LE SOCIETA' MULTICULTURALI
Enzo Colombo
Introduzione:
Negli ultimi anni anche in Italia il termine “multiculturalismo” è divenuto diffuso.
Il suo uso induce, in maniera fuorviante, a considerare il multiculturalismo come una
categoria concettuale uniforme applicata a una realtà sociale specifica.
In realtà possiamo distinguere 4 diversi approcci al termine ''multiculturalismo'':
approccio sociologico: usato per descrivere una determinata realtà sociale
caratterizzata da riferimenti valoriali e normativi. Si usa soprattutto nelle società
occidentali moderne con una mentalità volta a come garantire coesione sociale,
tolleranza e comunicazione tra le differenze.
polarità differenza/solidarietà
o
approccio della filosofia politica: pone in primo piano i problemi normativi, intende
conciliare l’individualizzazione e la giustizia sociale, l'universalismo liberale con la
differenza; Il centro dell’interesse è comprendere come le differenze sono compatibili
con la giustizia e come sia possibile la convivenza tra le differenze (tutti dovrebbero
essere uguali e comportarsi come tali vs. avversione e riconoscimento di ogni singola
specificità)
polarità differenza/universalismo
o
approccio della scienza politica: politiche di integrazione delle minoranze, ottenere pari
opportunità senza infrangere i principi dell'universalità es. tutelare le minoranze è un
presupposto per garantire il loro inserimento, ma allo stesso tempo viene visto dalla
maggioranza come una nuova forma di discriminazione, aumentando l’esclusione
polarità azione politica efficace/rispetto dei principi di pari opportunità
o
approccio della filosofia post-moderna: come usare la differenza come motore del
mutamento sociale =/= melting pot
polarità stabilità/mutamento
o
Queste connessioni sono sempre più difficili da distinguere perché connesse l’una all’altra
1: Crisi della modernità e tema della differenza.
Il termine ''multiculuralismo è di uso recente: compare e si diffonde, prima negli Usa e poi in
Europa, solo alla fine degli anni '80 per via del nascere di un conflitto per cui non c’era
parola nel vocabolario.
È un termine polisemico (=dai diversi significati a seconda dell’individuo che lo usa), ma
nonostante ciò si riferisce alla presenza (generalmente positiva) di differenze nelle abitudini
culturali di individui.
L’uso del termine dimostra un’accresciuta sensibilità al tema della differenza.
In precedenza aveva un altro significato.
XX secolo periodi di flussi migratori verso USA, Canada e Australia, la differenza era molto
più accentuata ma meno tollerata: era considerata negativa in quanto impediva la
costruzione di una società omogenea di stampo illuministico.
Gli individui differenti venivano relegati in ghetti.
Questa ideologia venne incarnata dal “melting pot”, programma politico di assimilazione
basato sulla convinzione che il modello occidentale moderno fosse il più razionale.
Come da ideale liberale, si credeva che il mondo fosse diretto verso il progresso e
l’eguaglianza e che si dovesse, tramite le diverse politiche, dirigerlo in maniera ordinata.
Secondo Bauman è da questo ideale di mondo ordinato che ha origine il pensiero sociale
dello stato.
La crisi dell’universalismo
L’idea di assimilazione delle differenze subisce un ripensamento negli USA degli anni ’60 in
occasione della nascita di movimenti sociali che si battono per il riconoscimento dei diritti
civili e per l'emancipazione delle minoranze.
Lo sforzo bellico della IIGM aveva contribuito ad un forte aumento dell’unità: migranti e
gente di colore così come le donne, avevano tutti dato un grande contributo allo sforzo
bellico.
I movimenti sociali nascono dalla mancata promessa di pari opportunità nonostante gli
sforzi durante la guerra e dalla decolonizzazione.
Movimenti principali:
movimento per i diritti civili:
Martin Luther King: prima fase dei movimenti di protesta, appello pacifico ai diritti
o civili.
Malcolm X: più radicale, alle richieste di inclusione, considerate come sconfitta al
o modello bianco, si sostituisce la valorizzazione della propria specificità
movimento giovanile/studentesco: rifiutano l’alienante e superficiale società borghese,
propongono consumi alternativi, alla famiglia ed il lavoro standardizzato ed il
conformismo.
