunicazione tra i membri; esistenza di regole di comportamento alle quali ogni individuo deve conformarsi

per rimanere nel gruppo; più le norme sono rigorose, più sarà condizionata la coesione; si può prevedere comportamento di un

membro in certe condizioni; coerenza delle attese (tutti i membri hanno le stesse attese nei confronti dei comportamenti altrui;

membri di un gruppo sono riconoscibili dagli altri (non membri) come membri del gruppo. Una categoria sociale e classe

sociale non sono un gruppo. Merton definisce il gruppo come un insieme di persone che interagiscono tra loro in un modo

strutturato da modelli, che sentono d'appartenere a un gruppo e che sono considerate dagli altri come membri di un gruppo.

I caratteri dei gruppi cambiano con la loro dimensione. La base della differenza si trova nel fatto che l'interazione può essere

diretta (faccia a faccia; es. famiglia) o in parte diretta e in parte indiretta (es. in una azienda). Simmel ha studiato i gruppi più

piccoli: diadi (2 persone) e triadi (3 persone). La diade si differenzia qualitativamente dagli altri rapporti perchè la vita del

gruppo dipende da ciascuno dei 2 membri: se un membro esce dal gruppo, il gruppo non esiste più. Quando si trasforma in

triade c'è una trasformazione qualitativa: ora una maggioranza può imporre la propria volontà alla minoranza. È stato osservato

che un gruppo di 5-6 membri è più produttivo di quelli più piccoli (- tensioni e più spunti). Se il numero dei membri è pari c'è

più antagonismo e c'è la possibilità che si creino 2 sottogruppi. Se un gruppo è troppo grande, c'è il pericolo di esclusione di

alcuni membri. Più un gruppo è grande e più c'è pressione a conformarsi ed esigenze di organizzazione. Ash ha osservato un

gruppo di 9 persone: dovevano confrontare una linea con altre 3 ed individuare quale fosse della stessa lunghezza della prima.

Fu notato che i membri tendono a cambiare idea e pensare come la maggioranza.

I gruppi formali prevedono regole precise sui requisiti, sulle procedure per l'ammissione e sui comportamenti da tenere per

continuare a far parte del gruppo (es. dipendenti di un'impresa), mentre questi criteri sono taciti nei gruppi informali (es.

gruppo di amici). In generale, la definizione dei confini di un gruppo è sempre relativa alla situazione.

Un carattere importante del gruppo è il suo grado di completezza. Essa si riferisce al rapporto tra membri che fanno

effettivamente parte del gruppo e persone che hanno i requisiti richiesti per l'appartenenza.

Un gruppo di riferimento è il gruppo modello e punto di riferimento dell'individuo (quello a cui appartiene o aspira a

diventarne parte). Un gruppo di riferimento può essere anche negativo: individuo fa l'opposto di ciò che fa il gruppo.

Secondo Merton gli individui che non appartengono ad un gruppo possono avere diversi atteggiamenti rispetto alla possibilità

di diventarne membri. Quindi egli individua diversi non-membri secondo 2 variabili: atteggiamenti dei non-membri rispetto

alla non appartenenza; status di non-membro definito dal gruppo. Atteggiamenti del non-membro: A. aspira a diventare

membro del gruppo; B. è indifferente; C. non vuole far parte del gruppo. Status di non-membro: 1. ha i requisiti necessari per

appartenere al gruppo; 2. non li ha. Incrociando queste variabili si ottengono i non-membri: A1 candidati all'apparenza (molte

probabilità di appartenere al gruppo); A2 uomo marginale (respinto dal gruppo); B1 membro potenziale (il gruppo potrebbe

cercare di attirarlo a sé); B2 non-membro neutrale; C1 non-membro autonomo (pericoloso per il gruppo perchè simboleggia la

debolezza del gruppo impedendone la completezza). Merton distingue i gruppi aperti (vogliono aumentare il numero di

membri) da quelli chiusi (limitano l'accesso ed escludono chi vuole farne parte).

Tutti ricoprono nella società numerose posizioni. Ogni posizione è formata da un ruolo e uno status. Il ruolo è l'insieme dei

comportamenti che gli altri si aspettano in base alla posizione occupata; lo status è composto dai diritto che vengono dalla

posizione. Ad ogni status possono corrispondere più ruoli: es. insegnante diversi comportamenti verso studente, altri

insegnanti, preside, ecc. In una società complessa come la nostra può esserci un “conflitto di ruolo”: es. insegnante ha figlio

come studente. La differenziazione dei ruoli dipende dalla densità sociale, cioè dalla concentrazione spaziale delle persone e

dal volume delle loro interazioni. Parsons ha elaborato la teoria delle variabili strutturali facendo 4 distinzioni fondamentali

che valgono per tutti i ruoli. Queste distinzioni si chiamano variabili perchè si può passare da un polo all'altro, quindi possono

essere considerate dicotomie. 1. Diffusività-specificità (ruolo diffuso, ampia gamma di comportamenti, es. genitore; ruolo

specifico, comportamenti specifici e limitati, es. professionale); 2. affettività-neutralità affettiva (emozioni espresse; emozioni

controllate); 3. universalismo-particolarismo (si tratta una persona come tutte le altre; si tratta una persona a seconda di chi è);

4. ascrizione-realizzazione/acquisizione (ruolo ascritto non dipende dal singolo individuo, non è sotto il suo controllo, es. età;

ruolo acquisito è ottenuto grazie alle proprie capacità). Alcune condizioni possono causare una variabilità facendoci spostare da

un polo all'altro o tra i 2 poli. Spostandosi da un polo all'altro si ha un conflitto di ruolo. I gruppi possono essere totalitari

(impegnano tutti i ruoli di un individuo) o segmentali (riguardano solo alcuni dei ruoli di un individuo). I gruppi possono anche

essere distinti in: gruppo primario (piccole dimensioni, ruoli diffusi, contenuti affettivi) e gruppo secondario (grandi

dimensioni, ruoli specifici, scarse conoscenze e scarsi rapporti). Un'altra distinzione (che si sovrappone alla precedente) è tra:

gruppo formale (rapporti impersonali di tipo organizzativo e strumentali) e informale (interazione diretta e forte identificazione

nel gruppo).

4. Potere e conflitto

Non esiste un accordo generale sul concetto di potere, ma la più nota definizione è quella di Weber, secondo la quale il potere è

la possibilità di trovare obbedienza ad un comando che abbia un determinato contenuto. Un tipo di potere particolare è quello

che Weber chiama potere legittimo o autorità. L'autorità riguarda le relazioni nelle quali sono previsti diritti di dare ordini e

dovere di obbedire, considerati legittimi da entrambi gli attori.

Il conflitto riguarda le azioni orientate dal proposito di affermare la propria volontà contro la volontà e la resistenza di altri. Per

quel che riguarda i gruppi, il conflitto all'interno di questi è normale e un certo grado di conflitto interno e con gli altri può

essere considerato essenziale per la loro formazione e persistenza. Ma questo può anche distruggere una relazione sociale o un

gruppo. Alcune proprietà formali del conflitto: il conflitto contribuisce a stabilire e mantenere i confini del gruppo (attraverso

il conflitto i soggetti di un gruppo acquistano o conservano facilmente la consapevolezza della loro identità e particolarità); i

gruppi che richiedono un impegno totale della personalità sono capaci di limitare i conflitti, ma se questi esplodono, tendono

ad essere di particolare intensità e anche distruttivi delle relazioni di gruppo (soprattutto nelle diadi e in generale in gruppi

primari come la famiglia); il conflitto con altri gruppi aumenta la coesione interna (il nemico fa dimenticare i dissidi interni e

induce spirito di collaborazione; questa proprietà vale anche nella circostanza in cui il nemico sia inventato, cioè il caso del

capro espiatorio, che è un individuo al quale si dà sempre la colpa se qualcosa non funziona); il conflitto può generare nuovi

tipi di interazione tra antagonisti.

5. Il comportamento collettivo

Il termine “comportamento collettivo” si riferisce a un insieme di individui sottoposti a uno stesso stimolo, che reagiscono e

interagiscono tra loro in situazioni senza sicuro riferimento a ruoli definiti e stabilizzati. 3 tipi più importanti di comportamento

collettivo: panico, folla, pubblico. Il panico è una reazione collettiva spontanea, che si manifesta in genere con una fuga ma

anche all'opposto con l'immobilità, di fronte al rischio di subire gravi danni da un evento in corso o annunciato come

immediato. L'incertezza, l'aspettativa del danno, la sensazione di inadeguatezza nell'affrontarlo conducono a perdita di

controllo sulle proprie reazioni, e questo è rafforzato dal vedere reazioni simili da parte degli altri. La folla è un insieme di

persone riunite in un luogo, che reagiscono a uno stimolo sviluppando umori e atteggiamenti comuni, ai quali possono seguire

forme di azione collettiva. Mentre il panico esprime orientamenti individualistici, la folla esprime atteggiamenti e

comportamenti solidaristici. Si distinguono la folla espressiva (sfogo di tensioni sociali e psicologiche con comportamenti

inconsueti) e la folla attiva (l'attenzione e i sentimenti degli individui sono orientati all'esterno, su persone o cose, che

diventano l'obiettivo di azioni in genere conflittuali). Un pubblico è un insieme di persone che si confrontano con uno stesso

problema, hanno opinioni diverse su come affrontarlo, e discutono tra loro a questo riguardo. La differenza fondamentale con

la folla è che il pubblico esprime più opinioni e atteggiamenti, mentre la folla solo uno. Inoltre, la folla ha funzioni espressive e

dà luogo ad azioni collettive, mentre un pubblico forma opinioni. Nella folla le persone si rafforzano in un atteggiamento

ricevendo in risposta dagli altri lo stesso stimolo (reazione circolare); mentre nel pubblico un messaggio riceve risposta con

contenuto diverso, attivando un'interazione che può modificare atteggiamenti e convinzioni di partenza (interazione

interpretativa).

6. La microsociologia

Alcuni studi della microsociologia riguardano le reti sociali, le carriere morali e le rappresentazioni del Sè e le relazioni in

pubblico.

La network analysis è un campo di ricerca che considera le reti di relazioni tra persone. Una ricerca americana ha mostrato che

raggiungere una persone che non si conosce tramite catene di persone che si conoscono tra loro è molto più rapido di quanto

non si immagini. Un carattere importante delle reti è se sono a maglia larga o stretta. Una rete è a maglia tanto più stretta

quanto più le persone che un individuo conosce si conoscono anche tra loro. Viene anche detto a bassa o alta densità.

Le carriere morali sono tipiche successioni di esperienze vissute da categorie di persone. Studiare le carriere morali significa

osservare i tentativi e le successive mosse delle persone nell'adattarsi a un ambiente.

