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Il mondo in ogni casa

Dovunque nel mondo

Nessuno è più in grado di contare quanti sono i televisori: nei paesi occidentali ogni famiglia ne ha più d'uno e dunque saranno almeno 2 miliardi, senza tener conto dei grandi schermi nei luoghi pubblici e del display di computer e telefonini, utilizzati come video. Il pubblico televisivo supera i 2 miliardi di spettatori. Si contano almeno 19.000 emittenti e stazioni tv. Solo la radio può vantare un numero superiore di apparecchi, ma con un numero di ascoltatori inferiore nei paesi sviluppati. Nessun altro fra i mass media raggiunge una platea così vasta.

La televisione è un fenomeno che si colloca tutto nella seconda metà del XX secolo. Per tutti gli anni '30 in vari paesi si effettuarono esperimenti che portarono all'inizio delle trasmissioni pubbliche particolarmente in Gran Bretagna e in Germania (1936) e negli Stati Uniti (1939), ma la Seconda guerra mondiale bloccò tutto. Nella forma in cui la conosciamo, la televisione è una figlia del dopoguerra. La televisione non offre un contenuto determinato, che ha un inizio e una fine, come un film o un libro, ma un flusso continuo di programmi che viaggia su una rete immateriale.

Essa non è simmetrica e bidirezionale come quella del telefono o di Internet in cui tutti possono sia inviare che ricevere, ma piramidale e unidirezionale ed è chiamata, con termine inglese, broadcasting. I telespettatori possono soltanto ricevere, non comunicare con l'emittente né fra loro. La trasmissione avveniva all'inizio soltanto "via etere", attraverso le onde hertziane; successivamente il segnale è stato irradiato anche via cavo, poi si è aggiunto il satellite e infine il cavo a larga banda.

La diffusione della televisione

Alla fine degli anni '40 la tv esisteva solo nelle grandi città di quattro paesi al mondo, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Unione Sovietica, le potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale. Gli apparati di ripresa e di trasmissione erano complessi, costosi, difficilmente accessibili. Anche la copertura del territorio era un problema serio: quando il segnale televisivo diventa debole o incontra un ostacolo naturale è necessaria un'altra antenna, un ripetitore che lo amplifichi. Successivamente si estende alle altre nazioni, e contemporaneamente dalle metropoli si propaga nei centri minori e nelle campagne; prima raggiunge gli strati più benestanti della popolazione, poi gradualmente penetra nelle famiglie meno abbienti, che in principio usufruiscono della tv in locali collettivi (bar, ritrovi) o presso i vicini, poi riescono a procurarsi un apparecchio e a introdurre la televisione nella propria casa. Un processo così complesso impiegò, su scala mondiale, un tempo molto breve: meno di vent'anni.

In Italia le trasmissioni ufficiali iniziano nel 1954; nel 1957, nonostante l'orografia tormentata del paese, oltre il 90% degli italiani era in grado di ricevere il segnale televisivo. Prima del 1965, gran parte degli stati europei disponeva anche di un secondo canale televisivo (in Italia, dal 1961). Nel 1970 i paesi dotati di televisione erano raddoppiati. Nei paesi sviluppati, intanto, si diffondeva la televisione a colori. Nel decennio successivo viene completata la copertura del pianeta, il numero dei canali si moltiplica.

Poi, con la diffusione dei videoregistratori e dei satelliti di telecomunicazione, non c'è più bisogno di avere una stazione televisiva nazionale nel proprio paese per vedere la televisione: si può ricorrere a un fiorente commercio di videocassette, o captare i segnali di molte stazioni internazionali con antenne. Alla fine degli anni '90 la televisione digitale ha ampliato notevolmente l'offerta e la diffusione della televisione, intrecciandosi con lo sviluppo di Internet.

La realtà televisiva

Quando parliamo di un pubblico televisivo mondiale non dimentichiamo le differenze tra un paese e l'altro per quanto riguarda l'ampiezza dell'offerta, il livello qualitativo dei programmi e il grado di libertà di espressione sia di chi li produce che di chi li riceve, né le diverse caratteristiche culturali e sociali del contesto in cui giunge il programma televisivo e delle singole persone. Chi può accedere a varie fonti di conoscenza, una delle quali è la televisione, ha possibilità molto superiori a chi guarda soltanto la tv; anche limitandosi al solo consumo televisivo, c'è molta differenza tra la possibilità di scegliere fra una pluralità di programmi e riceverne solo uno, magari espressione del regime locale. Spesso la tv è troppo vicina al potere politico e a potentati imprenditoriali e finanziari, e ne è condizionata.

