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Capitolo 1: Uomini e donne, giovani e vecchi

La costruzione sociale del corpo

Culture diverse mettono a disposizione delle persone nozioni diverse del rapporto tra persona e corpo, tra corpo umano e natura, tra il corpo e le sue parti ecc. – nozioni diverse che discendono da diverse forme di organizzazione sociale e corrispondono ad altrettante forme dell’esperienza individuale. Il sapere scientifico, come quello legato alla sfera della religione, ma anche le nostre consuetudini della sfera domestica, le regole di buona creanza o i precetti educativi messi in atto nelle scuole, costituiscono per noi altrettanti modi non solo di guardare ma anche di vivere i nostri corpi.

Zborowski ha mostrato che gruppi etnici diversi reagiscono diversamente al dolore. Italiani, ebrei e americani di terza generazione avevano modi di vivere il dolore assai diversi tra loro. Anche il piacere è peraltro un'esperienza mediata dai contesti sociali in cui si realizza e dai significati che attribuiamo a essi. Alcune osservazioni del sociologo canadese Erving Goffman ci vengono in aiuto per comprendere lo status particolare del corpo nella nostra cultura. Goffman sostiene che nelle società moderne ci sono due ampie prospettive o cornici di base mediante le quali comprendiamo e gestiamo noi stessi: le cornici naturali attribuiscono eventi e caratteristiche interamente a fattori naturali e quindi puramente fisici, non intenzionali né animati, e quelle sociali che identificano e spiegano i fenomeni in relazione alla volontà e agli scopi di un'intelligenza che compie azioni guidate.

Nelle cornici naturali le persone non sono responsabili del proprio corpo poiché esso sfugge alla loro volontà; in quelle sociali le persone sono custodi del proprio corpo che in effetti manipolano per perseguire i propri scopi o apparire nella luce migliore. Nella vita quotidiana noi ci rivolgiamo agli altri utilizzando sia prospettive naturali – come quando siamo disposti a perdonare l'amico che non viene al cinema perché è raffreddato – sia sociali – come quando invece ci arrabbiamo con questo stesso amico perché dubitiamo dei suoi troppo frequenti raffreddori.

Il linguaggio del corpo può essere parlato strategicamente solo fino a un certo punto. In quanto linguaggio parla del soggetto al di là delle sue intenzioni, e in quanto corpo non è mai silenzioso: "sebbene un individuo possa smettere di parlare, egli non può smettere di comunicare attraverso il linguaggio del corpo, deve dire o la cosa giusta o la cosa sbagliata. Non può non dire nulla". Il corpo insomma è allo stesso tempo strumento e misura del soggetto: di esso ci serviamo per presentarci agli altri, su di esso lavoriamo per costruirci una certa identità e allo stesso tempo esso parla agli altri di noi stessi.

Sulla scorta di queste osservazioni possiamo pensare che esistano innanzi tutto cornici corporee di differenziazione orizzontale, in base alle quali organizziamo la nostra esperienza distinguendo tra le persone in quanto definite da attribuiti fisici che vengono percepiti come differenze. In ogni cultura, gli attributi femminili e quelli maschili vengono riconosciuti come differenze naturali e inquadrate in uno schema di contrasti, analogie e opposizioni che definisce la struttura di genere. Esistono poi cornici corporee di differenziazione verticale: qui è ciò che noi percepiamo come processo di variazione all'interno di ciascun corpo – il processo di invecchiamento o la malattia per esempio – a fornire le linee guida per una classificazione dei soggetti e del loro relativo valore.

Genere, sesso e sessualità

Una delle caratteristiche del genere è quella di essere fissato sul corpo grazie anche al suo intrecciarsi ad altre due dimensioni classificatorie: il sesso e la sessualità. Nella nostra cultura vige invece un allineamento normativo rigido e dicotomico tra sesso e genere. L'allineamento tra sesso, sessualità e genere ha valore normativo nel senso che esso ci appare non solo normale ma anche morale. L'eterosessualità è un aspetto di grande rilevanza per la produzione quotidiana di due generi distinti, diversi e complementari, così come noi normalmente tendiamo a vedere il maschile e il femminile.