Goffman si impegnò a sviluppare una sociologia delle vita quotidiana. Usando la metafora del teatro, descrive un gioco che si

svolge su una scena dove gli attori (la compagnia) cercano di controllare le idee che gli altri (il pubblico) si fanno di loro, per

presentarsi nella migliore luce possibile e in un modo che sia credibile. Esistono luoghi di ribalta dove ci si deve vestire e

comportare con certe formalità e luoghi di retroscena dove ci si può rilassare. Nella rappresentazione, i rapporti tra attori e

pubblico possono essere diversi da quelli che sembrano. Goffman parla al riguardo di ruoli incongruenti: delatore (finge di

essere membro della compagnia per avere accesso al retroscena e riportare informazioni riservate al pubblico); compare (si

accorda con gli attori e si mescola tra il pubblico per orientarlo); spettatore puro (professionista riconosciuto come spettatore

qualificato, es. critico teatrale); intermediario (appartiene a 2 compagnie che sono l'una il pubblico dell'altra e può mettere in

atto giochi di triade); non persona (viene ignorata). Anche la più anonima delle relazioni, un incontro con un estraneo per

strada, è già un'interazione molto complicata nella quale si scambiano molti messaggi: è un tipo di rituale che Goffman chiama

“disattenzione civile”.

7. Il capitale sociale

L'organizzazione sociale è come gli individui hanno imparato a coordinare stabilmente le loro interazioni, creando apposite

strutture artificiali nelle quali cooperare, con risultati complessivi.

Il capitale sociale è il patrimonio di relazioni di cui dispone una persone e che questa può quindi impiegare per i suoi scopi.

I gruppi organizzati: associazioni e organizzazioni

1. Questioni di definizione

Le associazioni e le organizzazioni sono gruppi progettati per raggiungere alcuni limitati scopi, basati su regolamenti

chiaramente stabiliti. Sono quindi gruppi secondari formali. Le persone partecipano alle associazioni perchè se ne condividono

i fini, sentendoli come propri, dal momento che corrispondono a propri ideali o interessi. Una volta associate, in genere le

persone si distribuiscono tra loro alcuni compiti necessari alla vita dell'associazione. Con riferimento a questo aspetto, si dice

che l'associazione si è data una sua organizzazione. Al contrario delle associazioni, nelle organizzazioni partecipare è un

lavoro, remunerato di solito in denaro. Il motivo della partecipazione è quindi strumentale, e solo in certi casi può verificarsi

anche un'identificazione più o meno sentita con i fini dell'organizzazione. Nelle organizzazioni, al contrario delle associazioni,

i ruoli vengono prima e sono più importanti delle singole persone che si uniscono in gruppo. Le associazioni e le

organizzazioni sono anche definite come attori collettivi.

2. Le associazioni

Toqueville nel 1835 pubblica “La democrazia in America”, nel quale studia come in America il 75% degli adulti appartenga ad

associazioni (per lui fenomeno legato a immigrazione). L'idea che Toqueville dà dell'associazione è quella di associazione

volontaria, che nasce volontariamente dai membri con l'obiettivo di raggiungere diversi scopi e promuovere interessi comuni.

L'adesione all'associazione non è obbligatoria ma volontaria, e al suo interno sono fondamentali dei leader. L'associazione

volontaria di Toqueville crea un continuum con l'istituzione totale di Goffman: Goffman usa questo termine per definire

membri che vivono isolati dal resto della società (carcere, campo concentramento, ospedale psichiatrico) spesso sottoposti a

controllo e autorità di guardiani. La separazione col resto del mondo è imposta a volte con metodi brutali. L'adesione ad

associazioni tendere ad aumentare al crescere del reddito e dell'istruzione. Quando si considera la diffusione

dell'associazionismo in un Paese ci si accorge che contano molto la cultura e la storia: Europa settentrionale associazionismo

molto maggiore rispetto a Europa latina.

3. Tipi ideali di organizzazione

Weber distingue 3 tipi ideali di organizzazione: gruppo di scopo, organizzazione patrimoniale, burocrazia.

Il gruppo di scopo è l'unione di individui con interessi coincidenti che sviluppano legami personali e rapporti faccia a faccia.

Un es. è il gruppo carismatico, cioè quello che si forma attorno a un leader carismatico (ha doti che lo distinguono dagli altri e

quindi è ammirato). È un gruppo instabile perchè dipende dal leader: se il leader non c'è più, il gruppo si scioglie o si trasforma

in qualcos'altro. La posizione all'interno del gruppo dipende dalla vicinanza al leader.

L'organizzazione patrimoniale è un'organizzazione che ha un patrimonio (beni, denaro, ecc.) caratterizzata da legami personali

stabili e permanenti. Ha una prospettiva di lunga durata e può essere trasmessa ereditariamente.

La burocrazia è un'organizzazione impersonale (non viene meno se un membro non c'è più) perchè si organizza secondo una

serie astratta di posizioni occupate temporaneamente da una serie di persone. Gli individui sono attori transitori che occupano

delle caselle di un organigramma permanenti. La burocrazia è un'organizzazione gerarchica, spesso monocratica (ha un capo) e

funziona grazie a funzioni specifiche assegnate a ciascuno; ci sono regole scritte (parametri oggettivi e non come vuole il

capo); c'è retribuzione perchè posizione occupata è il lavoro principale dell'individuo. Storicamente la burocrazia nasce quando

c'è la necessità di svolgere funzioni sempre più complesse, cioè nell'ambito dello Stato moderno, in cui c'è una

razionalizzazione della società (allontanamento sempre più drastico dei modi spontanei e tradizionali di fare le cose). Spesso la

burocrazia non è efficace e neanche efficiente. I sociologi usano i termini efficacia per indicare la capacità di un'azione di

raggiungere i risultati che si pone, ed efficienza per valutare il dispendio di risorse impiegate per ottenere i risultati.

4. Perché spesso la burocrazia è inefficiente?

Tesi di Merton: la burocrazia richiede regole generali e chiaramente definite. I regolamenti, inizialmente sono concepiti come

strumenti per raggiungere certi scopi, ma successivamente diventano dei fini in se stessi, quindi seguire con precisione le

regole diventa più importante e gratificante che ottenere risultati. La conformità al regolamento finisce per far luogo al

formalismo (aderenza puntigliosa alle regole formali). Conclusione: le condizioni che di solito portano all'efficienza, in alcune

situazioni producono inefficienza.

Tesi di Crozier si basa sulle relazioni di potere. Un'organizzazione perfettamente razionalizzata non esiste perchè non c'è una

sola soluzione per i problemi complessi. Manca la certezze quindi nasce un potere discrezionale, cioè un potere che può essere

usato per ottenere vantaggi particolari. A causa di ciò si crea una conflittualità nell'organizzazione perchè alcuni cercano di

mantenere l'incertezza per mantenere il potere discrezionale; mentre altri cercano di eliminarla per togliere i privilegi altrui.

5. Forme diverse di organizzazione

Per Weber per conseguire un risultato è possibile individuare una serie di operazioni successive, ognuna delle quali è

standardizzata e quindi potrà e dovrà essere ripetuta senza errori da una persona alla quale compete secondo lo schema

organizzativo (organigramma). Questo principio si scontra con 2 difficoltà fondamentali: le persone non sono mai

completamente prevedibili; standardizzare i comportamenti è tanto meno facile quanto più l'organizzazione opera in un

ambiente instabile.

Drucker raccomanda la direzione per obiettivi. In questo schema, più che alle regole bisogna fare attenzione agli obiettivi, che

sono in certa misura contrattati tra superiori e inferiori. Inoltre bisognerebbe tener conto anche dei risultati ottenuti dalle

persone. Secondo Drucker, un'organizzazione basata su questi principi motiva maggiormente le persone a impegnarsi. In realtà

le cose sono più complicate perchè un sistema di direzione per obiettivi non è facile da realizzare.

Mintzberg ha sviluppato la teoria delle 5 configurazioni organizzative, secondo la quale esistono 5 configurazioni tipiche:

struttura semplice (controllo esercitato dal vertice, il quale accentra tutte le funzioni di direzione); burocrazia meccanica

(coordinata attraverso la standardizzazione dei compiti e la gerarchia); burocrazia professionale (coordina dipendenti con un

tirocinio di formazione esterno all'organizzazione e, una volta assunti, questi hanno ampia discrezionalità nello svolgimento del

loro lavoro); struttura divisionale (coordinamento si ottiene fissando obiettivi generali e compatibili tra loro a settori con

funzioni diverse); adhocrazia (gruppi di lavoro con compiti specifici, formati da persone che si conoscono bene e lavorano

insieme fidandosi delle rispettive competenze, senza vincoli di gerarchia e regole precisate). Quindi: non esiste un unico modo

migliore (one best way) per progettare un'organizzazione, e inoltre anche all'interno dell'organizzazione parti diverse tendono a

organizzarsi in modo diverso.

6. Attori e decisioni

Le organizzazioni possono essere considerate attori collettivi che prendono decisioni. Il problema di distinguere gli obiettivi

dell'organizzazione e gli obiettivi delle persone non si pone o è meno importante nel caso delle associazioni, alle quali si

partecipa perchè se ne condividono i fini. Si pone invece per le organizzazioni, alle quali le persone partecipano

strumentalmente per i vantaggi che ne ricavano. Gli obiettivi dell'organizzazione sono definiti da coalizioni, cioè gruppi di

persone con interessi comuni che si alleano con altrui gruppi con interessi diversi dai loro contrattando certe decisioni.

7. Razionalità organizzativa e i suoi limiti

Per Weber la burocrazia è razionale perchè impone agli attori che ne fanno parte di comportarsi in modo razionale. Ma per

Simon la razionalità è sempre una razionalità limitata, che mira a ottenere non i massimi risultati possibili in astratti, ma i

risultati soddisfacenti. La razionalità può essere quindi una razionalità sinottica (quella che intende Weber, possibile in un

ambiente stabile e prevedibile) oppure incrementale/strategica (quella possibile in un ambiente instabile).

La razionalità può anche essere distinta in individuale (delle persone) e collettiva (dell'organizzazione). Dal punto di vista

formale, queste 2 razionalità sono dello stesso genere. Per Simon un'organizzazione non può essere razionale se non si

comportano razionalmente le persone che ci lavorano e gli obiettivi dell'organizzazione e delle persone devono armonizzarsi.

Mannheim distingue tra razionalità sostanziale e funzionale. Quella funzionale è quella di chi si adatta a ordini ricevuti

eseguendoli senza errori, o a procedure e obiettivi senza discuterli; quella sostanziale è quella di chi cerca di comprendere

come diversi aspetti di una situazione siano collegati tra loro, interrogandosi sul loro significato e valutandoli.

La cultura e le regole della società

Valori, norme e istituzioni

1. Che cosa sono i valori?

Nel linguaggio comune si parla di valore sia per indicare qualcosa che non appartiene al mondo delle cose reali ma alla sfera

degli ideali e dei desideri, sia per indicare qualcosa di reale di cui si teme la perdita. In filosofia morale il valore incarna l'idea

del bene in contrapposizione al male; in estetica il valore corrisponde a qualche ideale di bellezza; nella filosofia della scienza

si parla di valori per distinguere enunciati di fatto ed enunciati di valore (i primi descrivono e spiegano, i secondi esprimono

valutazioni); in antropologia culturale i valori indicano tutto ciò che in una cultura è ritenuto buono; in economia è valore tutto

ciò che è desiderabile e richiede uno sforzo per essere realizzato o acquisito. Il concetto di valore è quindi polisemico.