Il gran numero di stazioni televisive non è di per sé un indice sufficiente di autonomia culturale e produttiva; molte stazioni in tutto il mondo, Europa compresa, ripetono quasi gli stessi programmi, siano cartoni animati giapponesi, telefilm americani o telenovelas. Con tutte queste distinzioni e differenze, tuttavia, qualcosa accomuna l'esperienza televisiva in contesti così vari: la capacità di questo mezzo di modificare ovunque abitudini e stili di vita personali e familiari, di suscitare attenzione e di proporre modelli di comportamento, di intrattenere piacevolmente anche le persone più semplici e di costituire un punto di riferimento per loro.

Modernità e riproducibilità tecnica

La televisione si colloca all'incrocio tra la vita privata e la vita pubblica degli individui, tra la dimensione privata, domestica e familiare, e una dimensione sociale che comprende sia la partecipazione alla vita pubblica, sia l'intrattenimento collettivo nella forma di sagre e fiere, giochi, spettacoli teatrali e circensi. Un tempo solo ristrette élite potevano permettersi il lusso di portare tali spettacoli nel loro domicilio, nei castelli e nelle corti. Poi, nel XVIII secolo, irrompe in Europa la "modernità", quel sistema di cambiamenti e trasformazioni sociali sempre più rapide e di portata sempre più larga che troverà nella rivoluzione francese e nella rivoluzione industriale le sue principali espressioni.

Prima di allora (e, in molti casi, anche molto più tardi) la partecipazione alla vita pubblica e allo spettacolo era limitata a chi viveva nelle città; grandi masse contadine erano completamente escluse dal flusso degli eventi e vivevano un tempo ciclico, quello delle stagioni, delle semine e dei raccolti, non un tempo lineare; in un certo senso, non disponevano di una sfera pubblica, se non nell'ambito della religione e mercati. La diffusione dei media scritti, e in particolare della stampa, è connessa all'arrivo della "modernità" e si esercita tutta nella sfera pubblica, ma è stata limitata dalle difficoltà di trasporto dei giornali al di fuori dei grandi centri, dal loro costo, e soprattutto dal numero ristretto di coloro che sapevano leggere.

L'evoluzione dei media

Nell'Ottocento, si perfeziona la comunicazione a distanza in tempo reale (il telegrafo, il telefono), la pubblicità, la riproducibilità tecnica non più solo dello scritto (la stampa), ma anche dell'immagine e del suono: la fotografia, il disco fonografico, il cinema. Il teatro, che aveva offerto anche spettacoli molto popolari, accentua con l'avvento del cinema i suoi limiti sociali, difficilmente valicabili, rivolgendosi alla classe agiata delle città, come accade alla pittura sfidata, sul piano della verosimiglianza a basso costo, dalla fotografia.

Il cinema assume presto una capacità narrativa e una dimensione di massa in tutto il mondo. La frequentazione di queste forme di intrattenimento, tuttavia, si limita ai giorni festivi o a poche altre occasioni, certo non quotidiane. Inoltre è necessario pagare dei prezzi: il costo del biglietto d'ingresso, e il tempo sottratto ad altri impieghi, ma anche modi di vestire e di comportarsi in pubblico, o di coltivare appartenenze sociali, che sono indispensabili per usufruire di quello spettacolo o rito pubblico.

La radio e la televisione

Dalla fine dell'Ottocento il domicilio diventa la sede di forme di intrattenimento musicale tecnicamente riprodotto come la pianola (pianoforte meccanico) e poi il fonografo. Esse però richiedono l'acquisto di ogni brano musicale, una pratica costosa. In questo senso la radio, che si diffonde negli anni '20, rappresenta una grande novità. La sua vicenda si svolge tutta dentro la sfera privata, nelle stanze della casa. È la prima forma conosciuta al mondo di broadcasting: una volta acquistato l’apparecchio e, in Europa, pagato il canone, il domicilio diventa un terminale domestico che riceve continuamente un flusso di contenuti sonori e parlati dei quali i membri del nucleo familiare possono usufruire senza pagare alcun biglietto, senza doversi vestire e uscire di casa, senza interrompere i ritmi della vita familiare quotidiana, con cui è perfettamente compatibile.