L’integrazione viene vista come sconfitta e rinuncia alla propria creatività.
movimento femminista: le donne denunciano che l’uguaglianza è solo maschile da cui
le donne sono escluse. Non chiedono di essere considerate uguali ma di essere
accettate alla pari, anche in luoghi di potere. L'ideale dell'uguaglianza viene visto con
sospetto, come un tentativo di omologazione che propone l'aggressività e a
competitività maschili come unico modello possibile per le relazioni sociali.
movimenti omosessualie delle donne di colore: introducono ulteriori elementi di
differenziazione ai movimenti femministi.
Omosessuali: non vogliono essere considerati uguali agli altri ma che la propria
differenza venga riconosciuta. Sostengono che la presunta ''normalità'' della famiglia
e delle politiche sessuali imposta dalla cultura dominante, non sia un elemento
universale ma rifletta la specifica visione del mondo prettamente bianca
eterosessuale
Donne di colore: affronta il problema della differenza all’interno dello stesso
movimento femminista, sostenendo che anche le donne tra loro sono diverse ed
accusando le dirigenti di rappresentare solo le donne bianche
movimenti ecologisti: mettono in discussione la scienza e l’ideale di progresso,
denunciano il suo lato distruttivo e immorale in favore di un “ritorno alla natura” che
valuti la dimensione locale
La crisi dello stato nazione
L’emergere della differenza viene influenzata da:
al prevalere del consumismo e dell’individualismo e competitività: Unicità e novità
all’interno della produzione sono valori positivi perché permettono di creare un
monopolio temporaneo, la libertà significa scelta autonoma del proprio consumo
globalizzazione: trasformazioni sociale ed economiche che aumentano
l'interdipendenza delle azioni sociali che avvengono in luoghi distanti tra loro,
trasformano le percezioni spazio-temporali e aumentano l’indipendenza dell’azione
dal contesto locale in cui si svolge.
Lo stato nazione è meno capace di regolare e orientare il mercato perdendo
rilevanza e prestigio (es. delocalizzazione) facendo venire meno uno dei riferimenti
principali di eguaglianza e dando origine a revival di forme di identificazione su base
locale e religiosa.
Il dibattito politico occidentale si è spostato verso temi di ordine socioculturale
ponendo in primo piano le questioni legate alla differenza e alla possibilità di scelta
individuale (Semprini).
Con i nuovi mezzi di comunicazione vengono superate le barriere temporali e
spaziali, mentre i nuovi mezzi di trasporto favoriscono la migrazione anche grazie alla
facilità con cui è possibile mantenersi in contatto con il proprio paese d’origine.
Le comunità locali non sono più definite dalla localizzazione territoriale ma dalle
scelte.
Nel complesso dunque, i processi di globalizzazione conservano un carattere
contradditorio:
da un lato favoriscono la standardizzazione e l'omologazione,
dall'altro ridanno vita alle identità comunitarie, etniche e culturali.
Nuove teorie della conoscenza: la crisi della Verità
Oltre ai nuovi modi di essere e di interpretare la diversità, emergono anche nuovi modi di
guardare e comprendere la realtà che contribuiscono a valorizzare la differenza.
Questi nuovi modi sono stati preannunciati a inizio secolo da:
Husler e George H. Mead - filosofia
Weber e Durkheim - sociologia
Boas e Kroeber - antropologia
Saussure e Sapir - linguistica
Si afferma nel secondo dopoguerra la cosidetta svolta epistemologica, che mette in
discussione l'epistemologia positivista basata sul dualismo cartesiano, ovvero la netta
distinzione tra res cogitans (il mondo del “pensiero” e delle rappresentazioni mentali del
mondo reale) e res extensa (il mondo reale). Da tale assunto deriva l’idea
dell’indipendenza della realtà esterna dal pensiero umano. Dunque la conoscenza
sarebbe obiettiva.
In opposizione a ciò, la linguistica, la semiotica e la nuova filosofia della scienza,
sottolineano che il linguaggio non si limita a riflettere una realtà esterna immutabile che
contribuisca a crearla.
La realtà non è universale in quanto in stretto contatto con il contesto in cui si manifesta e
con le regole che vengono utilizzate.
La verità è quindi il risultato di un'azione politica, di un accordo, di una relazione di potere,
di una prospettiva parziale da cui si guarda la realtà. Realtà e conoscenza non sono più
viste come due universi separati. La conoscenza risulta quindi sempre parziale e
indissolubilmente legata alla posizione di chi la osserva.
