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Riassunto esame Istituzioni di Sociologia, prof. Ravelli, libro consigliato Corso di sociologia, Bagnasco, Barbagli, Cavalli Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di istituzioni di sociologia della professoressa Ravelli, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente "Corso di sociologia", Barbagli, Bagnasco e Cavalli .
I capitoli riassunti sono: I. Le società premoderne. - II. Le origini della società moderna in Occidente. - Parte seconda: La trama del tessuto sociale. - III. Forme elementari... Vedi di più

Esame di Istituzioni di Sociologia docente Prof. M. Ravelli

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che l'associazione si è data una sua organizzazione. Al contrario delle associazioni, nelle organizzazioni partecipare è un

lavoro, remunerato di solito in denaro. Il motivo della partecipazione è quindi strumentale, e solo in certi casi può verificarsi

anche un'identificazione più o meno sentita con i fini dell'organizzazione. Nelle organizzazioni, al contrario delle associazioni,

i ruoli vengono prima e sono più importanti delle singole persone che si uniscono in gruppo. Le associazioni e le

organizzazioni sono anche definite come attori collettivi.

2. Le associazioni

Toqueville nel 1835 pubblica “La democrazia in America”, nel quale studia come in America il 75% degli adulti appartenga ad

associazioni (per lui fenomeno legato a immigrazione). L'idea che Toqueville dà dell'associazione è quella di associazione

volontaria, che nasce volontariamente dai membri con l'obiettivo di raggiungere diversi scopi e promuovere interessi comuni.

L'adesione all'associazione non è obbligatoria ma volontaria, e al suo interno sono fondamentali dei leader. L'associazione

volontaria di Toqueville crea un continuum con l'istituzione totale di Goffman: Goffman usa questo termine per definire

membri che vivono isolati dal resto della società (carcere, campo concentramento, ospedale psichiatrico) spesso sottoposti a

controllo e autorità di guardiani. La separazione col resto del mondo è imposta a volte con metodi brutali. L'adesione ad

associazioni tendere ad aumentare al crescere del reddito e dell'istruzione. Quando si considera la diffusione

dell'associazionismo in un Paese ci si accorge che contano molto la cultura e la storia: Europa settentrionale associazionismo

molto maggiore rispetto a Europa latina.

3. Tipi ideali di organizzazione

Weber distingue 3 tipi ideali di organizzazione: gruppo di scopo, organizzazione patrimoniale, burocrazia.

Il gruppo di scopo è l'unione di individui con interessi coincidenti che sviluppano legami personali e rapporti faccia a faccia.

Un es. è il gruppo carismatico, cioè quello che si forma attorno a un leader carismatico (ha doti che lo distinguono dagli altri e

quindi è ammirato). È un gruppo instabile perchè dipende dal leader: se il leader non c'è più, il gruppo si scioglie o si trasforma

in qualcos'altro. La posizione all'interno del gruppo dipende dalla vicinanza al leader.

L'organizzazione patrimoniale è un'organizzazione che ha un patrimonio (beni, denaro, ecc.) caratterizzata da legami personali

stabili e permanenti. Ha una prospettiva di lunga durata e può essere trasmessa ereditariamente.

La burocrazia è un'organizzazione impersonale (non viene meno se un membro non c'è più) perchè si organizza secondo una

serie astratta di posizioni occupate temporaneamente da una serie di persone. Gli individui sono attori transitori che occupano

delle caselle di un organigramma permanenti. La burocrazia è un'organizzazione gerarchica, spesso monocratica (ha un capo) e

funziona grazie a funzioni specifiche assegnate a ciascuno; ci sono regole scritte (parametri oggettivi e non come vuole il

capo); c'è retribuzione perchè posizione occupata è il lavoro principale dell'individuo. Storicamente la burocrazia nasce quando

c'è la necessità di svolgere funzioni sempre più complesse, cioè nell'ambito dello Stato moderno, in cui c'è una

razionalizzazione della società (allontanamento sempre più drastico dei modi spontanei e tradizionali di fare le cose). Spesso la

burocrazia non è efficace e neanche efficiente. I sociologi usano i termini efficacia per indicare la capacità di un'azione di

raggiungere i risultati che si pone, ed efficienza per valutare il dispendio di risorse impiegate per ottenere i risultati.

4. Perché spesso la burocrazia è inefficiente?

Tesi di Merton: la burocrazia richiede regole generali e chiaramente definite. I regolamenti, inizialmente sono concepiti come

strumenti per raggiungere certi scopi, ma successivamente diventano dei fini in se stessi, quindi seguire con precisione le

regole diventa più importante e gratificante che ottenere risultati. La conformità al regolamento finisce per far luogo al

formalismo (aderenza puntigliosa alle regole formali). Conclusione: le condizioni che di solito portano all'efficienza, in alcune

situazioni producono inefficienza.

Tesi di Crozier si basa sulle relazioni di potere. Un'organizzazione perfettamente razionalizzata non esiste perchè non c'è una

sola soluzione per i problemi complessi. Manca la certezze quindi nasce un potere discrezionale, cioè un potere che può essere

usato per ottenere vantaggi particolari. A causa di ciò si crea una conflittualità nell'organizzazione perchè alcuni cercano di

mantenere l'incertezza per mantenere il potere discrezionale; mentre altri cercano di eliminarla per togliere i privilegi altrui.

5. Forme diverse di organizzazione

Per Weber per conseguire un risultato è possibile individuare una serie di operazioni successive, ognuna delle quali è

standardizzata e quindi potrà e dovrà essere ripetuta senza errori da una persona alla quale compete secondo lo schema

organizzativo (organigramma). Questo principio si scontra con 2 difficoltà fondamentali: le persone non sono mai

completamente prevedibili; standardizzare i comportamenti è tanto meno facile quanto più l'organizzazione opera in un

ambiente instabile.

Drucker raccomanda la direzione per obiettivi. In questo schema, più che alle regole bisogna fare attenzione agli obiettivi, che

sono in certa misura contrattati tra superiori e inferiori. Inoltre bisognerebbe tener conto anche dei risultati ottenuti dalle

persone. Secondo Drucker, un'organizzazione basata su questi principi motiva maggiormente le persone a impegnarsi. In realtà

le cose sono più complicate perchè un sistema di direzione per obiettivi non è facile da realizzare.

Mintzberg ha sviluppato la teoria delle 5 configurazioni organizzative, secondo la quale esistono 5 configurazioni tipiche:

struttura semplice (controllo esercitato dal vertice, il quale accentra tutte le funzioni di direzione); burocrazia meccanica

(coordinata attraverso la standardizzazione dei compiti e la gerarchia); burocrazia professionale (coordina dipendenti con un

tirocinio di formazione esterno all'organizzazione e, una volta assunti, questi hanno ampia discrezionalità nello svolgimento del

loro lavoro); struttura divisionale (coordinamento si ottiene fissando obiettivi generali e compatibili tra loro a settori con

funzioni diverse); adhocrazia (gruppi di lavoro con compiti specifici, formati da persone che si conoscono bene e lavorano

insieme fidandosi delle rispettive competenze, senza vincoli di gerarchia e regole precisate). Quindi: non esiste un unico modo

migliore (one best way) per progettare un'organizzazione, e inoltre anche all'interno dell'organizzazione parti diverse tendono a

organizzarsi in modo diverso.

6. Attori e decisioni

Le organizzazioni possono essere considerate attori collettivi che prendono decisioni. Il problema di distinguere gli obiettivi

dell'organizzazione e gli obiettivi delle persone non si pone o è meno importante nel caso delle associazioni, alle quali si

partecipa perchè se ne condividono i fini. Si pone invece per le organizzazioni, alle quali le persone partecipano

strumentalmente per i vantaggi che ne ricavano. Gli obiettivi dell'organizzazione sono definiti da coalizioni, cioè gruppi di

persone con interessi comuni che si alleano con altrui gruppi con interessi diversi dai loro contrattando certe decisioni.

7. Razionalità organizzativa e i suoi limiti

Per Weber la burocrazia è razionale perchè impone agli attori che ne fanno parte di comportarsi in modo razionale. Ma per

Simon la razionalità è sempre una razionalità limitata, che mira a ottenere non i massimi risultati possibili in astratti, ma i

risultati soddisfacenti. La razionalità può essere quindi una razionalità sinottica (quella che intende Weber, possibile in un

ambiente stabile e prevedibile) oppure incrementale/strategica (quella possibile in un ambiente instabile).

La razionalità può anche essere distinta in individuale (delle persone) e collettiva (dell'organizzazione). Dal punto di vista

formale, queste 2 razionalità sono dello stesso genere. Per Simon un'organizzazione non può essere razionale se non si

comportano razionalmente le persone che ci lavorano e gli obiettivi dell'organizzazione e delle persone devono armonizzarsi.

Mannheim distingue tra razionalità sostanziale e funzionale. Quella funzionale è quella di chi si adatta a ordini ricevuti

eseguendoli senza errori, o a procedure e obiettivi senza discuterli; quella sostanziale è quella di chi cerca di comprendere

come diversi aspetti di una situazione siano collegati tra loro, interrogandosi sul loro significato e valutandoli.

La cultura e le regole della società

Valori, norme e istituzioni

1. Che cosa sono i valori?

Nel linguaggio comune si parla di valore sia per indicare qualcosa che non appartiene al mondo delle cose reali ma alla sfera

degli ideali e dei desideri, sia per indicare qualcosa di reale di cui si teme la perdita. In filosofia morale il valore incarna l'idea

del bene in contrapposizione al male; in estetica il valore corrisponde a qualche ideale di bellezza; nella filosofia della scienza

si parla di valori per distinguere enunciati di fatto ed enunciati di valore (i primi descrivono e spiegano, i secondi esprimono

valutazioni); in antropologia culturale i valori indicano tutto ciò che in una cultura è ritenuto buono; in economia è valore tutto

ciò che è desiderabile e richiede uno sforzo per essere realizzato o acquisito. Il concetto di valore è quindi polisemico.

Per i sociologi, i valori appaiono come orientamenti da quali discendono i fini delle azioni umane. I valori, se non riguardano

qualcosa che si ha e si teme di perdere, sono sempre trascendenti rispetto all'esistente, indicano cioè un dover essere che va al

di là dell'essere, una tensione verso uno stato di cose ritenuto ideale e desiderabile, che non è stato realizzato. Per lo scienziato

sociale i valori esistono come fatti sociali in quanto vengono fatti propri da individui o gruppi sociali i quali orientano in base

ad essi il loro agire. I valori vengono fatti propri da individui e gruppi mediante processi di scelta.

Marx afferma che i valori dominanti di una società sono i valori della classe dominante. Questa affermazione è utile per 2

ragioni: stabilisce un collegamento tra “dominio” e “dominio culturale”; apre la strada alla considerazione dei valori in termini

di ideologia. Ma l'affermazione di Marx ha anche un limite perchè sembra escludere la possibilità di valori universalmente

condividi nell'ambito di una cultura e di un'epoca. Es. di valore universale: valore della pace, diventato universale dopo che

l'umanità è emersa dalla seconda guerra mondiale. Un valore sul quale in tutto il mondo in epoca recente si sono sviluppate

controversie è il valore della vita. Le controversie riguardano l'aborto: riguardano l'interpretazione del valore della vita, ma non

il suo “essere” valore universale. Lo stesso discorso vale per i valori della libertà, dell'uguaglianza, della dignità della persona

umana.

Noi viviamo in una società e in un'epoca caratterizzate dal pluralismo dei valori. Ciò era vero anche per le società del passato,

ma non nella stessa misura. Possiamo immaginare una struttura a grappolo in cui c'è un valore ultimo che tiene insieme l'intera

struttura e dal quale dipendono tutti gli altri. Si può parlare quindi di un sistema di valori. Per Parsons le società stanno insieme

perchè sono tenute insieme da sistemi di valori sufficientemente integrati e coerenti. Ma non è sempre così: quando i sistemi di

valori o singoli valori sono in conflitto tra loro, i gruppi che ne sono portatori entrano in conflitto, che sarà tanto più aspro

quanto minori saranno il numero e l'importanza dei valori condivisi comuni a tutte le parti in lotta.

2. Orizzonte temporale e mutamento nella sfera dei valori

Nella civiltà occidentale, fortemente influenzata dalla tradizione ebraico-cristiana, il tempo/luogo della realizzazione dei valori

ultimi è sempre collocato in un tempo remoto futuro. Ciò vale anche per il marxismo: la realizzazione della società senza

classi, e quindi il valore ultimo dell'uguaglianza tra gli uomini, è spostata nel tempo in un imprecisato futuro. Questo

meccanismo di differimento riguarda anche il meccanismo fondamentale del differimento delle gratificazioni che pone l'agire

dell'oggi al servizio del risultato che si realizzerà domani. Nelle società avanzate e moderne, rispetto al passato anche recente,

si sta allargando il sistema dei valori universali, mentre gli altri sistemi di valori si stanno frammentando.