Non c'è più un limitato repertorio a cui attingere; ogni sera la radio automaticamente rifornisce di materiali audio tra i quali, appena le stazioni si moltiplicano, si può anche scegliere. Si spiega così perché il consumo di radio e poi di televisione viene calcolato in "ore quotidiane" e non in "quante volte alla settimana", o "al mese", come si fa per gli altri media.

La riproduzione del suono avviene in sincronia con l'evento, e l'ascoltatore ha quella sensazione di "essere là" che solo lo spettacolo dal vivo e la partecipazione diretta avevano, fino ad allora, consentito. L'utente della radio ha quindi una prossimità virtuale con tutti gli eventi della vita pubblica e, in una maniera speciale, partecipa ad essi. La sua sfera privata incorpora ora, forse per la prima volta, elementi propri della sfera sociale.

Non importa quanto sia lontano dai grandi centri, quanto modesta sia la sua abitazione: ogni giorno arrivano nella sua casa quelle notizie del momento e quell'intrattenimento pregiato che avevano costituito, fino ad allora, un bene scarso e costoso. Per usare un termine anglosassone, diventa una commodity. La radio costituisce una nuova abitudine; per la prima volta la vita familiare dispone di un personaggio esterno, un "ospite fisso" dalle mille risorse, attorno al quale si riorganizzano la conversazione, gli orari, i rapporti fra i vari membri della famiglia.

Dalla radio alla tv

La diffusione della radio fu tuttavia piuttosto lenta. Tra le due guerre mondiali solo in pochi paesi esisteva un largo strato di cittadini dotato della capacità di spendere per beni non di prima necessità; certo non in Italia. Inoltre le caratteristiche del mezzo erano anche i suoi limiti. Perfetta per la musica, rapida nell'informazione, non lo era altrettanto nell'intrattenimento.

Anche nei paesi in cui essa ha conosciuto il massimo sviluppo, come gli Stati Uniti o la Gran Bretagna, la radio ha sempre dovuto fare i conti con la più diffusa forma di intrattenimento di massa nello spazio pubblico: il cinema. Fin dagli anni '20 del Novecento furono fatti molti esperimenti per superare quello che appariva come il principale limite della radio: l'assenza di immagini in movimento.

In pochi anni il cinema raggiunse una forma culturale propria, per la sua capacità di narrare storie dallo straordinario effetto naturalistico, anche grazie alle generose dimensioni dello schermo, gradite in tutto il mondo a larghe masse di popolazione ancora escluse da altre forme di spettacolo o, essendo analfabete, dalla comunicazione scritta.

Nella seconda metà degli anni '30 in vari paesi si era pronti per la televisione (potenziare la radio con la trasmissione delle immagini) ma la crescente tensione internazionale, che portò alla guerra, non soltanto impedì la produzione degli apparecchi e il lancio della tv, ma soppresse le condizioni sociali di sfondo, come il benessere, il desiderio di investire in beni durevoli per una migliore qualità della vita, o una coesione sociale sufficiente, che potevano rendere plausibile la televisione.

Queste condizioni ci furono invece dopo la guerra. Tra il 1945 e il 1955 la tv si diffuse in condizioni di crescente prosperità economica, di cui non aveva goduto la radio negli anni '30. Se la radio aveva cominciato a costituire un supporto per la costruzione di un nuovo senso della vita, questa funzione fu svolta assai meglio dalla tv.

L'occhio artificiale

Fornendo contemporaneamente un audio e un video, una parola e un'immagine, la tv richiede poco sforzo allo spettatore; nulla di simile alla fatica della lettura o all'attenzione per seguire la radio. L'effetto congiunto dell'immagine e del suono restituisce un inedito effetto di realtà, come se l'obiettivo della telecamera guidasse lo spettatore in situazioni insolite, prestigiose e comunque piacevoli: la televisione appariva come un perfezionamento sociale e tecnico dell'occhio nudo.

Consente all'uomo comune di entrare in luoghi che gli sarebbero vietati (ad esempio nell'abbazia di Westminster dove viene incoronata la regina Elisabetta II); permette punti di vista plurimi preclusi alla normale percezione umana. Scompaiono i tempi morti, le attese, i punti di vista non significativi. Il tempo televisivo è dunque concentrato, accorciato, selezionato, rispetto al tempo naturale; ma è anche artificiale, perché l'evento reale non si è svolto così come viene rappresentato.