Ad esempio, l'antropologia interpretativa (Geertz) mette in evidenza come valori,
conoscenze e verità siano relative, cioè dipendano dal contesto culturale.
Il campo sociologico l’etnomedotodologia (Garfinkel) e il costruzionismo (Berger,
Luckmann) evidenziano come la realtà sociale non sia un fenomeno oggettivo, ma il
risultato di procedure in base alle quali la realtà viene costruita come oggettiva e data per
scontata.
La nuova sociologia critica (Foucault), evidenzia la stretta relazione tra conoscenza, verità
e potere.
L’emergere delle politiche della differenza
Le diverse tendenze (vedi discipline) tracciano un contesto formato da due dimensioni:
1. diffusa crisi della modernità: crisi dell'ideale di uguaglianza, verità, universalità e
progresso. Il modello occidentale è sempre meno un destino inevitabile, che appare
sempre di più come un modello maschio-bianco-adulto-benestante-cristiano-
eterosessuale-normodotato.
L'uguaglianza appare come ideale irrimediabilmente relativo e situato, inadeguato per
garantire la giustizia sociale.
2. crescente rilevanza dei fenomeni e dei processi culturali: crescita della rilevanza
accordata ll'attribuzione soggettiva di senso agli eventi-interpretazione.
Non che le antiche differenze materiali scompaiano o perdano di rilevanza, ma sono
sempre più percepite come il risultato di una lotta per il controllo dei codici simbolici e la
definizione della propria identità (Melucci).
Il multiculturalismo quindi non è una semplice valorizzazione della differenza ma è una
domanda politica, di una politica della differenza che sostiene la necessità di trattamenti
diversi che tengano conto della differenza tra i gruppi. Questa politica presuppone che un
effettivo trattamento equo debba richiedere un rispetto delle differenze e quindi, a volte,
un trattamento differenziato dei gruppi svantaggiati (Young) =/= uguaglianza formale che
tratta tutti con i medesimi principi.
Il multiculturalismo a una valutazione positiva della differenza, rifiuto dell’omologazione e
richiesta di riconoscimento
CAPITOLO 2: Polisemia del multiculturalismo.
La differenza creata dagli stati-nazione
Lo stato-nazione si viene a creare attraverso l’unificazione politica di diversi gruppi culturali
presenti nello stesso territorio, che comporta spesso l’emarginazione o la repressione diretta
delle tradizioni, linguaggi e modelli di vita preesistenti allo stato. Poche volte si realizza in
modo completo.
Esistono 3 situazioni in cui lo stato-nazione è diviso tra comunità differenziate
linguisticamente e culturalmente:
1. Lo stato-nazione è diviso tra due comunità differenziate sul piano linguistico e culturale,
le cui differenze sono garantite dalla struttura federale (es: Canada con i franco-
canadesi e gli anglo-canadesi; il Belgio con la comunità vallone e quella fiamminga,
ma anche il Ruanda, la ex Jugoslavia e la creazione degli stati baltici).
2. Lo stato-nazione ha inglobato entro i suoi confini le minoranze etniche-culturali culture
che vorrebbero rimanere separate. Spesso queste minoranze non hanno forza politica
sufficiente per mettere in discussione i termini della propria inclusione oppure vogliono
la separazione (es. Baschi in Spagna, Corsi in Francia)
3. Presenza di culture o etnie divise all’interno degli stati. Lo stato-nazione non ha tenuto
conto dell'appartenenza precedente, tracciando confini che hanno separato
collettività in precedenza unite (minoranze di lingua tedesca in Tirolo, Albanesi in
Kosovo)
4. Nuove richieste di differenziazione che si basano su una tradizione costruita
recentemente giustificandosi con fatti storici (es. Padania). Molto spesso queste
domande di indipendenza provengono da minoranze privilegiate, che godono di
condizioni di vita migliori di quelle dei gruppi da cui intendono separarsi.
Questo ultimo esempio rende difficile definire, basandosi su criteri oggettivi, quali
o gruppi costituiscono realmente una ''minoranza nazionale'', in quanto, come
evidenzia Anderson, “tutte le comunità sono ''immaginate'' e non possono
distinguersi in funzione al parametro verità/falsità ma per o ''stile'' in base a cui sono
immaginate”.