3. Dai valori alle norme

Le norme sono quasi sempre interpretabili come mezzi che prescrivono o vietano dei comportamenti in vista di qualche

fine/valore. Nonostante questa connessione, è importante mantenere la distinzione analitica tra valori e norme. Le norme sono

obbligazioni, mentre i valori sono guide capaci di orientare i comportamenti nell'ambito consentito dalle norme. Nella vita

quotidiana abbiamo continuamente l'occasione di interagire con altri il cui comportamento ci risulta largamente prevedibile. Le

aspettative che nutriamo nei confronti degli altri, e che nutrono gli altri nei nostri confronti, sono all'origine di questa

prevedibilità: non sappiamo esattamente come gli altri si comporteranno, ma sappiamo che la gamma dei comportamenti

possibili in quella data situazione è ristretta entro un numero limitato di alternative. I comportamenti sono prevedibili perchè

seguono delle regolarità. Molte regolarità sono riconducibili ad abitudini quasi meccaniche (ci si è sempre comportati così),

mentre in altri casi la regolarità dipende dal conformismo (la maggioranza si comporta in quel modo). Le norme sociali

prevedono ricompense per chi si conforma e sanzioni per chi le viola. Se dovesse dipendere dal rischio di incorrere in sanzioni

esterne, la deviazione dalle norme sociali sarebbe più frequente di quanto non sia in realtà. La probabilità che alla deviazione

da una norma scatti immediatamente è infatti spesso scarsa. Il tribunale interno, che giudica le nostre azioni e ci fa sentire in

colpa quando deviamo da una norma sociale, è spesso più efficace di qualsiasi sanzione esterna. Ciò è causato

dall'interiorizzazione delle norme (norme fatte proprie). Più basso è il grado di interiorizzazione di una norma, e quindi il

livello delle sanzioni interne, e più affidamento si deve fare sulle sanzioni esterne per fare in modo che la norma venga

rispettata. Il controllo sociale è l'insieme di strumenti atti a garantire che membri del gruppo sociale si comportino abitualmente

secondo le modalità approvate dal gruppo, ed è il meccanismo più efficace non solo per far rispettare le norme, ma anche per

aiutare gli individui a difendersi dalle proprie tendenze trasgressive. Esso può essere formale (es. multe) o informale (reazioni

che gli altri hanno nei confronti del nostro comportamento.

Ci sono diversi criteri di classificazione delle norme. 1° criterio distingue regole costitutive (pongono in essere delle attività

che non esisterebbero all'infuori delle regole stesse e non ammettono eccezioni, es. regole del gioco) e regole regolative

(indicano ciò che è prescritto o ciò che è vietato nell'ambito di un'attività già costituita, sono più frequentemente violate e

ammettono eccezioni). 2° criterio distingue il sottoinsieme delle norme giuridiche all'interno delle norme sociali. Le leggi sono

emanate dall'autorità, presuppongono un apparato per la loro applicazione e per l'amministrazione delle sanzioni da esse

previste. Un'altra distinzione divide norme implicite ed esplicite. Molto spesso nei comportamenti quotidiani si seguono regole

o norme senza esserne consapevoli, semplicemente perchè le si danno per scontate, e ci accorgiamo che certe regole esistono

solo quando vengono trasgredite. es. di regole implicite sono le buone maniere. Ultimo criterio riguarda l'ambito entro il quale

le norme sono in vigore, es. codici deontologici degli ordini professionali.

4. Coerenza e incoerenza dei sistemi normativi

È frequente che si verifichino situazioni in cui: c'è un eccesso di norme; ci sono norme contraddittorie per cui la stessa azione è

allo stesso tempo prescritta da una e vietata da un'altra; vi è una carenza di norme e quindi l'azione non trova chiari punti di

riferimento normativi. L'assenza di norme è detta anomia (a- senza; -nomos norme). Per Durkheim questa può essere una

condizione oggettiva della società e può portare alla disgregazione sociale. es. quando ci sono forti trasformazioni economiche

e mancano riferimenti e di conseguenza non si sa come ci si deve comportare (es. si ha una grossa vincita e non si sa cosa

comprare).

5. Il concetto di istituzione

Nel linguaggio comune per istituzione si intende generalmente un apparato preposto allo svolgimento di funzioni e di compiti

che hanno a che fare con l'interesse pubblico. Nelle scienze sociali per istituzioni si intendono modelli di comportamento che

in una determinata società sono dotati di cogenza normativa (cioè sono interiorizzati e accettati da gran parte della società).

Affinché un modello di comportamento possa essere considerato un'istituzione è necessaria la presenza di un elemento

normativo in qualche misura vincolante. Ogni istituzione comporta la presenza di qualche forma di controllo sociale.

Il processo di istituzionalizzazione è quello mediante il quale un movimento diventa un'istituzione (si intensificano norme e

organizzazione.

Alcune istituzioni sono riscontrabili in tutte (o quasi) le società e sono chiamate universali culturali. Es. una delle prime, se non

la prima, istituzione sociale è stata il tabù dell'incesto. Per Parsons ogni sistema sociale per esistere deve soddisfare 4 requisiti

fondamentali: adattamento (pianificare, organizzazione, ecc.), raggiungimento scopo, integrazione (coerenza delle decisioni e

delle azioni), latenza (si trasmettono i valori e i modelli culturali). Dalle prime lettere dei termini inglesi che designano questi 4

requisiti, il modelli ha preso il nome di Agil. Il 1° requisito corrisponde alla funzione economica, 2° politica, 3° normativa, 4°

riproduzione biologica e culturale. Se c'è un problema interno al gruppo le fasi diventano Liga: latenza (terapeuta ascolta),

integrativa o di appoggio (si crea legame paziente-terapeuta), raggiungimento dello scopo terapeutico, adattativa.

Nella dinamica delle istituzioni si possono distinguere 2 tipi fondamentali di processo: da un lato le istituzioni nascono, si

sviluppano e muoiono per effetto di processi spontanei; dall'altro tali eventi e processi sono imputabili alla volontà specifica di

qualche attore. L'effetto non intenzionale dell'agire è detto effetto di composizione o effetto emergente.

6. Il mutamento delle istituzioni

La considerazione dei rapporti tra istituzioni e ambiente suggerisce di adottare nel loro studio una prospettiva sistemica; ogni

istituzione viene vista come un sistema di regole in rapporto con altre istituzioni e quindi con altri sistemi di regole. Quando un

cambiamento avviene in qualche ambito, questo si ripercuote sulle altre istituzioni collegate. Il mutamento delle istituzioni non

dipende solo dalla loro capacità di rispondere efficacemente alle sfide che provengono dall'ambiente esterno, ma anche dal

modo di affrontare le tensioni e i conflitti che si sviluppano al loro interno. I fattori di mutamenti possono essere sia endogeni

che esogeni. Tipi di risposta strategica alle sfide ambientali possono essere 2: rigida (tendente a conservare l'identità e

l'integrità dell'istituzione di fronte alla turbolenza esterna o interna); flessibile (in grado di modificare la propria struttura

interna, di ridefinire i confini con l'ambiente e quindi l'identità stessa dell'istituzione).

Identità e socializzazione

1. Socializzazione e riproduzione sociale

C'è un continuo flusso di membri in entrata e in uscita, quindi la società deve disporre di pratiche e istituzioni per trasmettere ai

nuovi venuti almeno una parte del patrimonio sociale. Quindi c'è riproduzione sociale: ogni società deve assicurare la sua

continuità nel tempo. La socializzazione indica il processo mediante il quale i nuovi nati diventano membri della società. Il

patrimonio culturale è l'insieme di tutti quei valori, norme, atteggiamenti, conoscenze, capacità linguaggi, che consentono alla

società di esistere e di adattarsi al suo ambiente esterno. In società altamente differenziate e complesse una parte del patrimonio

culturale (competenze sociali di base: riguardano tutti a prescindere dal ruolo sociale) deve essere trasmessa a tutti, mentre 2^

parte (competenze sociali specifiche) va distribuita in modo differenziato a seconda del grado e del tipo di divisione sociale del

lavoro. L'insieme dei processi volto ad assicurare la formazione delle competenze sociali di base è chiamato socializzazione

primaria, mentre la socializzazione secondaria è l'insieme dei processi di formazione delle competenze specifiche richieste

dall'esercizio dei vari ruoli sociali.

Siccome la società è in continuo mutamento, una parte del patrimonio culturale deve essere accantonata senza essere trasmessa

alle nuove generazioni, mentre queste devono mostrarsi pronte a recepire le innovazioni. Le agenzie alle quali sono affidati i

compiti della socializzazione operano in un campo attraversato da esigenze contrastanti di conservazione e innovazione.

Tra il processo di evoluzione della specie (filogenesi) e il processo di sviluppo dell'individuo (ontogenesi) esiste una sorta di

parallelismo, cioè siamo in grado di apprendere con relativa facilità ciò che la specie ha acquisito nel corso di molte

generazioni.

Bisogna sottolineare 2 aspetti della continuità del processo di socializzazione. 1°: natura più o meno cumulativa dei processi di

apprendimento che accompagnano la socializzazione. Ogni fase del processo si fonda sulle basi precedenti, e quando

l'apprendimento di cose nuove è incompatibile con una parte di quanto è già stato appreso, questa parte dev'essere accantonata

per far posto. C'è accumulazione quando i processi di apprendimento superano per entità e importanza i processi di dis-

apprendimento. Il 2° aspetto è che passando dalla socializzazione primaria alla secondaria, il soggetto acquisisce un controllo

sempre maggiore sul processo stesso: diventa capace di compiere delle scelte che indirizzano il processo.

2. Il processo di socializzazione tra natura e cultura

Esiste un rapporto natura-cultura problematico: non si riesce a spiegare in che misura il patrimonio accumulato dall'umanità nel

corso della sua evoluzione viene trasmesso alle nuove generazioni sotto forma di informazioni genetiche e quanto dev'essere

appreso nel corso del processo di socializzazione. Sia le concezioni che vedono lo sviluppo umani preminentemente

determinato da fattori genetici, sia le concezioni opposte, sono da respingere nella loro unilateralità.

L'etologia (studio dei comportamenti degli animali) ha notato che il comportamento degli animali sembra dettato dal loro

istinto, cioè da informazioni che sono state loro trasmesse per via genetica e che appartengono al patrimonio genetico di quella

specie particolare. Anche gli animali comunque sono capaci di apprendere, cioè incamerare attraverso l'esperienza certe

informazioni e utilizzarle per orientare il loro comportamento. La differenza fondamentale tra animali e uomini consiste nel

fatto che l'uomo ha una capacità di apprendimento straordinariamente maggiore e una dotazione istintuale molto minore.

La dotazione genetica originaria condiziona, ma non determina, lo sviluppo delle capacità individuali. Altrettanto importanti

per determinarne lo sviluppo effettivo saranno le pratiche di allevamento e di educazione e l'insieme delle esperienze.

3. Le fasi della socializzazione

La socializzazione primaria è convenzionalmente considerata dalla nascita all'entrata nella scuola. È composta dalla prima fase

della socializzazione e da metà della 2^ fase. La socializzazione secondaria è composta dalla 2^ metà della 2^ fase e dalla 3^

fase della socializzazione. Inizia all'entrata nella scuola elementare. In questa si acquisiscono ruoli specifici

1^ fase: prima infanzia (dalla nascita ai 3 anni). Obiettivo di questo periodo è insegnare al bambino ad affidarsi agli altri. Da un

lato si sviluppa un rapporto carico di affettività tra la madre (dispensatrice di soddisfazioni) e il bambino (che manifesta

attaccamento nei suoi confronti); dall'altro lato la madre nel soddisfare i bisogni del bambino inizia a stabilire delle regole sulla

base delle quali si formano delle aspettative reciproche di comportamento. Quando c'è carenza di assistenza da parte dei

genitori (molto importanti per i bambini) ci sono conseguenze spesso drammatiche (es. ostacolo per le capacità di relazione).

L'applicazione di regole comporta sempre in qualche modo un premio per il comportamento ad esse conforme e una punizione

per il comportamento che da esse si scosta. Non sempre ricompense e punizioni hanno l'effetto di rafforzare il comportamento

desiderato, in quanto la loro efficacia dipende da una serie di fattori. Il 1° è la coerenza con cui le sanzioni vengono applicate;

il 2° è l'immediatezza con cui il premio o la punizione seguono l'azione da rafforzare/scoraggiare. Inoltre, l'effetto può essere

opposto a quello che l'educatore intende realizzare.

Mead introduce il concetto di altro generalizzato. Il bambino si trova ad agire in una cerchia di persone allargata e man mano

che cresce opera una generalizzazione dai ruoli delle figure parentali ai ruoli in generale.

2^ fase: infanzia (3-8 anni). Il numero di persone con cui bambino entra in contatto aumenta e regole sempre più complesse.

Nella scuola i ruoli diventano più specifici. Insieme dei ruoli svolti da un individuo sono detti role set. Rapporti di autorità

(alunno-insegnante) sono più impersonali. A scuola il bambino impara a strutturare la propria azione in termini di rapporto

mezzi-fini. La socializzazione scolastica trasmette una serie di modelli di comportamento che si rifanno ai principi di autorità,

prestazione, competizione e cooperazione. Diventa importante il gruppo dei pari (individui che sono formalmente sulle stesso

piano e tra i quali non esiste un rapporto sanzionato di autorità o di subordinazione).

3^ fase: adolescenza. Si affievolisce l'influenza della scuola e della famiglia a vantaggio del gruppo dei pari. I rapporti

all'interno del gruppo dei pari si collocano tra 2 polarità: solidarietà e competizione. La 1^ si fonda sul sentimento di

appartenenza in virtù del quale i membri di un gruppo sottolineano ciò che li accomuna e quindi li rende uguali; la 2^ si fonda

sul sentimento di individualità e tende a differenziare tra loro i membri del gruppo. Tra gli agenti di socializzazione secondaria

bisogna oggi annoverare anche i mezzi di comunicazione di massa, in quanto la loro influenza interferisce e si sovrappone a

quella degli altri agenti di socializzazione.

4. La formazione dell'identità

Il processo di socializzazione può essere visto come una successione di fasi in cui il soggetto sviluppa un'identità sempre più

articolata e complessa. La 1^ fase è l'acquisizione della capacità di riconoscere l'esistenza di un mondo esterno. Nella 2^ il

bambino inizia a distinguere tra la madre e gli altri adulti e quindi ad isolare le caratteristiche delle singole persone che si

occupano di lui: la sua immagine del mondo sociale inizia ad assumere le caratteristiche di un sistema di ruoli tra loro correlati.