Nel suo celebre studio sull'identità sessuale, lo storico Laqueur ha per esempio mostrato che nell'Europa premoderna si pensava all'esistenza di due generi, ma a un solo sesso: quello maschile. Il sesso maschile appariva poi semplicemente invertito nelle forme femminili – la vagina appariva cioè come un pene rovesciato. Con lo sviluppo di un'anatomia propriamente organizzata in scienza, la dicotomia di genere largamente diffusa nelle strutture sociali più importanti, dalla famiglia alla religione, ha trovato un referente biologico: i sessi sono quindi diventati due, rigidamente distinti in base a diverse conformazioni genitali.

Nel Medioevo, in una società tradizionale, patriarcale e rigidamente gerarchica, dove i rapporti tra i sessi erano caratterizzati da una forte subordinazione delle donne e nelle famiglie l'uomo era un autocrate indiscusso, anche la scienza tendeva a considerare le femmine solo come il rovescio, per così dire minore, del maschio, negando a essa una dignità propria.

Con lo sgretolarsi della società tradizionale e l'emergere di una nuova concezione del mondo che attribuiva centralità all'individuo e alla sua libertà, le relazioni tra i sessi diventano meno asimmetriche. Nasce la famiglia nucleare coniugale e si diffonde l'idea dell'amore romantico che indica le donne come bisognose di protezione, ma anche degne di devozione. Ecco quindi che la scienza comincia a considerare le femmine meno inferiori ma anche più radicalmente diverse, sottolineando le loro peculiarità anatomiche come segni di una differenza essenziale.

L'eterosessualità è concepita ancora oggi e nonostante i movimenti gay e lesbici, non solo come normale ma anche come moralmente corretta. Certo nelle nostre società politicamente corrette vi è una maggiore tolleranza per l'omosessualità. Ma questo solo entro certi limiti e cioè tentando di salvaguardare in qualche modo quegli stabili rapporti eterosessuali su cui si fonda il modello di famiglia che ancora garantisce il nostro ordine sociale.

I confini fra comportamento omosessuale ed eterosessuale è così sempre più stabile, e l'omosessualità è divenuta una vera e propria identità, più forte e tollerata, ma anche allo stesso tempo più definitiva e segregata. Come vedremo, le differenze di genere sono anche e soprattutto differenze di potere e di opportunità: esiste cioè, ancora oggi, una stratificazione sociale che passa per la distinzione uomo/donna. In effetti, sebbene i ruoli maschili e femminili siano diversi nelle varie culture non è ancora esistita alcuna società stabile in cui le donne abbiano, nel complesso, maggiore potere degli uomini.

Questa situazione di vantaggio e dominio degli uomini sulle donne, definita patriarcato dal pensiero femminista, è stata imputata a ragioni diverse che sono riassumibili nella posizione delle donne nella riproduzione umana che le vincolerebbe alla cura e crescita dei figli e nella loro minor forza fisica che ne avrebbe fatto il principale bottino sessuale e di forza lavoro dei maschi.

Età, generazioni e corso di vita

Certo in ogni società, le persone sono stratificate non solo per sesso ma anche per età. E il semplice fatto che mille sirene mediatiche ci invitino a preoccuparci di non invecchiare, che mille saggi ci ricordino che tutti, prima o poi, devono morire, o che dai giovani ci si aspetti emotività e freschezza per il solo fatto di essere giovani.

Nel suo saggio “Il problema delle generazioni”, Mannheim stigmatizza quelle concezioni meccanicistiche e biologistiche che pure erano state in voga tra i primi sociologi e che consideravano la vecchiaia come l'elemento conservatore, la giovinezza come quello rivoluzionario e il ritmo di successione delle generazioni in necessario conflitto tra loro come il ritmo del progresso sociale. Per Mannheim non è però possibile comprendere direttamente il mutamento culturale a partire dalla sfera della biologia. Il fenomeno delle generazioni è forse fondato su fenomeni biologici, ma non è deducibile da essi poiché possiede in se stesso caratteristiche peculiari.

Gli effetti di generazione sono però spesso così importanti da incidere su altre dimensioni della stratificazione sociale, l'età ma anche la classe: se coloro che hanno partecipato alla stagione di protesta rimangono, ancor oggi, più propensi a scendere in piazza di quanto non ci si aspetti da persone mature, coloro che avevano vissuto la grande depressione tra le due guerre mondiali sono rimasti ossessionati dalle loro esperienze di deprivazione e, anche una volta raggiunto il successo economico, hanno teso a spendere e a risparmiare soprattutto in funzione del futuro che volevano garantire ai propri figli.