Per i sociologi, i valori appaiono come orientamenti da quali discendono i fini delle azioni umane. I valori, se non riguardano

qualcosa che si ha e si teme di perdere, sono sempre trascendenti rispetto all'esistente, indicano cioè un dover essere che va al

di là dell'essere, una tensione verso uno stato di cose ritenuto ideale e desiderabile, che non è stato realizzato. Per lo scienziato

sociale i valori esistono come fatti sociali in quanto vengono fatti propri da individui o gruppi sociali i quali orientano in base

ad essi il loro agire. I valori vengono fatti propri da individui e gruppi mediante processi di scelta.

Marx afferma che i valori dominanti di una società sono i valori della classe dominante. Questa affermazione è utile per 2

ragioni: stabilisce un collegamento tra “dominio” e “dominio culturale”; apre la strada alla considerazione dei valori in termini

di ideologia. Ma l'affermazione di Marx ha anche un limite perchè sembra escludere la possibilità di valori universalmente

condividi nell'ambito di una cultura e di un'epoca. Es. di valore universale: valore della pace, diventato universale dopo che

l'umanità è emersa dalla seconda guerra mondiale. Un valore sul quale in tutto il mondo in epoca recente si sono sviluppate

controversie è il valore della vita. Le controversie riguardano l'aborto: riguardano l'interpretazione del valore della vita, ma non

il suo “essere” valore universale. Lo stesso discorso vale per i valori della libertà, dell'uguaglianza, della dignità della persona

umana.

Noi viviamo in una società e in un'epoca caratterizzate dal pluralismo dei valori. Ciò era vero anche per le società del passato,

ma non nella stessa misura. Possiamo immaginare una struttura a grappolo in cui c'è un valore ultimo che tiene insieme l'intera

struttura e dal quale dipendono tutti gli altri. Si può parlare quindi di un sistema di valori. Per Parsons le società stanno insieme

perchè sono tenute insieme da sistemi di valori sufficientemente integrati e coerenti. Ma non è sempre così: quando i sistemi di

valori o singoli valori sono in conflitto tra loro, i gruppi che ne sono portatori entrano in conflitto, che sarà tanto più aspro

quanto minori saranno il numero e l'importanza dei valori condivisi comuni a tutte le parti in lotta.

2. Orizzonte temporale e mutamento nella sfera dei valori

Nella civiltà occidentale, fortemente influenzata dalla tradizione ebraico-cristiana, il tempo/luogo della realizzazione dei valori

ultimi è sempre collocato in un tempo remoto futuro. Ciò vale anche per il marxismo: la realizzazione della società senza

classi, e quindi il valore ultimo dell'uguaglianza tra gli uomini, è spostata nel tempo in un imprecisato futuro. Questo

meccanismo di differimento riguarda anche il meccanismo fondamentale del differimento delle gratificazioni che pone l'agire

dell'oggi al servizio del risultato che si realizzerà domani. Nelle società avanzate e moderne, rispetto al passato anche recente,

si sta allargando il sistema dei valori universali, mentre gli altri sistemi di valori si stanno frammentando.

3. Dai valori alle norme

Le norme sono quasi sempre interpretabili come mezzi che prescrivono o vietano dei comportamenti in vista di qualche

fine/valore. Nonostante questa connessione, è importante mantenere la distinzione analitica tra valori e norme. Le norme sono

obbligazioni, mentre i valori sono guide capaci di orientare i comportamenti nell'ambito consentito dalle norme. Nella vita

quotidiana abbiamo continuamente l'occasione di interagire con altri il cui comportamento ci risulta largamente prevedibile. Le

aspettative che nutriamo nei confronti degli altri, e che nutrono gli altri nei nostri confronti, sono all'origine di questa

prevedibilità: non sappiamo esattamente come gli altri si comporteranno, ma sappiamo che la gamma dei comportamenti

possibili in quella data situazione è ristretta entro un numero limitato di alternative. I comportamenti sono prevedibili perchè

seguono delle regolarità. Molte regolarità sono riconducibili ad abitudini quasi meccaniche (ci si è sempre comportati così),

mentre in altri casi la regolarità dipende dal conformismo (la maggioranza si comporta in quel modo). Le norme sociali

prevedono ricompense per chi si conforma e sanzioni per chi le viola. Se dovesse dipendere dal rischio di incorrere in sanzioni

esterne, la deviazione dalle norme sociali sarebbe più frequente di quanto non sia in realtà. La probabilità che alla deviazione

da una norma scatti immediatamente è infatti spesso scarsa. Il tribunale interno, che giudica le nostre azioni e ci fa sentire in

colpa quando deviamo da una norma sociale, è spesso più efficace di qualsiasi sanzione esterna. Ciò è causato

dall'interiorizzazione delle norme (norme fatte proprie). Più basso è il grado di interiorizzazione di una norma, e quindi il

livello delle sanzioni interne, e più affidamento si deve fare sulle sanzioni esterne per fare in modo che la norma venga

rispettata. Il controllo sociale è l'insieme di strumenti atti a garantire che membri del gruppo sociale si comportino abitualmente

secondo le modalità approvate dal gruppo, ed è il meccanismo più efficace non solo per far rispettare le norme, ma anche per

aiutare gli individui a difendersi dalle proprie tendenze trasgressive. Esso può essere formale (es. multe) o informale (reazioni

che gli altri hanno nei confronti del nostro comportamento.

Ci sono diversi criteri di classificazione delle norme. 1° criterio distingue regole costitutive (pongono in essere delle attività

che non esisterebbero all'infuori delle regole stesse e non ammettono eccezioni, es. regole del gioco) e regole regolative

(indicano ciò che è prescritto o ciò che è vietato nell'ambito di un'attività già costituita, sono più frequentemente violate e

ammettono eccezioni). 2° criterio distingue il sottoinsieme delle norme giuridiche all'interno delle norme sociali. Le leggi sono

emanate dall'autorità, presuppongono un apparato per la loro applicazione e per l'amministrazione delle sanzioni da esse

previste. Un'altra distinzione divide norme implicite ed esplicite. Molto spesso nei comportamenti quotidiani si seguono regole

o norme senza esserne consapevoli, semplicemente perchè le si danno per scontate, e ci accorgiamo che certe regole esistono

solo quando vengono trasgredite. es. di regole implicite sono le buone maniere. Ultimo criterio riguarda l'ambito entro il quale

le norme sono in vigore, es. codici deontologici degli ordini professionali.

4. Coerenza e incoerenza dei sistemi normativi

È frequente che si verifichino situazioni in cui: c'è un eccesso di norme; ci sono norme contraddittorie per cui la stessa azione è

allo stesso tempo prescritta da una e vietata da un'altra; vi è una carenza di norme e quindi l'azione non trova chiari punti di

riferimento normativi. L'assenza di norme è detta anomia (a- senza; -nomos norme). Per Durkheim questa può essere una

condizione oggettiva della società e può portare alla disgregazione sociale. es. quando ci sono forti trasformazioni economiche

e mancano riferimenti e di conseguenza non si sa come ci si deve comportare (es. si ha una grossa vincita e non si sa cosa

comprare).

5. Il concetto di istituzione

Nel linguaggio comune per istituzione si intende generalmente un apparato preposto allo svolgimento di funzioni e di compiti

che hanno a che fare con l'interesse pubblico. Nelle scienze sociali per istituzioni si intendono modelli di comportamento che

in una determinata società sono dotati di cogenza normativa (cioè sono interiorizzati e accettati da gran parte della società).

Affinché un modello di comportamento possa essere considerato un'istituzione è necessaria la presenza di un elemento

normativo in qualche misura vincolante. Ogni istituzione comporta la presenza di qualche forma di controllo sociale.

Il processo di istituzionalizzazione è quello mediante il quale un movimento diventa un'istituzione (si intensificano norme e

organizzazione.

Alcune istituzioni sono riscontrabili in tutte (o quasi) le società e sono chiamate universali culturali. Es. una delle prime, se non

la prima, istituzione sociale è stata il tabù dell'incesto. Per Parsons ogni sistema sociale per esistere deve soddisfare 4 requisiti

fondamentali: adattamento (pianificare, organizzazione, ecc.), raggiungimento scopo, integrazione (coerenza delle decisioni e

delle azioni), latenza (si trasmettono i valori e i modelli culturali). Dalle prime lettere dei termini inglesi che designano questi 4

requisiti, il modelli ha preso il nome di Agil. Il 1° requisito corrisponde alla funzione economica, 2° politica, 3° normativa, 4°

riproduzione biologica e culturale. Se c'è un problema interno al gruppo le fasi diventano Liga: latenza (terapeuta ascolta),

integrativa o di appoggio (si crea legame paziente-terapeuta), raggiungimento dello scopo terapeutico, adattativa.

Nella dinamica delle istituzioni si possono distinguere 2 tipi fondamentali di processo: da un lato le istituzioni nascono, si

sviluppano e muoiono per effetto di processi spontanei; dall'altro tali eventi e processi sono imputabili alla volontà specifica di

qualche attore. L'effetto non intenzionale dell'agire è detto effetto di composizione o effetto emergente.

6. Il mutamento delle istituzioni

La considerazione dei rapporti tra istituzioni e ambiente suggerisce di adottare nel loro studio una prospettiva sistemica; ogni

istituzione viene vista come un sistema di regole in rapporto con altre istituzioni e quindi con altri sistemi di regole. Quando un

cambiamento avviene in qualche ambito, questo si ripercuote sulle altre istituzioni collegate. Il mutamento delle istituzioni non

dipende solo dalla loro capacità di rispondere efficacemente alle sfide che provengono dall'ambiente esterno, ma anche dal

modo di affrontare le tensioni e i conflitti che si sviluppano al loro interno. I fattori di mutamenti possono essere sia endogeni

che esogeni. Tipi di risposta strategica alle sfide ambientali possono essere 2: rigida (tendente a conservare l'identità e

l'integrità dell'istituzione di fronte alla turbolenza esterna o interna); flessibile (in grado di modificare la propria struttura

interna, di ridefinire i confini con l'ambiente e quindi l'identità stessa dell'istituzione).

Identità e socializzazione

1. Socializzazione e riproduzione sociale

C'è un continuo flusso di membri in entrata e in uscita, quindi la società deve disporre di pratiche e istituzioni per trasmettere ai

nuovi venuti almeno una parte del patrimonio sociale. Quindi c'è riproduzione sociale: ogni società deve assicurare la sua

continuità nel tempo. La socializzazione indica il processo mediante il quale i nuovi nati diventano membri della società. Il

patrimonio culturale è l'insieme di tutti quei valori, norme, atteggiamenti, conoscenze, capacità linguaggi, che consentono alla

società di esistere e di adattarsi al suo ambiente esterno. In società altamente differenziate e complesse una parte del patrimonio

culturale (competenze sociali di base: riguardano tutti a prescindere dal ruolo sociale) deve essere trasmessa a tutti, mentre 2^

parte (competenze sociali specifiche) va distribuita in modo differenziato a seconda del grado e del tipo di divisione sociale del

lavoro. L'insieme dei processi volto ad assicurare la formazione delle competenze sociali di base è chiamato socializzazione

primaria, mentre la socializzazione secondaria è l'insieme dei processi di formazione delle competenze specifiche richieste

dall'esercizio dei vari ruoli sociali.

