Capitolo 1 – Uomini e donne, giovani e vecchi
Il corpo
Nella nostra società l'assegnazione a una categoria sessuale e la sessualità sono rigide, e le loro manifestazioni normali ci appaiono morali e naturali. Eppure figure come omosessuali, travestiti e transessuali sfidano oggi tali schemi. La sociologia contemporanea ha mostrato che l'identità sessuale viene costruita in una infinità di situazioni sociali ordinarie come se fosse un fatto naturale. A partire dagli anni 80, la scienza ha raggiunto grosse novità nella trasformazione del corpo, dalla body art, alla riproduzione assistita ai cambiamenti di sesso, che permettono un vero passaggio da una categoria sessuale all'altra; il corpo è quindi diventato oggetto dello studio sociologico, escluso dalla sociologia classica, visto come un dato organizzato socialmente, vissuto e gestito in modi diversi a seconda delle culture e delle epoche storiche.
Categorie e cornici culturali mediano la nostra percezione del corpo e persino del dolore (gruppi etnici differenti in ospedale, diverse reazioni) e del piacere (marijuana fumata in modo differente). La società contemporanea percepisce il corpo come un dato prestabilito e naturale, modificabile solo con l'indiscusso sapere medico e scientifico (la classica frase “sono fatto così”), e così anche il dolore e il piacere. La naturalità funge da frontiera ultima e invalicabile, morale ed oggettiva, delle possibilità di manovra degli individui, che si arrendono a priori di fronte ad essa.
Si possono interpretare i comportamenti umani con due prospettive differenti: quella naturale (istintiva, egoistica, impulsiva) e quella sociale (correttezza, onestà, buon gusto), che attribuisce alla persona anche responsabilità morali e legali; nella prospettiva naturale, le persone non sono responsabili del proprio corpo poiché esso sfugge alla loro volontà, in quella sociale invece il corpo è manipolato per apparire nel miglior modo possibile. Questo dualismo è evidente nella medicina, in cui prevale la cornice naturale, che ottiene due tipi di informazioni dai pazienti: segni (biologici e oggettivi) e sintomi (sensazioni soggettive, che non necessariamente hanno un reale riscontro).
Nella vita quotidiana, il nostro comportamento viene visto come un sintomo del nostro essere profondo. Se nel medioevo c'era il timore dell'aggressione fisica da parte del prossimo, oggi abbiamo paura di non riuscire ad apparire idonei alle svariate situazioni che incontriamo nella società, rischiando l'esclusione sociale. Segni corporei come lo sguardo, la parlata e la postura indicano status sociali come il genere, l'età e la classe: anche quando non parliamo, comunichiamo sempre qualcosa. Il corpo ci classifica agendo sul e con il nostro corpo, ed è strumento e misura del soggetto. La differenziazione sociale può essere orizzontale, che è presente in tutte le società (differenza tra uomini e donne, cioè la struttura di genere) o verticale (variazione all'interno di ciascun corpo), che è fortemente dipendente da età e generazione.
Genere, sesso e sessualità
Vi sono una varietà di processi istituzionali mediante i quali vengono prodotti la naturalità e la normalità del nostro essere sessuati (per esempio la distinzione nei bagni pubblici, che enfatizza le differenze al posto che ridurle). Il primo femminismo marcava la differenza tra genere (differenze simboliche) e sesso (differenze biologiche), mentre di recente si è abbandonata questa visione; ciò non significa che ognuno può passare da un sesso all'altro, ma che l'identità viene consolidata con aspetti materiali come il portamento, le dimensioni, il modo di parlare ecc. Il genere è fissato al corpo anche grazie ad altre due dimensioni classificatorie: il sesso e la sessualità.
Genere, sesso e sessualità sono differenti ma hanno un rapporto cruciale; gli atteggiamenti maschili e femminili variano a seconda della cultura: in Guinea, per esempio, la differenziazione sessuale è meno dicotomica e rigida, con la presenza di un terzo sesso e di periodi omosessuali. Nella nostra cultura, invece, vige un allineamento normativo rigido e dicotomico tra sesso (caratteri biologici), sessualità (desideri erotici) e genere (attributi che ci si aspetta in una cultura da parte di individui di un sesso specifico).