Nella 3^ c'è la tipizzazione sessuale delle persone: si inizia a saper distinguere tra maschi e femmine e si sa riconoscere la

propria appartenenza all'uno o all'altro genere. La formazione dell'identità personale corre parallela alla scoperta e

all'elaborazione cognitiva del mondo sociale. Ad ogni stadio il soggetto assume ruoli nuovi che si aggiungono e si diversificano

dai ruoli precedenti e così anche la sua identità diventa nello stesso tempo più differenziata e specifica. Ad ogni svolta

l'individuo deve ridefinire la propria identità in relazione alla ristrutturazione della mappa cognitiva del mondo sociale esterno.

Si possono distinguere 2 componenti nel processi di formazione dell'identità: identificazione e individuazione. Con la 1^ il

soggetto fa riferimento alle figure rispetto alle quali si sente uguale o simile e con le quali condivide determinati caratteri; con

la 2^ il soggetto fa riferimento alle caratteristiche che lo distinguono dagli altri.

5. I conflitti di socializzazione nelle società differenziate

Le esperienze di socializzazione attraverso le quali un individuo passa nel corso della sua esistenza non si sommano

armonicamente. Esperienze successive molto spesso smentiscono, modificano o neutralizzano l'influenza di quelle successive.

Non solo non c'è coerenza tra i vari agenti che concorrono alla socializzazione di un individuo, ma l'azione di ognuno di essi

può non essere internamente coerente (es. nella famiglia parenti possono agire in modi incompatibili, idem insegnanti a

scuola). Un individuo, al di là del 1° stadio infantile, diventa un agente attivo della propria socializzazione, e quindi è lui stesso

a dover gestire l'inevitabile conflitto che in una società altamente differenziata si produce tra le varie agenzie di

socializzazione.

6. Teorie correlate alla socializzazione

Cooley ha elaborato la teoria dell'io riflesso. La mente non è separata dal mondo sociale ma è il prodotto della relazione con

esso. La società per l'individuo è come unno specchio: si osservano le reazioni degli altri ai nostri comportamenti. Se la

reazione è positiva, aumenta l'autostima e l'azione si ripete; se negativa l'azione non si ripete più.

Mead: interazionismo simbolico avviene attraverso simboli, segni, gesti (soprattutto linguaggio). Il sé non è innato ma è un

prodotto.

Freud: 4 fasi sullo sviluppo psicosessuale: 1. fase orale, tutto avviene per ottenere soddisfazioni legate alla bocca; 2. crisi anale

dopo 1° anno (impara a trattenere i propri bisogni); 3. crisi edipica da 4° anno a pubertà (distinzione maschi-femmine: uomo ha

fantasie di rapporti sessuali con la madre e donna si accorge di non avere il pene); 4. da pubertà a maturità si intensifica

l'ambivalenza, periodo di crisi e conflitto, voglia di indipendenza.

Linguaggio e comunicazione

1. Il problema delle origini del linguaggio

Il linguaggio è un sistema di simboli ricco e flessibile che permette di comunicare. Dal punto di vista sociologico, è

un'istituzione. Ci sono 2 ipotesi riguardo l'origine della lingua: ipotesi monogenetica (tutte le lingue hanno un'unica origine) e

ipotesi poligenetica (più ceppi linguistici originari).

Altre 2 ipotesi riguardanti la lingua: ipotesi che linguaggio sia innato, biologico, iscritto nella natura umana; ipotesi che il

linguaggio sia frutto dell'apprendimento nel corso dell'interazione. Riguardo la 1^ ipotesi, il fatto che il linguaggio sia innato

non è un'idea nuova, infatti era sostenuta da Aristotele e Cartesio. Nelle diverse lingue ci sono analogie strutturali, quindi ciò fa

propendere per questa ipotesi. Riguardo la 2^ ipotesi, ci sono 2 considerazioni: una teorica e una empirica. Quella teorica

riguarda i vantaggi evolutivi, cioè quei tratti che pongono coloro che li posseggono in una posizione di vantaggio, aumentando

le probabilità che riescano a sopravvivere e a riprodursi. Nessuno tra gli organi dell'apparato fonatorio svolge come funzione

primaria la produzione di suoni: la funzione fonatoria si sarebbe sviluppata attraverso una serie di adattamenti anatomici.

Rispetto al linguaggio gestuale, il linguaggio verbale presenta il notevole vantaggio di consentire la comunicazione senza

interrompere le azioni compiute con altre parti del corpo. La considerazione empirica riguarda lo studio di alcuni disturbi del

linguaggio che si manifestano nell'incapacità di usare certe categorie grammaticali. Questi disturbi sono ereditari, quindi ciò

avvalora l'ipotesi che ci siano dei geni specifici ai quali è da attribuire l'acquisizione di determinate competenze linguistiche.

2. Le funzioni del linguaggio: pensare e comunicare

Per Vico il linguaggio è stato creato utilizzando suoni naturali. Esso ha 2 funzioni: cognitiva e comunicativa. La funzione

cognitiva consiste nell'associare una parola ad un'immagine, nel stabilire un rapporto tra significante e significato. La funzione

comunicativa consiste nel comunicare ad altri il nostro pensiero e ricevere dagli altri i messaggi nei quali è formulato il loro

pensiero, quindi consiste in uno scambio di messaggi. Quest'ultima funzione di basa su un codice comunicativo condiviso. Il

concetto di condivisione del codice indica 2 aspetti: che il linguaggio è una convenzione sociale (c'è un accordo implicito nella

società); che ha carattere normativo (formato da un insieme di norme che definiscono quali sono i modi ammissibili di

confezionare i messaggi affinché questi possano essere recepiti. L'acquisizione delle competenze linguistiche è un fenomeno

misterioso, non si capisce come un neonato apprenda “naturalmente” un linguaggio.

3. La variabilità dei linguaggi umani nello spazio e nel tempo

Saussure ha sviluppata una scuola di linguistica, che per l'interesse portato alle caratteristiche strutturali dei linguaggi è stata

chiamata strutturalista. Gli appartenenti a questa scuola sostengono la presenza in ogni lingua di elementi stabili (grammatica e

sintassi), detti universali linguistici, e di elementi di natura convenzionale e arbitraria (lessico e semantica).

La scuola romantica vedeva nella lingua l'espressione più genuina dello spirito di un popolo. Maggiori esponenti di questa

scuola i fratelli Grimm, che sostenevano che un popolo è formato da uomini che parlano la stessa lingua. Per loro le lingue

variano nel tempo e nello spazio. È difficile che 2 lingue possano convivere a lungo nello stesso territorio: prima o poi l'una

diventerà la lingua dominante e ci sarà contaminazione linguistica: nella lingua che avrà il sopravvento resteranno tracce

consistenti della lingua soppressa.

4. La variabilità sociale della lingua

Le lingue variano anche a seconda delle classi sociali (pronuncia e lessico) e del sesso (parole utilizzate e tono) anche se oggi

molto meno rispetto al passato.

5. Tipi di linguaggio: privato, pubblico, orale e scritto

Il linguaggio può essere distinto in privato (personale e informale) e pubblico (impersonale e formale). C'è anche la distinzione

in orale (comprende anche elementi come gesti, espressioni facciali, ecc., cioè il linguaggio gestuale) e scritto (schemi molto

rigidi).

6. Linguaggio e interazione sociale

La comunicazione verbale segue sempre determinate regole che dipendono dal contesto nel quale avviene l'interazione dalla

posizione sociale relativa agli interlocutori. Uno degli aspetti della comunicazione interpersonale che sono stati maggiormente

studiati riguarda il turno di parola, cioè l'avvicendamento dei partecipanti in una conversazione. L'analisi dell'interazione

verbale all'interno di un gruppo, detta analisi conversazionale, è in grado di mettere in luce la struttura dei rapporti sociali tra i

membri del gruppo, in particolare dei apporti di potere, l'esistenza di regole più o meno implicite, la loro eventuale violazione e

le dinamiche che vengono messe in atto per ristabilirle o modificarle.

7. Le comunicazioni di massa

Viviamo nell'epoca delle comunicazioni di massa, cioè delle comunicazioni che raggiungono in modo rapido e simultaneo una

pluralità di individui che generalmente vivono in luoghi diversi. Fino alla metà del XIX secolo era improprio parlare di

comunicazioni di massa: libri, riviste e giornali erano un consumo d'élite, di coloro che sapevano leggere, che erano in numero

limitato.

Il concetto di massa è difficile da definire in positivo. Storicamente esso compare associato ad attributi negativi: la massa è

amorfa, composta da individui privi di individualità, passiva, manipolabile. La comunicazione di massa è stata usata da regimi

totalitari, infatti è stata molto criticata perchè strumento di manipolazione. La scuola che critica la comunicazione di massa è

“teoria critica della società”, ma queste interpretazioni sono state criticate per la loro unilateralità, in quanto non terrebbero in

considerazione che la massa è un'entità differenziata e quindi sono diversi anche gli effetti che su di essa esercita la

comunicazione. Oggi si preferisce usare il termine “pubblico” (o il termine inglese audience), più che massa.

Nel settore dell'informazione, una parte minima dei fatti che accadono arrivano alle redazioni dei giornali. Qui c'è una

selezione: alcuni fatti sono candidati a diventare notizia, altri non raggiungono neanche questo status. Tra i fatti che arrivano in

redazione solo alcuni sono degni di essere trasmessi. C'è poi la fase di confezione del messaggio: i fatti devono essere

ricostruiti scegliendo gli aspetti che sembrano più rilevanti. Un'altra selezione: in una società con sufficiente libertà di

informazione c'è una pluralità di testate tra le quali scegliere, e il destinatario può scegliere a quale mezzo esporsi o cambiarlo

se quello scelto non lo soddisfa. Anche l'attenzione durante la lettura o l'ascolto è selettiva. La presenza di questi filtri selettivi

dice che bisogna abbandonare l'idea che i messaggi dei media vengano ricevuti in modo uniforme da ogni individuo e che

quindi producano degli effetti uniformi sul suo comportamenti.

Katz e Lazarsfeld parlano di un flusso di comunicazione a due stadi per indicare che tra emittente e ricevente c'è spesso un

elemento intermedio. Questo è costituito da persone di cui il destinatario di fida, chiamate opinion leaders.

Un campo sul quale si sono sviluppate accese discussioni è il rapporto media-violenza. Molti sostengono che, soprattutto

nell'infanzia, l'esposizione prolungata e ripetuta a scene di violenza può veicolare modelli culturali che inducono all'uso della

violenza reale.

8. Le nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione

Nel III millennio c'è un dominio della comunicazione digitale mediante telefonia mobile e calcolatori elettronici, cioè mediante

nuovi prodotti che integrano queste 2 tecnologie. Le cosiddette Ict (Information and Communication Technologies) sono

destinate a modificare non solo i modi di comunicare, ma i modi di lavorare, apprendere, ecc. (es. tele-lavoro). La telematica

permette di abbracciare in una rete di comunicazioni l'intero pianeta, quindi offre a tutti gli utenti un'infinita gamma di

informazioni, approfondimenti, svago, ecc.

3 caratteristiche dei nuovi media: selettività (possibilità per l'utente di selezionare le informazioni alle quali desidera accedere);

interattività (possibilità anche di inviare comunicazioni); multimedialità (possibilità di combinare vari tipi di messaggi). A

queste se ne potrebbe aggiungere una 4^: la virtualità, cioè la possibilità di creare dei mondi artificiali con i quali interagire.

Devianza e criminalità

1. Il concetto di devianza

Definiamo devianza ogni atto o comportamento di una persone o di un gruppo che viola le norme di una collettività e che di

conseguenza va incontro a qualche forma di sanzione. Per Durkheim, un atto non urta la coscienza comune perchè criminale

ma è criminale perchè urta la coscienza comune. La devianza non è un fatto assoluto ma è relativa nel tempo e nello spazio

(alcuni atto sono considerati devianti in in certo posto, in altri no, idem per periodi storici).

2. Lo studio della devianza

Secondo alcuni studiosi, le statistiche riguardanti il numero di suicidi sono poco attendibili perchè corrispondono alla

definizione che una determinata società dà del suicidio. La probabilità che una morte venga registrata come suicidio è tanto

minore quanto più negativo è l'atteggiamento di una società nei confronti di chi si toglie la vita. In realtà però è stato scoperto

che le statistiche ufficiali sottovalutano il numero di suicidi che avvengono realmente, ma meno di quanto si pensasse.

Ancora maggiori sono i problemi nello studio della criminalità. Il numero dei reati ufficiali rappresenta solo una parte di quelli

reali, infatti alcuni sono nascosti e non vengono registrati. Questi ultimi costituiscono il “numero oscuro dei delitti”. Per i reati

senza vittima e per quelli contro l'intera collettività, dipende dalla capacità della polizia di scoprire gli eventi delittuosi e i loro

autori. Per quelli che invece colpiscono una persone, le forze dell'ordine possono venirne a conoscenza solo grazie alla

denuncia della vittima o di un testimone. Negli ultimi decenni, i ricercatori sono riusciti a ovviare a questi problemi

conducendo indagini periodiche per interviste su grandi campioni di popolazione (richieste di vittimizzazione).