Tutte questi gruppi, richiamandosi ai principi di autodeterminazione e autogoverno,
rivendicano maggiori spazi di autonomia in ambito politico ed economico, mettendo in
discussione la legittimità degli attuali stati. I problemi di queste richieste riguardano la loro
accettabilità, quanto l’autonomia può divenire uno svantaggio per gli altri gruppi e quali
sono i vincoli minimali x definire una nazione.
Le minoranze interne marginalizzate
Alcuni paesi, come le Americhe, Australia, Sud Africa, l'unificazione nazione è stata il
risultato di processi di colonizzazione e di conquista da parte di un gruppo etnico e culturale
proveniente da un altro territori.
Le popolazioni autoctone si trovano in una situazione di doppia discriminazione: sono
escluse e dominate e soggette a pregiudizi che limitano il loro inserimento.
La presenza di questo sistema pone problemi specifici: eliminare le barriere formali che
impediscono la partecipazione delle minoranze non è abbastanza per via di
discriminazione simbolica.
Il termine “popolazione autoctona” tende a rappresentare in maniera semplicistica una
omogenea popolazione indigena vs. i conquistatori.
Oggi più persone si definiscono nativi/appartenenti ad una minoranza etnica per questioni
di scelta.
Un modello esempio di questo sistema di esclusione è quello dell’apartheid, basato su
un'ideologia razzista che punta a sminuire l'altro e ad evitare ogni forma di contatto come
potenziale fonte di contaminazione.
Anche in questo caso i movimenti di protesta rifiutano i principi egualitari in favore del
riconoscimento delle specificità.
La differenza creata dai processi migratori
Le migrazioni sono una costante della storia umana, Anche nel caso dell'emigrazione è
possibile distinguere due modelli:
1. Migrazioni coloniali o di conquista: migrazione provenienti da luoghi e contesti culturali
molto diversi che impongono in un territorio le proprie regole sociali, istituzioni e la
propria cultura attraverso lo sterminio. L'esempio temporalmente più vicino è costituito
dai flussi che dall'Europa verso l'America del Nord e l'Australia.
2. colonizzazione agricola di nuove terre, le popolazioni autoctone vengono considerate
inferiori e violente, che si coniuga con l’ideologia illuminista del “diffondere la
conoscenza” (mito della frontiera)
3. non ci sono più terre da conquistare, i nuovi immigrati sono un grande bacino di forza
lavoro per l’industria, le nuove terre vengono considerate come possibilità di successo.
L’ideologia dominante è quella del melting pot
4. dai primi anni 60 l'immigrazione si sposta: si affievolisce quella verso gli Stati Uniti, mentre
cresce quella verso l'Europa da parte dei popoli provenienti dell'America latina e
dell'Asia, che porta a percepire problemi riguardanti la differenza etnica e culturale.
5. L’Europa passa da terra di emigrazione a terra di immigrazione. Gli immigrati non sono
più considerati potenziali membri effettivi della società, ma alieni che minacciano
l'unità nazionale e il livello di vita e di democrazia dei suoi abitanti legittimi.
6. Le iniziative politiche sono orientate a facilitare l’incontro tra richiesta e offerta di lavoro
piuttosto che integrazione a lungo termine e sociale.
7. La crisi economica degli anni ’70 impone ai paesi europei forti restrizioni nelle politiche
d’immigrazione. I flussi migratori tuttavia non diminuiscono mentre i rimpatri non hanno
gli effetti sperati perchè gli immigrati vogliono rimanere stabilmente nel nuovo stato.
Le politiche europee verso gli immigrati:
Modello assimilazionista: nasce dal presupposto che l'appartenenza alla comunità
nazionale debba fondarsi sulla condivisione di ideali e di tradizioni comuni. Essere membri
è una scelta individuale, l’accettazione delle regole nazionali che guidano la vita
pubblica. Lo stato veramente democratico è cieco a qualsiasi differenza e conside tutti
i cittadini in modo eguale per garantire loro assoluta parità e libertà. Gli immigrati che
vogliono inserirsi a pieno titolo nella nuova comunità possono farlo accettando le regole
e facendo propri la lingua, le tradizioni, i valori e le abitudini del
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