Il fatto che l'uomo e la donna siano opposti, complementari e reciprocamente attratti, ci sembra normale anche dal punto di vista normale. L'immagine dominante di maschilità e della femminilità non è messa in discussione: gli stereotipi riguardano i modi di fare, i lavori, gli sport. (una donna calciatrice è vista come poco femminile). Queste distinzioni sono puramente sociali e convenzionali (basti vedere come negli USA il calcio femminile sia più diffuso di quello maschile). L'eterosessualità è un aspetto di grande rilevanza per la produzione quotidiana di due generi distinti.
Nell'Europa premoderna si pensava all'esistenza di due generi, ma di un solo sesso, quello maschile, mentre le donne erano dei maschi invertiti (a causa della società patriarcale e del predominio maschile). Successivamente si è consolidata la visione dicotomica dei sessi (grazie alla nascita del concetto di uguaglianza), per poi giungere alla nozione moderna basata sulla presenza di ormoni che possono alterare la totale appartenenza a un sesso, mettendo in discussione la dicotomia. Il sapere e le conoscenze mediche sul sesso sono figlie del proprio tempo, e contribuiscono a definirlo: le femmine sono state gradualmente sempre meno considerate inferiori, facendo nascere il concetto di femminilità positiva.
I cambiamenti di sesso sfidano l'idea della staticità del sesso biologico, ma allo stesso tempo rafforzano il bisogno di normalità della persona, che si incarna nell'eterosessualità. Nonostante i movimenti gay e lesbici, l'omosessualità è tollerata ma sempre considerata un'anormalità, forse per garantire il modello di famiglia etero che garantisce l'ordine sociale. Gli omosessuali contemporanei non tendono più ad assumere gli atteggiamenti del sesso opposto e il confine tra comportamento omosessuale ed etero sempre più stabile, creando però un mondo omosessuale chiuso e segregato. Le persone sono spesso impegnate nel mostrare di essere maschi o femmine, limitando le proprie opportunità a ciò che è definito consueto per il proprio sesso (nel mondo lavorativo, sportivo ecc.).
Nel femminismo si chiama patriarcato il predominio degli uomini, ancora presente anche se in modo lieve, riconducibile alla posizione passiva della donna nella sessualità, alla sua inferiore forza fisica e al suo ruolo di allevatrice di figli. Statisticamente, le donne rimangono meno ricercate e retribuite nel mondo del lavoro a livello mondiale, con picchi negli stati islamici, e in occidente occupano le mansioni meno prestigiose, con eccezioni spesso riscontrate in donne con abilità tipiche del maschio (soprattutto in politica). Già nell'infanzia, i bambini contribuiscono alla divisione tra generi e si nota una notevole differenza nei giochi scelti e nel modo di porsi con l'altro sesso; ma è con la pubertà che le differenze si consolidano e si crea la complementarità tra maschio e femmina.
Età, generazioni e corso di vita
In ogni società, le persone sono stratificate non sono per sesso ma anche per età; il nostro corpo è soggetto alla dinamica universale dell'invecchiamento. Anche in questo caso in ogni società i valori associati alle fasi della vita sono differenti. La teoria biologistica tende ad identificare la giovinezza con la rivoluzione e la maturità con l'elemento conservatore, ma Mannheim vede in ciò l'errore di trarre da fenomeni naturali conclusioni sociologiche: l'età influenza sì la psiche e i mutamenti fisici, ma non spiega l'importanza che tali caratteristiche assumono nel contesto storico-sociale. I coetanei non sono quindi solo coloro che sono nati nel nostro stesso periodo, ma persone con cui si condividono esperienze.
Con i coetanei si può semplicemente condividere spazi destinati a una determinata età oppure creare un vero soggetto collettivo (68 più uniti che '80 consumistici), spesso grazie alla condivisione di esperienze forti. Il corso della vita si articola quindi in fasi che variano da cultura a cultura: nella nostra le fasi sono quelle dell'infanzia, dell'età adulta e della vecchiaia. Nelle società tribali il passaggio all'età adulta è segnato da riti di passaggio, mentre da noi c'è l'adolescenza, che negli ultimi anni tende a durare molto di più, caratterizzata dall'esclusione dal lavoro, da un'istruzione lunga e burocratica, da una sessualità controllata e da una scarsa considerazione da parte degli adulti.