3. Le teorie della criminalità

Le spiegazioni biologiche

Molte teorie riconducono i comportamenti devianti alle caratteristiche fisiche e biologiche degli individui. Dai sostenitori di

queste teorie i criminali sono stati spesso considerati individui profondamente diversi dagli altri, anormali, inferiori. Uno dei

primi studiosi che ha fornito una veste scientifica a questa tesi è stato Lombroso che per lungo tempo considerò la costituzione

fisica come la più potente causa di criminalità. Attribuì particolare importanza al cranio. Lombroso sosteneva che il

delinquente nato presentava caratteristiche atavistiche, cioè simili a quelle degli animali inferiori e dell'uomo primitivo. Questa

teoria fu severamente criticata da molti studiosi. Un'altra teoria di questo tipo fu quella di Sheldon, che sosteneva che c'erano 3

tipi fondamentali di costituzione fisica, ai quali corrispondevano personalità diverse: endomorfo (ricoperto di grasso, pelle

morbida: socievole e accomodante); mesomorfo (torace robusto, grande massa di muscoli: energico e aggressivo); ectomorfo

(corpo magro e fragile: introverso, nervoso, ipersensibile). Per lui gli individui mesomorfi sono quelli con maggiore probabilità

di diventare criminali.

La teoria della tensione

Per Durkheim certe forme di devianza erano dovute all'anomia, cioè alla mancanza delle norme sociali, che regolano e limitano

i comportamenti individuali. Merton ha ripreso e riadattato quest'idea, sostenendo che la devianza è provocata dalle situazioni

di anomia, che a loro volta nascono dal divario tra le mete che una società si pone e i mezzi approvati dalla società per

raggiungere quelle mete. L'individuo può scegliere tra 5 diverse forme di comportamento: conformità (unica risposta non

deviante: accettate mete culturali e mezzi istituzionalizzati); innovazione (accettate mete e rifiutati mezzi); ritualismo (mete

rifiutate e mezzi utilizzati); rinuncia (persone emarginate rifiutano sia mete che mezzi); ribellione (rifiuto di entrambi e

proposti di nuovi). Quest'ultimo dimostra che in termini sociologici la devianza non è sempre negativa perchè può portare a

cambiamenti.

Teoria di Merton può essere applicata per analisi comportamento di diversi strati sociali: in quelli più bassi probabile rinuncia;

ritualismo tipico di classi medio-basse; ribellione più probabile per classi in ascesa.

La teoria del controllo sociale

Teoria del controllo sociale è pessimistica rispetto alle caratteristiche della natura umana. Essa parte dal fatto che l'uomo è

debole e fatica a seguire le norme, e solo un forte controllo sociale impedisce di violarle. I controllo sociali sono esterni o

interni. Quelli esterni sono le varie forme di sorveglianza esercitata dagli altri; quelli interni si dividono a loro volta in interni

diretti (si manifestano nei sentimenti di imbarazzo, colpa e vergogna che prova chi trasgredisce una prescrizione sociale) o

indiretti (attaccamento psicologico ed emotivo sentito per gli altri e il desiderio di non perdere la loro stima e il loro affetto).

L'individuo è più portato a osservare le norme quando è attaccato alle persone che ha attorno, quando è impegnato nel

perseguimenti degli obiettivi convenzionali, quando ci sono credenze forti che vietano la devianza.

La teoria della subcultura

Si crea una subcultura criminale che ha valori e norme diversi da quelli della società generale e che vengono trasmessi da una

generazione all'altra. Quindi chi commette reati lo fa perchè si conforma alle aspettative del suo ambiente.

La teoria dell'etichettamento

La teoria dell'etichettamento, a differenza delle altre, non si chiede solo quali sono i fattori socioculturali che favoriscono la

devianza e chi la commette, ma si chiedono anche chi pone le norme, in che modo, e come tratta chi le viola. Distingue la

devianza primaria da quella secondaria. La prima è quella che quando si compie, non suscita una particolare reazione; la

seconda suscita una condanna sociale (individuo etichettato come deviante). In quest'ultimo caso c'è una stigmatizzazione:

l'etichettamento è considerato un difetto (stigma) quindi il deviante viene escluso ed isolato.

La teoria della scelta razionale

La devianza è un'azione razionale rispetto allo scopo, un calcolo tra costi e benefici dell'azione. Colui che trasgredisce la legge

va incontro a vari tipi di costo: esterni pubblici (dati dalle sanzioni legali inflitte dallo Stato e dalle conseguenze negative che

queste hanno sulla reputazione sociale); esterni privati (“costi di attaccamento”, che derivano dalle sanzioni informali degli

altri, delle loro critiche e dalla loro condanna); interni (nascono dalla coscienza, che fa provare al trasgressore sensi di colpa e

vergogna).

4. Forme di criminalità

Furti: L'attività predatoria comune (o di strada) è l'insieme di azioni illecite condotte con la forza o con l'inganno per

impadronirsi dei beni altrui. Ne fanno parte 2 gruppi di reati: quelli compiuti di nascosto, evitando la vittima o facendo in

modo che non si accorga di ciò che sta avvenendo; quelli commessi con la violenza.

Omicidi: Distinzione importante tra omicidio colposo e doloso. Quello colposo è quello non voluto dall'agente, che si verifica a

causa di imprudenza o inosservanza di leggi; quello doloso è l'omicidio commesso da chi agisce con la volontà di uccidere, ed

è a sua volta distinto in premeditato e occasionale. In Europa, nei primi decenni del '600 è iniziato un processo di diminuzione

del tasso di omicidi, che è continuato quasi ininterrottamente fino agli anni 50 del '900, quando è ricresciuto (difficile spiegare

questo fenomeno). La teoria che appare maggiormente in grado di spiegare la tendenza alla diminuzione degli omicidi è quella

del processo di civilizzazione: un potere territoriale più forte trionfò su quelli più deboli e si instaurò il monopolio della

violenza da parte dello Stato. Nei periodi post-bellici ci furono bruschi aumenti del numero di omicidi, dei quali sono fornite 3

diverse spiegazioni: sono dovuti alla disorganizzazione sociale tipica di questi periodi; dovuti alla scarsità dei beni e alla

disoccupazione; dovuti alla legittimazione della violenza fornita dal governo durante la guerra.

I reati dei colletti bianchi: sono quelli commessi da una persona rispettabile e di elevate condizione sociale nel corso della sua

occupazione e sono molto diffusi. Le conseguenze di questi reati sono gravi costi di carattere sia finanziario che sociale.

Questo tipo di reati è difficile da identificare perchè chi li compie occupa spesso posizioni di potere. Nella categoria dei reati di

occupazione rientrano: l'appropriazione indebita (ci si appropria di denaro o cose altrui); l'insider trading (speculazione sui

titoli di una società attuata da chi, in quanto socio di tale società, dispone di informazioni riservate); la concussione (un

pubblico ufficiale induce qualcuno a dare indebitamente del denaro a lui o altra persona); la corruzione (abuso di potere di un

agente pubblico al fine di trarne vantaggi personali). Principali forme di corruzione: tangente (comportamento illecito fornito

in cambio di un cambiamento monetario); appropriazione indebita (furto di risorse da parte di chi ha la responsabilità di

amministrarle); frode (truffa, inganno, falsificazione, ecc.); estorsione (denaro o risorse ottenuti usando violenza o ricatto);

favoritismo (distribuzione delle risorse corrotta); nepotismo (forma speciale di favoritismo dove le decisioni sono distorte in

favore di membri della propria famiglia).

La criminalità organizzata: è un insieme di imprese che forniscono beni e servizi illeciti e che si infiltrano nelle attività

economiche lecite. Le varie organizzazioni criminali che operano nel mondo hanno strutture interne diverse. Es. la Yakuza

giapponese si avvicina al modello organizzativo formale, mentre in Cosa Nostra sono molto importanti le relazioni di

parentela.

5. Gli autori dei reati e le loro caratteristiche

L'idea che ci sia una relazione inversa tra la classe sociale e la predisposizione a commettere reati è stata a lungo condivisa da

sostenitori di teorie diverse. Negli ultimi decenni si è sostenuto però che tra classe sociale e criminalità non c'è alcuna relazione

o ce n'è una debole. Le statistiche di inizio '900 indicano che i condannati per furto o per rapina hanno un livello di istruzione

basso, sono disoccupati o hanno un lavoro mal retribuito. Le ricerche condotte con la teoria dell'autoconfessione (intervistando

persone appartenenti a campioni rappresentativi della popolazione chiedendo se hanno commesso reati) sono arrivate a

conclusioni diverse: relazione tra classe sociale e criminalità non esiste. Ma tutte queste ricerche non sono contraddittorie: si

riferiscono a violazioni di norme differenti. In Italia la relazione tra classe sociale e tendenza a violare la legge è tanto più forte

quanto più grave è il reato.

Il genere è una delle variabili più importanti per predire la criminalità. In tutti i Paesi è più probabile che sia un maschio

piuttosto che una femmina a violare una norma penale. Quanto più il reato è grave, tanto più è facile che a compierlo sia un

uomo. Dagli anni 60 criminalità femminile aumentata molto più di quella maschile. Ci sono 2 tesi a riguardo: l'aumento

riguarda solo l'ambito dei reati contro il patrimonio (dovuto alle trasformazioni che ci sono state nell'economia e nella società);

aumento riguarda anche ambito dei reati violenti (dovuto all'affermazione dei movimenti femministi).

Anche l'età ha un rapporto con la criminalità: la devianza raggiunge il massimo in età adulta e poi decresce lentamente fino alla

vecchiaia.

6. Devianza e sanzioni

Le sanzioni possono essere formali o informali: le prime sono comminate da gruppi o organi specializzati ai quali è stato

affidato il compito di assicurare il rispetto delle norme; le seconde sono quelle provenienti da familiari, amici, ecc. Se una

persona viola il diritto penale, si dice che commette reato; se non rispetto le altre leggi, si parla di illecito civile o

amministrativo. La differenza fondamentale è la natura della sanzione: per il reato è prevista una pena (sanzione che può

limitare la libertà personale dell'individuo), mentre per gli altri illeciti giuridici la sanzione incide prevalentemente sul

patrimonio di chi li ha commessi.

Grandi differenze ci sono state tra le varie società riguardo al tipo di sanzioni usate contro i trasgressori delle norme. Grandi

mutamenti sono avvenuti nel corso del tempo: es. nel 700 Stati europei hanno iniziato ad abolire la tortura. In passato

l'esecuzione della pena di morte avveniva di solito in pubblico, oggi non più (in Cina ancora sì); il numero dei mezzi impiegati

per uccidere un condannato si è ridotto. Il carcere è di origine molto più recente: esisteva ma come luogo che serviva per

custodire i colpevoli in attesa del processo, e non a punirli.

La religione

1. Una premessa di metodo

Le religioni riguardano credenze, cioè idee che gli uomini si fanno intorno alla natura della realtà terrena e ultraterrena. Il

sociologo non si chiede se queste credenze siano vere o false, ma perchè queste credenze hanno a che fare con una realtà non

empirica. L'unico dato di fatto empirico è che gli uomini reali, organizzati in società reali, sviluppano credenze e istituzioni e

mettono in atto comportamenti che chiamiamo religiosi.

2. Sacro e profano

La religione è un fenomeno universale nelle società umane. Non tutte le persone sono religiose, ma non esistono società umane

che non abbiano sviluppato qualche forma di religione. Definizione generale: la religione è una credenza relativa all'esistenza

di una realtà ultrasensibile, ultraterrena e sovrannaturale. Una credenza è un giudizio sulla realtà che si fonda su un atto di fede.

La nozione di credenza presuppone una distinzione tra credenza e conoscenza: è diverso dire che una cosa è così perchè credo

che sia così oppure che è così perchè so che è così. Le credenze religiose postulano l'esistenza di una sfera della realtà

trascendente rispetto alla sfera della realtà percepibile. L'essere umano è dotato della capacità di trascendere l'esperienza

immediata: nel ricordo e nell'aspettativa egli è in grado di raffigurarsi ciò che non c'è più e ciò che non c'è ancora. Questa sfera

trascendente costituisce la sfera del sacro: il cosmo viene appunto distinto tra sfera del sacro e sfera del profano.

Nella magia, che possiamo considerare come una forma primitiva di religione, il mondo ultrasensibile è popolato da spiriti la

cui volontà può essere influenzata dagli uomini mediante pratiche rituali propiziatorie. La magia si differenzia dalla religione

per il diverso rapporto che si instaura tra sacro e profano: mentre nella magia le pratiche rituali servono per influenzare gli

spiriti e le forze occulte, che si ritiene stiano dietro le cose e i fenomeni, al fine di produrre effetti pratici nella vita terrena;

nella religione il fine appare quello di consentire agli uomini di elevarsi al di sopra e al di là della loro esistenza terrena e di

accedere.

3. L'esperienza religiosa

L'esperienza religiosa riguarda come gli esseri umani sviluppano la credenza nell'esistenza del sacro. L'esperienza del limite

riguarda la consapevolezza di dover morire. L'idea di limite è inconcepibile senza l'idea opposta di assenza di limite: se da un

lato c'è un mondo delle cose mortali, deve esisterne dall'altro lato uno delle cose immortali. Le religioni in genere aiutano a

dare una risposta agli interrogativi e quindi a mantenere l'angoscia che da essi deriva entro limiti tollerabili per il semplice fatto

che postulano l'esistenza di un mondo che non conosce i problemi del mondo mortale. L'esperienza del caso è un'esperienza di

tipo religioso: l'uomo si confronta costantemente con il limite della sua capacità di dare una spiegazione agli eventi naturali,

sociali e individuali che interferiscono con la sua esistenza. Un aspetto che è intrinsecamente anche se non necessariamente

legato all'esperienza religiosa è il problema dell'ordine morale. Gli esseri umani sono posti di fronte alla necessità di scegliere

tra corsi alternativi di azione. Se non ci fosse la possibilità di scegliere non ci sarebbe neanche un problema morale. Molte

scelte vengono effettuate in base a criteri puramente utilitaristici, ma in molti casi le scelte non coinvolgono solo la dimensione

dell'utile, ma anche la dimensione del bene e del male.