Siccome la società è in continuo mutamento, una parte del patrimonio culturale deve essere accantonata senza essere trasmessa

alle nuove generazioni, mentre queste devono mostrarsi pronte a recepire le innovazioni. Le agenzie alle quali sono affidati i

compiti della socializzazione operano in un campo attraversato da esigenze contrastanti di conservazione e innovazione.

Tra il processo di evoluzione della specie (filogenesi) e il processo di sviluppo dell'individuo (ontogenesi) esiste una sorta di

parallelismo, cioè siamo in grado di apprendere con relativa facilità ciò che la specie ha acquisito nel corso di molte

generazioni.

Bisogna sottolineare 2 aspetti della continuità del processo di socializzazione. 1°: natura più o meno cumulativa dei processi di

apprendimento che accompagnano la socializzazione. Ogni fase del processo si fonda sulle basi precedenti, e quando

l'apprendimento di cose nuove è incompatibile con una parte di quanto è già stato appreso, questa parte dev'essere accantonata

per far posto. C'è accumulazione quando i processi di apprendimento superano per entità e importanza i processi di dis-

apprendimento. Il 2° aspetto è che passando dalla socializzazione primaria alla secondaria, il soggetto acquisisce un controllo

sempre maggiore sul processo stesso: diventa capace di compiere delle scelte che indirizzano il processo.

2. Il processo di socializzazione tra natura e cultura

Esiste un rapporto natura-cultura problematico: non si riesce a spiegare in che misura il patrimonio accumulato dall'umanità nel

corso della sua evoluzione viene trasmesso alle nuove generazioni sotto forma di informazioni genetiche e quanto dev'essere

appreso nel corso del processo di socializzazione. Sia le concezioni che vedono lo sviluppo umani preminentemente

determinato da fattori genetici, sia le concezioni opposte, sono da respingere nella loro unilateralità.

L'etologia (studio dei comportamenti degli animali) ha notato che il comportamento degli animali sembra dettato dal loro

istinto, cioè da informazioni che sono state loro trasmesse per via genetica e che appartengono al patrimonio genetico di quella

specie particolare. Anche gli animali comunque sono capaci di apprendere, cioè incamerare attraverso l'esperienza certe

informazioni e utilizzarle per orientare il loro comportamento. La differenza fondamentale tra animali e uomini consiste nel

fatto che l'uomo ha una capacità di apprendimento straordinariamente maggiore e una dotazione istintuale molto minore.

La dotazione genetica originaria condiziona, ma non determina, lo sviluppo delle capacità individuali. Altrettanto importanti

per determinarne lo sviluppo effettivo saranno le pratiche di allevamento e di educazione e l'insieme delle esperienze.

3. Le fasi della socializzazione

La socializzazione primaria è convenzionalmente considerata dalla nascita all'entrata nella scuola. È composta dalla prima fase

della socializzazione e da metà della 2^ fase. La socializzazione secondaria è composta dalla 2^ metà della 2^ fase e dalla 3^

fase della socializzazione. Inizia all'entrata nella scuola elementare. In questa si acquisiscono ruoli specifici

1^ fase: prima infanzia (dalla nascita ai 3 anni). Obiettivo di questo periodo è insegnare al bambino ad affidarsi agli altri. Da un

lato si sviluppa un rapporto carico di affettività tra la madre (dispensatrice di soddisfazioni) e il bambino (che manifesta

attaccamento nei suoi confronti); dall'altro lato la madre nel soddisfare i bisogni del bambino inizia a stabilire delle regole sulla

base delle quali si formano delle aspettative reciproche di comportamento. Quando c'è carenza di assistenza da parte dei

genitori (molto importanti per i bambini) ci sono conseguenze spesso drammatiche (es. ostacolo per le capacità di relazione).

L'applicazione di regole comporta sempre in qualche modo un premio per il comportamento ad esse conforme e una punizione

per il comportamento che da esse si scosta. Non sempre ricompense e punizioni hanno l'effetto di rafforzare il comportamento

desiderato, in quanto la loro efficacia dipende da una serie di fattori. Il 1° è la coerenza con cui le sanzioni vengono applicate;

il 2° è l'immediatezza con cui il premio o la punizione seguono l'azione da rafforzare/scoraggiare. Inoltre, l'effetto può essere

opposto a quello che l'educatore intende realizzare.

Mead introduce il concetto di altro generalizzato. Il bambino si trova ad agire in una cerchia di persone allargata e man mano

che cresce opera una generalizzazione dai ruoli delle figure parentali ai ruoli in generale.

2^ fase: infanzia (3-8 anni). Il numero di persone con cui bambino entra in contatto aumenta e regole sempre più complesse.

Nella scuola i ruoli diventano più specifici. Insieme dei ruoli svolti da un individuo sono detti role set. Rapporti di autorità

(alunno-insegnante) sono più impersonali. A scuola il bambino impara a strutturare la propria azione in termini di rapporto

mezzi-fini. La socializzazione scolastica trasmette una serie di modelli di comportamento che si rifanno ai principi di autorità,

prestazione, competizione e cooperazione. Diventa importante il gruppo dei pari (individui che sono formalmente sulle stesso

piano e tra i quali non esiste un rapporto sanzionato di autorità o di subordinazione).

3^ fase: adolescenza. Si affievolisce l'influenza della scuola e della famiglia a vantaggio del gruppo dei pari. I rapporti

all'interno del gruppo dei pari si collocano tra 2 polarità: solidarietà e competizione. La 1^ si fonda sul sentimento di

appartenenza in virtù del quale i membri di un gruppo sottolineano ciò che li accomuna e quindi li rende uguali; la 2^ si fonda

sul sentimento di individualità e tende a differenziare tra loro i membri del gruppo. Tra gli agenti di socializzazione secondaria

bisogna oggi annoverare anche i mezzi di comunicazione di massa, in quanto la loro influenza interferisce e si sovrappone a

quella degli altri agenti di socializzazione.

4. La formazione dell'identità

Il processo di socializzazione può essere visto come una successione di fasi in cui il soggetto sviluppa un'identità sempre più

articolata e complessa. La 1^ fase è l'acquisizione della capacità di riconoscere l'esistenza di un mondo esterno. Nella 2^ il

bambino inizia a distinguere tra la madre e gli altri adulti e quindi ad isolare le caratteristiche delle singole persone che si

occupano di lui: la sua immagine del mondo sociale inizia ad assumere le caratteristiche di un sistema di ruoli tra loro correlati.

Nella 3^ c'è la tipizzazione sessuale delle persone: si inizia a saper distinguere tra maschi e femmine e si sa riconoscere la

propria appartenenza all'uno o all'altro genere. La formazione dell'identità personale corre parallela alla scoperta e

all'elaborazione cognitiva del mondo sociale. Ad ogni stadio il soggetto assume ruoli nuovi che si aggiungono e si diversificano

dai ruoli precedenti e così anche la sua identità diventa nello stesso tempo più differenziata e specifica. Ad ogni svolta

l'individuo deve ridefinire la propria identità in relazione alla ristrutturazione della mappa cognitiva del mondo sociale esterno.

Si possono distinguere 2 componenti nel processi di formazione dell'identità: identificazione e individuazione. Con la 1^ il

soggetto fa riferimento alle figure rispetto alle quali si sente uguale o simile e con le quali condivide determinati caratteri; con

la 2^ il soggetto fa riferimento alle caratteristiche che lo distinguono dagli altri.

5. I conflitti di socializzazione nelle società differenziate

Le esperienze di socializzazione attraverso le quali un individuo passa nel corso della sua esistenza non si sommano

armonicamente. Esperienze successive molto spesso smentiscono, modificano o neutralizzano l'influenza di quelle successive.

Non solo non c'è coerenza tra i vari agenti che concorrono alla socializzazione di un individuo, ma l'azione di ognuno di essi

può non essere internamente coerente (es. nella famiglia parenti possono agire in modi incompatibili, idem insegnanti a

scuola). Un individuo, al di là del 1° stadio infantile, diventa un agente attivo della propria socializzazione, e quindi è lui stesso

a dover gestire l'inevitabile conflitto che in una società altamente differenziata si produce tra le varie agenzie di

socializzazione.

6. Teorie correlate alla socializzazione

Cooley ha elaborato la teoria dell'io riflesso. La mente non è separata dal mondo sociale ma è il prodotto della relazione con

esso. La società per l'individuo è come unno specchio: si osservano le reazioni degli altri ai nostri comportamenti. Se la

reazione è positiva, aumenta l'autostima e l'azione si ripete; se negativa l'azione non si ripete più.

Mead: interazionismo simbolico avviene attraverso simboli, segni, gesti (soprattutto linguaggio). Il sé non è innato ma è un

prodotto.

Freud: 4 fasi sullo sviluppo psicosessuale: 1. fase orale, tutto avviene per ottenere soddisfazioni legate alla bocca; 2. crisi anale

dopo 1° anno (impara a trattenere i propri bisogni); 3. crisi edipica da 4° anno a pubertà (distinzione maschi-femmine: uomo ha

fantasie di rapporti sessuali con la madre e donna si accorge di non avere il pene); 4. da pubertà a maturità si intensifica

l'ambivalenza, periodo di crisi e conflitto, voglia di indipendenza.

Linguaggio e comunicazione

1. Il problema delle origini del linguaggio

Il linguaggio è un sistema di simboli ricco e flessibile che permette di comunicare. Dal punto di vista sociologico, è

un'istituzione. Ci sono 2 ipotesi riguardo l'origine della lingua: ipotesi monogenetica (tutte le lingue hanno un'unica origine) e

ipotesi poligenetica (più ceppi linguistici originari).

Altre 2 ipotesi riguardanti la lingua: ipotesi che linguaggio sia innato, biologico, iscritto nella natura umana; ipotesi che il

linguaggio sia frutto dell'apprendimento nel corso dell'interazione. Riguardo la 1^ ipotesi, il fatto che il linguaggio sia innato

non è un'idea nuova, infatti era sostenuta da Aristotele e Cartesio. Nelle diverse lingue ci sono analogie strutturali, quindi ciò fa

propendere per questa ipotesi. Riguardo la 2^ ipotesi, ci sono 2 considerazioni: una teorica e una empirica. Quella teorica

riguarda i vantaggi evolutivi, cioè quei tratti che pongono coloro che li posseggono in una posizione di vantaggio, aumentando

le probabilità che riescano a sopravvivere e a riprodursi. Nessuno tra gli organi dell'apparato fonatorio svolge come funzione

primaria la produzione di suoni: la funzione fonatoria si sarebbe sviluppata attraverso una serie di adattamenti anatomici.