Ricerche storiche e antropologiche hanno mostrato che il corso della vita si articola in fasi che variano da cultura a cultura. Nella nostra cultura il corso della vita viene concepito come costituito, grosso modo, da tre diverse fasi: l'infanzia, l'età adulta e la vecchiaia. I bambini prima e i giovani poi sono sottoposti a un sistema di istruzione altamente razionalizzato e burocratico, sono esclusi dalla sfera del lavoro retribuito, la loro sessualità è controllata in modo più stringente, la partecipazione politica arriva relativamente tardi e in generale le norme giuridiche li connotano come soggetti non pienamente responsabili.

I giovani si trovano così in una posizione contraddittoria, orientati a una ricerca di libertà e spontaneità che nasce dalla resistenza al potere burocratico cui sono sottoposti e allo stesso tempo bisognosi di forme di appartenenza che fungano da cuscinetto per le forti pressioni sociali che li vogliono autonomi e creativi. Parallelamente la vecchiaia appare culturalmente sempre più marginale. Certo, nelle società occidentali esistono tutta una serie di cuscinetti economici e sociali che aiutano a vivere meglio quelle che ci appaiono come degenerazioni fisiche legate all'invecchiamento. Ma proprio questo ci dice che è soprattutto in termini di degenerazione biologica che viene compresa la vecchiaia, come una fase di inevitabile decadenza che prelude alla morte.

Il male non viene più visto come un problema spirituale e ultraterreno che riguarda la stessa natura dell'uomo, bensì come un fatto tecnico che può essere eliminato mediante buoni sistemi di supervisione, cura e punizione. Il nostro modo di morire è quindi lontanissimo dalla morte addomesticata che era tipica del Medioevo. In quest'epoca la morte non è un atto puramente individuale, più di quanto non lo sia la vita, essa anzi viene celebrata da cerimonie pubbliche il cui scopo è quello di esprimere la solidarietà di ciascuno con la famiglia e la comunità. La scena del letto di morte assumeva essa stessa caratteri rituali che fungevano da cuscinetto simbolico all'esperienza del morire: la comunità si raccoglieva intorno al letto del morente, e tutti erano invitati a partecipare all'espressione di dolore per la minaccia che toccava alla scomparsa di ogni suo membro.

Nella stragrande maggioranza dei casi poi la morte si configura come un'esperienza da gestire all'interno della famiglia, segnata da brevi cerimonie che avvengono in sordina, quasi per non disturbare lo scorrere della vita quotidiana.

Considerazioni conclusive

Nella maggior parte delle occasioni della nostra vita, il corpo è visto e percepito sia come un sistema biologico, sia come un sistema culturale e morale ed è proprio dai continui rimandi tra ciò che è naturale e ciò che è morale che si genera quella dinamica culturale che rende le differenze tra e nei corpi uno degli oggetti più caldi di lotta e scontro. Eutanasia, aborto, nuove tecniche riproduttive, manipolazione genetica: si tratta di fenomeni sui quali l'opinione pubblica si divide e che dimostrano quanto sia diventata concreta la possibilità di costruire e plasmare il corpo e quanto a esso si chieda di funzionare da fondamento.

Capitolo 2: Esclusi e inclusi

Esclusione sociale

Les exclus erano coloro che sfuggivano alla rete della protezione sociale come i disabili, i genitori soli, i disoccupati di lungo termine privi di garanzie. Poi il concetto si è un po' per volta, sino a includere i giovani sfiduciati, le persone isolate e in generale le forme variegate della povertà urbana.

Il vocabolario dell'esclusione sociale ha acquisito una particolare risonanza proprio in quei paesi – e l'Italia può ormai considerarsi tra questi – che condividono con la Francia una tradizione repubblicana, in cui la coesione e la solidarietà sociale sono il fondamento istituzionale, e l'esistenza di gruppi che si sentono esclusi minaccia di sfaldare l'unità dello stato.

L'esclusione sociale può intendersi dunque come la condizione di chi è escluso dalle molte, moltissime risorse della società contemporanea, a cominciare dai diritti sociali di cittadinanza.

