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Parte prima: la liturgia formale dell'oggetto

Capitolo 1: Introduzione

Nell'accumulo vi è qualcosa di più della semplice somma dei prodotti e cioè l'evidenza del surplus, invece si intende l'abbondanza. Si tratta della negazione magica e definitiva della penuria. Per panoplia dell'antiquario è il modello: oggetti organizzati in collezione. La vetrina aristocratica lussuosa di questi insiemi incanta un ventaglio di oggetti selezionati e complementari, abbandonati alla scelta e alla reazione psicologica del consumatore che li percorre, li cataloga, li coglie. Pochi oggetti sono al giorno d'oggi offerti da soli senza un contesto di oggetti che li ponga in risalto. La relazione del consumatore con l'oggetto ne è modificata: egli non si riferisce più a quell'oggetto nella sua utilità specifica ma a un insieme di oggetti nella loro significazione totale. La marca gioca un ruolo essenziale insieme alla ditta produttrice e alla pubblicità nel fornire una visione coerente di un tutto quasi indissociabile (concatenamento di significati).

Il drugstore (centro commerciale) pratica l'amalgama dei segni, di tutte le categorie. Non giustappone delle categorie di merci, beni considerati come campi parziali di una totalità consumatrice di segni. La cultura e la merce sono state culturalizzate. La merce si è trasformata in sostanza ludica e distintiva, accessorio di lusso, elemento tra gli altri della panoplia generale dei beni di consumo. Un esempio di drugstore che può diventare un'intera città è Parly 2: tutte le attività sono riassunte, sistematicamente combinate e focalizzate intorno al concetto di “ambiente”. L’ambiente è totale, condizionato, ordinato, culturalizzato. Questo condizionamento generale della vita, dei beni, degli oggetti rappresenta lo stadio completo di un'evoluzione che va dall'abbondanza, attraverso reti articolate di oggetti, al condizionamento totale degli atti e dei tempi, fino alla rete d'ambiente iscritta nelle città future (drugstore), i Parly 2 e gli aeroporti.

Parly 2

Grande centro commerciale strutturato a 2 piani organizzati intorno al “mail” centrale. Riconciliazione del piccolo commercio col grande commercio. Dal “denaro liquido” (simbolo della vita reale) si passa alla moderna “carta di credito” (felicità astratta).

Capitolo 2: Lo statuto miracoloso del consumo

Il miracolato del consumo mette in mostra tutto un dispositivo di oggetti-simulacri, di segni caratteristici di felicità e poi attende che la felicità vi si posi. Si tratta semplicemente della mentalità consumatrice privata e collettiva. L’opulenza non è che l’accumulazione dei segni della felicità. Nella pratica quotidiana i benefici del consumo sono vissuti come miracolo e non come il risultato di un’opera o di un processo di produzione.

Il mito del Cargo
I beni di consumo si propongono come una potenza carpita, non come prodotti del lavoro. La massa dei consumatori vive la profusione come un effetto della natura. Le nuove generazioni ereditano anche il diritto naturale all’abbondanza. Oltre a un ordine di produzione si inserisce un ordine del consumo che è un ordine della manipolazione dei segni.

La vertigine consumata della catastrofe
Il consumo generalizzato di immagini, fatti, informazioni mira a scongiurare il reale nei segni del reale. Il reale lo consumiamo mediante l’anticipazione o retrospettivamente, in ogni caso a distanza, una distanza che è quella del segno. Quello che caratterizza la società del consumo è l'universalità del fatto diverso nel consumo di massa. L’informazione è attualizzata (drammatizzata in modo spettacolare) e inattualizzata (distanziata per mezzo della comunicazione e ridotta a segni). È la categoria cardinale del nostro pensiero. Questa mitologia si inarca sull’esigenza della verità, dell’oggettività. Abbiamo dunque il reportage in diretta, la testimonianza-documento perché il fatto è che “io non c’ero” e grazie alla TV vedo. Si cerca il “cuore dell’avvenimento”. La comunicazione di massa non è la realtà ma la vertigine della realtà. Viviamo così al riparo dei segni e nella negazione del reale.

Prassi del consumo: la relazione del consumatore con il mondo reale, con la cultura, non è quella dell’interesse, della responsabilità impegnata ma quella della curiosità. La dimensione del consumo è quella del disconoscimento. Curiosità e disconoscimento designano uno stesso comportamento d’assieme di fronte al reale, comportamento generalizzato e sistematizzato dalla pratica delle comunicazioni di massa e dunque caratteristico della nostra società dei consumi: è la negazione del reale sulla base di una cattura avida e multiforme dei suoi segni. Per lo stesso motivo possiamo definire che il luogo del consumo è la vita quotidiana che non è solamente la somma dei fatti e dei gesti quotidiani ma un sistema d’interpretazione. La quotidianità è la dissociazione di una prassi totale in una sfera autonoma del “privato”.