4. Tipi di religione

Ci sono religioni che postulano semplicemente l'esistenza di forze sovrannaturali impersonali che influenzano positivamente o

negativamente le vicende umane, come la credenza nel mana o il totemismo. Altre religioni, chiamate animistiche, credono che

dietro i fenomeni ci siano degli spiriti che intervengono attivamente influenzandone il comportamento. Altre ancora credono

nella presenza delle anime dei morti, alle quali sono dedicati culti particolari. Queste religioni riguardano in genere le società

semplici.

Molto diverse sono invece le grandi religioni universali (religioni che unificano mediante credenze comuni masse enormi di

uomini, spesso appartenenti a una pluralità di società). Si possono distinguere in monoteistiche (una sola divinità) e politeiste

(più divinità). La divinità è oggetto di adorazione da parte dei fedeli, i quali riconoscono in essa tutti quegli attributi di cui essi

sono privi (perfezione, onnipotenza e onniscienza). Nelle religioni politeiste (es. induismo) il mondo degli dei è differenziato e

quasi sempre gerarchizzato. Gli dei vengono concepiti come potenze eternamente in lotta tra loro e in concorrenza per la

devozione da parte degli uomini. Si può parlare di divinità di funzione, perchè spesso le singole divinità presiedono alle varie

attività umane. Nelle regioni monoteistiche (ebraismo, cristianesimo e islamismo) Dio è unico e la sua potenza non può essere

messa in discussione. Il carattere unitario e trascendente della divinità può essere più o meno accentuato (es. trinità, madonna,

santi). Esistono religioni cosmocentriche (fondate sulla credenza di un'armonia universale ultraterrena, no divinità) che si

contrappongono a quelle teocentriche.

Per Weber 2 criteri molto importanti: tipo di promessa e premio che viene riservato ai fedeli; tipo di metodica di

comportamento che garantisce la salvezza. In base al 1°, alcune religioni hanno una promessa che consiste in uno stato di

beatitudine e di pienezza durante la vita o mediante reincarnazioni, e altre che promettono il riscatto e la redenzione dalle pene

terrene soltanto nell'aldilà. Queste ultime sono dette religioni della redenzione. Secondo il 2° criterio, ci sono religioni che

prescrivono pratiche mistiche e contemplative di distacco dal mondo, e altre che prescrivono una condotta ascetica (l'uomo si

fa strumento della volontà divina) di vita.

5. Movimenti e istituzioni religiose

Le religioni non sono solo sistemi di idee: le idee, per diventare socialmente operanti, devono essere sostenute da uomini.

Anche nelle religioni delle società più semplici compare quasi sempre una figura intermediaria tra gli uomini e le potenze

sovrannaturali. Il ministro del culto è esentato dal provvedere direttamente ai suoi bisogni materiali e vive per lo più delle

offerte dei fedeli. Si forma così un ceto sacerdotale (clero) che opera nell'ambito di organizzazioni molto variabili nella loro

forma. All'origine di un movimento religioso c'è quasi sempre una profezia e un profeta che rivela agli uomini la parola e la

volontà di Dio. Un movimento religioso nasce e si diffonde perchè i suoi membri passano attraverso l'esperienza della

conversione. Un'organizzazione allo stato nascente è tutta incentrata sul rapporto carismatico tra il capo e i suoi seguaci. Il

problema della successione è tra i più difficili da affrontare: la fedeltà e la fiducia personali che i seguaci riponevano nel capo

deve ora essere trasferita al successore, ma perchè ciò possa verificarsi non è più la persona del capo che deve generare fedeltà

e fiducia ma le sue idee e la sua dottrina. Il movimento si trasforma in chiesa attraverso un processo di istituzionalizzazione

delle credenze e delle pratiche religiose. Le credenze devono essere sistematizzate, consolidate e codificate in un testo scritto

che valga come legge fondamentale del gruppo dei credenti.

Una setta si differenzia da una chiesa soprattutto per il fatto che, mentre ad una chiesa si appartiene in genere per nascita,

l'appartenenza ad una setta presuppone un atto di adesione individuale. Anche le sette passano attraverso un processo di

istituzionalizzazione e si trasformano quindi in denominazioni alle quali, come per le chiese, si appartiene più per nascita che

per un atto di adesione individuale. La differenza è che le chiese tendono ad essere organizzazioni religiose dominanti

nell'ambito di singole società, mentre le denominazioni rispecchiano una situazione di pluralità religioso.

La storia della chiesa cattolica è costellata dalla comparsa di movimenti religiosi che sono stati dichiarati eretici e quindi

duramente combattuti e repressi. Ma la risposta della chiesa alla comparsa di movimenti religiosi non è sempre stata una

risposta repressiva: es. ordini monastici. Una guerra non è mai esclusivamente una guerra di religione: interessi politici si

intrecciano e si nascondono dietro gli interessi religiosi, e così quella che appare come una guerra di religione risulta

frequentemente essere un conflitto tra gruppi sociali in lotta per il potere.

6. Religione e struttura sociale

Esiste un nesso tra la struttura della disuguaglianza sociale e la religione. Le religioni spesso svolgono la funzione di fonti di

legittimazione del potere. Spesso alle varie chiese e denominazioni corrispondono gruppi sociali ben definiti a seconda della

loro collocazione sociale e origine etnica. In altre società invece le differenze sociali si esprimono in varianti della stessa

pratica religiosa.

7. Il processo di secolarizzazione

Il processo di secolarizzazione è quel fenomeno per il quale la società non adotta più un comportamento sacrale, si allontana da

schemi, usi e costumi tradizionali. Un es. dell'operare del processo di secolarizzazione lo si riscontra nel significato del lavoro.

Nella tradizione religiosa ebraico-cristiana la concezione del lavoro contiene elementi tra loro contrastanti: si va dalla

dannazione biblica del lavoro come pena e fatica, punizione del peccato originale, alla valorizzazione del lavoro nell'etica

protestante come strumento di realizzazione della volontà divina, che assegna ad ogni uomo un compito specifico. Al giorno

d'oggi, sembra che questi motivi religiosi abbiano perso largamente la loro efficacia: le persone lavorano per guadagnarsi da

vivere o per autorealizzarsi. Anche la sfera delle attività e delle istituzioni politiche si è col tempo resa autonoma dalla

religione. La religiosità tende sempre più a diventare una questione privata dei credenti che influenza i loro comportamenti ma

che comunque rimane confinata in una sfera separata dalla sfera politica. Religione e scienza si sono spesso trovate a

combattere su fronti opposti; la scienza ha spesso eroso credenze tradizionali che erano diventate oggetto di tutela da parte di

qualche religione e organizzazione ecclesiastica. Nell'illuminismo dominava l'idea che ragione e scienza avrebbero alla fine

svelato tutti i misteri dell'universo e relegato la religione nell'ambito della pura superstizione; oggi non c'è più una fiducia così

sicura nella scienza, e scienza e religione sembrano convivere in un rapporto di non belligeranza.

8. Le interpretazioni sociologiche della religione

Le interpretazioni in chiave evoluzionistica della sociologia positivista dell'800 (Comte e Spencer) sostengono che la religione

occupa uno stadio primitivo nell'evoluzione delle società umane e che essa sia destinata ad essere sostituita dalla scienza come

criterio fondamentale di orientamento delle azioni e delle società umane.

L'interpretazione marxista sostiene che la religione è un fenomeno che oscura le menti e impedisce di vedere la luce della

ragione. Per Marx la religione, spostando nell'aldilà il momento del riscatto delle sofferenze terrene, ostacola il processo

mediante il quale gli oppressi prendono coscienza dei rapporti sociali di dominio dei quali sono vittime. Marx definisce la

religione “l'oppio dei popoli”.

Per i funzionalisti la religione svolge una funzione sociale fondamentale in ogni tipo di società: quella di integrazione.

Durkheim studiando i culti degli aborigeni australiani ha voluto dimostrare come nella religione i membri di una società

vogliano rappresentare il vincolo che li unisce. Ogni atto di culto diventa così occasione per rafforzare l'identità collettiva e il

sentimento di appartenenza.

Weber vede la religione come un fenomeno dotato di una sua autonomia specifica. Le idee religiose sono state storicamente

delle potenze rivoluzionarie, capaci di indurre profonde trasformazioni negli assetti sociali e culturali.

Secondo la concezione fenomenologica l'elemento costitutivo e universale della religione è l'esperienza del sacro. I tratti che

definiscono l'esperienza religiosa sono 2: il sentimento della creatura che s'affonda nella propria nullità, che scompare al

cospetto di ciò che sovrasta ogni creatura; l'esperienza del mistero (il sacro è circondato da un'aura di mistero e di

inaccessibilità che produce un'emozione profonda in cui si combinano paura e attrazione.

Differenziazione e disuguaglianza

Stratificazione e classi sociali

Il termine stratificazione è usato in geologia per designare gli strati di terra e roccia che si sono depositati nel corso dei

millenni e che formano la superficie terrestre. I sociologi hanno introdotto nel linguaggio scientifico e in quello comune una

nuova espressione : stratificazione sociale, che indica il sistema delle disuguaglianze strutturali di una società, nei suoi 2

principali aspetti: distributivo (ammontare delle ricompense materiali e simboliche ottenute dagli individui) e relazionale

(rapporti di potere esistenti tra essi). Uno strato è un insieme di individui che godono della stessa quantità di risorse o che

occupano la stessa posizione nei rapporti di potere.

1. Universalità della stratificazione sociale

Ci sono società che, pur presentando disuguaglianze di genere e di età, sono tendenzialmente egualitarie dal punto di vista delle

risorse di cui dispongono le famiglie (società di caccia e raccolta). Gli antropologi hanno individuato 2 motivi principali della

natura egualitaria di queste società: nomadismo (ostacola l'accumulazione di grandi quantità di risorse); applicazione del

principio di reciprocità (scarse risorse disponibili sono condivise con gli altri). Lenski ha tentato di individuare le condizioni

che favoriscono le disuguaglianze sociali: a parità di altre condizioni, la differenza di distribuzione di ricchezza aumenta con

l'aumentare del surplus economico (maggiore disponibilità di risorse rispetto a necessità di sopravvivenza) e

dell'accentramento del potere politico. Il surplus economico è andato sempre crescendo, la concentrazione del potere aumenta e

poi diminuisce, e la disuguaglianza è il risultato delle altre 2 curve. La minore disuguaglianza si ha nelle società di caccia e

raccolta in quanto il surplus economico non esiste, la disuguaglianza aumenta nelle società orticole (raccolto permette

formazione di surplus), e il maggior livello di disuguaglianza si ha nelle società agricole (inventati nuovi strumenti e aumentati

prodotti, maggiore concentrazione del potere nelle mani di pochi). Nelle società industriali la disuguaglianza diminuisce

perchè, anche se il surplus è aumentato, il potere è meno concentrato.

2. Teorie della stratificazione

La teoria funzionalista

I sostenitori della teoria funzionalista hanno cercato di spiegare non le variazioni nel tempo e nello spazio della stratificazione

sociale, ma le sue caratteristiche universali. Per loro se esiste deve avere una funzione. Argomentazioni principali: in ogni

società non tutte le posizioni hanno la stessa importanza funzionale (alcune sono più rilevanti e richiedono capacità speciali); il

numero delle persone dotate di quelle capacità è limitato e scarso; la conversione delle capacità in competenze implica un

periodo di addestramento (sacrifici); per indurre le persone capaci a sottoporsi a questi sacrifici è necessario dar loro delle

ricompense.

Le teorie del conflitto

Per Marx la storia di ogni società esistita fino a questo momento è storia di lotta di classi. Nelle epoche anteriori della storia

troviamo quasi dappertutto una completa articolazione della società in differenti ordini. L'epoca della borghesia si distingue

dalle altre per aver semplificato gli antagonismi di classe. L'intera società si va scindendo sempre più in 2 grandi classi

nemiche: borghesia e proletariato. In ogni società l'asse portante delle classi si trova nei rapporti di produzione e nelle relazioni

di proprietà. La forma più importante di proprietà è costruita dal capitale industriale controllato dalla borghesia, mentre il

proletariato non ha che la sua forza lavoro. La piccola borghesia (contadini) è formata da persone che sono proprietarie dei

mezzi di produzione e acquistano forza lavoro sul mercato, ma che al tempo stesso svolgono un lavoro manuale. Il

sottoproletariato è costituito da delinquenti, gente senza un mestiere definito, vagabondi. Per Marx le classi sono dei

raggruppamenti omogenei di persone che hanno lo stesso livello di istruzione e di consumo, le stesse abitudini sociali, valori e

credenze. Sono soggetti collettivi che vivono e pensano in modo simile. Egli distingue tra classe in sé (insieme di individui che

si trovano nella stessa posizione rispetto alla proprietà dei mezzi di produzione) e classi per sé (individui prendono coscienza di

avere degli interessi comuni e di appartenere alla stessa classe). Ci sono 3 tipi di fattori che favoriscono il passaggio dalla

classe in sé a quella per sé: quelli che aumentano la visibilità e trasparenza della struttura di classe (es. concentrazione di operai

in grandi stabilimenti); quelli che riducono le stratificazioni interne ad una classe, perchè quanto più una classe è omogenea,

tanto è più facile che i suoi componenti acquistino coscienza di farne parte (es. introduzione macchine nelle fabbriche); quelli

che rendono più rigide le barriere di classe (mobilità sociale minore).

Weber ha elaborato una teoria della stratificazione sociale a più dimensioni. Egli era convinto che le fonti delle disuguaglianze

e i principi fondamentali di aggregazione degli individui andassero ricercati in 3 diverse sfere: economia, cultura e politica.