Rispetto al linguaggio gestuale, il linguaggio verbale presenta il notevole vantaggio di consentire la comunicazione senza

interrompere le azioni compiute con altre parti del corpo. La considerazione empirica riguarda lo studio di alcuni disturbi del

linguaggio che si manifestano nell'incapacità di usare certe categorie grammaticali. Questi disturbi sono ereditari, quindi ciò

avvalora l'ipotesi che ci siano dei geni specifici ai quali è da attribuire l'acquisizione di determinate competenze linguistiche.

2. Le funzioni del linguaggio: pensare e comunicare

Per Vico il linguaggio è stato creato utilizzando suoni naturali. Esso ha 2 funzioni: cognitiva e comunicativa. La funzione

cognitiva consiste nell'associare una parola ad un'immagine, nel stabilire un rapporto tra significante e significato. La funzione

comunicativa consiste nel comunicare ad altri il nostro pensiero e ricevere dagli altri i messaggi nei quali è formulato il loro

pensiero, quindi consiste in uno scambio di messaggi. Quest'ultima funzione di basa su un codice comunicativo condiviso. Il

concetto di condivisione del codice indica 2 aspetti: che il linguaggio è una convenzione sociale (c'è un accordo implicito nella

società); che ha carattere normativo (formato da un insieme di norme che definiscono quali sono i modi ammissibili di

confezionare i messaggi affinché questi possano essere recepiti. L'acquisizione delle competenze linguistiche è un fenomeno

misterioso, non si capisce come un neonato apprenda “naturalmente” un linguaggio.

3. La variabilità dei linguaggi umani nello spazio e nel tempo

Saussure ha sviluppata una scuola di linguistica, che per l'interesse portato alle caratteristiche strutturali dei linguaggi è stata

chiamata strutturalista. Gli appartenenti a questa scuola sostengono la presenza in ogni lingua di elementi stabili (grammatica e

sintassi), detti universali linguistici, e di elementi di natura convenzionale e arbitraria (lessico e semantica).

La scuola romantica vedeva nella lingua l'espressione più genuina dello spirito di un popolo. Maggiori esponenti di questa

scuola i fratelli Grimm, che sostenevano che un popolo è formato da uomini che parlano la stessa lingua. Per loro le lingue

variano nel tempo e nello spazio. È difficile che 2 lingue possano convivere a lungo nello stesso territorio: prima o poi l'una

diventerà la lingua dominante e ci sarà contaminazione linguistica: nella lingua che avrà il sopravvento resteranno tracce

consistenti della lingua soppressa.

4. La variabilità sociale della lingua

Le lingue variano anche a seconda delle classi sociali (pronuncia e lessico) e del sesso (parole utilizzate e tono) anche se oggi

molto meno rispetto al passato.

5. Tipi di linguaggio: privato, pubblico, orale e scritto

Il linguaggio può essere distinto in privato (personale e informale) e pubblico (impersonale e formale). C'è anche la distinzione

in orale (comprende anche elementi come gesti, espressioni facciali, ecc., cioè il linguaggio gestuale) e scritto (schemi molto

rigidi).

6. Linguaggio e interazione sociale

La comunicazione verbale segue sempre determinate regole che dipendono dal contesto nel quale avviene l'interazione dalla

posizione sociale relativa agli interlocutori. Uno degli aspetti della comunicazione interpersonale che sono stati maggiormente

studiati riguarda il turno di parola, cioè l'avvicendamento dei partecipanti in una conversazione. L'analisi dell'interazione

verbale all'interno di un gruppo, detta analisi conversazionale, è in grado di mettere in luce la struttura dei rapporti sociali tra i

membri del gruppo, in particolare dei apporti di potere, l'esistenza di regole più o meno implicite, la loro eventuale violazione e

le dinamiche che vengono messe in atto per ristabilirle o modificarle.

7. Le comunicazioni di massa

Viviamo nell'epoca delle comunicazioni di massa, cioè delle comunicazioni che raggiungono in modo rapido e simultaneo una

pluralità di individui che generalmente vivono in luoghi diversi. Fino alla metà del XIX secolo era improprio parlare di

comunicazioni di massa: libri, riviste e giornali erano un consumo d'élite, di coloro che sapevano leggere, che erano in numero

limitato.

Il concetto di massa è difficile da definire in positivo. Storicamente esso compare associato ad attributi negativi: la massa è

amorfa, composta da individui privi di individualità, passiva, manipolabile. La comunicazione di massa è stata usata da regimi

totalitari, infatti è stata molto criticata perchè strumento di manipolazione. La scuola che critica la comunicazione di massa è

“teoria critica della società”, ma queste interpretazioni sono state criticate per la loro unilateralità, in quanto non terrebbero in

considerazione che la massa è un'entità differenziata e quindi sono diversi anche gli effetti che su di essa esercita la

comunicazione. Oggi si preferisce usare il termine “pubblico” (o il termine inglese audience), più che massa.

Nel settore dell'informazione, una parte minima dei fatti che accadono arrivano alle redazioni dei giornali. Qui c'è una

selezione: alcuni fatti sono candidati a diventare notizia, altri non raggiungono neanche questo status. Tra i fatti che arrivano in

redazione solo alcuni sono degni di essere trasmessi. C'è poi la fase di confezione del messaggio: i fatti devono essere

ricostruiti scegliendo gli aspetti che sembrano più rilevanti. Un'altra selezione: in una società con sufficiente libertà di

informazione c'è una pluralità di testate tra le quali scegliere, e il destinatario può scegliere a quale mezzo esporsi o cambiarlo

se quello scelto non lo soddisfa. Anche l'attenzione durante la lettura o l'ascolto è selettiva. La presenza di questi filtri selettivi

dice che bisogna abbandonare l'idea che i messaggi dei media vengano ricevuti in modo uniforme da ogni individuo e che

quindi producano degli effetti uniformi sul suo comportamenti.

Katz e Lazarsfeld parlano di un flusso di comunicazione a due stadi per indicare che tra emittente e ricevente c'è spesso un

elemento intermedio. Questo è costituito da persone di cui il destinatario di fida, chiamate opinion leaders.

Un campo sul quale si sono sviluppate accese discussioni è il rapporto media-violenza. Molti sostengono che, soprattutto

nell'infanzia, l'esposizione prolungata e ripetuta a scene di violenza può veicolare modelli culturali che inducono all'uso della

violenza reale.

8. Le nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione

Nel III millennio c'è un dominio della comunicazione digitale mediante telefonia mobile e calcolatori elettronici, cioè mediante

nuovi prodotti che integrano queste 2 tecnologie. Le cosiddette Ict (Information and Communication Technologies) sono

destinate a modificare non solo i modi di comunicare, ma i modi di lavorare, apprendere, ecc. (es. tele-lavoro). La telematica

permette di abbracciare in una rete di comunicazioni l'intero pianeta, quindi offre a tutti gli utenti un'infinita gamma di

informazioni, approfondimenti, svago, ecc.

3 caratteristiche dei nuovi media: selettività (possibilità per l'utente di selezionare le informazioni alle quali desidera accedere);

interattività (possibilità anche di inviare comunicazioni); multimedialità (possibilità di combinare vari tipi di messaggi). A

queste se ne potrebbe aggiungere una 4^: la virtualità, cioè la possibilità di creare dei mondi artificiali con i quali interagire.

Devianza e criminalità

1. Il concetto di devianza

Definiamo devianza ogni atto o comportamento di una persone o di un gruppo che viola le norme di una collettività e che di

conseguenza va incontro a qualche forma di sanzione. Per Durkheim, un atto non urta la coscienza comune perchè criminale

ma è criminale perchè urta la coscienza comune. La devianza non è un fatto assoluto ma è relativa nel tempo e nello spazio

(alcuni atto sono considerati devianti in in certo posto, in altri no, idem per periodi storici).

2. Lo studio della devianza

Secondo alcuni studiosi, le statistiche riguardanti il numero di suicidi sono poco attendibili perchè corrispondono alla

definizione che una determinata società dà del suicidio. La probabilità che una morte venga registrata come suicidio è tanto

minore quanto più negativo è l'atteggiamento di una società nei confronti di chi si toglie la vita. In realtà però è stato scoperto

che le statistiche ufficiali sottovalutano il numero di suicidi che avvengono realmente, ma meno di quanto si pensasse.

Ancora maggiori sono i problemi nello studio della criminalità. Il numero dei reati ufficiali rappresenta solo una parte di quelli

reali, infatti alcuni sono nascosti e non vengono registrati. Questi ultimi costituiscono il “numero oscuro dei delitti”. Per i reati

senza vittima e per quelli contro l'intera collettività, dipende dalla capacità della polizia di scoprire gli eventi delittuosi e i loro

autori. Per quelli che invece colpiscono una persone, le forze dell'ordine possono venirne a conoscenza solo grazie alla

denuncia della vittima o di un testimone. Negli ultimi decenni, i ricercatori sono riusciti a ovviare a questi problemi

conducendo indagini periodiche per interviste su grandi campioni di popolazione (richieste di vittimizzazione).

3. Le teorie della criminalità

Le spiegazioni biologiche

Molte teorie riconducono i comportamenti devianti alle caratteristiche fisiche e biologiche degli individui. Dai sostenitori di

queste teorie i criminali sono stati spesso considerati individui profondamente diversi dagli altri, anormali, inferiori. Uno dei

primi studiosi che ha fornito una veste scientifica a questa tesi è stato Lombroso che per lungo tempo considerò la costituzione

fisica come la più potente causa di criminalità. Attribuì particolare importanza al cranio. Lombroso sosteneva che il

delinquente nato presentava caratteristiche atavistiche, cioè simili a quelle degli animali inferiori e dell'uomo primitivo. Questa

teoria fu severamente criticata da molti studiosi. Un'altra teoria di questo tipo fu quella di Sheldon, che sosteneva che c'erano 3

tipi fondamentali di costituzione fisica, ai quali corrispondevano personalità diverse: endomorfo (ricoperto di grasso, pelle

morbida: socievole e accomodante); mesomorfo (torace robusto, grande massa di muscoli: energico e aggressivo); ectomorfo

(corpo magro e fragile: introverso, nervoso, ipersensibile). Per lui gli individui mesomorfi sono quelli con maggiore probabilità

di diventare criminali.

La teoria della tensione

Per Durkheim certe forme di devianza erano dovute all'anomia, cioè alla mancanza delle norme sociali, che regolano e limitano

i comportamenti individuali. Merton ha ripreso e riadattato quest'idea, sostenendo che la devianza è provocata dalle situazioni

di anomia, che a loro volta nascono dal divario tra le mete che una società si pone e i mezzi approvati dalla società per

raggiungere quelle mete. L'individuo può scegliere tra 5 diverse forme di comportamento: conformità (unica risposta non

deviante: accettate mete culturali e mezzi istituzionalizzati); innovazione (accettate mete e rifiutati mezzi); ritualismo (mete

rifiutate e mezzi utilizzati); rinuncia (persone emarginate rifiutano sia mete che mezzi); ribellione (rifiuto di entrambi e

proposti di nuovi). Quest'ultimo dimostra che in termini sociologici la devianza non è sempre negativa perchè può portare a

cambiamenti.