Lo studio dei confini nelle scienze sociali

L'idea di esclusione rimanda intuitivamente a quella di confine: essere esclusi significa trovarsi al di là di una linea che separa, che divide, che distingue chi è dentro (l'incluso) da chi è fuori (l'escluso). Un'utile distinzione analitica, che abbiamo appena evocato ma che dobbiamo precisare, è quella tra confini simbolici e confini sociali. I primi sono distinzioni concettuali che gli attori sociali fanno per classificare oggetti, persone, pratiche, così come il tempo e lo spazio. Sono quindi strumenti cognitivi attraverso cui individui e gruppi giungono, non senza conflitti, a definire la realtà.

Il calendario, per esempio, con la sua articolazione in giorni, mesi e anni, è uno strumento oggi potentissimo di organizzazione e definizione simbolica del tempo, tanto privato quanto pubblico. Come ha sottolineato l'antropologo svedese Fredrick Barth, la continuità di una qualunque unità etnica dipende dal mantenimento di un confine, di una qualche dicotomia tra chi è dentro (membro) e chi è fuori (straniero). Quanto più sono forti questi confini simbolici, quanto più sono consolidati e considerati naturali, quanto più esiste accordo circa la loro forma, tanto più essi si traducono in confini sociali, che possiamo definire come quelle forme oggettive di differenziazione sociale che si esprimono nel diseguale accesso alle risorse e alle opportunità sociali, e dunque nella loro diseguale distribuzione tra individui e gruppi. In questo modo, quelle che sono distinzioni di tipo concettuale e simbolico si trasformano in modelli persistenti e riconoscibili di discriminazione e segregazione e in quella che appunto chiamiamo "esclusione sociale".

Cittadinanza: esclusione ed inclusione

Per tutti i primi decenni del XX secolo le donne sono state generalmente escluse dal completo godimento dei diritti civili e politici negli stessi paesi europei. Di fatto, come è stato recentemente osservato, ancora oggi la cittadinanza è uno strumento fondamentale di esclusione sociale nei confronti degli stranieri.

La cittadinanza come chiusura sociale

Rogers Brubaker ha definito lo stato come una forma di chiusura sociale. Chi non è cittadino è escluso dal godimento dei diritti della cittadinanza, tra cui, fondamentale, quello di rimanere e risiedere nel territorio di uno stato, e di rientrarvi se dovesse per qualche motivo uscirne. Come osserva Brubaker: C'è una distinzione concettualmente chiara, giuridicamente congruente, e ideologicamente pregnante tra cittadini e stranieri. Lo stato pretende di essere lo stato di, e per, una comunità di cittadini particolare e delimitata. Questa comunità delimitata di cittadini è concepita solitamente come una nazione – qualcosa di più coesivo di un mero aggregato di persone cui accade giuridicamente di appartenere allo stato.

La cittadinanza non è quindi solo una formula legale, ma anche un potente strumento di chiusura sociale. Il confine territoriale non è l'unica forma di realizzazione della chiusura sociale di cui è artefice lo stato moderno. Il suffragio universale e il servizio militare sono altrettante istituzioni ristrette o riservate a chi ha i requisiti di cittadinanza. Tuttavia, è la chiusura territoriale l'istituzione principale della cittadinanza in quanto forma di chiusura sociale, dal momento che una persona esclusa dal territorio lo è anche da tutte le interazioni che si svolgono all'interno di quel territorio, e quindi dai beni e dalle opportunità a esso associate, come la sicurezza, l'accesso a un mercato del lavoro, l'assistenza sanitaria e sociale.

È importante notare comunque che né gli stati né i cittadini hanno generalmente interesse a una esclusione totale dei non-cittadini. I processi migratori non sono impediti dalle istituzioni della cittadinanza, ma solo regolati – anche secondo modelli tra loro molto diversi come possono esserlo quello francese, secondo il quale la nascita sul suolo francese trasforma automaticamente i figli degli immigrati in cittadini, e quello assai più restrittivo tedesco, fondato sul cosiddetto ius sanguinis, e quindi sull'idea di una comunità di discendenti che rende per tutti gli immigrati di etnia non germanica particolarmente difficile la naturalizzazione.

Excursus sullo straniero

Una volta che i confini dello stato sono fissati, chi è fuori è classificato come straniero: una figura dalla fisionomia complessa su cui la sociologia si è spesso soffermata, a cominciare...

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher gcaragliapoutlook di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia dei processi culturali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università del Salento o del prof Protti Mauro.
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