Nella 1^ gli individui si uniscono sulla base di interessi materiali comuni, formando classi sociali; nella 2^ seguendo comuni

interessi ideali e dando origine a ceti; nella 3^ si associano in partiti o in gruppi di potere per il controllo dell'apparato di

dominio. Mentre per Marx il criterio di fondo dell'appartenenza a una classe è la proprietà dei mezzi di produzione, per Weber

è la situazione di mercato. I mercati sono 3: del lavoro (in cui si contrappongono la classe operaia e gli imprenditori); del

credito (debitori e creditori); delle merci (consumatori e venditori). Weber distingue tra classi possidenti e classi acquisitive,

privilegiate positivamente o negativamente: classi possidenti privilegiate in senso positivo (redditieri che ricavano i redditi da

schiavi, terre, miniere, ecc.); classi possidenti privilegiate in senso negativo (non hanno niente). Tra queste 2 classi ce ne sono

2 intermedie: classi acquisitive privilegiate in senso positivo (imprenditori e professionisti con alto livello di preparazione);

classi acquisitive privilegiate in senso negativo (lavoratori). L'onore di ceto si esprime normalmente soprattutto nell'esigere una

condotta di vita particolare da tutti coloro i quali vogliono appartenere ad una data cerchia. Connessa con ciò è la limitazione

dei rapporti sociali. Tale limitazione si esprime soprattutto nel connubium e nella commensalità (ci si sposa e ci si siede a

tavola preferibilmente con persone dello stesso ceto). Per migliorare la loro situazione, i ceti seguono la strategia della chiusura

sociale, restringendo cioè gli accessi alle risorse e alle opportunità ad uno strato limitato di persone dotate di certi requisiti.

Secondo i sociologi americani si parla di equilibrio di status quando una persona si trova in ranghi equivalenti nelle diverse

gerarchie. Perché si abbia uno squilibrio di status non è sufficiente una differenza nelle posizioni occupate: è necessario che

questa sia in contrasto con le aspettative della società. La situazione di squilibrio di status è causa di frustrazioni e di tensioni

per colui che vi si trova e può provocare il suo isolamento sociale. Alcune ricerche hanno mostrato che le conseguenze sono

diverse a seconda del rapporto esistente tra status ascritti e acquisiti. Quando lo status ascritto è alto mentre quello acquisito è

basso, l'individuo tende a reagire in modo intrapunitivo e quindi a soffrire disturbi psicosomatici. Quando lo status acquisito è

alto e basso quello ascritto, l'individuo tende a rispondere in modo extrapunitivo e dunque a desiderare un cambiamento nella

distribuzione del potere.

3. Sistemi di stratificazione sociale

Schiavitù: alcune persone ne possiedono altre, le fanno lavorare e possono punirle, venderle e comprarle. È la forma più

estrema di disuguaglianza. Diffuso nelle società meno sviluppate economicamente perchè più bisogno di lavoro.

Sistema delle caste: sistema tipico dell'India perchè legato a testi sacri. es. tipico di sistema basato su posizioni ascritte. 3

caratteristiche essenziali della casta: è un ceto chiuso (endogamia, anche se in certi casi è consentita l'ipergamia, cioè

matrimonio di una donna con un uomo di casta superiore); specializzazione ereditaria (tradizionalmente, ogni casta è legata

allo svolgimento di un mestiere o di una funzione rituale); le caste formano un ordine rigidamente gerarchico, basato su un

criterio religioso (quello della purezza).

Nelle società di antico regime vigeva il sistema di ceti, le cui caratteristiche principali sono: enorme importanza degli status

ascritti; differenze sociali tra ceti non solo di fatto ma anche di diritto; appartenenza a un ceto conferiva un certo grado di

prestigio, ma richiedeva un particolare stile di vita e quindi imponeva obblighi. In questo periodo c'erano 3 cerchi concentrici

di persone povere: cerchio interno costituito da poveri strutturali (a causa dell'età o delle condizioni di saluta non erano in

grado di guadagnarsi da vivere); 2° cerchio costituito da poveri congiunturali (lavoratori occasionali o con bassi salari); cerchio

esterno costituito da poveri non indigenti (artigiani, piccoli commercianti e impiegati di rango inferiore che, quando c'era una

grave crisi economica, dovevano fare ricorso alla pubblica assistenza.

A differenza di quella di antico regime, la società moderna, nata dalla rivoluzione francese, è caratterizzata dall'uguaglianza di

diritto di tutti i suoi membri, anche se non lo sono di fatto: esistono rilevanti differenze sociali.

4. Due schemi di classificazione

Il 1° schema di classificazione è basato sul tipo di reddito percepito da un individuo. Ci sono 3 grandi categorie di reddito:

rendita (dei proprietari fondiari); profitto (dei capitalisti); salario (degli operai). Altre importanti categorie di reddito: redditi

misti (dei lavoratori autonomi); stipendi degli impiegati; redditi di coloro che hanno occupazioni precarie. Sulla base di queste

categorie di reddito, esistono 5 grandi classi sociali: borghesia (grandi proprietari dei fondi, capitalisti e professionisti); piccola

borghesia relativamente autonoma (lavoratori autonomi); classe media impiegatizia (impiegati); classe operaia;

sottoproletariato (coloro che restano per lunghi periodi di tempo fuori dalla sfera della produzione, perchè disoccupati).

Il 2° schema di classificazione si basa su 2 criteri: situazione di lavoro (posizione nella gerarchia organizzativa assunta dagli

individui) e situazione di mercato (vantaggi e svantaggi di cui godono i titolari dei vari ruoli lavorativi). In base alle relazioni

di lavoro, gli occupati possono essere distinti in 3 categorie: imprenditori (acquistano il lavoro altrui ed esercitano autorità e

controllo su di esso); lavoratoti autonomi (non usano il lavoro altrui né vendono il proprio); lavoratori dipendenti (vengono il

loro lavoro). Tenendo conto della situazione di mercati, si possono individuare 7 classi: 1. persone che svolgono

un'occupazione ad alto reddito, sicura, che presenta forti possibilità di carriera e che comporta l'esercizio di autorità; 2.

professionisti e dirigenti di livello inferiore; 3. impiegati e addetti alle vendite; 4. artigiani, commercianti e agricoltori che

godono di autonomia nel lavoro; 5. tecnici di livello più basso e supervisori, con reddito abbastanza buono e discreta sicurezza

di impiego; 6. operai specializzati; 7. operai non qualificati.

5. Alcuni grandi mutamenti

Negli ultimi 2 secoli sono avvenute trasformazioni di grande rilievo. Questi mutamenti sono in parte ricollegabili allo sviluppo

e al declino dei diversi settori di attività economica, cioè allo spostamento della popolazione attiva dall'agricoltura all'industria

e da questa al terziario. Con il processo di industrializzazione si è avuto il declino delle classi agricole e l'espansione della

classe operaia di fabbrica. La classe media impiegatizia, di dimensioni minuscole alla fine dell'800, ha avuto un rapido e

continuo sviluppo. Una contrapposizione spesso usata dai sociologi è quella tra colletti blu (operai) e colletti bianchi

(impiegati). I primi hanno rapporti con le cose, lavorano nelle fabbriche, svolgono mansioni “sporche” per le quali è non

necessario un lungo periodo di addestramento. I secondi hanno a che fare con le persone e i simboli, operano negli uffici e

compiono funzioni di direzione, pianificazione e amministrazione che richiedono un buon livello di qualificazione, negli ultimi

decenni, queste differenze nelle condizioni di lavoro sono diminuite.

Altri importanti mutamenti nella stratificazione sociale hanno a che fare con i processi di proletarizzazione (passaggio da

lavoratore autonomo/proprietario a lavoratore salariato) e deproletarizzazione (passaggio da operaio a lavoratore autonomo).

Nei Paesi occidentali, la grande maggioranza della popolazione attiva è occupata nel settore dei servizi. Si notano i segni di

una tendenza alla divaricazione sociale: in alto si è avuta una continua espansione di dirigenti e professionisti, in basso si è

formata e si sta espandendo una nuova classe di persone che svolgono lavori a bassissimo livello di qualificazione, chiamati

Macjobs (da job, posto di lavoro, e mac, che si riferisce alla catena di ristoranti fast-food McDonald's, nella quale abbondano

lavori di questo tipo). L'aumento del numero di questi posti di lavoro è stato più forte nei servizi al consumatore e minore nei

servizi sociali, mentre non si è verificato affatto nei servizi alle imprese.

Alcuni sociologi hanno osservato che negli USA, in GB e in altri Paesi occidentali si è formata e si sta sviluppando una nuova

classe, che essi chiamano sottoclasse e che è costituita da tutte le persone che si trovano in uno stato permanente di povertà e

che dipendono dall'assistenza pubblica. Non c'è un accordo tra i sociologi riguardo alle caratteristiche di fondo della sottoclasse

e alle condizioni sociali che la rendono possibile. Concezioni prevalenti: culturalisti e strutturalisti. Per i culturalisti la

sottoclasse è costituita da 3 gruppi (diffusi soprattutto nella popolazione di colore): ragazze madri, persone espulse dal mercato

del lavoro, delinquenti. Ciò è dovuto alle politiche sociali liberali e al welfare state. Una parte crescente delle giovani donne

nere con un basso livello di istruzione non si sposano quando restano incinte perchè perderebbero diritto a ricevere sostegno

economico, e analogamente, i giovani americani di colore non cercano lavoro perchè quello dequalificato che riuscirebbero a

trovare non darebbe loro un reddito maggiore di quello che ricevono dall'assistenza pubblica. Per gli strutturalisti la sottoclasse

è frutto di una debolezza di fondo dell'economia. Il problema della povertà è quello della mancanza di posti di lavoro che diano

un reddito sufficiente per vivere. Il declino dell'industria manifatturiera ha fatto venir meno un gran numero di lavori operai

ben retribuiti.

Ci sono 2 diversi modi di considerare e di misurare la povertà: assoluta (non si dispone delle risorse minime necessarie per

soddisfare i bisogni essenziali) e relativa (risorse di cui dispone una famiglia rispetto a quelle della popolazione di cui fa parte).

6. L'importanza delle classi sociali

Alcuni sociologi ritengono che il concetto di classe sociale sia inutilizzabile da chi voglia capire la realtà delle società

contemporanee. es. essa influisce meno di un tempo sul comportamento di voto: mentre in passato gli elettori di classe operaia

tendevano a preferire partiti di sinistra e le classi medio-alte i partiti di destra, questo oggi non si verifica più nella stessa

misura di prima. Altri sociologi dicono che il concetto di classe sociale è utile anche per l'analisi delle società contemporanee,

infatti sono convinti che la classe sociale resti un criterio significativo di strutturazione delle disuguaglianze e che anche oggi

l'appartenenza ad una classe influisca su molti aspetti della vita di un individuo.

7. La distribuzione dei redditi

Se la divisione in classi sociali avesse perso gran parte della sua importanza, non ci sarebbe più una forte disuguaglianza nella

distribuzione delle risorse economiche tra gli individui e le famiglie, ma in realtà le cose non stanno così. Il reddito è quello

che gli individui e le famiglie ricavano dalle più varie fonti; il patrimonio è costituito da tutti i beni mobili e immobili

posseduti dagli individui o dalle famiglie. Uno dei metodi più usati per misurare la disuguaglianza nella distribuzione delle

risorse economiche è il calcolo del coefficiente di Gini, che viene espresso in una scala che va da 0 (perfetta uguaglianza) a 1

(massima disuguaglianza).

8. Classi e ceti oggi

Alcuni studiosi hanno sostenuto che per analizzare in modo adeguato la società contemporanea è necessario riprendere lo

schema weberiano e distinguere tra 2 diverse forme di stratificazione. Le classi sociali si riferiscono alle disuguaglianze nella

vita economica, mentre l'ordine dei ceti è una struttura di relazioni tra gli individui ed è gerarchico. L'appartenenza ad un ceto

incide non sulla vita economica ma su vari aspetti di quella sociale, es. scelta del partner e degli amici, consumi culturali, ecc.

La mobilità sociale

La mobilità sociale è il passaggio di un individuo da uno stato, ceto o classe sociale ad un altro.

1. Tipi di mobilità

La mobilità può essere orizzontale (spostamento a posizioni simili) o verticale (ascendente se spostamento a livelli più alti;

discendente se a livello più bassi). Si parla di mobilità di lungo raggio se avvenuta tra strati o classi molto lontani; mobilità di

breve raggio se le classi sono contigue. La mobilità è intergenerazionale se c'è spostamento di generazione in generazione; è

intragenerazionale se avviene durante la vita dell'individuo. La mobilità assoluta è il numero complessivo di persone che si

spostano ad un'altra classe in un determinato periodo; la mobilità relativa è il grado di apertura di una società, cioè il grado di

uguaglianza di possibilità di muoversi da una classe all'altra.

2. Due tradizioni teoriche

lo studio della mobilità sociale è stato intrapreso da 2 diversi angoli visuali: il 1° ha a che fare con il concetto di apertura di una

società o di fluidità sociale, cioè con le opportunità che le persone con origini sociali diverse hanno di raggiungere le varie

posizioni nel sistema di stratificazione; il 2° ruota intorno al problema della formazione e dell'azione delle classi. Alcuni

sociologi hanno sostenuto che una classe diventa una formazione stabile quando coloro che ne fanno pare condividono valori,

idee, stili di vita e ritengono di avere interessi comuni.

3. Le ricerche sulla mobilità sociale

Il 1° studio sistematico sulla mobilità sociale è stato sviluppato da Sorokin, sociologo russo che prende in considerazione

diversi Paesi e parte dall'antica Roma per arrivare all'800 e scopre che l'intensità e la diffusione della mobilità fluttuano nel

tempo e nello spazio.