La tv è un occhio elettronico solo per una convenzione socialmente accettata: noi non vediamo il fatto ma la sua rappresentazione e messa in scena. Il fatto che l'uomo qualunque potesse guardare da vicino la regina aveva in sé, comunque, qualcosa di democratico. La televisione appariva come una forma visiva di suffragio universale, un'estensione dei diritti della gente comune, anche perché la tv avrebbe presto iniziato a modificare gli eventi da riprendere e trasmettere, per renderli meglio visibili: cambiando orari, forme, colori, rituali, perché l'evento arrivasse meglio al telespettatore, come sarebbe accaduto prima allo sport, poi alla politica. Poteva così risultare un elemento di democratizzazione e di trasparenza degli eventi.

Con i nostri occhi?

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale un lungo ciclo di espansione economica e demografica (il baby boom) permetteva la crescita degli acquisti e dei consumi, e procurarsi un televisore diventava a un certo punto indispensabile. L'elemento industriale prevaleva su quello agricolo, la città sulla campagna. La televisione, senza mai affermarlo, guidò le trasformazioni del senso comune che questi processi sociali richiedevano; contribuì a unificare le lingue nazionali superando particolarismi e dialetti; costituì una forma di socializzazione, fornendo nei suoi programmi esempi e modelli di vita agiata e di un più ricco consumo, per apprendere il senso della vita che non era più ricavabile in modo tradizionale, con la trasmissione dai padri ai figli.

L'opinione pubblica colta e il mondo politico generalmente considerano la tv in maniera riduttiva: come una parte del mondo dell'informazione; prelevando dalla tv solo il materiale che a loro interessa, che spesso si tratta di informazione; la gente comune non esercita una funzione selettiva così spiccata, e usa invece la tv soprattutto per trascorrere in santa pace alcune ore.

Al cinema la macchina da presa esprime lo sguardo del regista; gli attori non si rivolgono mai agli spettatori. La telecamera della tv invece simula lo sguardo dello spettatore; con l'eccezione dei programmi di finzione (che hanno convenzioni visive derivate dal cinema), i protagonisti guardano in macchina, si rivolgono allo spettatore a casa come a un amico di famiglia, salutandolo cordialmente, pregandolo di non fuggire su un altro canale.

Qualcuno dice in modo un po' ovvio che la tv è una finestra sul mondo reale, ma per la gente comune essa costruisce un secondo mondo, popolato dai conduttori e dagli ospiti dei programmi, che sempre si rivolgono a loro e mostrano di aver a cuore i loro problemi, simulando una concretezza che l'intervento dello stato e di altre istituzioni non ha più.

Via etere

L'invenzione del broadcasting

La televisione nasce quindi come un perfezionamento della radio, il primo broadcasting, cioè la trasmissione via etere di un segnale che giunge in tutte le case; e si è appoggiata alle stesse strutture amministrative e industriali innovative e alle stesse soluzioni legislative adottate per la radio. Le differenze profonde che nei vari paesi si registrarono attorno alla radio si riproporranno negli stessi termini per la televisione.

La radio è stata inventata da Guglielmo Marconi nel 1895. Il XIX secolo aveva esplorato il mondo intero, aveva costruito ovunque ferrovie e reti telegrafiche e posato cavi sottomarini, riducendo così l'area dell'ignoto e dell'imprevisto, ma aveva lasciato angosciose zone d'ombra. La principale era legata alle incertezze della navigazione: quando una nave lasciava il porto e scompariva dietro l'orizzonte, non c'era più modo di sapere cosa accadesse a bordo, o se l'equipaggio fosse in pericolo. La radiotelegrafia, o "telegrafo senza fili", era una risposta brillante a questo problema; essa trasmetteva attraverso l'etere lo stesso codice Morse permettendo possibilità infinite di comunicazione a distanza.

Nei primi anni del Novecento furono fatti molti tentativi riusciti per trasmettere, invece del codice Morse, la voce umana. Essi furono resi più accessibili dall'invenzione del triodo. L'industria di guerra introdusse molte innovazioni tecniche e la fabbricazione in serie dei triodi e di altre componenti importanti dei futuri ricevitori radio. Al termine della guerra c'erano tutti gli ingredienti giusti per il broadcasting, almeno in America. Si costituì così nel 1919 la Rca (Radio Corporation of America), nata da un accordo tra la Marina e la società General Electric. La Rca forniva sia i programmi che lo strumento per ascoltarli. La radio era vista come un affare: si distribuivano gratuitamente...

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher xxxchrystellexxx di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia dei processi culturali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bergamo o del prof Perrotta Domenico.
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