Teoria di Merton può essere applicata per analisi comportamento di diversi strati sociali: in quelli più bassi probabile rinuncia;

ritualismo tipico di classi medio-basse; ribellione più probabile per classi in ascesa.

La teoria del controllo sociale

Teoria del controllo sociale è pessimistica rispetto alle caratteristiche della natura umana. Essa parte dal fatto che l'uomo è

debole e fatica a seguire le norme, e solo un forte controllo sociale impedisce di violarle. I controllo sociali sono esterni o

interni. Quelli esterni sono le varie forme di sorveglianza esercitata dagli altri; quelli interni si dividono a loro volta in interni

diretti (si manifestano nei sentimenti di imbarazzo, colpa e vergogna che prova chi trasgredisce una prescrizione sociale) o

indiretti (attaccamento psicologico ed emotivo sentito per gli altri e il desiderio di non perdere la loro stima e il loro affetto).

L'individuo è più portato a osservare le norme quando è attaccato alle persone che ha attorno, quando è impegnato nel

perseguimenti degli obiettivi convenzionali, quando ci sono credenze forti che vietano la devianza.

La teoria della subcultura

Si crea una subcultura criminale che ha valori e norme diversi da quelli della società generale e che vengono trasmessi da una

generazione all'altra. Quindi chi commette reati lo fa perchè si conforma alle aspettative del suo ambiente.

La teoria dell'etichettamento

La teoria dell'etichettamento, a differenza delle altre, non si chiede solo quali sono i fattori socioculturali che favoriscono la

devianza e chi la commette, ma si chiedono anche chi pone le norme, in che modo, e come tratta chi le viola. Distingue la

devianza primaria da quella secondaria. La prima è quella che quando si compie, non suscita una particolare reazione; la

seconda suscita una condanna sociale (individuo etichettato come deviante). In quest'ultimo caso c'è una stigmatizzazione:

l'etichettamento è considerato un difetto (stigma) quindi il deviante viene escluso ed isolato.

La teoria della scelta razionale

La devianza è un'azione razionale rispetto allo scopo, un calcolo tra costi e benefici dell'azione. Colui che trasgredisce la legge

va incontro a vari tipi di costo: esterni pubblici (dati dalle sanzioni legali inflitte dallo Stato e dalle conseguenze negative che

queste hanno sulla reputazione sociale); esterni privati (“costi di attaccamento”, che derivano dalle sanzioni informali degli

altri, delle loro critiche e dalla loro condanna); interni (nascono dalla coscienza, che fa provare al trasgressore sensi di colpa e

vergogna).

4. Forme di criminalità

Furti: L'attività predatoria comune (o di strada) è l'insieme di azioni illecite condotte con la forza o con l'inganno per

impadronirsi dei beni altrui. Ne fanno parte 2 gruppi di reati: quelli compiuti di nascosto, evitando la vittima o facendo in

modo che non si accorga di ciò che sta avvenendo; quelli commessi con la violenza.

Omicidi: Distinzione importante tra omicidio colposo e doloso. Quello colposo è quello non voluto dall'agente, che si verifica a

causa di imprudenza o inosservanza di leggi; quello doloso è l'omicidio commesso da chi agisce con la volontà di uccidere, ed

è a sua volta distinto in premeditato e occasionale. In Europa, nei primi decenni del '600 è iniziato un processo di diminuzione

del tasso di omicidi, che è continuato quasi ininterrottamente fino agli anni 50 del '900, quando è ricresciuto (difficile spiegare

questo fenomeno). La teoria che appare maggiormente in grado di spiegare la tendenza alla diminuzione degli omicidi è quella

del processo di civilizzazione: un potere territoriale più forte trionfò su quelli più deboli e si instaurò il monopolio della

violenza da parte dello Stato. Nei periodi post-bellici ci furono bruschi aumenti del numero di omicidi, dei quali sono fornite 3

diverse spiegazioni: sono dovuti alla disorganizzazione sociale tipica di questi periodi; dovuti alla scarsità dei beni e alla

disoccupazione; dovuti alla legittimazione della violenza fornita dal governo durante la guerra.

I reati dei colletti bianchi: sono quelli commessi da una persona rispettabile e di elevate condizione sociale nel corso della sua

occupazione e sono molto diffusi. Le conseguenze di questi reati sono gravi costi di carattere sia finanziario che sociale.

Questo tipo di reati è difficile da identificare perchè chi li compie occupa spesso posizioni di potere. Nella categoria dei reati di

occupazione rientrano: l'appropriazione indebita (ci si appropria di denaro o cose altrui); l'insider trading (speculazione sui

titoli di una società attuata da chi, in quanto socio di tale società, dispone di informazioni riservate); la concussione (un

pubblico ufficiale induce qualcuno a dare indebitamente del denaro a lui o altra persona); la corruzione (abuso di potere di un

agente pubblico al fine di trarne vantaggi personali). Principali forme di corruzione: tangente (comportamento illecito fornito

in cambio di un cambiamento monetario); appropriazione indebita (furto di risorse da parte di chi ha la responsabilità di

amministrarle); frode (truffa, inganno, falsificazione, ecc.); estorsione (denaro o risorse ottenuti usando violenza o ricatto);

favoritismo (distribuzione delle risorse corrotta); nepotismo (forma speciale di favoritismo dove le decisioni sono distorte in

favore di membri della propria famiglia).

La criminalità organizzata: è un insieme di imprese che forniscono beni e servizi illeciti e che si infiltrano nelle attività

economiche lecite. Le varie organizzazioni criminali che operano nel mondo hanno strutture interne diverse. Es. la Yakuza

giapponese si avvicina al modello organizzativo formale, mentre in Cosa Nostra sono molto importanti le relazioni di

parentela.

5. Gli autori dei reati e le loro caratteristiche

L'idea che ci sia una relazione inversa tra la classe sociale e la predisposizione a commettere reati è stata a lungo condivisa da

sostenitori di teorie diverse. Negli ultimi decenni si è sostenuto però che tra classe sociale e criminalità non c'è alcuna relazione

o ce n'è una debole. Le statistiche di inizio '900 indicano che i condannati per furto o per rapina hanno un livello di istruzione

basso, sono disoccupati o hanno un lavoro mal retribuito. Le ricerche condotte con la teoria dell'autoconfessione (intervistando

persone appartenenti a campioni rappresentativi della popolazione chiedendo se hanno commesso reati) sono arrivate a

conclusioni diverse: relazione tra classe sociale e criminalità non esiste. Ma tutte queste ricerche non sono contraddittorie: si

riferiscono a violazioni di norme differenti. In Italia la relazione tra classe sociale e tendenza a violare la legge è tanto più forte

quanto più grave è il reato.

Il genere è una delle variabili più importanti per predire la criminalità. In tutti i Paesi è più probabile che sia un maschio

piuttosto che una femmina a violare una norma penale. Quanto più il reato è grave, tanto più è facile che a compierlo sia un

uomo. Dagli anni 60 criminalità femminile aumentata molto più di quella maschile. Ci sono 2 tesi a riguardo: l'aumento

riguarda solo l'ambito dei reati contro il patrimonio (dovuto alle trasformazioni che ci sono state nell'economia e nella società);

aumento riguarda anche ambito dei reati violenti (dovuto all'affermazione dei movimenti femministi).

Anche l'età ha un rapporto con la criminalità: la devianza raggiunge il massimo in età adulta e poi decresce lentamente fino alla

vecchiaia.

6. Devianza e sanzioni

Le sanzioni possono essere formali o informali: le prime sono comminate da gruppi o organi specializzati ai quali è stato

affidato il compito di assicurare il rispetto delle norme; le seconde sono quelle provenienti da familiari, amici, ecc. Se una

persona viola il diritto penale, si dice che commette reato; se non rispetto le altre leggi, si parla di illecito civile o

amministrativo. La differenza fondamentale è la natura della sanzione: per il reato è prevista una pena (sanzione che può

limitare la libertà personale dell'individuo), mentre per gli altri illeciti giuridici la sanzione incide prevalentemente sul

patrimonio di chi li ha commessi.

Grandi differenze ci sono state tra le varie società riguardo al tipo di sanzioni usate contro i trasgressori delle norme. Grandi

mutamenti sono avvenuti nel corso del tempo: es. nel 700 Stati europei hanno iniziato ad abolire la tortura. In passato

l'esecuzione della pena di morte avveniva di solito in pubblico, oggi non più (in Cina ancora sì); il numero dei mezzi impiegati

per uccidere un condannato si è ridotto. Il carcere è di origine molto più recente: esisteva ma come luogo che serviva per

custodire i colpevoli in attesa del processo, e non a punirli.

La religione

1. Una premessa di metodo

Le religioni riguardano credenze, cioè idee che gli uomini si fanno intorno alla natura della realtà terrena e ultraterrena. Il

sociologo non si chiede se queste credenze siano vere o false, ma perchè queste credenze hanno a che fare con una realtà non

empirica. L'unico dato di fatto empirico è che gli uomini reali, organizzati in società reali, sviluppano credenze e istituzioni e

mettono in atto comportamenti che chiamiamo religiosi.

2. Sacro e profano

La religione è un fenomeno universale nelle società umane. Non tutte le persone sono religiose, ma non esistono società umane

che non abbiano sviluppato qualche forma di religione. Definizione generale: la religione è una credenza relativa all'esistenza

di una realtà ultrasensibile, ultraterrena e sovrannaturale. Una credenza è un giudizio sulla realtà che si fonda su un atto di fede.

La nozione di credenza presuppone una distinzione tra credenza e conoscenza: è diverso dire che una cosa è così perchè credo

che sia così oppure che è così perchè so che è così. Le credenze religiose postulano l'esistenza di una sfera della realtà

trascendente rispetto alla sfera della realtà percepibile. L'essere umano è dotato della capacità di trascendere l'esperienza

immediata: nel ricordo e nell'aspettativa egli è in grado di raffigurarsi ciò che non c'è più e ciò che non c'è ancora. Questa sfera

trascendente costituisce la sfera del sacro: il cosmo viene appunto distinto tra sfera del sacro e sfera del profano.

Nella magia, che possiamo considerare come una forma primitiva di religione, il mondo ultrasensibile è popolato da spiriti la

cui volontà può essere influenzata dagli uomini mediante pratiche rituali propiziatorie. La magia si differenzia dalla religione

per il diverso rapporto che si instaura tra sacro e profano: mentre nella magia le pratiche rituali servono per influenzare gli

spiriti e le forze occulte, che si ritiene stiano dietro le cose e i fenomeni, al fine di produrre effetti pratici nella vita terrena;

nella religione il fine appare quello di consentire agli uomini di elevarsi al di sopra e al di là della loro esistenza terrena e di

accedere.