Tutte le più importanti indagini si basano su dati riguardanti solo la popolazione maschile. Il motivo è che i sociologi che le

hanno dirette si rifacevano alla concezione tradizionale della posizione delle donne nel sistema di stratificazione sociale. Tale

concezione si basa su 2 assunti di fondo: l'unità di base del sistema di stratificazione sociale non è l'individuo ma la famiglia; la

posizione della famiglia in questo sistema è determinata da quella del capofamiglia. Molti studiosi hanno criticato questa

concezione, sostenendo che essa rende impossibile l'analisi di una delle più importanti forme di disuguaglianza sociale, cioè

quella basata sulle differenze di genere. Essi hanno inoltre messo in rilievo che la concezione tradizionale della stratificazione

sociale è oggi ancora meno accettabile di un tempo perchè contrasta sempre più con alcune tendenze di fondo delle società

avanzate e in particolare con 2 di queste: una quota crescente di famiglia ha come “capo” non un uomo ma una donna; è

aumentato il tasso di attività della popolazione femminile.

4. La mobilità nelle società non contemporanee

In una società come quella indiana in cui domina il sistema delle caste, non è possibile alcuna forma di mobilità sociale

intergenerazionale o intragenerazionale. La religione indù ammette però una forma di mobilità sociale: quella tra una vita e

l'altra. Ad ogni successiva morte del corpo in cui è ospitata, l'anima passa in un altro corpo. Quando trasmigra in un essere

umano, la posizione che questo occupa nel sistema di casta dipende da come si è comportato nella vita precedente. Si è a lungo

ritenuto che in questo sistema mancasse la mobilità sociale del tutto, ma ciò non è vero: se la mobilità individuale è limitata ed

effimera, quella collettiva ha una certa importanza. Le caste intermedie e quelle inferiori infatti tentano spesso di conquistare

una posizione più elevata nella scala sociale. La mobilità ascendente collettiva era accompagnata da pratiche di giustificazione

simbolica della nuova posizione chiamata sanscritizzazione. Con questo termine si indica quel processo con cui gli

appartenenti a una casta inferiore cambiano costumi, rituale e ideologia, imitando e facendo propri quelli di una casta superiore

scelta a modello.

In Cina il rango sociale dipendeva dal numero degli esami. L'imperatore introdusse il sistema degli esami e stabilì che solo

coloro che lo superavano potevano fare i funzionari governativi, cioè essere al vertice della gerarchia sociale. Alcuni studiosi

hanno affermato che in Cina, grazie al sistema degli esami, l'accesso al ceto più elevato era più agevole che nelle società

europee preindustriali o in quelle contemporanee, ma per quanto in linea di principio aperti a tutti, gli esami richiedevano tante

risorse economiche per la loro preparazione, quindi i ceti più bassi non avevano quasi alcuna possibilità di superarli.

La società di antico regime non era rigida e immobile come si riteneva un tempo: in essa vi era una notevole mobilità assoluta

e molto forte era la mobilità intragenerazionale. In parte essa era dovuta al fenomeno di circolazione dei giovani tra le famiglie:

i genitori mandavano spesso i loro figli per alcuni anni, prima che si sposassero, a servizio in casa di altri, non solo presso le

famiglie nobili ma anche quelle più povere. Quest'uso era diffuso nelle regioni centro-settentrionali d'Europa. Nelle altre zone

d'Europa molti giovani lasciavano i genitori non per andare a servizio in un'altra famiglia ma per emigrare in un centro urbano

e trovare occupazione. Alcuni di questi erano in attesa di tornare al paese (mobilità con ritorno alle origini). Anche la mobilità

assoluta intragenerazionale non mancava. In teoria l'aristocrazia era un ceto a cui si apparteneva per nascita, ma nella realtà in

essa sono riuscita ad entrare molte persone provenienti da altri ambienti sociali. Inoltre anche un nobile poteva fare l'esperienza

del declassamento (mobilità sociale discendente). In Italia e in alcune altre zone europee, coloro che si trovavano in questa

situazione erano chiamati poveri vergognosi.

5. Industrializzazione e sviluppo economico

Secondo la teoria liberale dell'industrialismo, nel passaggio dalla società preindustriale a quella industriale c'è stato un aumento

della mobilità sia assoluta che relativa. Questo aumento continua tuttora man mano che prosegue lo sviluppo economico. Lo

sviluppo fa crescere la mobilità assoluta perchè causa continui mutamenti nel mercato del lavoro e un costante aumento delle

posizioni che richiedono alti livelli di qualificazione. Lo sviluppo determina anche un aumento della mobilità relativa perchè

provoca il passaggio dal dominio dei ruoli ascritti a quello dei ruoli acquisiti.

Secondo Toqueville, Paesi con lo stesso livello di sviluppo economico hanno un livello di mobilità diversa perchè questa

dipende da fattori di ordine culturale e politico

Sorokin ha notato che la mobilità nel tempo ha subito numerose fluttuazioni ma comunque ha avuto un andamento ascendente.

Per Lipset e Zetterberg l'andamento della mobilità sociale è simile nelle diverse società industriali occidentali e una forte

mobilità sociale assoluta è una caratteristica specifica dell'industrializzazione. Però non pensano che il tasso di mobilità sociale

continui a crescere con lo sviluppo economico, ma che ci sua una sorta di effetto soglia, cioè che la mobilità diventa elevata

quando l'industrializzazione della società raggiunge un determinato livello.

Per Featherman, Jones e Hauser, ci sono forti differenze di mobilità assoluta tra i Paesi sviluppati perchè essa dipende da fattori

il cui peso varia a seconda dei Paesi. Invece la mobilità relativa, è più o meno la stessa in tutti i Paesi sviluppati e non cresce

parallelamente allo sviluppo economico.

6. Possibili itinerari sociali

Per analizzare la mobilità sociale si possono prendere in considerazione contemporaneamente 3 punti: la classe sociale della

famiglia di origine; quella del soggetto alla prima occupazione; quella attuale. Ci sono 5 possibili itinerari sociali: gli immobili

(restano nella stessa classe del padre e quindi non sperimentano alcun tipo di mobilità sociale); i mobili con ritorno alle origini

(occupano una posizione diversa da quella del padre e dopo alcuni anni tornano al punto di partenza); i mobili all'entrata nella

vita attiva (partono da una posizione diversa da quella del padre e vi restano anche in seguito); i mobili nel corso della vita

attiva (iniziano dalla stessa posizione del padre e e dopo un po' la lasciano per occuparne un'altra); i super-mobili (partono da

una posizione diversa da quella del padre e in seguito la cambiano ma senza tornare al punto di partenza).

7. Le conseguenze della mobilità sociale

Ci sono 2 diverse ipotesi riguardanti gli effetti della mobilità sociale sugli individui: l'ipotesi dello sradicamento sociale e

l'ipotesi della risocializzazione. La prima è stata sostenuta da Durkheim, secondo il quale i bruschi aumenti di mobilità

producono delle situazioni di anomia e queste ultime facilitano i suicidi. Anche Sorokin appoggia questa tesi e sostiene che la

mobilità sociale non abbia solo effetti positivi ma anche negativi: favorisce la superficialità, riduce l'intimità e fa aumentare

l'isolamento sociopsicologico degli individui. Quindi la mobilità sociale è considerata dai sostenitori della prima ipotesi come

un'esperienza dolorosa e difficile, che produce tensioni e squilibri. Uscire da una classe per entrare in un'altra significa di solito

rompere le relazioni con coloro che continuano a far parte della prima senza riuscire a formarne di nuove con quelli che si

trovano da tempo nella seconda. Se le persone salgono socialmente non riescono a integrarsi perchè coloro che ne fanno già

parte non li accettano; se le persone scendono socialmente non si integrano perchè non vogliono farlo. Secondo questi studiosi

le risposte più frequenti delle persone mobili sono il superconformismo ai valori della classe di arrivo (mobilità ascendente) e il

rifiuto assoluto di questi valori (mobilità discendente).

Secondo l'ipotesi della risocializzazione, se una persona passa da una classe all'altra deve necessariamente ridefinire la propria

identità sociale e mutare il proprio modo di pensare e di agire. Per un lungo periodo di tempo, in una persona socialmente

mobile coesistono il vecchio ed il nuovo. Essi hanno valori e forme di comportamento che sono a metà strada tra quelli della

classe di partenza e quelli della classe di arrivo. Le ricerche finora condotte hanno mostrato che l'ipotesi che trova maggior

sostegno nei fatti è la 2^. Le differenze di genere

Differenza tra sesso e genere: sesso sono gli attributi dell'uomo e della donna riconducibili alle caratteristiche biologiche;

genere sono le loro qualità distintive (mascolinità e femminilità) definite culturalmente.

1. I cromosomi e la differenziazione sessuale

Gli uomini e le donne sono sessualmente dimorfi, cioè presentano differenze chiare e visibili di carattere anatomico. Ogni

individuo possiede 23 paia di cromosomi. In 22 di queste i cromosomi sono identici; nel 23° possono essere uguali o diversi.

Nel 1° caso (XX) l'embrione diventerà una femmina, nel 2° (XY) un maschio. Poiché l'ovulo contribuisce sempre con un

cromosoma X e lo spermatozoo con X o Y, è l'apporto del padre a determinare il sesso del nascituro. Il processo di

differenziazione sessuale inizia alla 6^ settimana dopo il concepimento.

2. Essenzialismo e costruttivismo sociale

Ci sono 2 impostazioni opposte: essenzialismo (mette l'accento sul dualismo assoluto dei 2 sessi e sostiene che le differenze tra

mascolinità e femminilità siano naturali) e costruttivismo sociale (mette l'accento sulla somiglianza dei generi e sostiene che

mascolinità e femminilità sono costruzioni sociali).

Le differenze di comportamento tra uomini e donne sono state spesso ricondotte agli ormoni. La proporzione degli ormoni

varia a seconda del sesso e della fase della vita degli individui. Tuttavia i testicoli secernono più androgeni, mentre le ovaie

fanno l'opposto. Nella fase della pubertà le differenze ormonali tra i 2 sessi si accentuano. Coloro che hanno nel sangue una

maggior quantità di testosterone sono più aggressivi. A favore di questa tesi, alcuni studiosi citano gli effetti provocati dalla

castrazione, ma i critici di questa tesi osservano che la castrazione elimina lo stimolo sessuale ma non riduce l'aggressività.

Le differenze tra uomini e donne sono state spesso spiegate chiamando in causa le dimensioni del loro cervello. Più

recentemente, le differenze tra gli uomini e le donne sono state ricondotte alla lateralizzazione del cervello o all'asimmetria

emisferica. Nel cervello ci sono 2 diversi emisferi, uno destro e uno sinistro. Quello sinistro è importante per il linguaggio e

per le attività motorie, quello destro è responsabile di alcune funzioni spaziali. Per alcuni studiosi nella donna prevale

l'emisfero sinistro, negli uomini il destro. Ma nessuno finora è riuscito a dimostrare la validità di questa tesi.

Per i sociobiologi l'organismo è portato a massimizzare il proprio potenziale riproduttivo, a trasmettere i propri geni ai

discendenti e far sì che questi sopravvivono. A causa delle loro differenze biologiche, le donne e gli uomini hanno strategie

riproduttive distinte. La femmina è specializzata nella produzione di uova, che sono poche, mentre gli uomini nella produzione

di spermatozoi, che sono moltissimi. È da questa diversa capacità riproduttiva che derivano le principali diversità tra uomini e

donne nei comportamenti nei confronti degli appartenenti allo stesso e all'altro sesso e nella tendenza all'investimento parentale

(investimento di un genitore in un discendente tale da accrescere le probabilità di sopravvivenza di quest'ultimo). Gli uomini

passano da una donna all'altra perchè in questo modo possono fecondarne un numero maggiore e sono aggressivi tra di loro

perchè sono in competizione per appropriarsi delle scarse risorse riproduttive delle donne. Le donne sono molto caute ed

esitanti nella scelta di un partner perchè cercano di identificare i maschi con i geni migliori e che danno maggiori garanzie di

restare con loro e di occuparsi dei figli dopo l'inseminazione. Esse dedicano più tempo ed energie degli uomini alla cura dei

figli perchè è più difficile per loro rimpiazzare un bambino dopo avervi investito 9 mesi di gravidanza.

Le differenzialiste (essenzialismo femminista) sostengono che il genere è una qualità che esiste indipendentemente dalla

definizione culturale o sociale. Uomini e donne hanno tratti completamente diversi: i primi tendono alla separazione, al

dominio; le seconde all'associazione e alla cooperazione. Per alcune studiose, queste differenze dipendono da fattori biologici,

mentre per altre devono essere ricondotte all'esperienza della maternità e al diverso rapporto che con la madre hanno le figlie e

i figli.

3. Genere e cultura

Ci sono molte prove a favore della tesi che il genere è una costruzione sociale che sono venute dai risultati di una ricerca di

Margaret Mead su 3 tribù della Nuova Guinea: gli Arapesch, i Mundugumor e i Tschambuli. Nel popolo degli Arapesch

l'aggressività e la competitività sono scoraggiate, e anche gli uomini sono tranquilli e affettuosi. Uomini e donne collaborano

all'allevamento dei figli, educati con affetto e con tolleranza. Nel popolo dei Mundugumor la competitività e la violenza erano

valutate positivamente e anche le donne erano aggressive; i bambini erano allevati con durezza, con rimproveri e percosse. Nel

popolo dei Tschambuli le donne erano dispotiche, pratiche ed efficienti, svolgevano le principali attività di sussistenza. Gli

uomini si dedicavano alle attività artistiche, all'organizzazione di feste, ad accorciarsi i capelli e a far pettegolezzi.