Al di là dei motivi biologici e psicologici che riconducono molti comportamenti all'instabilità ormonale, le nuove culture giovanili (punk, rappers ecc.) nascono per motivi sociali come lo sviluppo economico di massa, il consumismo, la nuova relativa libertà e la mobilità sociale. Attraverso l'uso creativo di oggetti materiali e culturali, i giovani possono segnare l'appartenenza a un gruppo e staccarsi da altri. La moda e la musica sono due elementi molto utilizzati. Se l'adolescenza invade fasi della vita prima considerate appartenenti all'infanzia e all'età adulta, la vecchiaia assume sempre meno importanza nella società e nella cultura, vista solo come anticamera della morte (vista come una malattia da curare, una vergogna e una debolezza, vissuta in solitudine in ospedale spesso con accanimenti terapeutici) e quindi l'anziano percepito come malato.
Considerazioni conclusive
Il corpo è diventato un vero campo di battaglia in cui si scontrano pareri e valori differenti: eutanasia, aborto, manipolazione genetica. Si è assistito alla medicalizzazione di molti fenomeni prima considerati privati, come la vecchiaia (creando per es. il fenomeno della menopausa visto come un problema). La nostra identità sessuale e la nostra età sono importanti fonti di identità per tutti noi e ci indicano come possiamo e dobbiamo comportarci. Le differenze di genere e le varie fasi del corso della vita sono essenzialmente le relazioni: ciò che cerca di essere una donna è ciò che l'uomo vuole e viceversa.
Capitolo 2 – Esclusi e inclusi
I folli, i devianti e i criminali sono solo esempi di esclusione sociale, in cui tutti siamo coinvolti; la società ha propri confini simbolici, oltre che fisici (nel caso delle nazioni), che determinano inclusi ed esclusi.
Esclusione sociale
Termine vago che a seconda delle epoche ha rappresentato situazioni differenti. Nato in Francia, per Weber era una forma di chiusura sociale, oggi gli esclusi sono gli isolati e le forme variegate della povertà urbana, che non è però l'unica applicazione di questo fenomeno: ci sono gli esclusi dalle risorse, dal lavoro, dal gruppo, dalla sessualità. Se in Europa è diffuso questo termine, negli USA si parla di ghettizzazione o di underclass, mentre in America Latina di marginalidad.
Lo studio dei confini nelle scienze sociali
Il concetto di confine per differenziare gli inclusi dagli esclusi ha trovato grande successo nella sociologia contemporanea. I confini simbolici sono distinzioni concettuali che gli attori sociali fanno per classificare (come il calendario per il tempo, la distinzione bianco e nero) e non sempre sono precise ed universali ma spesso al centro di controversie, mentre i confini sociali sono confini simbolici particolarmente forti e consolidati, delle forme oggettive di differenziazione sociale che si esprimono nel diseguale accesso alle risorse e alle opportunità: tali confini delimitano l'escluso sociale.
Cittadinanza: esclusione ed inclusione
Le varie negazioni che si negano all'escluso riguardano i diritti del cittadino: l'idea di cittadinanza perciò è legata all'esclusione sociale. La nascita di questo concetto risale alle rivoluzioni francese ed americana alla fine del XVIII secolo, ed esprime la totale appartenenza di un individuo ad uno stato-nazione, con diritti e doveri. Oggi gli immigrati non hanno la cittadinanza, ma nei primi decenni del XX secolo perdurava la negazione della cittadinanza alle donne.
La cittadinanza come chiusura sociale
Chi non è cittadino è escluso dai diritti della cittadinanza, primo tra i quali l'accesso al territorio. Lo stato moderno è quindi anche un'organizzazione di appartenenza, la comunità dei cittadini, che esclude lo straniero. La cittadinanza è quindi anche un forte strumento di esclusione sociale (Max Weber). Oltre all'accesso ai confini territoriali, altri privilegi dei cittadini sono il servizio militare, il voto, assistenza sanitaria e sociale. Al concetto di esclusione basato sulla cittadinanza astratta e formale spesso è associata una chiusura informale su base etnica e culturale verso gli stranieri diversi.
Excursus sullo straniero
In questo suo testo, Simmel analizza la figura dello straniero; egli è allo stesso tempo vicino e distante; è debolmente identificato nella cultura locale ed ha rapporti sociali più razionali che affettivi.
Cittadinanza sociale e classe sociale
La cittadinanza è quindi uno status attribuito alla nascita, come la razza e il genere. La cittadinanza intesa come sociale (scuola, reddito minimo) e non solo come politica (voto, territorio), contribuisce all'attenuazione delle diseguaglianze sociali (Marshall).