3. L'esperienza religiosa

L'esperienza religiosa riguarda come gli esseri umani sviluppano la credenza nell'esistenza del sacro. L'esperienza del limite

riguarda la consapevolezza di dover morire. L'idea di limite è inconcepibile senza l'idea opposta di assenza di limite: se da un

lato c'è un mondo delle cose mortali, deve esisterne dall'altro lato uno delle cose immortali. Le religioni in genere aiutano a

dare una risposta agli interrogativi e quindi a mantenere l'angoscia che da essi deriva entro limiti tollerabili per il semplice fatto

che postulano l'esistenza di un mondo che non conosce i problemi del mondo mortale. L'esperienza del caso è un'esperienza di

tipo religioso: l'uomo si confronta costantemente con il limite della sua capacità di dare una spiegazione agli eventi naturali,

sociali e individuali che interferiscono con la sua esistenza. Un aspetto che è intrinsecamente anche se non necessariamente

legato all'esperienza religiosa è il problema dell'ordine morale. Gli esseri umani sono posti di fronte alla necessità di scegliere

tra corsi alternativi di azione. Se non ci fosse la possibilità di scegliere non ci sarebbe neanche un problema morale. Molte

scelte vengono effettuate in base a criteri puramente utilitaristici, ma in molti casi le scelte non coinvolgono solo la dimensione

dell'utile, ma anche la dimensione del bene e del male.

4. Tipi di religione

Ci sono religioni che postulano semplicemente l'esistenza di forze sovrannaturali impersonali che influenzano positivamente o

negativamente le vicende umane, come la credenza nel mana o il totemismo. Altre religioni, chiamate animistiche, credono che

dietro i fenomeni ci siano degli spiriti che intervengono attivamente influenzandone il comportamento. Altre ancora credono

nella presenza delle anime dei morti, alle quali sono dedicati culti particolari. Queste religioni riguardano in genere le società

semplici.

Molto diverse sono invece le grandi religioni universali (religioni che unificano mediante credenze comuni masse enormi di

uomini, spesso appartenenti a una pluralità di società). Si possono distinguere in monoteistiche (una sola divinità) e politeiste

(più divinità). La divinità è oggetto di adorazione da parte dei fedeli, i quali riconoscono in essa tutti quegli attributi di cui essi

sono privi (perfezione, onnipotenza e onniscienza). Nelle religioni politeiste (es. induismo) il mondo degli dei è differenziato e

quasi sempre gerarchizzato. Gli dei vengono concepiti come potenze eternamente in lotta tra loro e in concorrenza per la

devozione da parte degli uomini. Si può parlare di divinità di funzione, perchè spesso le singole divinità presiedono alle varie

attività umane. Nelle regioni monoteistiche (ebraismo, cristianesimo e islamismo) Dio è unico e la sua potenza non può essere

messa in discussione. Il carattere unitario e trascendente della divinità può essere più o meno accentuato (es. trinità, madonna,

santi). Esistono religioni cosmocentriche (fondate sulla credenza di un'armonia universale ultraterrena, no divinità) che si

contrappongono a quelle teocentriche.

Per Weber 2 criteri molto importanti: tipo di promessa e premio che viene riservato ai fedeli; tipo di metodica di

comportamento che garantisce la salvezza. In base al 1°, alcune religioni hanno una promessa che consiste in uno stato di

beatitudine e di pienezza durante la vita o mediante reincarnazioni, e altre che promettono il riscatto e la redenzione dalle pene

terrene soltanto nell'aldilà. Queste ultime sono dette religioni della redenzione. Secondo il 2° criterio, ci sono religioni che

prescrivono pratiche mistiche e contemplative di distacco dal mondo, e altre che prescrivono una condotta ascetica (l'uomo si

fa strumento della volontà divina) di vita.

5. Movimenti e istituzioni religiose

Le religioni non sono solo sistemi di idee: le idee, per diventare socialmente operanti, devono essere sostenute da uomini.

Anche nelle religioni delle società più semplici compare quasi sempre una figura intermediaria tra gli uomini e le potenze

sovrannaturali. Il ministro del culto è esentato dal provvedere direttamente ai suoi bisogni materiali e vive per lo più delle

offerte dei fedeli. Si forma così un ceto sacerdotale (clero) che opera nell'ambito di organizzazioni molto variabili nella loro

forma. All'origine di un movimento religioso c'è quasi sempre una profezia e un profeta che rivela agli uomini la parola e la

volontà di Dio. Un movimento religioso nasce e si diffonde perchè i suoi membri passano attraverso l'esperienza della

conversione. Un'organizzazione allo stato nascente è tutta incentrata sul rapporto carismatico tra il capo e i suoi seguaci. Il

problema della successione è tra i più difficili da affrontare: la fedeltà e la fiducia personali che i seguaci riponevano nel capo

deve ora essere trasferita al successore, ma perchè ciò possa verificarsi non è più la persona del capo che deve generare fedeltà

e fiducia ma le sue idee e la sua dottrina. Il movimento si trasforma in chiesa attraverso un processo di istituzionalizzazione

delle credenze e delle pratiche religiose. Le credenze devono essere sistematizzate, consolidate e codificate in un testo scritto

che valga come legge fondamentale del gruppo dei credenti.

Una setta si differenzia da una chiesa soprattutto per il fatto che, mentre ad una chiesa si appartiene in genere per nascita,

l'appartenenza ad una setta presuppone un atto di adesione individuale. Anche le sette passano attraverso un processo di

istituzionalizzazione e si trasformano quindi in denominazioni alle quali, come per le chiese, si appartiene più per nascita che

per un atto di adesione individuale. La differenza è che le chiese tendono ad essere organizzazioni religiose dominanti

nell'ambito di singole società, mentre le denominazioni rispecchiano una situazione di pluralità religioso.

La storia della chiesa cattolica è costellata dalla comparsa di movimenti religiosi che sono stati dichiarati eretici e quindi

duramente combattuti e repressi. Ma la risposta della chiesa alla comparsa di movimenti religiosi non è sempre stata una

risposta repressiva: es. ordini monastici. Una guerra non è mai esclusivamente una guerra di religione: interessi politici si

intrecciano e si nascondono dietro gli interessi religiosi, e così quella che appare come una guerra di religione risulta

frequentemente essere un conflitto tra gruppi sociali in lotta per il potere.

6. Religione e struttura sociale

Esiste un nesso tra la struttura della disuguaglianza sociale e la religione. Le religioni spesso svolgono la funzione di fonti di

legittimazione del potere. Spesso alle varie chiese e denominazioni corrispondono gruppi sociali ben definiti a seconda della

loro collocazione sociale e origine etnica. In altre società invece le differenze sociali si esprimono in varianti della stessa

pratica religiosa.

7. Il processo di secolarizzazione

Il processo di secolarizzazione è quel fenomeno per il quale la società non adotta più un comportamento sacrale, si allontana da

schemi, usi e costumi tradizionali. Un es. dell'operare del processo di secolarizzazione lo si riscontra nel significato del lavoro.

Nella tradizione religiosa ebraico-cristiana la concezione del lavoro contiene elementi tra loro contrastanti: si va dalla

dannazione biblica del lavoro come pena e fatica, punizione del peccato originale, alla valorizzazione del lavoro nell'etica

protestante come strumento di realizzazione della volontà divina, che assegna ad ogni uomo un compito specifico. Al giorno

d'oggi, sembra che questi motivi religiosi abbiano perso largamente la loro efficacia: le persone lavorano per guadagnarsi da

vivere o per autorealizzarsi. Anche la sfera delle attività e delle istituzioni politiche si è col tempo resa autonoma dalla

religione. La religiosità tende sempre più a diventare una questione privata dei credenti che influenza i loro comportamenti ma

che comunque rimane confinata in una sfera separata dalla sfera politica. Religione e scienza si sono spesso trovate a

combattere su fronti opposti; la scienza ha spesso eroso credenze tradizionali che erano diventate oggetto di tutela da parte di

qualche religione e organizzazione ecclesiastica. Nell'illuminismo dominava l'idea che ragione e scienza avrebbero alla fine

svelato tutti i misteri dell'universo e relegato la religione nell'ambito della pura superstizione; oggi non c'è più una fiducia così

sicura nella scienza, e scienza e religione sembrano convivere in un rapporto di non belligeranza.

8. Le interpretazioni sociologiche della religione

Le interpretazioni in chiave evoluzionistica della sociologia positivista dell'800 (Comte e Spencer) sostengono che la religione

occupa uno stadio primitivo nell'evoluzione delle società umane e che essa sia destinata ad essere sostituita dalla scienza come

criterio fondamentale di orientamento delle azioni e delle società umane.

L'interpretazione marxista sostiene che la religione è un fenomeno che oscura le menti e impedisce di vedere la luce della

ragione. Per Marx la religione, spostando nell'aldilà il momento del riscatto delle sofferenze terrene, ostacola il processo

mediante il quale gli oppressi prendono coscienza dei rapporti sociali di dominio dei quali sono vittime. Marx definisce la

religione “l'oppio dei popoli”.

Per i funzionalisti la religione svolge una funzione sociale fondamentale in ogni tipo di società: quella di integrazione.

Durkheim studiando i culti degli aborigeni australiani ha voluto dimostrare come nella religione i membri di una società

vogliano rappresentare il vincolo che li unisce. Ogni atto di culto diventa così occasione per rafforzare l'identità collettiva e il

sentimento di appartenenza.

Weber vede la religione come un fenomeno dotato di una sua autonomia specifica. Le idee religiose sono state storicamente

delle potenze rivoluzionarie, capaci di indurre profonde trasformazioni negli assetti sociali e culturali.

Secondo la concezione fenomenologica l'elemento costitutivo e universale della religione è l'esperienza del sacro. I tratti che

definiscono l'esperienza religiosa sono 2: il sentimento della creatura che s'affonda nella propria nullità, che scompare al

cospetto di ciò che sovrasta ogni creatura; l'esperienza del mistero (il sacro è circondato da un'aura di mistero e di

inaccessibilità che produce un'emozione profonda in cui si combinano paura e attrazione.

Differenziazione e disuguaglianza

Stratificazione e classi sociali

Il termine stratificazione è usato in geologia per designare gli strati di terra e roccia che si sono depositati nel corso dei

millenni e che formano la superficie terrestre. I sociologi hanno introdotto nel linguaggio scientifico e in quello comune una

nuova espressione : stratificazione sociale, che indica il sistema delle disuguaglianze strutturali di una società, nei suoi 2

principali aspetti: distributivo (ammontare delle ricompense materiali e simboliche ottenute dagli individui) e relazionale

(rapporti di potere esistenti tra essi). Uno strato è un insieme di individui che godono della stessa quantità di risorse o che

occupano la stessa posizione nei rapporti di potere.