4. La divisione sessuale del lavoro nelle società preindustriali e industriali

Gli antropologi hanno dimostrato che la divisione sessuale del lavoro è un universale culturale, cioè che esiste in tutte le

società primitive. Per spiegare la divisione sessuale del lavoro sono state formulate varie ipotesi: importante la forza fisica

degli uomini; le donne svolgono quei compiti che le permettono di allattare e curare i figli; uomini svolgono i compiti più

pericolosi perchè dal punto di vista della riproduzione sono più sacrificabili delle donne.

Il concetto di status delle donne è multidimensionale e comprende aspetti diversi. In una società questo status può essere basso

riguardo certi aspetti e alto rispetto ad altri. Nonostante le relazioni di genere varino nel tempo e nello spazio, non è mai esistita

una società nella quale il potere politico fosse nelle mani delle donne. Invece sono esistite società nelle quali le donne avevano

un potere non trascurabile, es. indiani Irochesi, che vivevano nel nord dello stato di New York. Prendere decisioni politiche

spettava al consiglio degli anziani, formato esclusivamente da uomini, però le donne anziane esercitavano su di loro una

notevole influenza perchè: erano loro ad eleggerli; avevano il controllo sul cibo e molti manufatti e si potevano rifiutare di

darli agli uomini se non erano d'accordo con le loro decisioni. Rapporti di genere simili sono molto frequenti nelle società di

caccia e raccolta, e successivamente lo status delle donne è diminuito nelle società orticole.

Le variazioni nel tempo e nello spazio dello status delle donne sono state ricondotte principalmente a 3 fattori: il sistema di

parentela; la frequenza con cui una società è in guerra; il contributo economico fornito dalle donne. Per quanto riguarda il 1°,

l'importanza sociale di queste è maggiore nelle società con un sistema di parentela matrilaterale e in cui si segue la regola di

residenza matrilocale perchè: le donne, andando a vivere dopo le nozze nella famiglia di genitori, conservavano il sostegno

della madre e delle sorelle; esercita un'autorità su di loro non solo il marito ma anche il fratello, e quando i 2 non sono

d'accordo finiscono per neutralizzarsi a vicenda e dare maggiore autonomia alle donne. Per quanto riguarda il 2° fattore, le

relazioni tra uomini e donne sono androcentriche quando le guerre sono combattute contro nemici vicini; quando le guerre

sono contro nemici lontani, fanno crescere l'autonomia e il potere delle donne. Riguardo il 3° fattore: se l'importanza sociale e

politica della popolazione femminile è cresciuta è anche perchè è notevolmente aumentato il numero di donne entrate nel

mercato del lavoro retribuito.

Anche nei Paesi occidentali è ancora abbastanza diffusa la credenza che, non solo partorire, ma anche allevare i figli, è un

compito naturale delle madri. Nelle società di caccia e raccolta, i padri erano maggiormente occupati ad allevare i figli, poi il

loro contributo è continuamente diminuito, toccando il punto più basso nelle società agricole e ricrescendo nelle società

industriali. Alcuni dei più importanti fattori che hanno influito su questi mutamenti sono: la regola di residenza dopo le nozze,

il contributo economico del padre alla sopravvivenza dei componenti della sua famiglia, il sistema matrimoniale. È più facile

che il padre dedichi tempo all'allevamento dei figli quando in una società vigono la monogamia e la regola di residenza

matrilocale, la moglie fornisce un considerevole contributo al mantenimento della famiglia e quando le guerre sono poco

frequenti.

Tradizionalmente, in tutto il mondo, la popolazione maschile ha sempre avuto livelli di istruzione più alti di quelli femminili.

La situazione è profondamente cambiata e oggi in quasi tutti i Paesi Ocse la popolazione femminile è più istruita.

In molte parti del mondo c'è stata una significativa diminuzione delle differenze di genere nella partecipazione al mercato del

lavoro, a causa soprattutto del forte aumento del tasso di attività della popolazione femminile. Il tasso di attività della

popolazione femminile di un Paese non dipende solo dal suo livello di sviluppo economico, ma anche dalle norme culturali in

esso prevalenti e dalla politica sociale dei suoi governi.

Si usa l'espressione “segregazione occupazionale” secondo il sesso per indicare la concentrazione di uomini e donne in lavori

diversi. Dai sociologi agli economisti essa viene normalmente misurata attraverso l'indice di dissimilarità, i cui valori vanno da

0 a 100. Quando è 100 in ciascuna occupazione ci sono solo uomini o solo donne, quando è 0 ci sono metà e metà. Molti

sociologi ed economisti si aspettano che il grado di segregazione occupazionale per genere sia tanto minore quanto maggiore è

il grado di sviluppo economico e di modernizzazione di un Paese e quando più il suo governo si ispira a una politica

egualitaria. Le ricerche comparative hanno mostrato che i Paesi più moderni e avanzati hanno livelli di segregazione

occupazionale per sesso maggiori di quelli tradizionali. La ragione è che lo sviluppo economico, la modernizzazione e le

politiche sociali egualitarie provocano una riduzione della segregazione ma ci sono altri fattori che spingono in senso opposto,

come per es. la dequalificazione delle occupazioni impiegatizie: si sono formati nuovi posti di impiegato che richiedono bassi

livelli di competenze, che sono stati disertati dagli uomini e gli imprenditori hanno dovuto ricorrere alle donne. Un altro fattore

è lo sviluppo del settore dei servizi sociali e personali, infatti questi posti sono stati occupati prevalentemente dalle donne

perchè questi sono più flessibili e perchè esse sono più disposte e capaci di svolgere queste funzioni.

Ci sono Paesi in cui il divario retributivo tra le donne e gli uomini è forte perchè le prime guadagnano oggi solo la metà dei

secondi. In altri paesi i salari femminili vanno invece dall'80 al 90% di quelli maschili. Questa differenza è in parte dovuta alla

segregazione occupazionale e al fatto che di solito la popolazione femminile svolge occupazioni meno qualificate di quella

maschile. Ma in molti casi, anche quando fanno lo stesso lavoro degli uomini, le donne sono pagate di meno.

Varie spiegazioni sono state proposte del perchè le donne abbiano tassi di attività più bassi, svolgano occupazioni meno

qualificate e guadagnino meno degli uomini. Teoria del capitale umano: poiché le donne hanno un forte orientamento verso la

famiglia e si aspettano di lasciare il lavoro quando diventano madri, esse non investono nella formazione che permette di far

carriera, ma scelgono quelle occupazioni che consentono una certa flessibilità. Teoria della socializzazione di genere: le donne

sono orientate più verso la famiglia che verso la carriera professionale perchè la famiglia, il gruppo dei pari, la scuola e i mezzi

di comunicazione di massa mandano a queste dei messaggi che vengono a poco a poco interiorizzati. Altre teoria riconducono

la segregazione occupazionale per sesso alle diverse barriere che riducono le opportunità per le donne di scegliere il lavoro che

preferiscono. Possono essere barriere formali o informali. Fa parte di queste teoria la teoria della discriminazione statistica,

secondo la quale gli imprenditori trattano gli individui sulla base delle proprie credenze riguardo all'intera categoria a cui

appartengono.

5. La politica

Nell'età moderna anche una quota consistente di uomini è rimasta esclusa dalla partecipazione all'attività politica, e ci sono

state donne che hanno goduto di autorità politica. Subito dopo aver conquistato il suffragio universale, le donne andarono a

votare in misura minore degli uomini. Ma in seguito il tasso di partecipazione dell'elettorato femminile ha raggiunto e in alcuni

casi superato quello maschile. Le differenze di genere sono diminuite anche nelle altre forme di partecipazione. La situazione

dei Paesi sviluppati non è però identica. Negli ultimi decenni in molti Paesi occidentali è profondamente mutato anche

l'orientamento politico della popolazione femminile. All'inizio le donne erano politicamente più a destra degli uomini, ma col

passare del tempo le differenze sono diminuite, poi scomparse e poi l'elettorato femminile è diventato più a sinistra di quello

maschile.

6. Genere e salute

In un campo le donne sembrano essere avvantaggiate: quello della salute. La motivazione sembra essere che le donne sono il

genere debole ma il sesso forte (la loro vita dura di più di quella degli uomini ed è solo per fattori biologici). Durante la

gestazione si perdono più feti di sesso maschile che femminile, e anche nelle prime settimane di vita muoiono più bambini che

bambine. Varie ricerche hanno messo in luce che coloro che hanno una coppia di cromosomi X corrono meno rischi di malattie

di quelli che ne hanno uno X e uno Y, che l'estrogeno (ormone sessuale femminile) protegge contro le malattie cardiache e che

le donne hanno un sistema immunitario più forte di quello degli uomini. Ma anche i fattori ambientali e sociali sono

importanti. Ne è prova il fatto che l'aumento di differenza della durata della vita tra uomini e donne si è verificato soprattutto in

2 classi di età: dai 15 ai 24 e dai 45 ai 65 anni. Nella prima ciò è riconducibile a 2 tendenze: diminuzione delle morti per parti e

crescita di quelle per incidenti stradali (che riguardano più spesso gli uomini). Nella 2^ ciò è dovuto dall'incremento delle morti

per tumori ai polmoni e per le malattie dell'apparato circolatorio (maggiore per gli uomini). Gli uomini muoiono prima delle

donne anche perchè hanno uno stile di vita diverso e si comportano nei modi che tradizionalmente ci si aspetta da loro (bevono

più alcol e fumano più sigarette, fanno lavori più pericolosi, usano più armi da fuoco, guidano più spesso e in modo più

imprudente). Si può prevedere che la differenza di mortalità tra i sessi diminuirà man mano che lo stile di vita delle donne

diventerà sempre più simile a quello degli uomini, e questa tendenza è già iniziata. In molte regioni del Terzo mondo il tasso di

mortalità femminile supera quello maschile per motivi economici e sociali. I Paesi nei quali la preferenza per i maschi è molto

forte raggiungono alti tassi di mortalità femminile attraverso varie strade: infanticidio femminile e aborto selettivo; i genitori

dedicano più tempo e risorse all'allevamento dei maschi che delle femmine.

Corso di vita e classi di età

Come il genere, l'età è una caratteristica ascritta, ma a differenza del genere, l'età è uno status di transizione, perchè finché

siamo in vita passiamo da un'età all'altra.

1. I due processi di fondo

I comportamenti ritenuti adeguati alle diverse età possono essere definiti sia da norme formali, giuridiche, sia da norme

informali. In ogni società hanno luogo 2 diversi processi di formazione degli strati di età: invecchiamento e successione delle

corti (una coorte è formata da persone nate nello stesso periodo e man mano che alcune persone muoiono, altre ne nascono e ne

formano di nuove); mutamento delle strutture e dei ruoli connessi all'età (la società si trasforma per vari motivi e con essa

cambiano anche le aspettative normative riferite all'età). Questi 2 processi sono separati e distinti, ma anche interdipendenti,

cioè si influenzano l'un l'altro.

2. Coorti e generazioni

L'ampiezza di una coorte è massima nel momenti in cui si forma, e col passare del tempo la morte e l'emigrazione provocano

un assottigliamento della coorte e il mutamento nella sua composizione interna. La generazione è composta da coloro che

hanno la stessa collocazione nello spazio storico-culturale e sono esposti a influenze culturali dello stesso tipo. Perché ci sia

una generazione è quindi necessario che si crei anche un nesso generazionale. Quando si analizzano le differenze esistenti tra le

caratteristiche delle persone di 2 classi di età bisogna essere consapevoli del fatto che esse possono essere dovute sia ad un

effetto di età (nella seconda ci sono individui più vecchi) sia ad un effetto coorte (le persone di questi 2 gruppi si sono formate

in 2 periodi storici diversi).

3. Le fasi del corso della vita

I sociologi considerano il corso della vita non come biologicamente determinato ma come una costruzione sociale. Le ricerche

hanno dimostrato che esso e le fasi in cui si articola variano nello spazio e nel tempo e che persino i fatti biologici come la

nascita, la pubertà e la morte hanno assunto e assumono un significato e un valore diversi nelle diverse epoche e società.

4. I riti di passaggio

I riti di passaggio sono le cerimonie che accompagnano ogni modificazione di posto, di stato, di posizione sociale e di età. Tutti

i riti hanno una struttura simile e passano attraverso 3 diverse fasi: preliminare o di separazione (persona abbandona la

posizione e le forme di comportamento precedenti); di transizione o di margine (il soggetto si trova in uno spazio intermedio

tra lo stato di partenza e quello di arrivo); di aggregazione (persone viene “reintrodotta” nella società e ha diritti e doveri


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di istituzioni di sociologia della professoressa Ravelli, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente "Corso di sociologia", Barbagli, Bagnasco e Cavalli .
I capitoli riassunti sono: I. Le società premoderne. - II. Le origini della società moderna in Occidente. - Parte seconda: La trama del tessuto sociale. - III. Forme elementari di interazione. - IV. I gruppi organizzati: associazioni e organizzazioni. - Parte terza: La cultura e le regole della società. - V. Valori, norme e istituzioni. - VI. Identità e socializzazione. - VII. Linguaggio e comunicazione. - VIII. Devianza e criminalità. - X. La religione. - Parte quarta: Differenziazione e disuguaglianza. - XI. Stratificazione e classi sociali. - XII. La mobilità sociale. - XIII. Le differenze di genere. - XIV. Corso di vita e classi di età. - XV. «Razze», etnie e nazioni. - Parte quinta: La riproduzione della società. - XVI. Famiglia e matrimonio. - XVII. Educazione e istruzione. - Parte sesta: Economia e società. - XVIII. Economia e società. - XIX. Il lavoro. - XXI. Lo stato e l’interazione politica.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in studi internazionali
SSD:
Università: Trento - Unitn
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher deboraccah di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di Sociologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Trento - Unitn o del prof Ravelli Maria Rosa.

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