Classi sociali, stratificazione e chiusura sociale
La concretizzazione delle differenze sociali si ha con le classi sociali, termine per la prima volta concettualizzato da Marx.
Marx: esclusione come sfruttamento
Per Marx, la classe è una categoria sociale (possesso o meno dei mezzi di produzione) e un attore collettivo. Nella sua visione materialistica della storia (economia alla base di tutto, il resto è sovrastruttura) le classi sono inevitabilmente due: capitalisti e proletari, dal cui sfruttamento deriva la ricchezza dei primi. Quando la classe sociale (i proletari) diventa consapevole di se stessa, diventa una classe per sé e, quindi, un attore collettivo. Marx parla anche di sottoclasse, un esercito industriale di riserva all'interno del già povero proletariato.
Weber e la teoria neoweberiana della chiusura sociale
L'estensione della cittadinanza sociale è stata conquistata attraverso la lotta dai ceti meno abbienti. Weber, a differenza di Marx, concepiva la classe come solo una delle stratificazioni sociali delle società; la classe era riferita alla posizione di mercato, il partito alle capacità politiche e il ceto lo stato culturale e di considerazione sociale. Alla base della vita dei ceti c'è un processo di monopolizzazione, che tende a chiudere il gruppo di appartenenza rendendo le risorse non accessibili agli esterni; i confini di tali gruppi possono essere razziali come linguistici, ma anche definiti da titoli di studio: la chiusura avviene sia all'interno del mercato (economica) che fuori (culturale), ma solo nel caso che il gruppo abbia sufficiente potere (teoria del potere e del dominio). La stratificazione non dipende quindi solo dalla struttura economica (Marx) ma anche dall'azione di chiusura di tutti i ceti per la conquista di monopoli; chiusura che può essere verso i ceti poveri ma anche usurpazione verso gli abbienti (Parkin).
Chiusura sociale e confini simbolici: le professioni e la scienza
Le chiusure più diffuse sono quelle delle professioni lavorative che fanno riferimento a un albo (per esempio rivalità notai-avvocati nell'800/900). Le professioni sono ceti organizzati sul lavoro invece che sul consumo (Collins). Le professioni sono quindi occupazioni che hanno raggiunto alti livelli di chiusura. Anche lo scienziato, il più colto per antonomasia, ha sempre cercato di distinguersi dai ciarlatani (maghi, ecc).
Ogni professione svolge un ruolo politico, o lavoro di confine (boundary work), che mira alla propria autodifesa in tre modi: espulsione (di altre professioni da un certo dominio), espansione (nel campo di altre professioni) e protezione (difesa da poteri esterni). Le professioni sono tali, quindi, solo in uno schema generale professionale.
Disuguaglianze culturali: scuola, consumi e stili di vita
Weber ha quindi aggiunto, sviluppando la nozione di ceto, la dimensione culturale trascurata da Marx. La lingua (soprattutto i dialetti), l'abbigliamento, i modi di fare sono tutti meccanismi culturali di esclusione, come del resto di inclusione. La cultura è quindi la sfera cruciale delle diseguaglianze.
Scuola, capitale e diseguaglianze sociali
La scuola è sicuramente il più importante mezzo di eliminazione delle discriminazioni, ieri contro l'alfabetizzazione, oggi integrando gli immigrati. Eppure sono i titoli emessi dalle scuole (le credenziali) ad istituzionalizzare i gruppi chiusi professionali. L'idea meritocratica alla base della nostra società consiste nel considerare coloro che lasciano gli studi immeritevoli e svogliati, quindi adatti a ricoprire solo professioni modeste; la scuola svolge quindi un compito di selezione degli individui per il loro ruolo sociale.
Bourdieu ha teorizzato invece la scuola come un'istituzione che con la sua violenza simbolica (arbitrio culturale dell'insegnante) è fonte di disuguaglianze. L'ideologia del dono naturale e del talento dello studente nascondono per Bourdieu i veri intenti della scuola: la conservazione e inculcamento di un'eredità culturale, la riproduzione sociale (il premiare gli studenti già abili, abilità collegata spesso alle origini agiate) e la naturalizzazione delle diseguaglianze sociali (ruolo in passato assunto dalla chiesa).
La classe agiata e il consumo vistoso
È teoria diffusa che sia nel consumo, quindi fuori dalla scuola, e nel...
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