1. Universalità della stratificazione sociale

Ci sono società che, pur presentando disuguaglianze di genere e di età, sono tendenzialmente egualitarie dal punto di vista delle

risorse di cui dispongono le famiglie (società di caccia e raccolta). Gli antropologi hanno individuato 2 motivi principali della

natura egualitaria di queste società: nomadismo (ostacola l'accumulazione di grandi quantità di risorse); applicazione del

principio di reciprocità (scarse risorse disponibili sono condivise con gli altri). Lenski ha tentato di individuare le condizioni

che favoriscono le disuguaglianze sociali: a parità di altre condizioni, la differenza di distribuzione di ricchezza aumenta con

l'aumentare del surplus economico (maggiore disponibilità di risorse rispetto a necessità di sopravvivenza) e

dell'accentramento del potere politico. Il surplus economico è andato sempre crescendo, la concentrazione del potere aumenta e

poi diminuisce, e la disuguaglianza è il risultato delle altre 2 curve. La minore disuguaglianza si ha nelle società di caccia e

raccolta in quanto il surplus economico non esiste, la disuguaglianza aumenta nelle società orticole (raccolto permette

formazione di surplus), e il maggior livello di disuguaglianza si ha nelle società agricole (inventati nuovi strumenti e aumentati

prodotti, maggiore concentrazione del potere nelle mani di pochi). Nelle società industriali la disuguaglianza diminuisce

perchè, anche se il surplus è aumentato, il potere è meno concentrato.

2. Teorie della stratificazione

La teoria funzionalista

I sostenitori della teoria funzionalista hanno cercato di spiegare non le variazioni nel tempo e nello spazio della stratificazione

sociale, ma le sue caratteristiche universali. Per loro se esiste deve avere una funzione. Argomentazioni principali: in ogni

società non tutte le posizioni hanno la stessa importanza funzionale (alcune sono più rilevanti e richiedono capacità speciali); il

numero delle persone dotate di quelle capacità è limitato e scarso; la conversione delle capacità in competenze implica un

periodo di addestramento (sacrifici); per indurre le persone capaci a sottoporsi a questi sacrifici è necessario dar loro delle

ricompense.

Le teorie del conflitto

Per Marx la storia di ogni società esistita fino a questo momento è storia di lotta di classi. Nelle epoche anteriori della storia

troviamo quasi dappertutto una completa articolazione della società in differenti ordini. L'epoca della borghesia si distingue

dalle altre per aver semplificato gli antagonismi di classe. L'intera società si va scindendo sempre più in 2 grandi classi

nemiche: borghesia e proletariato. In ogni società l'asse portante delle classi si trova nei rapporti di produzione e nelle relazioni

di proprietà. La forma più importante di proprietà è costruita dal capitale industriale controllato dalla borghesia, mentre il

proletariato non ha che la sua forza lavoro. La piccola borghesia (contadini) è formata da persone che sono proprietarie dei

mezzi di produzione e acquistano forza lavoro sul mercato, ma che al tempo stesso svolgono un lavoro manuale. Il

sottoproletariato è costituito da delinquenti, gente senza un mestiere definito, vagabondi. Per Marx le classi sono dei

raggruppamenti omogenei di persone che hanno lo stesso livello di istruzione e di consumo, le stesse abitudini sociali, valori e

credenze. Sono soggetti collettivi che vivono e pensano in modo simile. Egli distingue tra classe in sé (insieme di individui che

si trovano nella stessa posizione rispetto alla proprietà dei mezzi di produzione) e classi per sé (individui prendono coscienza di

avere degli interessi comuni e di appartenere alla stessa classe). Ci sono 3 tipi di fattori che favoriscono il passaggio dalla

classe in sé a quella per sé: quelli che aumentano la visibilità e trasparenza della struttura di classe (es. concentrazione di operai

in grandi stabilimenti); quelli che riducono le stratificazioni interne ad una classe, perchè quanto più una classe è omogenea,

tanto è più facile che i suoi componenti acquistino coscienza di farne parte (es. introduzione macchine nelle fabbriche); quelli

che rendono più rigide le barriere di classe (mobilità sociale minore).

Weber ha elaborato una teoria della stratificazione sociale a più dimensioni. Egli era convinto che le fonti delle disuguaglianze

e i principi fondamentali di aggregazione degli individui andassero ricercati in 3 diverse sfere: economia, cultura e politica.

Nella 1^ gli individui si uniscono sulla base di interessi materiali comuni, formando classi sociali; nella 2^ seguendo comuni

interessi ideali e dando origine a ceti; nella 3^ si associano in partiti o in gruppi di potere per il controllo dell'apparato di

dominio. Mentre per Marx il criterio di fondo dell'appartenenza a una classe è la proprietà dei mezzi di produzione, per Weber

è la situazione di mercato. I mercati sono 3: del lavoro (in cui si contrappongono la classe operaia e gli imprenditori); del

credito (debitori e creditori); delle merci (consumatori e venditori). Weber distingue tra classi possidenti e classi acquisitive,

privilegiate positivamente o negativamente: classi possidenti privilegiate in senso positivo (redditieri che ricavano i redditi da

schiavi, terre, miniere, ecc.); classi possidenti privilegiate in senso negativo (non hanno niente). Tra queste 2 classi ce ne sono

2 intermedie: classi acquisitive privilegiate in senso positivo (imprenditori e professionisti con alto livello di preparazione);

classi acquisitive privilegiate in senso negativo (lavoratori). L'onore di ceto si esprime normalmente soprattutto nell'esigere una

condotta di vita particolare da tutti coloro i quali vogliono appartenere ad una data cerchia. Connessa con ciò è la limitazione

dei rapporti sociali. Tale limitazione si esprime soprattutto nel connubium e nella commensalità (ci si sposa e ci si siede a

tavola preferibilmente con persone dello stesso ceto). Per migliorare la loro situazione, i ceti seguono la strategia della chiusura

sociale, restringendo cioè gli accessi alle risorse e alle opportunità ad uno strato limitato di persone dotate di certi requisiti.

Secondo i sociologi americani si parla di equilibrio di status quando una persona si trova in ranghi equivalenti nelle diverse

gerarchie. Perché si abbia uno squilibrio di status non è sufficiente una differenza nelle posizioni occupate: è necessario che

questa sia in contrasto con le aspettative della società. La situazione di squilibrio di status è causa di frustrazioni e di tensioni

per colui che vi si trova e può provocare il suo isolamento sociale. Alcune ricerche hanno mostrato che le conseguenze sono

diverse a seconda del rapporto esistente tra status ascritti e acquisiti. Quando lo status ascritto è alto mentre quello acquisito è

basso, l'individuo tende a reagire in modo intrapunitivo e quindi a soffrire disturbi psicosomatici. Quando lo status acquisito è

alto e basso quello ascritto, l'individuo tende a rispondere in modo extrapunitivo e dunque a desiderare un cambiamento nella

distribuzione del potere.

3. Sistemi di stratificazione sociale

Schiavitù: alcune persone ne possiedono altre, le fanno lavorare e possono punirle, venderle e comprarle. È la forma più

estrema di disuguaglianza. Diffuso nelle società meno sviluppate economicamente perchè più bisogno di lavoro.

Sistema delle caste: sistema tipico dell'India perchè legato a testi sacri. es. tipico di sistema basato su posizioni ascritte. 3

caratteristiche essenziali della casta: è un ceto chiuso (endogamia, anche se in certi casi è consentita l'ipergamia, cioè

matrimonio di una donna con un uomo di casta superiore); specializzazione ereditaria (tradizionalmente, ogni casta è legata

allo svolgimento di un mestiere o di una funzione rituale); le caste formano un ordine rigidamente gerarchico, basato su un

criterio religioso (quello della purezza).

Nelle società di antico regime vigeva il sistema di ceti, le cui caratteristiche principali sono: enorme importanza degli status

ascritti; differenze sociali tra ceti non solo di fatto ma anche di diritto; appartenenza a un ceto conferiva un certo grado di

prestigio, ma richiedeva un particolare stile di vita e quindi imponeva obblighi. In questo periodo c'erano 3 cerchi concentrici

di persone povere: cerchio interno costituito da poveri strutturali (a causa dell'età o delle condizioni di saluta non erano in

grado di guadagnarsi da vivere); 2° cerchio costituito da poveri congiunturali (lavoratori occasionali o con bassi salari); cerchio

esterno costituito da poveri non indigenti (artigiani, piccoli commercianti e impiegati di rango inferiore che, quando c'era una

grave crisi economica, dovevano fare ricorso alla pubblica assistenza.

A differenza di quella di antico regime, la società moderna, nata dalla rivoluzione francese, è caratterizzata dall'uguaglianza di

diritto di tutti i suoi membri, anche se non lo sono di fatto: esistono rilevanti differenze sociali.

4. Due schemi di classificazione

Il 1° schema di classificazione è basato sul tipo di reddito percepito da un individuo. Ci sono 3 grandi categorie di reddito:

rendita (dei proprietari fondiari); profitto (dei capitalisti); salario (degli operai). Altre importanti categorie di reddito: redditi

misti (dei lavoratori autonomi); stipendi degli impiegati; redditi di coloro che hanno occupazioni precarie. Sulla base di queste

categorie di reddito, esistono 5 grandi classi sociali: borghesia (grandi proprietari dei fondi, capitalisti e professionisti); piccola

borghesia relativamente autonoma (lavoratori autonomi); classe media impiegatizia (impiegati); classe operaia;

sottoproletariato (coloro che restano per lunghi periodi di tempo fuori dalla sfera della produzione, perchè disoccupati).

Il 2° schema di classificazione si basa su 2 criteri: situazione di lavoro (posizione nella gerarchia organizzativa assunta dagli

individui) e situazione di mercato (vantaggi e svantaggi di cui godono i titolari dei vari ruoli lavorativi). In base alle relazioni

di lavoro, gli occupati possono essere distinti in 3 categorie: imprenditori (acquistano il lavoro altrui ed esercitano autorità e

controllo su di esso); lavoratoti autonomi (non usano il lavoro altrui né vendono il proprio); lavoratori dipendenti (vengono il

loro lavoro). Tenendo conto della situazione di mercati, si possono individuare 7 classi: 1. persone che svolgono

un'occupazione ad alto reddito, sicura, che presenta forti possibilità di carriera e che comporta l'esercizio di autorità; 2.

professionisti e dirigenti di livello inferiore; 3. impiegati e addetti alle vendite; 4. artigiani, commercianti e agricoltori che


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di istituzioni di sociologia della professoressa Ravelli, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente "Corso di sociologia", Barbagli, Bagnasco e Cavalli .
I capitoli riassunti sono: I. Le società premoderne. - II. Le origini della società moderna in Occidente. - Parte seconda: La trama del tessuto sociale. - III. Forme elementari di interazione. - IV. I gruppi organizzati: associazioni e organizzazioni. - Parte terza: La cultura e le regole della società. - V. Valori, norme e istituzioni. - VI. Identità e socializzazione. - VII. Linguaggio e comunicazione. - VIII. Devianza e criminalità. - X. La religione. - Parte quarta: Differenziazione e disuguaglianza. - XI. Stratificazione e classi sociali. - XII. La mobilità sociale. - XIII. Le differenze di genere. - XIV. Corso di vita e classi di età. - XV. «Razze», etnie e nazioni. - Parte quinta: La riproduzione della società. - XVI. Famiglia e matrimonio. - XVII. Educazione e istruzione. - Parte sesta: Economia e società. - XVIII. Economia e società. - XIX. Il lavoro. - XXI. Lo stato e l’interazione politica.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in studi internazionali
SSD:
Università: Trento - Unitn
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher deboraccah di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di Sociologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Trento - Unitn o del prof Ravelli Maria Rosa.

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