Il consumo fa dell’esclusione dal mondo l’indice minimo di sicurezza (es: immagini Vietnam). Passività che deriva da questo sistema di valori, si scontra con la morale dell’azione. Da qui deriva un certo senso di colpa che deve essere rimosso dagli “strateghi del desiderio”. Per far sì che si plachi questo senso di colpa dalla passività, i mass media si servono della drammatizzazione spettacolare per far sembrare che la quiete privata sia sospesa da un pericolo imminente, un qualcosa che minaccia la sicurezza domestica. Occorre il violento per far sì che uno riconosca che la propria sicurezza è un godimento e per far sì che questa sia giustificata come scelta (quella della passività). La quotidianità offre così un miscuglio tra giustificazione euforica per la passività e di “godimento morboso” per le possibili vittime del destino.

Capitolo 3: Sentimentalità specifica della società dei consumi

La società dei consumi si sente minacciata e fa di questo la sua ideologia. Crescita delle spese individuali e di quelle compiute da terzi a beneficio dei privati, ma parte di questa mira a ridurre la diseguaglianza nella distribuzione delle risorse. Spese che vengono fatte per livellare le possibilità sociali. In realtà poi i contributi sociali pagati dai cittadini non hanno effetto riduttivo o ridistributivo.

Svantaggi dell’abbondanza: inquinamento, rumore, distruzione ambiente. Vendendo auto, creo infrastrutture, spendo per benzina, manutenzione e incidenti: aumento il consumo e il Pil. Si parla di crescita per la crescita. Alcuni svantaggi non sono calcolabili ma comunque tangibili (es: bruttezza edilizia).

Insicurezza data dall’instabilità dell’impiego, pressione psicologica per via di status e competizione. Alcuni non riescono a sostenere il ritmo e diventano emarginati. Si spende di più per elevare il livello di vita, sia nel pubblico che nel privato. È un circolo in cui le categorie della società mettono a rischio la sopravvivenza del sistema.

PNL: illusione, conta solo quello misurabile, tutte cose come cultura e ricerca non compaiono. Inoltre non considera che alcune cose porteranno svantaggi che non vengono calcolati. Si vede tutto in positivo, compreso il negativo viene considerato come produttività. Es: alcool o anziani (non si considerano gli aspetti negativi e i costi che avranno di conseguenza per le cure).

In realtà il sistema si regge proprio sui suoi vizi. Visione morale dello spreco come disfunzione. Sprecare ci permette di vivere, non più solamente di esistere. Consumo come surplus per soddisfare un desiderio. Lo spreco assume una funzione positiva, di utilità a funzionalità sociale superiore. Consumo come consumazione ovvero spreco produttivo. La spesa assume valore ancor prima dell’accumulazione. È una sorta di status sociale, io spendo perché posso permettermelo anche se non ne ho bisogno. Accumulo per resistere all’instabilità degli avvenimenti.

Principio economico: contrapposto alla visione di Nietzsche che parla di lotta per la potenza, ambizione di avere di più. L’essenziale è al di là dell’indispensabile. Si deve avere qualcosa in più. Nella civiltà dell’abbondanza c’è differenza tra e superfluo, ovvero lo spreco. Quest’ultimo orienta tutto il sistema.

Eroi del consumo: figure che elogiano lo spreco e su della TV, self made man, spera smisurata, acquistiamo grandezza. Esibizione di abiti lussuosi per una sola occasione. Fattore tempo determinante, moda e rinnovamento accelerato. Prodotto usato e consumato che poi perde valore in vista di quello successivo.

La società dei consumi ha bisogno dei suoi oggetti e deve distruggerli. Il loro valore diminuisce con l’uso, lenta perdita. Se la perdita è violenta il valore è molto più (evidente distruzione e vita, prova della sovrabbondanza).

Produzione consumo distruzione: gli oggetti sono là per eccesso e testimoniano l’abbondanza e la ricchezza. Nella distruzione

Mito della felicità = come esigenza di uguaglianza. Nelle società moderne mito dell’uguaglianza. Per questo motivo deve essere misurabile, benessere che livelli le diseguaglianze sociali. La vera felicità, quella individuale e personale, quella che non è tangibile e non ha bisogno di prove è bandita dalla società dei consumi. Quella della società dei consumi ha criteri visibili è reinventata da un’esigenza e si fonda su principi individualistici dei diritti. Rivoluzione del benessere a principio democratico, erede della rivoluzione borghese che ha come principio l'eguaglianza degli uomini senza poterla realizzare fino in fondo. La posizione sociale della costituzione è la democrazia assente e l’uguaglianza introvabile. Tutti gli uomini sono uguali il bisogno e principio di soddisfazione perché tutti gli uomini sono uguali il valore d’uso degli oggetti e dei beni (mentre sono diversi il valore di scambio). Il bisogno è il valore d’uso quando vi è un’utilità obiettiva che non prevede una diseguaglianza sociale. Es: bistecca no proletari no privilegiati.

Welfare = si cerca un equilibrio per il benessere di tutti accrescendo il volume dei beni. Sono poveri quelli che rimangono fuori dal processo industriale cioè estranei alla crescita. La crescita produce e ristabilisce la diseguaglianza sociale.

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher pietrolicini di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bergamo o del prof De Biasi Rocco.
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